IMPRENDITORE – CONSUMATORE

SINOSSI

Spesso si tende a vedere nell’imprenditore un moderno principe o un nuovo aristocratico, omettendo che mentre per questi era la nascita a garantirne lo status, l’imprenditore quello status lo conserva fino a quando servirà al meglio il consumatore, e lo perderà non appena quest’ultimo troverà un concorrente che lo soddisfa di più. L’ascesa e la caduta sociale sono un tratto caratteristico della società capitalista mai sperimentato così su larga scala nelle passate civiltà. Produzione capitalistica significa produzione di massa, chi produce per le élite svolge un ruolo marginale nel mercato moderno, sono le masse, un tempo emarginate, in qualità di consumatori, a raccogliere la totale attenzione dell’imprenditore capitalista. Altrettanto insensato è applicare categorie morali ai beni prodotti, è il consumatore che decide se bere alcol o leggere poesie. L’unico compito dell’imprenditore, pena la propria sopravvivenza, è di eseguire al meglio le produzioni che raccolgono la maggiore domanda, e che di conseguenza assicurano il massimo profitto. Sbagliare significa minori profitti o anche perdite; egli è l’unico attore sociale, per dirla con Einaudi che: si assume il rischio del prezzo.

 

CITAZIONI

Luigi Einaudi – Il buongoverno – (pag. 205 e 206)

Il rischio delle variazioni non è, si comprende, eliminato da siffatti contratti di assicurazione; è soltanto trasportato su taluni degli appartenenti alla categoria (od aspetto di vita) produttrice e cioè l’imprenditore. Non ignota nell’economie antiche e medievali, la figura dell’imprenditore è tipicamente propria di quell’economia moderna che dal nome di uno dei suoi fattori meno importanti, perché inanimato, fu detta “capitalistica”. L’imprenditore è colui il quale corre il rischio del prezzo. Non nel possedere capitali sta l’essenza del cosiddetto capitalismo. Il dominus dell’economia moderna è l’imprenditore, perché egli solo si attenta ad affrontare il re del mercato, il prezzo. Tutti gli altri si sono squagliati: operai, impiegati, risparmiatori (capitalisti), proprietari. Prima di arrivare sul mercato, hanno preferito all’angolo della piazza vendere a tempo i propri diritti, paghi di stare a vedere. Va innanzi, solo, l’imprenditore, pronto ad affrontare l’umore variabile del temuto sovrano. Naturalmente, se a lui male incoglie, se egli dopo avere acquistato materie prime a prezzo fisso e pagato salari fissi ed interessi pure fissi e perciò avere speso dieci, riesce a spuntare per il bene prodotto solo otto, coloro che si sono posti al sicuro, e guardano dall’angolo della piazza l’esito, lo lasciano nelle peste e filano via senza “banfare”. Ma se egli vende a 12 quel che gli era costato solo 10: “allo sfruttatore, al vampiro, al capitalista”, gridano in coro, saltandogli addosso. Se, di tra cento caduti, cinquanta si salvano e, tra questi, dieci arricchiscono e uno accumula grande fortuna: “al mostro” si vocifera, “al pericolo sociale! Perché costui non consacra tutto il male acquistato bottino a pubblico vantaggio?”. Non di rado, se anche non fortuna sibbene merito e intuito e capacità di previsione, di visione di organizzazione lo assisterono, l’imprenditore riuscito ambisce lasciare grato ricordo di sé con opera vantaggiose all’universale; ma gli duole vedere che nessuno glie ne serberà gratitudine.

Non meraviglia se anche gli imprenditori bramino sottrarsi al rischio del mercato… Perciò gli imprenditori si danno allo scavo di trincee. La prima e più antica trincea e quella doganale. Al riparo di quella, gli imprenditori di un paese possono vendere senza temere che il prezzo ribassi per la concorrenza dei prodotti esteri. La seconda trincea, posta per lo più su linea arretrata rispetto alla prima e di rincalzo ad essa, è l’accordo di tutti o della maggior parte dei produttori del paese. A che gioverebbe la trincea doganale, se dietro di essa i produttori paesani con lotta a coltello rovinassero il mercato? L’idea non è nuova. Gli statuti medievali sono pieni di ordine e grida contro i monopolisti, gli accaparratori, i capi d’arte i quali, in combutta tra loro, rarefacevano la merce sul mercato per alzarne il prezzo a danno del consumatore.

