ORTEGA Y GASSET E IL LIBERALISMO

Ortega come tanti della sua generazione è un critico radicale del positivismo e del razionalismo, ossia della convinzione di poter trovare la verità, il senso dell’esistenza, nelle scienze positive e nella ragione. Ortega però non è uno scienziato né uno storico del pensiero, è un filosofo, e come ogni “animale della sua specie” scruta il mondo attraverso un proprio filtro, nel gergo filosofico si direbbe una weltanschauung, ed è proprio lì che si deve ricercare il suo originale contributo alla tradizione liberale. Già la sua prima importante opera, “Meditazioni del Chisciotte”, contiene l’intuizione destinata a diventare il lietmotiv di tutta la sua produzione filosofica, cerchiamo di riassumere il punto di vista del filosofo: ognuno in qualsiasi momento della propria vita sente il proprio io, distinto e al contempo indissolubilmente legato alla propria circostanza, l’originale dipanarsi di questo rapporto nel divenire di ogni singola esistenza è per Ortega quello che la filosofia tradizionale ha chiamato essere. Non si tratta di cercarlo l’essere come fa il philos-sophos, l’amico della conoscenza appunto, bensì di crearlo; l’esistenza come vedremo non è uno stare, ma proprio per questo suo compiersi nella vita di ognuno, un dramma. Questa di Ortega rappresenta una consapevole e radicale rottura con la tradizione filosofica risalente fino a Parmenide, il primo a riflettere sul demone del divenire – il cambiamento – e l’ansia che questo incute nella vita di ognuno. Proprio per esorcizzare, per dominare la paura del cambiamento, il grande Eleata per primo teorizza la sussistenza di un essere in sé e per sé incorruttibile a cui ritornare – come il navigante cerca la quiete del porto nel mare in tempesta – mediante la conoscenza. Le Idee di Platone e il Pensiero di Pensiero di Aristotele sono state le architetture più riuscite del presupposto parmenideo; pochi però sanno accedervi, “la natura ama nascondersi” sentenzia Eraclito; per l’uomo comune immerso nel mare della doxa ogni epistéme è preclusala verità incontrovertibile è privilegio del solo filosofo. Questa impostazione nota come realismo antico, anche quando andrà in crisi e l’adaequatio rei et intellectus di Tommaso verrà sentita nel mondo in subbuglio del basso Medio Evo come vuoto formalismo, non perde in alcun modo la fiducia nell’esistenza di un essere immutabile teorizzata dal filosofo di Elea. A mutare sarà solamente il luogo dove cercare l’essere, non nelle cose ma nel pensiero stesso. Il razionalismo moderno riassunto nella formula cartesiana Cogito ergo sum compie questo apparente ribaltamento, paradigma mediante cui Hegel con la sua peculiare dialettica farà risalire l’intero reale nel razionale, per usare la nota formula del filosofo di Tubinga. Il razionalismo è intrinsecamente legato alla mentalità scientifica, la distanza linguistica tra la dialettica hegeliane e le scienze positive è solo formale, queste a ben vedere non sono che la rigida applicazione di quel pensiero; la cosiddetta “natura” oggetto di studio delle scienze positive non è qualcosa di altro da noi; dietro l’affastellarsi dei fenomeni apparentemente irrelati essa cela le sue leggi eterne, scritte in quella lingua matematica di cui parlava Galileo, ossia nel prodotto per eccellenza della ragione. Certo, come ai tempi di Platone, non tutti sanno leggere quelle formule, per farlo anche l’amico della conoscenza ha dovuto rinnovarsi: è diventato scienziato. Tuttavia, rispetto al realismo antico, la conoscenza perseguita dal razionalismo moderno attraverso le scienze positive è diventata più democratica, in particolare attraverso la sua applicazione pratica, la tecnica. La scienza difatti non si limita a contemplare la natura non è più l’intelletto ad adeguarsi alle cose, ma saranno le cose attraverso la tecnica – a cui tutti col nostro lavoro ci dedichiamo – a diventare sempre più simili alla ragione e per questo più rassicuranti e dominabili dall’uomo; si potremmo riassumere: adaequatio rerum intellecto.

L’evoluzione della grande tradizione filosofica occidentale è veramente un unicum nella storia umana, ciò nonostante, proprio per quella sua originaria impostazione intellettualistica si dimostrerà incapace di penetrare il dramma nel senso di continua azione, continuo da fare, vera cifra di ogni esistenza. Contrariamente a quanto afferma la vulgata l’uomo è prima homo agens e poi homo sapiens, non viviamo per pensare ma pensiamo per vivere, il dramma è proprio questo incessante sforzo, che ci accompagna fino all’ultimo respiro, di dare alla vita la nostra personale impronta. Quando il pensiero da mezzo diventa fine com’era accaduto nel realismo antico e come di nuovo si ripresenta vestito nei panni del razionalismo moderno mediante l’impetuoso sviluppo scientifico e tecnologico, quella gabbia magari dorata – oggettivando in categorie intellettuali predefinite ogni fase dell’esistere – impedisce al soggetto una propria elaborazione originale del senso della sua vita, così l’uomo va in crisi. La vita diventa un flusso estraneo all’io a cui però non ci si può sottrarre, ed assume quei caratteri di inautenticità e alienazione descritti da Ortega ne: “La ribellione delle masse”. Non è la prima volta che la filosofia – per sfuggire ai circoli viziosi da lei stessa fabbricati – diventa eretica verso la tradizione, pensiamo ai Sofisti, a Spinoza, a Hume e Nietzsche, nessuno però ha saputo come Ortega arrivare alla radice del problema con la consapevolezza sopra menzionata. Non lasciamoci fuorviare dalla terminologia di Ortega, due sono i punti di frattura con la tradizione: il rapporto unico e originale che lega ogni Io alla sua circostanza, ossia il pieno recupero del carattere diveniente e cangiante della vita su ogni consolatoria quiete ontologica o teologica; infine, la natura esistenziale e quindi singolare di quella relazione che rendono sì l’individuo libero, ma responsabile nell’esperire e ricercare i limiti di quella libertà nel continuo confronto quotidiano con la propria circostanza. Così si esprime Ortega con la sua bella prosa: “Il senso della vita non è altro che accettare ciascuno la propria inesorabile circostanza, nell’accettarla, convertirla nella propria vocazione. L’uomo è l’essere condannato a tradurre la necessità in libertà”.  Per chi scrive quel mettere al centro l’individuo libero e responsabile di definire i propri limiti, rende Ortega affine al moderno liberalismo nel suo sforzo di tracciare “la libertà dei moderni”, direbbe Benjamin Constant, nei limiti dello stato democratico e delle leggi del mercato. Seguiamo però Ortega, la sua impostazione filosofica non è solo in sintonia con il liberalismo, ma proprio per il suo essere filosofo tutto tondo, egli saprà come vedremo anche emendarlo da quell’intellettualismo ereditato dalla tradizione.

