CAPITOLO PRIMO – IL SENSO DELLA LIBERTA’ –

1.1 Quid est libertas

L’antico adagio tot capita tot sententiae conosce poche eccezioni, tra queste senza dubbio l’unanime assenso al quesito: ami la libertà? Tuttavia, la storia insegna che in alcuni grandi crocevia una parte, magari lastricando i propri proclami di buone intenzioni, si organizza per sopprimerla. Evidentemente, e non potrebbe essere altrimenti, dietro quell’unanimità c’è un profondo malinteso su cosa significhi essere libero. Tra chi di fronte al medesimo istinto, la fame, lo soddisfa immediatamente mangiando il cibo offerto da qualcuno o sottratto a qualcun altro, e chi se lo procura cucinandolo o risparmiando il denaro sufficiente per comprarselo, certo si arriva al medesimo risultato ma per due vie opposte: la prima apparentemente libera ci conduce alla schiavitù, la seconda piena di regole, obblighi e responsabilità alla libertà. Mentre la sensazione di libertà associata all’azione che soddisfa immediatamente l’istinto non ci sottrae per nulla dalla sua dipendenza anzi la rafforza, questa è l’eziologia di tante patologie moderne: dal gioco, all’obesità, alle droghe, alla pornografia e potremmo continuare. Viceversa, chi elabora mezzi sempre più sofisticati per soddisfare l’istinto senza pretendere di sopprimerlo, lo domina nella misura in cui lo trasforma in qualcosa di socialmente apprezzato; non meravigliamoci se dietro l’opera d’arte c’è la vanità dell’artista o nel genio politico la smisura ambizione dell’uomo. A costo di far storcere il naso ai benpensanti, è mia convinzione essere quei presunti “egoismi” doni di maggior valore rispetto a un seppur qualunque altro apprezzabile atto di generosità, proprio perché più sinceri e profondi conducono a fare i conti fino in fondo con ciò che veramente si vuole, compreso soprattutto i mezzi necessari per raggiungere quanto si desidera. Affinché la libertà non sia illusoria e momentanea deve sempre partire dal liberarci dalla schiavitù dei nostri istinti, non ovviamente sopprimendoli, l’ascetismo è qualità divina non umana, ma guidandoli verso un percorso di soddisfazione costruito da noi più o meno elaborato il cui primo atto è di sottrarci a questi per un certo tempo, questa sospensione non sopprime l’istinto ce lo ripresenta nella veste di problema. Ecco una prima scoperta degna di menzione: la libertà non solo è una peculiarità della sola natura umana ma è soprattutto una conquista che si acquisisce nel tempo e non senza un certo sforzo; un bambino che appaga i propri istinti attraverso l’aiuto dei genitori si “libera” da questi solo nel primo senso, mangia dopo che i genitori gli hanno procurato il cibo, finendo così per rimanerne dipendente. La prima qualità di un’azione libera non è il fine magari rafforzato dall’idea di “diritto”, come un certo approccio naive alla libertà vorrebbe farci credere, ma la predisposizione attraverso un atto “intellettuale” dei mezzi per raggiungerlo. Non lasciamoci confondere dalle parole, è intellettuale ogni atto capace di rappresentare l’istinto che lo spinge ad agire, ossia a farlo diventare desiderio cosciente, Spinoza lo ha perfettamente sintetizzato nella sua Etica attraverso il concetto di “cupiditas” ben distinto dall’istinto vero e proprio, che il filosofo riassume nella parola “conatus”; il primo è un atto che presuppone la consapevolezza di ciò che si desidera, il secondo è l’istinto meccanico verso ciò che appaga e così “libera” dal desiderio, mentre quest’ultimo è proprio di ogni natura animale, quello assume piena consapevolezza solo nell’essere umano. Allo stesso modo qualche secolo più tardi Ortega y Gasset ha chiamato questo nostro ritirarci in noi stessi “ensimsmamiento”, immedesimazione, la quale lungi dall’essere una fuga – ed è peculiarità solo umana come argomenta Ortega osservando gli animali a noi più simili, i primati, per quella loro incapacità di sottrarsi ai sensi testimoniata dal continuo movimento degli occhi se non al sopraggiungere del sonno. Quell’immedesimazione altresì è la costituzione di un luogo dove ognuno, riflettendo sulla propria singolare esperienza, tenta di risolvere il proprio personale “dramma” per dirla con le parole del filosofo. A fare da ponte tra l’istinto e l’intelletto razionale, a raccogliere e dare forma ai nostri desideri, è l’immaginazione, la quale non solo