GAME OVER

 

E’ inutile girarci attorno con la sconfitta del sì al referendum del 4 dicembre si chiude un ciclo politico, l’accozzaglia di politicanti, di informazione faziosa, di interessi diffusi (vedi “La fabbrica del dissenso“) ha vinto; eppure il 41% non è una percentuale irrilevante. Val la pena di chiedersi perché Renzi, anziché prenderne la testa e cercare di portarlo al 51%, è tornato a gestire i caminetti del PD? Se si ha la pazienza di filtrare le vicende politiche dagli inevitabili interessi di cui ognuno è suo malgrado portatore, come sempre sono le idee nel bene e nel male a tirare le danze della storia. Per istinto Renzi predilige istituzioni semplici e chiare, questo è il senso della riforma bocciata il 4 dicembre, e lo stesso istinto lo ha indotto ad immaginare più mercato e meno stato durante questi tre anni di governo, ma Renzi per sua stessa ammissione è un ex boyscout e un ammiratore del sindaco La Pira, altra storia. Una scelta così radicale come fondare un nuovo partito, come gli suggeriva Galli Della Loggia un paio di domeniche fa, implica una cultura liberale che egli non ha, e non si può chiedere a nessuno di essere ciò che non si è. A questo punto il ritorno al proporzionale – ridicola la proposta del mattarellum, non passerà mai – serve a tutti; i politici più “responsabili” si illudono di mettersi insieme dopo le elezioni per fare cose “ragionevoli”, mentre i demagoghi di professioni troveranno il terreno più fertile per esercitare la loro “virtù”, e tutti vissero felici e contenti, peccato che la storia non sia una fiaba. Tutto sommato Renzi e il suo gruppo hanno combattuto una buona battaglia, il vero problema è la difficoltà per un paese con la nostra storia di passare da una democrazia inconcludente a una democrazia decidente (vedi “La responsabilità rende liberi“), l’unico rimprovero è di aver mollato l’italicum, quella legge è stata il suo capolavoro politico, sacrificarla a Cuperlo è stata una sciocchezza. L’ex premier è però in buona compagnia, si pensi che il professor Ricolfi noto liberale, editorialista del Sole 24 ore e della fondazione David Hume, ha criticato quella legge perché, a suo dire, manderebbe al potere chi prende il 25% dei voti. Come se il secondo turno previsto quando nessuno supera il 40% non fosse una votazione, come se gli elettori posti di fronte ad un’offerta politica ridotta anziché scegliere il meno peggio, come bambini non sapessero andare oltre al tutto o niente. Cruccio di ogni liberale dovrebbe essere quello di rendere le scelte politiche un po’ più marginali, come fa il mercato stimolato dal consumatore. Ed è proprio questo il senso del secondo turno, permette al cittadino elettore di esercitare ulteriormente la sua domanda politica costringendo l’offerta, senza fargli perdere nulla della sua efficacia, a differenziarsi ulteriormente verso quella domanda più marginale. Certo la politica non è il mercato e il rimedio più efficace rimane quello di circoscriverne l’utilizzo, questo non lo può fare la legge elettorale, però una buona legge è condizione necessaria per ridurre gli appetiti ai tanti politicanti, sempre pronti ad allargare lo stato (tanto non pagano loro) per una manciata di voti. L’unica vera “critica” all’italicum è che potrebbe permettere la coalizione di quella eterogenea maggioranza anti-sistema che da tempo domina il dibattito pubblico in Italia e farla diventare maggioranza politica, ma il problema non è la legge elettorale, il problema è che quella maggioranza esiste, ed è sempre più coesa nell’identificare nell’euro e nell’Europa il male da eliminare. Illudersi di bloccarla attraverso una riedizione della conventio ad excludendum, come si fece con il partito comunista nella prima repubblica, è pura miopia politica. E’ ora di rovesciare il paradigma, i politici hanno tante colpe e nessuno vuole sminuirle, ma anche gli elettori hanno le loro responsabilità. Se dopo aver visto come è andata a finire con la lega di Bossi, che pure aveva una sua serietà, si fidano delle baggianate di Salvini, se dopo avere assistito alla parabola di Forza Italia, che predicava bene (la rivoluzione liberale) ma razzolava malissimo (il conflitto di interesse), credono alle smargiassate di Grillo, è ora di far sapere ai cittadini elettori che il voto come ogni scelta comporta un’assunzione di responsabilità. Il “voto di protesta” è un ossimoro giornalistico truffaldino, ottiene gli stessi risultati di una moglie che per gelosia evira il marito, tutto va in malora. L’Italia non è la Gran Bretagna né la Danimarca né la Norvegia, immaginare di uscire dall’euro col nostro debito significa una cosa sola: bancarotta. Davvero gli elettori di Lega e Cinque Stelle sarebbero disposti da domani a convertire i loro risparmi, ad accettare i loro stipendi, le loro pensioni, oggi in euro nell’equivalente in lire, e davvero credono che quando andranno al negozio sotto casa manterrebbero il precedente potere d’acquisto, e davvero costoro credono che i creditori di quell’enorme debito pubblico continuerebbero a finanziarlo senza imporre interessi astronomici. L’economia non è il gioco del Monopoli, la storia ha più volte mostrato cosa accade con simili scelte, illudersi poi di scaricare tutto sulla politica non ci eviterebbe il conto, e che conto! Se è vero che in ultima istanza il potere politico si fonda sui cittadini elettori e questi non possono eludere le loro responsabilità, proprio quel legame collega nel lungo periodo, per dirla con Hume, il potere all’opinione, ed è nella formazione dell’opinione che la politica ha la sua massima responsabilità. La smettano una buona volta i politici di raccontare storie, l’Italia se vuole ripartire dovrà pagare un conto salato, soprattutto, ognuno di noi pro quota, in funzione della posizione sociale che ricopre, dovrà riallineare i propri comportamenti ai profondi mutamenti introdotti dall’economia globalizzata. Una politica seria, capace di parlare il linguaggio della verità, certo deve trasmettere speranza e fiducia, ma non deve celare i sacrifici da richiedere ai cittadini imposti da una così grave situazione. Se invece i nostri politici “responsabili”, credono di eludere le follie monetarie dei “virtuosi della demagogia”, con qualche furbata post-elettorale da prima repubblica, ne vedremo delle belle.

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