Nel rapporto tra l’io e la propria circostanza l’io è gettato nell’esistenza, non ci è dato di scegliere – tutt’al più esistendo, unici tra i viventi, possiamo porre fine alla nostra vita – né ci è dato scegliere la propria circostanza; inoltre, se ci abbandonassimo ad essa facendo affidamento sul nostro apparato istintuale come fanno tutti gli altri esseri viventi ci saremmo già estinti da un pezzo. Questa inadeguatezza dell’essere umano alla vita animale è abbondantemente compensata dalla facoltà più originale della nostra specie, la capacità di pensare. Attenzione però, non è il risultato del nostro pensiero che sta a cuore ad Ortega, ma la capacità di ritirarci dal mondo che ci circonda per prendere coscienza della nostra situazione e trovare la soluzione più pertinente alla nostra singola esistenza. Basta osservare un primato dirà Ortega, l’animale più “simile” a noi, per constatarne al contrario l’incolmabile “differenza” che ci separa dal medesimo. La vita è per lui una continua proiezione attraverso i propri istinti fuori nel mondo, gli occhi sono incessantemente in movimento da una cosa all’altra fino a quando la fatica lo costringe al ritiro, solo allora sopraggiunge il torpore del sonno. Per l’uomo invece gli istinti guidano la parte meno significante dell’esistenza, il nostro stare nel mondo è azione cosciente, vale a dire azione prima riflessa e soppesata nella nostra coscienza poi realizzata e sempre volta a un fine. Non si nasce individui lo si diventa, si tratta però di un lungo apprendistato, “non si impara a volare a volo” direbbe Nietzsche. Ognuno di noi nascendo sente da un lato l’irriducibile originalità della propria esistenza, l’io di Ortega, ma al contempo si trova immerso in un contesto storico e sociale determinato proprio dalle azioni di chi lo ha preceduto, la circostanza, ossia quel complesso di costumi e tradizioni formato dalle azioni del passato opportunamente rimodellate attraverso il perfezionamento dell’abitudine, e tramandate nel tempo grazie al successo riscontrato nel loro utilizzo da chi ci ha preceduto. Questa complessa articolazione dell’agire umano va in crisi proprio per il prevalere di costumi e tradizioni, ossia della preminenza del contesto storico e sociale, sulla primordiale propensione individuale a voler dare un carattere personale alla propria esistenza. Non si tratta di negarne l’importanza o di farne tabula rasa come vorrebbe Rousseau, ma di consentire ad ogni singola vita di conservare quanto di quei costumi e tradizioni permettono un personale punto di vista in rapporto con il proprio tempo, la vita è sempre una faccenda maledettamente individuale. Il ritiro in noi stessi chiamato da Ortega ensimismamiento, l’immedesimazione, non è una fuga ma la costituzione di un luogo dove ognuno, riflettendo sulla propria singolare esperienza, ha la possibilità di elaborare i prodotti più eccellenti ma anche gli errori più terribili, da selezionare attraverso l’esperienza per tentare di risolvere il proprio dramma. La mente slegata per un po’ dalla propria circostanza – attingendo dalla fantasia – è in grado di produrre da quest’unica fonte: tanto la logica che la mitologia, le scienze naturali come la poesia e la musica; ma anche le guerre e le più terribili forme di sopraffazione verso i propri simili, quando questi prodotti intellettuali si affrancano dalle singole esistenze per assumere vita propria come vorrebbe il moderno razionalismo. La storia del Novecento ci ha insegnato che non fu certo la raffinatezza dell’elaborazione intellettuale a mancare ai totalitarismi di tutti i colori, anzi, ieri come oggi quei sistemi continuano a suscitare proprio per quel carattere raziocinante un enorme fascino verso le menti più brillanti.

L’aperta polemica contro ogni forma di intellettualismo fa dell’attenzione alla storia e alla sociologia dell’ultimo Ortega non un tentativo verso una svolta sistematica della sua filosofia – ritenuta proprio perché a-sistemica “incompleta” da una certa critica – al contrario, storia e sociologia si prendono il posto che le spetta nell’agire umano, esse procurano il “materiale” utile ad estendere attraverso il rapporto con l’altro occasioni di libertà individuale. L’Ortega storico però si guarda bene dall’aderire ad ogni filosofia della storia, come hanno fatto tanti suoi predecessori; ed anche l’Ortega sociologo, pur riconoscendo l’autonomia del fatto sociale, rifugge da ogni sociologismo. Senza entrare nei dettagli dell’analisi, è sempre la sua originale impostazione filosofica ad affrancarlo da quegli errori, Ortega non cerca l’uguaglianza, l’identità la sostanza direbbe il filosofo razionalista, nel fatto storico o sociale, certo la nota, ne coglie il valore, ma la subordina alla singola esistenza, sottraendosi per quella via da ogni visione sistemica. L’unica vera propensione all’uguaglianza della nostra specie è proprio questa comune tensione ad essere liberi ognuno a suo modo, spesso maldestramente etichettata come egoismo dal farisaico moralismo di ogni tempo. Il trade off tra queste istanze: la mia libertà e lo stesso diritto riconosciuto in capo all’altro, hanno trovato il loro massimo potenziamento e possibilità di espressione nelle istituzioni liberali per eccellenza: mercato, democrazia e stato di diritto. Ortega è certamente parte di questa tradizione, la sua vita pubblica tra le due guerre mondiali rappresenta una testimonianza inconfutabile in tal senso, ne avverte però anche i limiti e ne prefigura la crisi come dicevamo. Da qui nasce il suo sforzo di coniugare la comune propensione alla libertà con ogni singola esistenza, che è per chi scrive il lascito più importante del suo filosofare al pensiero liberale, nonché il presupposto necessario per emendare il liberalismo dagli stessi tratti intellettualistici imputati al razionalismo. Difatti furono quegli stessi limiti a rendere i leader liberali del tempo completamente impreparati nell’affrontare la crisi degli anni Venti e Trenta, inadeguatezza che si concretizzò nell’incapacità di elaborare una seria opposizione alla mentalità totalitaria prevalente allora in gran parte dell’Europa, causa prima dei regimi totalitari poi sfociati nella Seconda guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra la tradizione liberale, attraverso l’affermazione del cosiddetto modello liberaldemocratico, ha saputo coniugare la libertà del singolo nei termini tratteggiati da Ortega con le grandi istituzioni elaborate dalla nostra storia e dal nostro vivere insieme; così il mercato, la democrazia, le libertà civili garantite dallo stato, sono ritornate almeno per l’Occidente il motore più efficiente per garantire ed espandere la nostra individualità. Tuttavia, la crisi del modello liberaldemocratico di questi anni insegna, nonostante gli auspici di Fukuyama, che “la storia non ha fine”; per questo tornare ad Ortega può non essere un vezzo intellettuale ma quanto mai essenziale. Difatti se quelle stesse istituzioni di nuovo in crisi, ritornano ad essere meccanismi autonomi estranei alle singole vite e al loro bisogno di scegliere liberamente il senso del proprio vivere nei limiti sopra delineati; ora come allora, nel mercato, il consumatore viene sopraffatto dall’egoismo degli oligopoli, la democrazia, anziché preservare le diversità cede alla dittatura della maggioranza, lo stato, posto a tutela delle libertà individuali diventa onnipotente e totalitario; tutti Moloch accomunati da un unico scopo: la soppressione dell’individuo libero.

ENTREPRENEURSHIP

L’Italia e la crisi

Se è vero che il 2008 ha rappresentato uno spartiacque per l’economia mondiale, lo è stato soprattutto per paesi come l’Italia, ancora incapaci di riformare quell’architettura keynesiana delle nostre istituzioni politiche ed economiche adottate in tutto l’Occidente dal secondo dopoguerra sino alla fine della guerra fredda. Mentre allora proprio quel mix di big government e inflazione permisero il controllo del conflitto sociale e furono decisive per la vittoria della battaglia ideologica, con il cambio di scenario prodotto dalla globalizzazione quegli stessi strumenti sono divenuti decisamente obsolescenti. Tra i tanti effetti della grande crisi sul sistema capitalistico italiano, il più dirompente in termini economici è stata la messa in discussione del modello imprenditoriale familiare, largamente diffuso fino a quel momento nel nostro paese. Il sistema industriale italiano da sempre si caratterizza per un numero molto elevato di piccole e medie imprese a conduzione famigliare, mediamente sottocapitalizzate, dove il rischio di impresa è stato sostenuto per decenni da un reticolo di banche locali compiacenti. Grazie agli enormi guadagni fatti sulla pelle dei consumatori spolpati da un sistema creditizio non concorrenziale, quelle banche si sono permesse il lusso di finanziare fino alla crisi a tassi bassi il sistema imprenditoriale senza un’attenta valutazione del rischio. La stessa fonte gli ha consentito di pagare profumatamente il loro personale impiegatizio e dirigenziale, per decenni il mito del posto in banca, ora anch’esso in crisi, ha nutrito i sogni di mamme e fidanzate. Non bisogna infine dimenticare la proprietà di quelle banche, quasi sempre coincideva con gli stessi imprenditori più potenti e i loro accoliti apparecchiati per il banchetto. Tutto questo non esiste più, perché la nostra classe politica abbia negato per anni l’esistenza di un problema banche in Italia, è spiegabile solo attraverso la connivenza della stessa con quel tipo di sistema economico e finanziario andato in tilt con la crisi. Purtroppo i tentativi delle élite di autoriformarsi, e non poteva essere altrimenti nella patria di Pareto e di Mosca, sono tutti falliti. Questo nonostante la diffusa convinzione presso quelle stesse élite di dover passare da una politica consociativa a una politica decidente e trasformare la suddetta architettura keynesiana dello stato: da gestore e limitatore del mercato a creatore e propulsore di cornici giuridiche atte a favorire la diffusione di mercati efficienti e aperti operanti in ogni ambito del nostro vivere civile. Come sempre le crisi assieme ai problemi se affrontati diventano occasioni, oltre che per sanare storture e ingiustizie, anche per costruire un futuro su gambe più solide. Magari la politica in quanto sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo, può anche prendersela comoda e veti incrociati, personalismi, difese castali, avranno ancora per un po’ la meglio; viceversa per l’economia reale già ora il re è nudo, e il problema di costruire imprese finanziate in modo adeguato e solido non è rinviabile.