costituisce il pozzo da cui scaturiscono tutte le più disparate forme intellettuali attraverso cui ci rappresentiamo e costruiamo il nostro mondo – dalla poesia alla matematica – ma è anche la custode del tratto personale e unico di ogni esperienza esistenziale, compresi gli errori e le cose più terribili di cui è piena la vita di ognuno. Attraverso il potente filtro dell’immaginazione la mia azione – nella misura in cui cresce l’elaborazione e il numero di mezzi messi a disposizione per raggiungere il fine – trasforma quell’istinto sino a fargli assumere la forma di desiderio cosciente, poi via via diventa sempre più razionale a tal punto da essere sentito come un prodotto del proprio libero arbitrio. L’uomo quindi dicevamo non nasce libero, tantomeno capace fin da principio di esercitare un proprio libero arbitrio sulle sue azioni, viceversa lo diventa nella misura in cui prevale la sua natura umana, nella suddetta complessa articolazione, sulla mera condizione animale destinata a restare in balia dei sensi. Mentre l’immaginazione rappresenta potremmo dire il carattere individuale primordiale, e laddove è larga cresce in originalità, il tratto peculiare della ragione è la sua totale provenienza e dipendenza dal contesto sociale da cui si sviluppa, essa è innanzitutto un prodotto, descrivibile come la storia delle relazioni che costruiamo con il nostro prossimo e il mondo circostante, lo scopo di tale crescita è di procurarci i mezzi sempre più sofisticati ed elaborati per appagare quegli istinti animali che ci accomunano. A fare della libertà individuale il tratto personale ed anche il motore del nostro agire non sono i “mezzi” che sono per loro natura: compromesso, relazione, costante ripetizione; bensì i “fini”, il senso diremmo oggi intorno a cui organizziamo il nostro esistere. Tanto più una società è libera quanto più ha predisposto istituzioni, ossia mezzi comuni, capaci di aumentare la pluralità di quel senso sia durante che distinto in ogni singola esistenza. Avere accesso ai mezzi che ci consentono di esercitare un mestiere perché lo ha fatto nostro padre non ci impedisce di aspirare a perseguire una professione del tutto diversa e non di rado all’apposto per contenuto e fini da quella del genitore; così come le istituzioni preposte a favorire la famiglia tradizionale non devono diventare per il singolo ostacoli verso scelte diverse, a volte anche contraddittorie come prima o poi può accadere nella vita di tutti. L’Incremento e l’incoraggiamento all’esercizio del libero arbitrio, a favorire il pluralismo e di conseguenza a tollerare e favorire la diversità, è ciò che distingue l’Occidente moderno dalle altre civiltà; non perché queste manchino di quella propensione, ma perché in esse questa viene nei casi migliori relegata alla sfera privata e non di rado brutalmente repressa. Istruttiva è la storia dello stesso Occidente prima dell’avvento del liberalismo. Tornando agli esempi da cui eravamo partiti, il clima di tolleranza dell’alto Medioevo, espressione dell’universalismo cristiano, ha ben presto lasciato il posto alla feroce repressione di ogni dissenso individuale attraverso i tribunali dell’inquisizione del basso Medioevo. Lo stesso successivo desiderio di formare stati nazionali coesi e liberi ha combattuto a lungo contro il giogo assolutistico di istituzioni collettive espressione dell’acién regimé, prima di affermarsi attraverso i continui moti rivoluzionari e le Jacquerie che si sono succedute fino alla Rivoluzione Francese. Il Liberalismo non ha creato il desiderio di libertà peculiare in ogni uomo, ma ha favorito l’emergere di istituzioni collettive, le quali – anziché reprimerlo – l’hanno incoraggiato, premiato, reso fruibile ad ogni essere umano, permettendo ad ognuno di declinare quella libertà di scelta verso fini individuali; l’espressione individuo libero nel senso suddetto sintetizza il permanere di questa doppia natura. Occorre altresì essere coscienti che lo stesso Occidente, ha elaborato queste istituzioni attraverso il ferro e fuoco degli imperialismi che hanno portato alla Prima Guerra Mondiale e dei totalitarismi da cui è scaturito il secondo conflitto; pertanto, lo stesso loro permanere non sarà meno problematico né tantomeno scontato, se non sapremo cogliere fino in fondo la portata del cambiamento che ci ha reso individui liberi.