Ludwig von Mises – Socialismo – (pag. 492)

Imprenditori e capitalisti che hanno capitali da investire si dirigono verso quei rami della produzione dai quali essi sperano di ottenere il maggior profitto. Essi tentano di prevedere i bisogni futuri dei consumatori in modo da prevenire a una visione d’insieme della domanda futura. E dato che il capitalismo crea nuove ricchezze per tutti e permette un sempre più completo soddisfacimento dei bisogni, i consumatori si trovano continuamente nella condizione di soddisfare esigenze che precedentemente restavano insoddisfatte. Diventa in tal modo compito specifico dell’imprenditore capitalista scoprire quali bisogni, un tempo insoddisfatti, possono ora venir soddisfatti. E’ questo che la gente ha in mente quando dice che il capitalismo crea bisogni al fine di soddisfarli. La natura delle cose richieste dal consumatore non riguarda l’imprenditore e il capitalista. Questi sono semplicemente servi obbedienti del consumatore e non è loro compito stabilire quali beni debba consumare. Essi gli danno veleni e armi micidiali se egli vuole queste cose. Ma niente è più sbagliato che pensare che i prodotti che servono per uno scopo malvagio o nocivo rendano più di quelli che servono per nobili scopi. Il profitto più alto si ottiene da quei beni che sono oggetto della più urgente domanda. Chi cerca di fare profitto deve pertanto orientarsi verso la produzione di quelle merci per le quali esiste la più alta sproporzione tra la domanda e l’offerta. Ovviamente, una volta che abbia investito il suo capitale, e nel suo interesse che la domanda del suo prodotto cresca. Egli cerca di incrementare le vendite. Ma a lungo andare egli non saprebbe opporsi al mutamento della domanda. Né egli può ottenere molti vantaggi dalla crescita di domanda dei suoi prodotti, giacché in questo caso appariranno imprese concorrenti che porteranno a un livello medio i suoi profitti. L’umanità non beve alcol perché ci sono fabbriche di birra, distillerie e vigneti; gli uomini fabbricano la birra, distillano l’alcol e coltivano l’uva perché c’è richiesta di bevande alcoliche. I “capitalisti dell’alcol” non hanno creato l’abitudine del bere più di quanto non abbiano composto le canzoni delle bettole. I capitalisti che hanno azioni in fabbriche di birra e distillerie avrebbero investito in azioni in case editrici dedite alla pubblicazione di libri di pietà, se ci fosse stata una domanda a sostegno spirituale e non di “spirito”. Non è stato il “capitalista degli armamenti” a creare le guerre; al contrario, sono state le guerre a creare il “capitalismo degli armamenti”.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 290 e 291)

Come ogni uomo in azione, l’imprenditore è sempre uno speculatore. Lui affronta le incerte condizioni del futuro. Il suo successo o fallimento dipende dalle corrette anticipazioni di incerti accadimenti. Se fallirà le sue anticipazioni del futuro lui è rovinato. L’unica risorsa sulla quale l’imprenditore radica il profitto è la sua abilità di meglio anticipare la futura domanda dei consumatori. Se tutti anticipassero correttamente la futura domanda del mercato di alcuni dei beni principali, il loro prezzo e il prezzo dei fattori complementari necessari alla loro produzione sarebbe oggi corretto sulla futura domanda. Nessun profitto o perdita potrebbe emergere intraprendendo questi rami d’affari. La specifica funzione dell’imprenditore consiste nel determinare il diverso impiego dei vari fattori di produzione. L’imprenditore e colui che si dedica a loro con un particolare obiettivo, nel fare ciò è guidato solo dal proprio interesse nel fare profitto e acquisire ricchezza. Ma non può eludere la legge del mercato. Può avere successo solo servendo al meglio il consumatore. Il proprio profitto dipende dal successo accreditato dai consumatori alla sua condotta. Non si deve confondere le perdite e profitti dell’imprenditore con altri fattori di ricavo del medesimo. La particolare abilità tecnologica dell’imprenditore nulla ha a che vedere con le sue perdite o profitti. Nella misura in cui la sua abilità tecnologica contribuisce al guadagno e accresce il suo profitto, viene valutata come compenso per il lavoro reso. E’ salario pagato all’imprenditore per il suo lavoro.