E le imprese…

Così con l’arrivo della crisi qualcuna ha chiuso (purtroppo circa un quarto del manifatturiero), altre hanno velocemente passato la mano confluendo in grandi gruppi quotati in borsa, qualcuna proverà a quotarsi lei stessa, mentre per quelle medio piccole e per le start up si sta cercando di mettere a punto strumenti finanziari come i PIR (piani individuali di investimento) o i gli equity crowdfunding (il finanziamento di idee imprenditoriali attraverso raccolte di fondi on line). Quel che qui preme evidenziare non sono tanto i tecnicismi delle nuove forme di finanziamento, ma il minimo comune denominatore che le accomuna, la netta separazione tra chi ci mette il capitale e chi fa impresa, superando così la tradizionale e abusata distinzione tra capitale e lavoro e tutte le idiosincrasie classiste che si porta dietro. Nella vita di ognuno tutto ciò è da tempo ben radicato, non solo il possesso di capitale è sempre più anonimo e diffuso, ma l’attenzione è rivolta al solo rendimento dei propri investimenti dove il rapporto con l’asset è decisamente più simile a quello tra consumatore e bene di consumo; mentre dall’altra parte chi produce, gli imprenditori e la variegata schiera di professional, sono impegnati a vario titolo nella catena del valore legando il loro destino alla capacità di creazione della “torta”. Che sia la volta buona per chiudere i conti col Novecento, a torto almeno per l’Italia definito “secolo breve” dallo storico inglese Hobsbawm? E’ il caso di approfondire questa ulteriore divisione del lavoro e della conoscenza già largamente diffusa nei paesi a capitalismo più avanzato e finalmente, speriamo, in arrivo anche da noi. L’impresa pre-crisi era costruita attorno al capitalista imprenditore e le suddette modalità di finanziamento; costui, come un vero dominus, sceglieva i propri dirigenti instaurando con questi un rapporto più di tipo fiduciario che di puntuale verifica dei risultati attraverso il mercato. Non che questi non contassero, ma quella verifica era interamente sulle spalle e orgogliosamente rivendicata dal capitalista imprenditore. Fino a quando la dimensione e la complessità del modello di business hanno permesso di accentrare su una sola figura quel ruolo il sistema ha funzionato egregiamente, la cosiddetta flessibilità del modello italiano derivava proprio da quella semplificazione della catena di comando. Quando però il mercato ha iniziato a chiedere modelli di business per un verso worldwide, e per l’altro formati da pacchetti di componenti tecnologici integrati quale risultato di articolate e variegate storie imprenditoriali, è iniziato un processo di fusione dove per estensione e complessità le nuove imprese sono completamente sfuggite al controllo di una singola figura. Il moderno principe imprenditore è diventato un feudatario costretto a condividere il comando con altri feudatari e le loro rispettive corti, ognuno più occupato a curare quest’ultime e i relativi rapporti di forza interni più che a creare valore per il mercato. La grande crisi ha reso manifesta l’inefficienza di quel modello di business, costringendo il nostro paese ad adottare quello già selezionato per prova ed errore dalle economie più avanzate, e accelerando la creazione di un azionariato diffuso e anonimo in grado con pochi numeri, seguendo il profitto, di premiare chi fa bene immettendo liquidità e di punire i meno capaci togliendone. In questo modo il capitale si stacca dalla gestione passandola completamente in capo a chi crea il valore, mentre il primo ne diventa il controllore e il giudice. Certo i mercati azionari sono manipolabili, bolle, truffe e scorciatoie varie ci saranno sempre; come esisteranno sempre uomini che cercheranno di vivere alle e sulle spalle di altri, ma la natura del capitale ha ormai cambiato segno nella testa di ognuno. Da Moloch a lungo posto come causa di ogni perversione, cliché abusato e ormai stantio di una certa visione aristocratica del mondo; a ricchezza sempre più mobile e plasmabile nelle nostre idee e aspirazioni, tanto se buone e vittoriose quanto se cattive e perdenti.

Dall’entrepreneurship all’azione umana

Di converso l’entrepreneurship acquisisce finalmente la centralità che merita nelle relazioni sociali ad ogni livello. Si tratta in realtà di un ritorno alle origini come ben raccontato da Newton M. Rothbard nella sua monumentale storia del pensiero economico. L’economista americano evidenzia come per la più antica tradizione liberale francese, già a partire da Catillion poi fatta propria dalla scuola austriaca, l’entrepreneurship era il motore del processo economico; centralità per lungo tempo oscurata dal successivo liberalismo anglosassone, a partire da Hume e soprattutto Smith, responsabile dell’annacquamento dell’entrepreneurship nella più larga nozione di capitalista. Ma che cos’è l’entrepreneurship? A prima vista sembrerebbe la capacità in capo a poche persone di cogliere la necessità di un prodotto o servizio, e di mettere insieme mezzi e risorse tali per produrlo a un costo inferiore al prezzo di vendita, dove l’altezza di quel differenziale è direttamente proporzionale alla necessità di quel prodotto o servizio. Il successo, il profitto, non sono lo sterco del diavolo ma il faro che guida in modo non intenzionale quelle persone a fare, seguendo il proprio tornaconto, l’interesse collettivo. A ben vedere però questo processo – ed qui la chiave dello straordinario progresso materiale realizzato dall’economia di mercato – è il risultato finale e più eminente di un carattere ormai sempre più imperante nell’agire di ognuno. Certo nasciamo tutti con un patrimonio genetico ereditario fatto di qualità e mancanze, come siamo il frutto di un patrimonio famigliare magari esteso o pressoché inesistente, ma quelli sono i punti di partenza. Sussunto quei dati, ognuno di noi passa il resto della vita a sperimentare, rimescolare, lavorare incessantemente per migliorare quella condizione di partenza. Il famoso “right to the pursuit of Happiness” scritto nella dichiarazione d’indipendenza americana si esprime proprio in quel processo senza fine. Laddove “la felicità” non è attribuibile a un risultato quantitativo, ma al grado di libertà con cui perseguiamo attraverso le nostre azioni l’idea spesso mutevole che ci facciamo di noi stessi. E questo sentirci un po’ tutti “classe media” contenitore con al suo interno storie e condizioni agli antipodi, definita dai detrattori “società liquida”, è il vero emblema e tratto definente della modernità. Ben diversa era la condizione precedente, tanto l’aristocrazia quanto il clero ma anche la stragrande maggioranza sottomessa ai primi, percepiva sé stessa la propria condizione come un dato non mutabile; il fato, il destino, la volontà di dio o un disegno superiore, erano le diverse versioni con cui ognuno faceva propria quella condizione, chi osava metterla in discussione veniva semplicemente eliminato, si chiamasse Socrate, Spartaco, o Savonarola. Potremmo quindi definire l’entrepreneurship in senso lato come: la creazione di valori sempre contenibili attraverso il continuo mutamento; dove quel che viene giudicato di maggior valore o “migliore”, non è il prodotto di una gerarchia prestabilita o di un’autovalutazione, bensì un miglioramento certificato dal mercato. Il nuovo modo di fare impresa, di finanziarle, e le istituzioni che cresceranno con loro non saranno quindi un destino, ma il risultato, vedremo quanto soddisfacente, della transizione in capo ad ognuno, chiamato a farsi carico della propria condizione, sotto la guida di quelli che L. von Mises chiamava i caratteri a priori dell’azione umana. Da un’esistenza scandita da valori gerarchici, collettivi, ereditati, alla costruzione – attraverso il miglioramento dato dal costante confronto / competizione col prossimo – della propria autonoma e individuale gerarchia di valori espressione del nostro percorso esistenziale.

Riprendiamoci in nostro destino 

Nella nuova impresa ognuno vedrà crescere o meno le proprie chance nella misura in cui saranno necessari investimenti e formazione per produrre il bene richiesto dal consumatore, l’articolo 18 sparirà non perché sono mutati i rapporti di forza, come direbbero i teorici del secolo scorso, ma perché rimanere attaccati ad un’impresa incapace di creare un valore certificato dal successo nel mercato danneggia in primis tutti i partecipanti a quell’impresa, del resto quegli stessi lavoratori – assunto il vestito comune di consumatori – sono parte di quel giudizio. Vale la pena sottolineare la portata del mutamento, quel che sta avvenendo tra quei due lavoratori è una rivoluzione antropologica e morale, per tanti ha significato vedere la propria esistenza spezzata tra un prima e un dopo, non meravigliamoci delle difficoltà, dei conflitti, sarebbe assurdo se accadesse il contrario. Di fronte a certe sfide, quando la perseveranza sembra affievolirsi, può essere d’aiuto il ricordo della propria storia. Certo l’Italia è stata anche un impero decrepito, un’estensione geografica di signorie corrotte, finanche uno stato corporativo e aggressivo, ma anche il paradigma della Repubblica nella Roma antica, e dei Comuni poi culla del Rinascimento e delle arti e dei commerci, nonché del Risorgimento liberale su cui è nata la nostra patria. Per chi ha un patrimonio genetico, morale e materiale di tal fatta, basterebbe ponderarlo soppesando torti e meriti per ritrovare coraggio, motivazioni, e perché no l’orgoglio capace di indicarci la giusta direzione.