1.2 L’individuo e il nodo della doppia natura

La nostra individualità cresce nella misura in cui creiamo spazi comuni dove esercitare il nostro libero arbitrio, proprio quest’inestricabile legame, potremmo dire questa identità composta, capace di saldare insieme in modo inseparabile la nostra doppia natura: individuale e personale ma anche razionale e collettiva, sono diventate la base del dissidio che hanno visto in questi secoli confliggere contro il liberalismo chi di volta in volta ha inteso dividere e subordinare l’individuo all’interesse collettivo; magari credendo di difenderlo, di rafforzarlo, lo ha chiamato di volta in volta: razza, nazione o classe. Per il liberalismo l’uomo non è il kantiano “legno storto” in perenne conflitto con se stesso, a differenza degli altri animali non ha connaturato un sistema di istinti che lo guida al soddisfacimento dei propri bisogni; egli sotto il costante pungolo di questi crea il proprio habitat che cresce attraverso l’esperire della coscienza di una propria individualità assieme alla consapevolezza per analogia della stessa condizione in capo al prossimo, per paradosso ed è qui dove nasce la confusione: si diventa individui solo in società, come cresce la dipendenza dal prossimo nella misura in cui ci si differenzia per diventare individui autonomi e responsabili. Solo però attraverso una lunga esperienza elaboriamo quella necessità di collaborare e non di confliggere, di competere emulandoci e non distruggendoci. Mentre la coscienza, mettendo in minoranza il singolo direbbe Nietzsche, crea quel sistema di regole che ci rende socievoli e attraverso cui ci comunichiamo i nostri bisogni, il nostro raffinatissimo linguaggio ne è un esempio eminente in tal senso; sarà solo intorno alla comune creazione di un sistema della conoscenza a permetterci di costruire mezzi sempre più produttivi, riconducibili al processo di sviluppo di scienza e tecnica ma anche arte e poesia, tali da renderci capaci di rispondere ognuno autonomamente a quei bisogni e come abbiamo visto nel prologo con un’efficacia senza precedenti. Colei che tiene insieme i due corni del problema, quel bisogno di collaborare per accrescere la nostra autonomia individuale, per costruire link si direbbe oggi col prossimo per affermarci come singoli, è la ragione appunto. Così passiamo tutta la vita, usando la metafora di Popper, a risolvere problemi, o più prosaicamente a costruire trade-off equi nella misura in cui riusciamo a contemperare i nostri interessi con quelli del nostro prossimo. Viceversa, voler separare questa doppia natura è sempre stato il fine ultimo dei demagoghi di ogni tempo: l’esaltazione del cieco egoismo violento da parte di Sorel incarnato dai fascismi in tutte le sue varianti ha fatto gli stessi danni dell’astratto altruismo dell’uomo nuovo, forgiatosi nella lotta di classe, tutto intelletto, che elabora collettivamente ogni meandro della vita individuale attraverso i piani del socialismo reale. Isaiah Berlin ha descritto in modo magistrale l’atmosfera intellettuale entro cui si è formato il Liberalismo. In particolare la storia delle idee confluite prima nell’Illuminismo settecentesco, le quali attraverso la ragion critica hanno messo a soqquadro l’assolutismo di una nobiltà e di un clero ormai irrimediabilmente corrotti; quando queste idee da strumento di analisi sono diventate astratte ideologie, a quel punto la ragione in una sorta di eterogenesi dei fini si è fatta addirittura “dea” come la vollero i giacobini, provando a subordinare a se con metodi anche più raccapriccianti del vecchio assolutismo gli interessi del singolo. Questa involuzione dell’Illuminismo francese, da