L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER LIBERALI

Nell’articolo del 2/2/2016 “la vera radice dei diritti” il Professor Galli della Loggia prendendo a pretesto la legge Cirinna’ sulle unioni civili, pone il tema per eccellenza di una democrazia liberale. Può un prescrittivismo giuridico espressione di una minoranza decidere quelli che dovranno diventare “i diritti inalienabili della persona”, e basta una maggioranza parlamentare – come sempre in balia dei sondaggi per la prossima elezione – per conferirle in modo autorevole il grado di legge? Benché di questi tempi l’aggettivo liberale sia un po’ come il colore nero per l’abbigliamento, “veste sempre bene”, se le parole conservano ancora un legame con il loro significato etimologico, la democrazia italiana corre tanti rischi fuorché di diventare liberale. Usciamo dal dibattito su quella legge, troppo carico di implicazioni etiche per essere esemplificativo della nostra questione. E’ certamente liberale riconoscere ad ognuno attraverso la propria attività il diritto a procurarsi quanto gli serve per vivere, favorendolo magari attraverso un sistema di regole comuni che aumenti le occasioni ad ognuno. Viceversa, è completamente illiberale il reddito di cittadinanza sponsorizzato da un certo positivismo giuridico, esigibile da una parte della popolazione attraverso un sistema di tassazione coercitivo, che lo stato esercita per loro conto su quella parte di cittadini a cui quel diritto non è stato conferito. Non meno illiberali sono le pretese di una certa tradizione giusnaturalista, la quale assumendo come assoluti, concetti come: “nazione” o “famiglia”, pretende di favorirne l’affermazione attraverso l’introduzione di barriere doganali o finanziamenti diretti a discapito e sulle spalle di coloro – a prescindere dal numero – che a quelle idee non crede e non le pratica. Questa oscillazione tra il diritto naturale e il diritto positivo ha segnato gran parte della storia italiana dall’unificazione a oggi, mentre l’essere liberale passa proprio da una equilibrata conciliazione di tradizione da rispettare e innovazione, intesa come processo di contaminazione e sviluppo della tradizione oltre i suoi presunti confini naturali. Ma essere liberali significa anche sottrarre alla dialettica partitica minoranza – maggioranza quella che F. A. von Hayek chiama il nomos, quelle leggi che per la loro universalità non possono mai essere a discapito di qualcuno. Pur con tutti i limiti segnalati dal grande economista e filosofo nei suoi ultimi scritti, il diritto anglosassone codificato sotto il nome di “common law” è certamente quello che più si è avvicinato alle aspirazioni del liberalismo. Certo anche il diritto anglosassone è asservito alla dialettica minoranza – maggioranza forzature e clientelismo compreso, ma quel parlamento sa che: se non terrà conto della tradizione, dei limiti posti dalla costituzione scritta e non, dalla carta dei diritti individuali, habeas corpus compreso, troverà un giudice che legato per mandato a quei vincoli modificherà o casserà attraverso sentenze, quelle leggi che non vi si attengono. Di ben altra natura è il quadro giuridico italiana dove attraverso le maglie larghissime delle varie interpretazioni, il diritto positivo imperante ma anche quello di matrice giusnaturalista, può legiferare una cosa e il suo contrario, certo che incontrerà un giudice anch’esso abilitato a sentenziare tutto e il suo contrario, determinando un quadro giuridico più simile alle “grida” manzoniane che ad uno stato di diritto. Certo ci sono stati anche momenti alti nella storia italiana, pensiamo al Risorgimento e al secondo dopo guerra, dove un’equilibrata sintesi di ideologie diverse che avevano reso possibile quegli eventi si sono, soprattutto nel primo periodo, espresse al meglio anche nella produzione giuridica oltre che nel clima sociale. Dopo qualche tempo però, quando le ideologie si annacquarono e gli interessi presero il sopravvento, corruzione e particolarismo azzerarono con gli interessi quanto di buono era stato fatto. L’attuale debito pubblico, l’alta conflittualità sociale e il clima di sfiducia di questi tempi, ne sono l’amara eredità; no, l’Italia non è un paese per liberali.

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