POSTSCRIPTUM: Caro Matteo…

Caro Matteo, faccio parte di quel 40% di cittadini italiani che un anno fa, votando sì al referendum, pensava di dare l’avvio a un percorso di riscossa del nostro paese atteso da almeno 30 anni. In quella riforma della Costituzione, giustamente accoppiata alla legge elettorale, non c’era nulla di alchemico, semplicemente permetteva ai cittadini di scegliersi una forza politica omogenea a cui affidare il potere di governare, assumendosene quindi la responsabilità, anche attraverso l’esercizio di un secondo voto a sottolineare il rafforzamento del potere democratico di scelta; consegnava infine ai governanti strumenti istituzionali adatti al pieno esercizio di quel potere, rendendoli finalmente responsabili – e quindi finalmente giudicabili da parte del corpo elettorale alle successive elezioni – del loro operato. Era questa reciproca assunzione di responsabilità garanzia di buona politica? Certo che no, come si diceva avvia un percorso, avrebbe permesso, alla buon’ora, anche alla politica di adottare la regola aurea di ogni esperienza umana: imparare dai propri errori (trial and error). Era forse la miglior riforma possibile? Ovviamente no, era però incomparabilmente meglio della politica espressa negli ultimi vent’anni dalla cosiddetta “seconda repubblica”, e del futuro che ci attende dopo le prossime elezioni e il riassetto del quadro politico prodotto dal cosiddetto “rosatellum”; a tal proposito a dimostrazione dello stato di smarrimento, voler dare a questa pessima legge elettorale il nome di un dirigente del PD, da la misura di quanto sia capace la folle miscela di masochismo e narcisismo. Vorrei inoltre fugare ogni ambiguità, non abbiamo perso perché hai fatto una pessima campagna elettorale, certo sarebbe stato meglio lasciare a chi ha votato no la responsabilità di personalizzarla, ma questo sarebbe accaduto in ogni modo. L'”argumentum ad hominem” è il vero comune denominare degli ultimi venticinque anni di politica italiana, si aggiunga il contesto, un referendum, e la tua forte personalità, e si capisce che non poteva andare altrimenti. Fin qui il passato, ma veniamo all’oggi. Dopo la sconfitta non ho condiviso la tua idea di continuare la battaglia per il cambiamento all’interno del PD, avrei preferito che tu accogliessi il suggerimento di Galli della Loggia di uscirne e intestarti quel 40 % – del resto non apparteneva al PD, visto che la maggiore opposizione alla riforma è venuta proprio dall’interno – per fondare un nuovo soggetto politico capace di rafforzare quella proposta e tentare di portare il 40% al 51%. In un primo momento ho anche pensato di non rinnovare la tessera, ma poi mi sono detto, vediamo, magari la sua scelta è quella giusta, lui è il leader perché non dargli fiducia, così l’ho rinnovata. Ora però è passato un anno e, come sarebbe sempre bene fare in ogni scelta nella vita, è il momento del bilancio. Qual è il quadro politico che ci si prospetta dinanzi, dopo le tue dimissioni, un altro anno di governo PD e alla vigilia delle elezioni? Berlusconi più forte che mai, (attenzione Berlusconi non un suo delfino, non il berlusconismo, sempre quello classe 1936, alla quarta o quinta discesa in campo), unico vero “argine” per dirla con il nostro, ai Cinque Stelle e alla loro demagogia senza fine; un po’ come se nella Roma bruciante si fosse dato il comando dei vigili del fuoco a Nerone. E il PD, che fine ha fatto, ebbene udite udite: sotto la suggestione di un Veltroni che, tra una presentazione di un libro e quella di un film, evoca niente meno che gli “anni Trenta”, mette in campo un Fassino nei panni dello “scherpa” (si racconta, pensate un po’, di una lunga telefonata con D’Alema per preparare il terreno), con la benedizione di Prodi e tuo stesso che ammicchi, alla disperata ricerca di “una sintesi tra le varie anime” per salvare il salvabile. Ma cos’è “scherzi a parte”, o le più intellettualmente raffinate, trattandosi di sinistra, candid camera di Nanni Loy, o addirittura il Truman show? Il vecchio Marx di previsioni non ne ha mai azzeccata una, tranne questa: “nella storia le tragedie ritornano sempre nelle vesti di farsa”. Fermiamoci un attimo e respiriamo, dieci anni fa io e te (si fa per dire) con alle spalle storie diverse abbiamo insieme fondato il PD, il quale, con la sua “vocazione maggioritaria”, al di là delle suggestioni verbali, significava proprio lasciarci alle spalle quella palude che aveva caratterizzato il decennio 1996 – 2006, ed ora, come in un “gioco dell’oca” senza fine, siamo di nuovo da capo! Hai forse cambiato idea? Nulla di male, anch’io l’ho fatto diverse volte, quando mi è successo però, l’ho prima testimoniato e poi ho pagato il fio della mia scelta, non ho ragione di pensare che tu sia da meno, anzi ubi maior… Certo in politica il “ma anche” è un intercalare necessario, fino a quando però non lede il “principio di non contraddizione” a quel punto la politica si avvicina pericolosamente alla psichiatria, sono certo non sia il tuo orizzonte e aspetto fiducioso; per quel che mi riguarda il nuovo PD è perfettamente legittimo ma non è nelle mie corde, io mi fermo qui.