tenere ben distinto da quello scozzese su cui invece si è formato il Liberalismo, è diventata l’origine e la base della reazione romantica. Tuttavia, lo stesso Romanticismo non si è sottratto al medesimo principio di generalizzazione che accomuna tutte le filosofie, in quello che, per usare il loro gergo si direbbe “processo di ipostatizzazione”, quel bisogno tutto mentale di ridurre ad un unico principio la complessità dei fenomeni che ci circondano, che è stato sin dagli albori la forza ma anche il limite della filosofia tradizionale. Dopo una prima fase rinnovatrice, capace di demolire mediante la creatività individuale ogni concezione astratta e generale, quell’individualità, per così dire, viene di nuovo annacquata finanche liquefatta attraverso il recupero di tradizione e storia, di cui il nostro Vico fu potentissimo quanto incompreso precursore. Contrariamente a quanto auspicato dalle originalissime intuizioni del filosofo napoletano, oggetto dell’attenzione del Berlin, il singolo – come accadde per la ragion critica del primo Illuminismo – finisce subordinato alle sue radici collettive, questa volta anziché “ragione” si chiameranno “razza, nazione, classe”, tuttavia l’opposizione è solo apparente, il risultato saranno tra seconda metà dell’Ottocento e prima metà del Novecento lo stesso esito totalitario. Il liberalismo ha saputo affrancarsi da questa perenne oscillazione nella misura in cui è stato capace di sottrarre le istanze di libertà per cui è nato alla suddetta mania generalizzatrice, legandole alle infinite peripezie di ogni singola esistenza, ed è stato lo stesso Berlin a porre le basi della moderna concezione di libertà individuale, fornendoci una chiave di lettura più articolata mediante la distinzione tra quelle che il filosofo chiama i “due concetti” di libertà. C’è una libertà negativa, la quale, attraverso l’apposizione di una serie di limiti invalicabili, costruisce un ambiente sicuro entro cui il singolo è libero di esercitare la propria facoltà di scelta – la libertà dei moderni direbbe Constant – libertà che si ampia nella misura in cui le conseguenze ricadono su chi la esercita e tuttavia diciamo così, naturalmente autolimitata dalla finitudine della vita di ognuno. Ci sono altresì libertà positive entro cui una parte o la totalità della collettività può perseguire fini comuni, questi possono essere illimitati nella loro varietà ma assolutamente limitati dalle suddette libertà negative, prerogativa e fortino di ogni individualità. Preservare questo nucleo, mantenerlo fecondo e attivo, è stato, tra innumerevoli cadute, il merito e il contributo più eminente del liberalismo alla modernità. Lo ha fatto in economia subordinando l’intero processo di creazione del valore alla soggettività del consumatore, lo stesso è accaduto per la politica preservando la sovranità del cittadino – con una serie di limitazioni riassumibili intorno al concetto di diritti individuali inalienabili – dall’azione collettiva dello stato, affinché la democrazia non si trasformi nella dittatura della maggioranza. A Berlin va certamente il merito, attraverso questa articolazione del concetto di libertà, di avere messo in chiaro come anche per la libertà valga la regola che ogni estensione collettiva non possa avvenire a detrimento della singola individualità. Se però l’individuo vuole preservare la libertà d’azione, deve personalmente prendere posizione su ciò che sente come vero, come bene, per distinguerlo da ciò che sente come falso e male; serve l’elaborazione di una prassi anch’essa capace di accrescersi ed arricchirsi dal confronto col prossimo, ma in armonia con il fine individuale di ogni suo agire.