L’imprenditore decide da solo senza l’ausilio dei manager in che settore dell’industria investire e quanto capitale impiegare. Lui determina l’aumento e la riduzione del capitale impiegato e quali sono i più importanti settori d’investimento. Lui determina la struttura finanziaria dell’impresa. Queste sono le decisioni essenziali che sono a fondamento della condotta di ogni investimento, Queste sempre dipendono dall’imprenditore, nelle società per azione come in qualsiasi altro tipo di struttura legale dell’impresa. Ogni assistenza fornita all’imprenditore su queste questioni è sempre di supporto, lui raccoglie le informazioni sulla passata organizzazione dell’impresa da esperti di legge, di statistica, tecnologia, ma la decisione finale concerne un giudizio sul futuro del mercato e ricade per intero sulle sue spalle. Per l’esecuzione del dettaglio del progetto può avvalersi di dirigenti. La funzione sociale delle élite dirigenziali è meno indispensabile nella economia di mercato di quella di altre funzioni apicali quali: i progettisti, i tecnici, gli ingegneri, la ricerca e sviluppo. Nella classe dei dirigenti molti di loro sono dediti alla causa del progresso economico. Dirigenti di successo sono remunerati con alti salari o con parte dei profitti. Molti di loro nel corso della loro carriera diventano imprenditori. Nonostante ciò la funzione del dirigente è distinta da quella dell’imprenditore. E’ un grave errore identificare la classe imprenditoriale con quella dirigenziale, come la popolare contrapposizione tra “direzione” e “lavoro”.

Ludwig von Mises – Epistemological problems of economics – (pag. 87 – 88)

L’economia moderna comunque non inizia dall’azione dell’uomo d’affari, ma da quella del consumatore, vale a dire, dall’azione di ognuno. Da questo punto di vista pertanto – e qui giace il suo soggettivismo in contrapposizione all’oggettivismo dell’economia classica, e allo stesso tempo, l’oggettivismo in contrapposizione alla posizione normativa della vecchia scuola – l’azione dal punto di vista dell’economia individuale non è né corretta né sbagliata. La moderna economia non può occuparsi se qualcuno preferisce cibo sano o robaccia, non si occupa se la sua condotta si ispira a principi etici o corrotti. La correttezza non è una questione di cui si deve occupare l’economia. L’economia deve spiegare la formazione del prezzo sul mercato, che significa: come i prezzi si sono concretamente formati, non come avrebbero dovuto essere. I proibizionisti vedono un grave fallimento dell’uomo nel consumo di bevande alcoliche, a cui loro attribuiscono confusione, debolezza del carattere e immoralità. Ma dal punto di vista della catalattica c’è solo una domanda di alcol, chi deve spiegare il prezzo dell’alcol non si occupa di sapere se è morale o razionale bere brandy. Potrei descrivere che cosa mi emoziona in un dramma, ma come economista devo spiegare la formazione del prezzo di mercato del film, degli attori e dei posti a teatro, non sedermi a giudicare un film. La catalattica non si chiede se è o meno il consumatore onesto, nobile, generoso, saggio, morale patriottico o religioso. Non si occupa del perché agisce ma come agisce. L’economia moderna soggettiva dell’utilità marginale ha scalzato la vecchia teoria della domanda e dell’offerta per l’incapacità dell’economia classica di risolvere il paradosso del valore e i successivi sviluppi conseguenti.

Ludwig von Mises – Politica economica – (pag. 7)

I termini descrittivi utilizzati dalle persone sono spesso fuorvianti. I moderni magnati dell’industria e i grandi uomini d’affari, ad esempio, vengono spesso chiamati “re della cioccolata”, o “re del cotone” o “re delle automobili”. L’utilizzo di una simile terminologia rivela che la gente spesso non fa alcuna distinzione fra i moderni capi d’industria e i re, i baroni e duchi feudali dei tempi lontani. La differenza, in realtà, è enorme, dal momento che il “re del cioccolato” non è affatto un sovrano, bensì un servitore. Costui non governa un territorio conquistato ma, al contrario, è sottoposto alle regole dettate dal mercato e dai consumatori. Il re della cioccolata, il re dell’acciaio, il re delle automobili o qualsiasi altro re dell’industria moderna, dipendono tutti dalle imprese che gestiscono e dai clienti che servono. Tali “re” devono guadagnarsi e mantenersi l’appoggio accordato loro dai propri “sudditi”, i consumatori; perderanno il loro “regno” nel momento in cui non saranno più in grado di offrire ai propri clienti un servizio migliore e più conveniente di quello dei loro concorrenti. Duecento anni fa, prima dell’avvento del capitalismo, la posizione sociale di un uomo era immutabile dall’inizio fino alla fine della sua vita; egli l’ereditava dai suoi avi, e non era soggetta ad alcun cambiamento. Se nasceva povero, rimaneva povero, e se nasceva ricco – signore o duca – conservava il suo ducato con tutte le sue terre per l’intero arco della vita.