THE RIGHT TO THE PURSUIT OF HAPPINESS

Qualche tempo fa in una nota trasmissione televisiva Walter Veltroni invitato a presentare il suo nuovo film, una classica storia di riscatto, memore del suo passato di leader politico si è lasciato andare alla seguente dichiarazione: la sinistra non può limitarsi ad amministrare deve farsi carico della felicità delle persone, del loro diritto alla felicità come recita la costituzione americana. Certo, se esistesse il diritto alla felicità lo stato non potrebbe che farsene carico, per fortuna la costituzione americana parla del diritto alla “ricerca” della felicità, che per questo rimane una faccenda terribilmente privata. Purtroppo non si è trattata di una semplice citazione sbagliata, ma della vecchia e pur sempre verde idea dello stato “pastore”, così diffusa e popolare nel nostro paese, tanto da non sorprendere neanche se a farla propria sia uno dei pochi leader della sinistra a cui più di tutti va riconosciuto la capacità di averla modernizzata. Vale pertanto la pena di provare a capire i pregiudizi su cui si è radicata nel tempo una convinzione tanto sentita, per chi scrive la mancata correzione di quei pregiudizi rischia di trasformare la cosiddetta seconda repubblica nella dissoluzione della repubblica. Eppure la totale sfiducia verso i servizi affidati al nostro stato extra large è ormai così comune dalle alpi all’Etna, che a fare notizia, un po’ come l’uomo che morde il cane, è lo stato che funziona non il contrario. Allo stesso tempo e nonostante ciò, non si spiega perché mentre nei paesi anglosassoni si chiamano public company e public school le grandi multinazionali e le scuole private, da noi quell’aggettivo “public” appiccicato a iniziative non statali suona all’orecchio come un sacrilegio. Sulla stessa falsariga proposte quali: l’opting out nella sanità, la crescita della previdenza privata a discapito di quella statale, vengono vissute come una “lesione dei diritti fondamentali”. Proviamo a capire qual è la radice culturale di questo cortocircuito. Partiamo da una considerazione finanche banale, ma che troppo spesso viene manipolata a dovere tanto a destra quanto a sinistra. La possibilità di accedere ad un numero straordinario di beni materiali in modo così cospicuo e diffuso è stata resa possibile solo con l’avvento dell’economia di mercato, come altrettanto recente è la stessa idea di diritti individuali universali, e in fine, non meno attuale è la visione democratica del nostro vivere civile, dove ognuno è chiamato a concorre alle decisioni su quanto concordiamo di mettere in comune. La cultura liberale ha ormai anche definitivamente dimostrato come la direzione e lo sviluppo di quelle tre dimensioni: economico, giuridico e politico, che caratterizzano la moderna cultura occidentale, siano tra loro non solo intrinsecamente legate ma anche animate dal quel desiderio di libertà, pungolo profondo e costante di ogni azione umana. Certo la ricchezza, il diritto, la partecipazione alla politica, non nascono con la modernità, a renderli tali è l’accesso potenziale concesso a tutti di quei benefici, la cosiddetta universalità dei diritti a prescindere da vincoli di nascita, di censo, di razza, di classe. Non possiamo certamente negare che anche il nostro paese abbia avuto un suo onorevole percorso nello sviluppare quei tre caratteri che abbiamo posto alla base della moderna civiltà occidentale, e allora perché quel cortocircuito? Perché mercato, diritto e democrazia, sono da noi sentiti più come sinonimi di forza, scaltrezza e furbizia, anziché di merito, eguaglianza e giustizia? La mia opinione è che il presupposto tanto del mercato, quanto del diritto inteso come governo della legge, che della democrazia, sono il frutto di una rivoluzione morale, che per ragioni storiche e ritardi culturali, rimane nel nostro paese tuttora in gran parte disattesa. Proviamo a capire meglio cosa noi moderni intendiamo per morale. Come per la libertà, parafrasando Benjamin Constant, esiste una morale degli “antichi”, dove l’azione umana era più o meno morale nella misura in cui si conformava al costume, alla legge, nel senso di “tavola delle leggi”, eteronoma al soggetto agente. La responsabilità individuale si misurava in gradi di avvicinamento del proprio agire a quel modello, a tal fine incentivata da un sistema di premi e di punizioni allestito dalla comunità, tanto da fare assumere alla morale una dimensione preminentemente pubblica. Viceversa, nella società moderna quella dimensione della morale si affievolisce, viene meno gran parte della sua autorità, innanzitutto perché affiancata da tante morali eteronome provenienti da diverse culture, perde la sua unicità; poi perché quei concetti di razza, nazione e classe, che definivano e permeavano i giudizi morali, contaminandosi, riducono gran parte del loro vigore. Ed proprio questo melting pot in apparenza, ma solo in apparenza caotico, a costituire il terreno privilegiato della morale “moderna”, individuale. In termini sociologici ognuno spinto dal proprio interesse, ma sottoposto al costante confronto con l’altro, elabora continuamente proprie autonome scale di valori, le quali crescono, si diversificano e si personalizzano, nella misura in cui espandono proprio quei caratteri che abbiamo posto a base per eccellenza della modernità: mercato, diritto e democrazia. Mentre in termini psicologici a cambiare è il nostro rapporto col tempo, sempre meno legato al susseguirsi di stagioni e ruoli predefiniti. Viceversa, l’uomo moderno sente il tempo come una dinamica relazione tra la coscienza di sé e il mondo, dove la cosiddetta soggettività è oggetto del costante lavoro di modifica e perfezionamento da parte dell’azione umana, volta a rendere la propria condizione non più un dato ereditato, bensì il risultato di quell’azione. Quella che il linguaggio fenomenologico chiama autoconoscenza, ossia la coscienza della relazione tra il proprio sé e il mondo, non è un tratto peculiare della modernità, ciò che cambia è la direzione del processo di autocoscienza, noi non comprenderemo mai il legame che unisce un antico ateniese alla sua Polis, così come a quest’ultimo risulterebbe inspiegabile il nostro agire prima come individui e poi come cittadini delle nostre democrazie. Lo stesso processo per un verso di individualizzazione e per l’altro di astrazione avviene tanto per il mercato quanto per il diritto. Agiamo sì come individui, ma attraverso un reticolo sempre più astratto di convenzioni e linguaggi che ci legano l’uno all’altro. Ogni azione prima di essere rivolta verso l’esterno contiene un progetto, magari partito con una rinuncia verso un bene immediato, che si sviluppa mediante: intraprendenza, perseveranza, valutazione dei risultati. A cambiare è anche lo stesso concetto di libertà, sentita tale nella misura in cui il soggetto l’avverte come responsabilità verso quel progetto liberamente scelto, ribaltando così il vecchio paradigma della morale eteronoma, che sentiva la libertà come libertà da ogni vincolo con l’oggetto “mondo”. Fin qui siamo però ancora nell’ambito dei presupposti per una morale autonoma, questa diventa effettiva quando l’uomo scopre mediante l’esperienza, che l’affrancamento (sempre parziale) dalla rigida necessità che regola il mondo naturale, passa solo attraverso lo sviluppo del suddetto complesso di relazioni col prossimo. Non si tratta di “donarsi” al prossimo come vorrebbe la morale cattolica, ma di trovare un compromesso col prossimo; grazie a cui il mio bene da ethos individuale diventa bene comune, pertanto morale. Questa costante sensazione di trade off, scambio ma anche compromesso, quando competiamo sul mercato (si vince e si perde), quando ci appelliamo alla legge (fonte di diritti ma anche di doveri), quando esercitiamo il voto democratico (si può essere in maggioranza ma anche minoranza), è il prezzo non comprimibile per la nostra autonomia morale. In quest’ambito nasce quel sentimento fugace ed estremamente individuale con cui eravamo partiti chiamato felicità, e diventa tale proprio perché non esprime un risultato oggettivamente misurabile della propria azione nel mondo, ma il grado sempre parziale e soggettivo di adeguatezza dei mezzi messi in campo, per raggiungere il fine preposto in quanto soggetto agente. Si spiega così perché la felicità raggiunta da un individuo particolarmente dotato nella sua professione, esercitata magari in un ambiente estremante favorevole, è infinitamente più basso se confrontata con la felicità, magari per un risultato inferiore in termini professionali, ottenuta nel medesimo ambito da un self made man. La giustizia non sta nel parificare i punti di partenza, obiettivo che storicamente ha sempre prodotto un livellamento verso il basso, bensì nel rendere possibile ad ogni singolo di esprimere al meglio la propria originale individualità, affinché risulti effettiva, concreta, quella “pursuit of happiness”, questa sì uguale in ogni individuo. E’ proprio questo sentimento di eguaglianza, che rifugge ogni egualitarismo, ad avere animato lo straordinario sforzo della nostra civiltà verso ogni diversità, vera radice della nostra ricchezza materiale e spirituale. Mi piace ricordare come esempio in tal senso, la formidabile edizione delle para-olimpiadi inglesi di qualche anno fa, il cui successo dovrebbe fare arrossire i tanti critici engagé del nostro modello di società. Che cos’è quindi la felicità per l’individuo? E’ la libera scelta di attività volte a perseguire fini di miglioramento, o perlomeno sentiti come tali, della propria condizione; il quantum di felicità raggiunta varia proprio dalla differenza tra le condizioni di partenza e i risultati raggiunti, il sentimento di responsabilità e il mercato, ben più dell’uguaglianza dei punti di partenza e della giustizia sociale, risultano decisivi per lo sviluppo dell’individuo libero e felice. Purtroppo, questi sentimenti di autonomia e responsabilità verso la propria condizione, il proprio destino, difettano al nostro paese. Pensiamo ai grandi avvenimenti che si sono susseguiti nella nostra storia patria, il Rinascimento, il Risorgimento, la Resistenza, pur conseguendo risultati straordinari rimangono espressione di una élite, che non solo si è sentita tale, ma ha assunto anche forma teoretica. Non è un caso se proprio nel nostro paese e in quei periodi vengono teorizzate e pubblicate opera quali: “Il Principe” del Machiavelli, le grandi teoria sull’élite di Mosca e Pareto e elaborato il concetto di “egemonia culturale” da Gramsci; tutte accomunate dallo stesso schema, al popolo serve un buon pastore. E magari in un primo momento quel “buon pastore” lo si era effettivamente trovato, e da lì i successi di quegli avvenimenti storici giustamente sempre ricordati, poi però anche i pastori migliori “tengono famiglia”, e con gli “eredi” inevitabilmente iniziano i guai. Come se ne esce? Nonostante i limiti di quell’esperienza credo che il primo governo Prodi, dove proprio Veltroni fu tra i protagonisti, possa tuttora essere un buon modello. Non certo per le coalizioni allargate, che furono tanto per il primo come per il secondo governo Prodi la loro tomba. Ma per la messa al centro dell’azione politica di un’idea forte su cui, senza promettere prebende, ma chiedendo al contrario un giusto contributo ad ogni cittadino, si persegua un comune obiettivo. Potrà anche apparire paradossale, ma sono convinto, vuoi per demografia, vuoi per senso di responsabilità che ognuno sente verso la propria famiglia, che sia proprio il pagamento di quel debito monstre, grazie a cui abbiamo ipotecato il futuro di un paio di generazioni, a poter diventare scopo condiviso intorno a cui riunire il paese. Pagandolo ovviamente, non certo con la svalutazione come vorrebbero i demagoghi di ogni risma, la quale significherebbe farlo pagare ai creditori, ossia a chi in questi anni ha gestito in modo oculato le proprie attività. Non solo la svalutazione sarebbe ingiusta, ma non risolverebbe i difetti che stanno alla base di quel debito, i quali viceversa, passando attraverso la correzione degli elementi di spesa che lo hanno creato, diventerebbero domani le virtù su cui ricostruire su basi sane uno stato efficiente. Magari sarà un luogo comune abusato, ma non bisogna mai dimenticare che gli errori, i fallimenti, se in un primo momento sono fonti di inevitabili ansie e scoramenti, poi, dopo aver fatto un bel respiro, diventano sempre miniere inesauribili di occasioni. Infine, esiste quindi un sentimento di felicità per così dire collettiva? Io dico di sì, ed è il frutto più maturo e ubertoso di una democrazia ben funzionate. Una democrazia capace di fornire ai cittadini strumenti corretti per scegliere e poi giudicare una classe dirigente, che a sua volta ha diritto ad avere strumenti efficienti atti a raggiungere i fini per i quali è stata eletta. Una democrazia però fondata sul rispetto della minoranza, a cui vada inibita ogni tentazione di trasformare lo stato per fini elettorali, mascherati da sempre di buone intenzioni come ogni via che conduce all’inferno.