1.3 La rivoluzione liberale

a) Filosofia e dintorni

Il Liberalismo rappresenta innanzitutto una rivoluzione filosofica, avendo posto al centro della sua attenzione la libertà individuale non è un sistema, un movimento culturale definito e delineato dal filosofo che lo ha scoperto, ma un processo in costante divenire il cui risultato è l’avvento dell’individuo libero quale protagonista assoluto del mondo liberale. Proprio questa sua natura volta ad incoraggiare ogni singola individualità, spingono il movimento liberale a perorare e spronare un approccio alla vita da parte di ognuno di natura creativa e sperimentale. Bisogna però intendersi sul significato di questi due termini, per la tradizione filosofica creare significa: far nascere qualcosa dal nulla, si tratta quindi di una attività riservata ad una entità divina, l’uomo può accedervi solo mediante la conoscenza che si esprime nella speculazione dei filosofi, o mediante la fede che si manifesta attraverso i riti religiosi governati dai sacerdoti, entrambe accomunate dalla stessa natura trascendente. La scienza è figlia di quella stessa tradizione, lo scienziato intuisce le leggi della natura, attraverso l’esperimento le imita e le codifica e le rende comprensibili dando loro un metodo, sono però esempi di una totalità che rimane completamente inaccessibile. Non è un caso che tanto la relatività di Einstein come i primi due principi della termodinamica e di indeterminazione abbiano la stessa natura esoterica e trascendente. Filosofia, Religione e Scienza infine, sono accomunati dalla stessa visione gerarchica e statica, i loro sistemi, nella misura in cui l’uomo vi si subordina e vi si conforma, garantiscono lo stesso risultato rassicurante: il passaggio o anche il ritorno da una realtà caotica e disordinata ad un mondo ordinato e definito, dove ognuno occupa un posto dato una volta per tutte. La filosofia liberale cambia il paradigma, a permanere è il tratto soggettivo e individuale di ogni esistenza proprio attraverso il continuo mutamento, la quale, se non vuole snaturare la propria unicità deve essere creativa: esistere significa creare il mutamento attraverso l’esperienza per prova ed errore. Questa creatività esperisce appieno la soggettività nella misura in cui accresce la relazione col prossimo, noi conosciamo, competiamo, confliggiamo e collaboriamo con lui, ed insieme a lui di volta in volta stabiliamo i confini del nostro agire. Tutte queste azioni sono non a caso accomunate dalla medesima radice cum, insieme, che ci lega al prossimo in modo indissolubile nella costruzione di quello che chiamiamo: mondo, natura, legge, verità, ragione; esse rappresentano la sintesi sempre in fieri di questo confronto, il risultato, il prodotto di questo campo di battaglia, per quanto possa suonare paradossale, è quello che abbiamo chiamato individuo libero. Questo ha significato abbandonare ogni pretesa sistemica in favore di un approccio di tipo valoriale, qui non c’è un caos da riportare in un cosmos, nessuna dicotomia da sanare come vuole la tradizione filosofica da Platone in poi; ma un continuo progredire misurato dalla costante crescita sia di valore che di senso della vita, bisogna sottolineare che questa è una possibilità non una certezza, tuttavia non per pochi come nel vecchio mondo gerarchico ma alla portata di ogni singolo individuo. Al filosofo, allo scienziato, all’artista, spetta il compito di esperire mezzi sempre più raffinati e potenti per arricchire la ricerca di ognuno, ma costoro sono parte come tutti dello stesso processo, hanno la stessa propensione e le stesse esigenze qualitative intrinseche in ogni natura umana, non sono appartati in una torre d’avorio all’ombra del potente di turno come è accaduto e accade per gran parte della cultura tradizionale. Vivere è creare, non si è ingranaggi di un meccanismo più grande, ma parte di un comune processo il cui risultato si esprime in termini di senso, di valore del proprio esistere. Ai quantitativamente più dotati della media in una particolare forma d’arte o di scienza spetta il compito