Israel M. Kizner – Concorrenza e imprenditorialità – (pag. 91 – 92)

L’imprenditore puro, d’altro canto, agisce utilizzando la sua prontezza a scoprire e sfruttare le situazioni che gli consente di vendere a prezzi alti ciò che ha acquistato a prezzi bassi. I profitti imprenditoriali puri sono la differenza tra le due serie di prezzi. Questi non nascono dallo scambio di qualcosa che l’imprenditore valuta di meno per qualcosa che l’imprenditore valuta di più. Nascono dalla scoperta che vi sono venditori e vi sono acquirenti che pagano di più di quanto i primi chiedono. Scoprire una opportunità di profitto significa scoprire qualcosa che può essere ottenuto per nulla. Non è necessario alcun investimento; ci si scopre con il biglietto da dieci dollari già in mano.

Ludwig von Mises – La mentalità anticapitalista – (all’interno di “Individuo, mercato e stato” pag. 78 – 80)

Il tratto caratteristico del capitalismo moderno è la produzione su larga scala di beni destinati al consumo da parte delle masse. Il risultato è una tendenza verso un continuo miglioramento del tenore medio della vita, un arricchimento progressivo dei più. Il capitalismo deproletarizza “l’uomo comune” e lo eleva al rango di “borghese”. Nel mercato di una società capitalista, l’uomo comune è consumatore sovrano; i suoi acquisti e le sue astinenze determinano ciò che deve essere prodotto, in quale quantità e qualità. Quei negozi o fabbriche che cercano di rispondere esclusivamente o in maniere predominante alla domanda dei cittadini più abbienti, per raffinati beni di lusso, svolgono solo un ruolo subordinato nello scenario dell’economia di mercato. Non raggiungono mai la dimensione della grossa industria. Questa serve sempre – direttamente o indirettamente – le masse. E’ in questa ascesa della moltitudine che consiste il radicale cambiamento sociale provocato dalla “rivoluzione industriale”. Quelle masse dominate che in tutte le precedenti età della storia davano vita a greggi di schiavi e servi, di poveri mendicanti, sono oggi il pubblico acquirente, il cui favore viene sollecitato dagli uomini d’affari. Esse sono i clienti che “hanno sempre ragione”, i sovrani che hanno il potere di fare poveri i fornitori ricchi e ricchi i fornitori poveri. Nel tessuto dell’economia di mercato, quando esso non è sabotato dalla panacea di governi e politici, non vi sono signori e nobiluomini di campagna che tengono sottomesso il popolo; questi non riscuotono tributi o imposte e non banchettano gaiamente sulle spalle di contadini che devono accontentarsi delle briciole. Il sistema basato sul profitto rende prosperi quegli uomini che riescono a soddisfare nel modo migliore possibile e più a buon mercato, i bisogni della gente. La ricchezza può essere acquisita solo servendo i consumatori. I capitalisti perdono allora denaro, non appena mancano di investirlo in quei rami che soddisfano meglio le richieste del pubblico. In un plebiscito ripetuto ogni giorno, in cui ogni soldo dà diritto di voto, i consumatori decidono chi deve possedere e gestire le fabbriche, i negozi e le fattorie. Il controllo dei mezzi materiali di produzione è una funzione sociale, soggetta alla conferma o alla revoca da parte dei consumatori sovrani. Questo è il significato del concetto moderno di libertà. Ogni adulto è libero di modellare la vita secondo i propri piani. Non è costretto a vivere secondo il valore di una autorità programmatrice che imponga il suo unico piano attraverso la polizia, mediante cioè l’apparato sociale di costrizione e coercizione. E quel che limita la libertà dell’individuo non è la violenza o la minaccia di violenza da parte di altri, ma la struttura fisiologica del suo corpo e l’inevitabile scarsità, per natura, dei fattori di produzione. E’ infatti evidente che la libertà di modellare il proprio destino non potrà mai oltrepassare i limiti tracciati dalla cosiddetta legge di natura. Chiarire questi fatti non significa giustificare la libertà dell’individuo mediante l’adozione di un punto di vista assoluto o facendo ricorso a nozioni metafisiche. Non significa inoltre esprimere alcun giudizio sulle dottrine fatte di moda dai sostenitori del totalitarismo di “destra” e di “sinistra”, e non significa ancora occuparsi della loro affermazione secondo cui le masse, essendo troppo stupide e ignoranti per sapere come soddisfa meglio i loro “veri” bisogni, hanno necessità di un tutore, il governo, che ne difenda gli interessi. Né significa infine addentrarsi in un esame della successiva proporzione, che accredita l’esistenza di superuomini, disponibili per lo svolgimento di una simile tutela.

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