TU NE CEDE MALIS SED CONTRA AUDENTIOR ITO

Non lasciarti opprimere dalle calamità, ma va loro incontro con coraggio”, questo l’aforisma tratto dall’Eneide scelto da L. von Mises quale guida morale della sua formidabile parabola intellettuale. E per chi ha saputo come Mises, superare le follie inflazionistiche degli anni Venti che portarono ai totalitarismi e alla Seconda guerra mondiale, e le non meno pericolose smanie stataliste che caratterizzarono il secondo dopo guerra, senza cedere di un millimetro alle mode del tempo, non si è trattato certo di vuota retorica. Pur tuttavia senza alcuna pretesa di imitazione, quel motto, nei tempi cupi che ci ha preparato la cucina politica del 2016, può esserci di nuovo utile. Innanzitutto per non farsi travolgere dalla smania sovranista, seppur declinata in tutte le sfumature dell’intero arco costituzionale nostrano, ormai al centro dell’agenda politica italiana; sirena che sorprendentemente con altrettanto vigore, fa proseliti anche nei due paesi che per quasi tre secoli hanno rappresentato un’ancora e uno sprone ai valori del libero mercato e della democrazia: Stati Uniti e Regno Unito. Certo la retorica neo-imperiale di Trump sembra avere ben poco da spartire con la difesa dello stato sociale, che meglio sarebbe chiamare status quo, eterno cavallo di battaglia della sinistra nostrana. In verità la contraddizione è solo apparente, entrambe sono unite da una comune convinzione: l’illusione della superiorità morale dello stato – ovviamente dello stato da loro presieduto in conformità con le loro ideologie – contrapposta al presunto cinismo che la vecchia vulgata attribuisce da sempre e comunque al mercato. Ed è qui che bisogna “andare incontro al male con coraggio”, sfidando anche gli onesti contributi dei tanti difensori del mercato e della democrazia, convinti che basti metterne in evidenza la maggiore efficienza del primo nel produrre merci e la mitezza della seconda nel gestire il potere, per difenderli dal vecchio statalismo nella nuova versione sovranista. Non concentriamoci sui troppi mestieranti che di questi tempi approfittano della paura dei più, di fronte ad una crisi che ci trova un po’ tutti disarmati, andiamo alla radice del problema; perché quei movimenti populisti tutti accomunati dal suddetto sovranismo riscuotono tanto successo? Perché lo stato, ovviamente lo stato diretto da loro – tanto da giustificare una lotta per la presa del potere senza esclusione di colpi – diventa colui che dice per tutti attraverso la legge ciò che è bene e ciò che è male. Settant’anni di pace ci hanno fatto dimenticare quanto ogni nostra azione nella polis contenga prima di tutto una scelta morale, magari non siamo stati noi ad averla compiuta, magari l’abbiamo adottata senza alcuna consapevolezza, ma quando come ora l’architettura del nostro stare insieme viene messa in discussione, ognuno è chiamato di nuovo a dire ciò che ritiene essere bene e ciò che ritiene essere male. Nell’idea che sia lo stato a doverci dire ciò, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, è a ben vedere una vecchia ricetta, magari confezionate in modo accattivante, che ci riporta all’origine della civiltà moderna. L’economia di mercato e la democrazia nascono proprio da una reazione morale allo stato assolutista allora tutt’uno con un clero non meno invasivo; certo anche nel mercato e in democrazia ci sono leggi, ma queste si limitano a segnare il campo da gioco, dove ognuno deve continuamente fare i conti con i desideri e le preferenze altrui per perseguire le proprie. La modernità nasce proprio col passaggio da una morale assoluta e eteronoma, dove vorrebbero semplicisticamente riportarci i sovranisti, a una morale quale risultato delle autonome e sempre provvisorie scelte individuali; da uno stato dispotico e invasivo, ad uno stato garante della sicurezza di tutti e dell’uguaglianza davanti alla legge, che lascia ai cittadini la libertà e la responsabilità delle proprie scelte individuali. Il confronto, il compromesso, a cui siamo continuamente sottoposti nella nostra società aperta non sono un cedimento ai valori altrui, né queste scelte hanno un minore spessore morale, anzi proprio il confronto con l’altro le arricchisce e ne approfondisce il contenuto. Il pluralismo, valore cardine del nostro modello, ci costringe a rivedere e declinare le nostre scelte tenendo conto di tutte le sfumature, l’unica tinta forte che dobbiamo preservare è l’intolleranza verso gli intolleranti. Tuttavia, se democrazia e economia di mercato rappresentano in primis un salto morale e poi un incremento di benessere, perché allora oggi in tanti ritornano a sognare un mondo chiuso e arcaico? Perché l’uomo forte dalle risposte semplici e univoche, dopo le immani tragedie del Novecento, ritorna ad affascinare le masse? A mio giudizio il punto nevralgico – come già accadde più di cento anni fa con la Prima guerra mondiale che chiuse il secolo felice iniziato col congresso di Vienna – sta nello sfasamento tra istituzioni economiche e istituzioni politiche. Mentre le prime attraverso la globalizzazione hanno acquistato una capacità di creare ricchezza e benessere senza precedenti, le istituzioni politiche sono sempre meno capaci di regolare e governare quei mutamenti. Così il cambiamento, come sempre è accaduto dai tempi di Platone – che fu il primo a volerlo fermare con un sistema totalitario – anziché luogo di occasioni e di opportunità diventa sinonimo di paura e insicurezza. Ci sono tre punti particolarmente nevralgici dove questa contraddizione tra economia e politica risulta più marcata, i quali per essere affrontati richiedono per un verso ferma adesione ai principi della libertà economica, e per l’altro quell’intelligenza politica, quell’arte del giusto mezzo, senza cui ogni legge diventa dogmatica. Che le nanotecnologie, l’intelligenza artificiale o le biotecnologie, siano sinonimo di formidabile crescita di ricchezza è fuor di discussione, così come queste rappresentano altrettanti sconvolgimenti nella vita lavorativa di milioni di lavoratori. Che il commercio globale produca un’enorme divisione del lavoro come voleva Ricardo e un altrettanto enorme divisione della conoscenza per dirla con Von Hayek, su cui come previdero i due economisti, è cresciuta la pace e il benessere degli ultimi settant’anni e innegabile. Com’è altrettanto evidente essere quello stesso commercio alla base dei non meno sconvolgenti flussi migratori. Infine, che il mercato finanziario mondiale sia il volano imprescindibile dello sviluppo economico è fuor di discussione. Così come quello stesso mercato finanziario – attraverso forme di aggiotaggio che sfruttano bolle basate sull’asimmetria informativa per un verso, e paradisi fiscali mediante la creazione di scatole cinesi per l’altro – è diventato lo strumento su cui crescono enormi e ingiustificati trasferimenti di ricchezza a vantaggio di pochi a discapito dei più, è un dato altrettanto fuori discussione. Qui sta la contraddizione, mentre l’economia fa il suo mestiere aumentando la ricchezza applicando al meglio l’intelligenza umana al cambiamento materiale, la politica non riesce a trovare le forme per ridurre al minimo i disagi insiti in ogni cambiamento, senza compromettere la creazione di maggiore ricchezza. E’ forse nell’agenda della politica nostrana la creazione di vere politiche di workfare che accompagnino il lavoratore attraverso la formazione da una mansione all’altra in sicurezza? Certo che no, ci si attarda in sterili difese di un posto fisso che non esiste più, ormai garantito solo da un enorme apparato statale la cui fornitura di servizi quali: scuola, sanità, previdenza e servizi locali, meritoriamente sviluppati durante lo scorso secolo, oggi inopportunamente lasciati fuori dal mercato, sono diventati fonte di enorme corruzione, ricatto e inefficienza. Forse che l’Europa o l’Onu, hanno sviluppato in questi anni qualche strategia comprensibile di difesa e di sicurezza salvaguardando la mobilità e la libertà individuale? Nella migliore delle ipotesi quelle istituzioni sono diventate il luogo dove si difendono gli interessi nazionali, nella peggiore una burocrazia privilegiata e autoreferenziale. E il mercato finanziario, così importante per il nostro mondo globalizzato, che parte ha nella discussione politica? Si oscilla tra chi lo difende come una torre d’avorio per addetti ai lavori, e chi vorrebbe introdurlo nell’agenda politica solo per distruggerlo. Non bisogna cedere al male ma c’è di che preoccuparsi! Eppure i padri fondatori nel motto ” No taxation without rappresentation” avevano ben riassunto come deve organizzarsi la politica per governare l’economia. La rappresentanza deve crescere intorno all’interesse che ci unisce e ci accomuna e non come oggi al fine di porci l’un contro l’altro armati, mentre le tasse servono a sviluppare azioni volte a rafforzare e consolidare quel comune interesse, e non per piegarlo al privilegio di pochi né per farlo seccare con manie redistributive. In politica però non vi sono leggi o teoremi, è inutile sperare in formule miracolose, o in uomini della provvidenza; la politica, come la morale deve nascere da uno sforzo comune. Di nuovo L. Von Mises, il grande teorico del liberalismo, anche per questo può esserci d’esempio. Mises non è stato solo un formidabile scienziato, è stato anche l’insegnante prolifico capace di far crescere un paio di generazioni di eredi con i suoi privaten seminar che conduceva non ex cathedra ma come primus inter pares, come solo i grandi maestri sanno fare. Mises è stato anche un uomo politico, come ministro delle finanze del governo austriaco, pur sapendo di perdere, ha ritardato per quanto ha potuto la grande inflazione degli anni Venti. Mises è stato anche un cittadino attento alla politica del suo tempo, come dimostra il carteggio con il ministro dell’economia tedesco Ludwig Erhard, incoraggiandolo a trovare i giusti compromessi politici; piegando nel caso le idee economiche alle necessità politiche del tempo, pur di far risorgere la Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Insomma Mises si è sporcato le mani con la realtà, non si è chiuso nelle sue teorie, cosciente che questa contenga sempre più cose di ogni filosofia. In Mises quindi non solo possiamo trovare la teoria giusta per comprendere l’economia, ma anche la spinta morale necessaria, nei mala tempora in cui ci tocca vivere, a non ridurre quella scienza in secca verità autosufficiente e autoconsolatoria. Così Mises ha ben riassunto nella sua Autobiografia di un liberale, quel sentimento: “Ho sempre tracciato una linea divisoria rigorosa tra la mia attività scientifica e la mia attività politica. Nella scienza i compromessi sono tradimenti della verità. In politica sono inevitabili, perché spesso un risultato lo si può ottenere solo conciliando idee contrastanti. La scienza è l’opera del singolo individuo, mai il frutto della collaborazione di più persone. La politica invece è sempre cooperazione di una pluralità di soggetti, e perciò spesso dev’essere compromesso”.

GAME OVER

 

E’ inutile girarci attorno con la sconfitta del sì al referendum del 4 dicembre si chiude un ciclo politico, l’accozzaglia di politicanti, di informazione faziosa, di interessi diffusi (vedi “La fabbrica del dissenso“) ha vinto; eppure il 41% non è una percentuale irrilevante. Val la pena di chiedersi perché Renzi, anziché prenderne la testa e cercare di portarlo al 51%, è tornato a gestire i caminetti del PD? Se si ha la pazienza di filtrare le vicende politiche dagli inevitabili interessi di cui ognuno è suo malgrado portatore, come sempre sono le idee nel bene e nel male a tirare le danze della storia. Per istinto Renzi predilige istituzioni semplici e chiare, questo è il senso della riforma bocciata il 4 dicembre, e lo stesso istinto lo ha indotto ad immaginare più mercato e meno stato durante questi tre anni di governo, ma Renzi per sua stessa ammissione è un ex boyscout e un ammiratore del sindaco La Pira, altra storia. Una scelta così radicale come fondare un nuovo partito, come gli suggeriva Galli Della Loggia un paio di domeniche fa, implica una cultura liberale che egli non ha, e non si può chiedere a nessuno di essere ciò che non si è. A questo punto il ritorno al proporzionale – ridicola la proposta del mattarellum, non passerà mai – serve a tutti; i politici più “responsabili” si illudono di mettersi insieme dopo le elezioni per fare cose “ragionevoli”, mentre i demagoghi di professioni troveranno il terreno più fertile per esercitare la loro “virtù”, e tutti vissero felici e contenti, peccato che la storia non sia una fiaba. Tutto sommato Renzi e il suo gruppo hanno combattuto una buona battaglia, il vero problema è la difficoltà per un paese con la nostra storia di passare da una democrazia inconcludente a una democrazia decidente (vedi “La responsabilità rende liberi“), l’unico rimprovero è di aver mollato l’italicum, quella legge è stata il suo capolavoro politico, sacrificarla a Cuperlo è stata una sciocchezza. L’ex premier è però in buona compagnia, si pensi che il professor Ricolfi noto liberale, editorialista del Sole 24 ore e della fondazione David Hume, ha criticato quella legge perché, a suo dire, manderebbe al potere chi prende il 25% dei voti. Come se il secondo turno previsto quando nessuno supera il 40% non fosse una votazione, come se gli elettori posti di fronte ad un’offerta politica ridotta anziché scegliere il meno peggio, come bambini non sapessero andare oltre al tutto o niente. Cruccio di ogni liberale dovrebbe essere quello di rendere le scelte politiche un po’ più marginali, come fa il mercato stimolato dal consumatore. Ed è proprio questo il senso del secondo turno, permette al cittadino elettore di esercitare ulteriormente la sua domanda politica costringendo l’offerta, senza fargli perdere nulla della sua efficacia, a differenziarsi ulteriormente verso quella domanda più marginale. Certo la politica non è il mercato e il rimedio più efficace rimane quello di circoscriverne l’utilizzo, questo non lo può fare la legge elettorale, però una buona legge è condizione necessaria per ridurre gli appetiti ai tanti politicanti, sempre pronti ad allargare lo stato (tanto non pagano loro) per una manciata di voti. L’unica vera “critica” all’italicum è che potrebbe permettere la coalizione di quella eterogenea maggioranza anti-sistema che da tempo domina il dibattito pubblico in Italia e farla diventare maggioranza politica, ma il problema non è la legge elettorale, il problema è che quella maggioranza esiste, ed è sempre più coesa nell’identificare nell’euro e nell’Europa il male da eliminare. Illudersi di bloccarla attraverso una riedizione della conventio ad excludendum, come si fece con il partito comunista nella prima repubblica, è pura miopia politica. E’ ora di rovesciare il paradigma, i politici hanno tante colpe e nessuno vuole sminuirle, ma anche gli elettori hanno le loro responsabilità. Se dopo aver visto come è andata a finire con la lega di Bossi, che pure aveva una sua serietà, si fidano delle baggianate di Salvini, se dopo avere assistito alla parabola di Forza Italia, che predicava bene (la rivoluzione liberale) ma razzolava malissimo (il conflitto di interesse), credono alle smargiassate di Grillo, è ora di far sapere ai cittadini elettori che il voto come ogni scelta comporta un’assunzione di responsabilità. Il “voto di protesta” è un ossimoro giornalistico truffaldino, ottiene gli stessi risultati di una moglie che per gelosia evira il marito, tutto va in malora. L’Italia non è la Gran Bretagna né la Danimarca né la Norvegia, immaginare di uscire dall’euro col nostro debito significa una cosa sola: bancarotta. Davvero gli elettori di Lega e Cinque Stelle sarebbero disposti da domani a convertire i loro risparmi, ad accettare i loro stipendi, le loro pensioni, oggi in euro nell’equivalente in lire, e davvero credono che quando andranno al negozio sotto casa manterrebbero il precedente potere d’acquisto, e davvero costoro credono che i creditori di quell’enorme debito pubblico continuerebbero a finanziarlo senza imporre interessi astronomici. L’economia non è il gioco del Monopoli, la storia ha più volte mostrato cosa accade con simili scelte, illudersi poi di scaricare tutto sulla politica non ci eviterebbe il conto, e che conto! Se è vero che in ultima istanza il potere politico si fonda sui cittadini elettori e questi non possono eludere le loro responsabilità, proprio quel legame collega nel lungo periodo, per dirla con Hume, il potere all’opinione, ed è nella formazione dell’opinione che la politica ha la sua massima responsabilità. La smettano una buona volta i politici di raccontare storie, l’Italia se vuole ripartire dovrà pagare un conto salato, soprattutto, ognuno di noi pro quota, in funzione della posizione sociale che ricopre, dovrà riallineare i propri comportamenti ai profondi mutamenti introdotti dall’economia globalizzata. Una politica seria, capace di parlare il linguaggio della verità, certo deve trasmettere speranza e fiducia, ma non deve celare i sacrifici da richiedere ai cittadini imposti da una così grave situazione. Se invece i nostri politici “responsabili”, credono di eludere le follie monetarie dei “virtuosi della demagogia”, con qualche furbata post-elettorale da prima repubblica, ne vedremo delle belle.

LA RESPONSABILITA’ RENDE LIBERI

Si fa un gran parlare del referendum del 4 dicembre, purtroppo però in Italia il dibattito politico, o si riduce a puro slogan con le clack plaudenti contrapposte, e gli studi televisivi trasformati a surrogato della piazza. Oppure, ed è questo il caso attuale e non meno deviante, quel dibattito diventa puro tecnicismo per addetti ai lavori, non meno manipolabile dai demagoghi di turno. Così ogni cittadino, in questo strano autunno di attesa, sta cercando di farsi un’opinione su come cambierà il processo legislativo: le competenze della nuova camera e del nuovo senato, per non parlare del check and balance tra i due nuovi organi e gli altri poteri dello stato, inoltre, come se non bastasse, cambia anche il rapporto tra stato e regione, ridisegnando l’equilibro tra le prerogative dello stato e l’autonomia degli enti locali. Così via alla ridda di sfumature tra centralisti e federalisti, quasi che ai cittadini, per vivere in democrazia, fosse richiesta la competenza di un processo così complesso e specialistico quale l’atto legislativo. Chi s’era illuso in questo modo di rendere il dibattito politico più civile, più maturo, rimarrà presto deluso dal grado di demagogia a cui i tecnicismi si prestano. Difatti al semplificatore di turno, vien da dire: perché delegare quella competenza così importante e per questo piene di tentazioni corruttrici ad altri? D’altronde grazie a internet ognuno può all’istante con un clic discettare di tutto, allora al diavolo la rappresentanza come teorizza i 5 stelle novelli Rousseau, torni la sovranità al popolo! Ma non finisce qui, non maggior fortuna toccherà alla discussione sul cosiddetto “combinato disposto”, e ai presunti famigerati effetti attribuiti alla legge elettorale sul nuovo sistema legislativo. Di nuovo interminabili disquisizioni tra proporzionale e maggioritario, con preferenze o di collegio, a turno unico o a doppio turno ect. Ed è facile per i nostri Jaques le Bonhomme a 5 stelle insorgere: ma come in democrazia ogni testa un voto, basta contarli e distribuirli, chissà cosa nascondono quelle formule, non vorrete di nuovo cadere sotto il tacco di un novello tiranno stivaluto, non più romagnolo, magari toscano e altrettanto sbruffone e prepotente? Non è difficile immaginare cosa risponderà il popolo. Viene in mente il teologo riformatore Jan Hus, e la sua proverbiale esclamazione: oh sancta simplicitas! quando sul rogo in cui lo aveva condannato santa romana chiesa, troppo tardi s’avvide ch’era la pia vecchietta a portare la legna che lo arrostiva. Se il nostro Premier vuole evitare il “rogo mediatico”, cambi al più presto il registro del suo messaggio politico. Semplice non è sinonimo di facile, rispondere alla demagogia pentastellata o leghista con non meno demagogiche promesse di tagli ai costi della politica è un errore. Certo la riduzione dei costi c’è ed è bene sottolinearla, ma non è quello il cuore della riforma, anzi la riduzione dei costi è un effetto della medesima, non la causa. Occorre invece prendere atto di quanto il populismo imperante, che ha inquinato il dibattito politico degli ultimi venticinque anni, sia il risultato della crisi costituzionale italiana. Nata sulle ceneri del fascismo la nostra costituzione ne ha introiettato le paure, il risultato è stato: una forte riduzione dei poteri del governo, da cui la sequela di esecutivi alla media di un all’anno; compensati da una abnorme crescita dei corpi intermedi: associazioni, partiti, sindacata, a cui i cittadini delegavano le decisioni con spirito più fideistico e di appartenenza che ben ragionato. Quando quel sistema è crollato per la natura consociativa e corruttiva di quel patto costituzionale, non sono spariti solo quei corpi intermedi, ma con loro anche la capacità di decidere del governo e di esercizio delle proprie prerogative, attraverso un processo di formazione dell’opinione pubblica in grado di supportare il peso implicito in ogni decisione politica. La riforma costituzionale e la legge elettorale fanno due cose: la prima abolisce il bicameralismo paritario e distingue meglio le competenze tra centro e periferia, permettendo al futuro governo il pieno esercizio del proprio mandato. Mentre la nuova legge elettorale, consegna ai cittadini la facoltà di indicare col voto chi governa. Chi garantisce che il governo non abusi del suo potere e che i cittadini scelgano con equilibrio, insorgono i detrattori più ragionevoli? Nessuno, ed è questo il pregio della riforma! Certo i check and balance esistono, ma nessun potere di controllo potrà mai impedire errori e pure gravi. Per crescere come individui e comunità esiste un solo modo: “trial and error”, proprio quello che è mancato nei settant’anni di storia repubblicana viziati dal trauma del fascismo e della guerra civile. Non si può essere liberi senza possibilità di errore, e non è possibile accrescere la libertà senza un’equivalente assunzione di responsabilità. Per sperare in una piena vittoria del sì, bisogna però ben distinguere tra chi dice no, e non stancarsi di tendere la mano ai tanti disillusi cittadini schierati in quel fronte. Nel variegato fronte del no, a parte uno sparuto numero di professoroni che sognano un ritorno ai fasti della prima repubblica e alla loro centralità di “numi tutelare della conoscenza”, la cui influenza è decisamente sopravvalutata, esistono due fronti: la palude e i rancorosi. A proposito di quest’ultimi, proprio ieri ho letto il pezzo sul Corriere del senatore Monti sui motivi che lo hanno indotto a schierarsi per il no, lo dico da elettore nelle ultime elezioni del movimento guidato dall’ex Premier, spiace vedere usare male tanta intelligenza da parte di persone indubbiamente brillanti, e lo stesso discorso vale per D’Alema che in passato ho a lungo apprezzato. Capisco umanamente la delusione di vedersi porre ai margini della vita pubblica, nonostante i meriti acquisiti in carriera superino i demeriti; capisco anche l’amarezza per essere stati scartati dall’attuale Premier in ruoli a loro confacenti, a favore di persone meno capaci; ma senza rottamazione non si esce dal populismo che ammorba il dibattito nel nostro paese. Non sempre la vita è giusta, forse arriverà un tempo in cui si potrà separa il grano dal loglio, per ora verso i rancorosi non resta che l’oblio. Più articolato deve essere il rapporto con l’altro parte di paese, la palude, non solo perché è decisamente più grande, e i numeri in democrazia contano. Certo, nella palude c’è e ci sarà sempre una parte di paese che ci sguazza e si nutre del caos politico istituzionale: un pezzo di informazione, un pezzo di economia e naturalmente di personale politico e contorno burocratico, l’unico modo per ridurre quel bacino è far funzionare meglio i rispettivi mercati, compreso quello politico attraverso la riforma. Vi è però una parte ben più grande della palude composta da cittadini normali, vissuti e cresciuti comprensibilmente lontani da una politica che li avrebbe voluti “eterni bambini”, tutt’al più “adolescenti tifosi”, oggi ostaggio di una crisi che non capiscono, a cui occorre tendere la mano senza stancarsi, neanche di fronte al loro ritroso disprezzo, o al non meno fastidioso dileggio. Non so dire se il 4 dicembre prevarrà il sì o il no, sono comunque certo che quel patrimonio politico di sì, ben più consistente dello sparuto pugno di intellettuali che all’indomani della Liberazione avrebbe voluto una costituzione più coraggiosa, non può essere sperperato. Se le dimissioni dopo la sconfitta non sono in discussione, non lo può essere di meno la continuazione di un progetto politico che sogna un paese diverso. Matteo Renzi e la classe dirigente che intorno a questa battaglia politica si è formata – dipinta a torto come inadeguata da una certa stampa che alla lotta delle idee preferisce l’attacco ad hominem – ha invece le capacità, il dovere morale e dopo il referendum anche i numeri, per condurre quelle idee fino alla vittoria. Questi non sono certo tempi per novelli Cincinnato!