di rappresentare e creare le condizioni per costruire e accrescere costantemente quello che ognuno percepisce come mondo o natura per mezzo di cui nutriamo le nostre vite, i quali si badi bene, non sono altro da noi, ma consustanziale al nostro esistere. Da questo deriva che tutto è cultura nel senso di nostra creatura, le stesse forme della percezione non sono come sembrano ad una prima apparenza forme statiche di rappresentazione di un “mondo finito e determinato”, ma variano di civiltà in civiltà; ciò che l’aborigeno percepisce come natura, ciò che è in grado di sentire, vedere, odorare è completamente altro dalla stessa percepita da un abitante di New York. A tal proposito, hanno notato gli antropologi che quando due persone frutto di civiltà così lontane si incontrano tendono a ridere l’uno dell’altro, perché si sono chiesti? Perché ognuno vede nell’altro un bambino con le sembianze da adulto, ossia il lavoro delle due differenti culture è stato così ampio e originale da risultare inaccessibile ad entrambi, così entrambi riconoscono in un corpo adulto solo i tratti che li accomuna del bimbo di un tempo. Per la filosofia liberale non solo non ci sono dicotomie da sanare, ad essere superata è la stessa idea di una verità statica e assoluta, il mutamento il continuo sforzo a superarci individualmente e collettivamente, come anche la pluralità dei valori non devono essere contrastati ma altresì incoraggiati e favoriti e allargati il più possibile alla partecipazione di tutti. Le piramidi, la polis greca e la skyline di New York, non testimoniano un mutamento qualitativo, un progresso della civiltà umana, sono invece il risultato di una diversa partecipazione quantitativa alla costruzione di quelle civiltà, per pochi la prima, per una parte la polis greca e per tutti nelle democrazie liberali. Le varie forme di linguaggio elaborate dalla nostra cultura rispecchiano il modo con cui, attraverso il costante confronto abbiamo immaginato e costruito il nostro habitat, i numeri come le parole del poeta o del filosofo, la geometria come tutte le arti figurative o la musica non esistono in natura, sono i diversi modi attraverso cui la nostra immaginazione le dà forma. Il filosofo che attraverso la speculazione amplia e approfondisce il senso e il valore della vita umana sempre più variegata e plurale, lo scienziato che attraverso le sue teoria nella misura in cui resistono alla corroborazione della comunità scientifica umanizza in modo crescente l’habitat che ci circonda, l’artista che amplia e rinnova il linguaggio della propria arte creando nuove forme di bello, l’imprenditore che serve in modo sempre più efficiente e innovativo i bisogni del consumatore, il politico che interpreta, raccoglie e realizza gli ideali della maggioranza nel gioco dell’alternanza democratica, il giudice che attraverso le sentenze rivitalizza la common law e con lei il sentimento di giustizia senza cui la vita in comune sarebbe insopportabile, non sono elaborate da élite privilegiate, la sovrastruttura si sarebbe detto un tempo al servizio dei potenti di turno come voleva la tradizione fino al liberalismo, altresì tutti costoro sono primus inter pares, impegnati ad apportare un costante contributo al potenziamento di ogni singola esistenza individuale, questo il senso della rivoluzione liberale.  

b) Per una nuova morale

Ad Adam Smith, uno dei fondatori del liberalismo, è stato chiaro sin da subito: la rivoluzione liberale per affermarsi deve prima di tutto essere una rivoluzione morale. Perseguire il proprio interesse attraverso il commercio nel rispetto dello stesso diritto in capo al prossimo, non era semplicemente una scelta utilitaristica o egoista come si affrettò a denunciare la morale tradizionale, ma il concreto riconoscimento ad ognuno, per il solo fatto di esistere, di essere portatore di un proprio autonomo sistema di valori e di esserne responsabile in solido. L’economia non è la dismal science descritta da Carlyle, è il luogo dove la gente comune persegue i propri sogni, le proprie ambizione e speranze ed anche i valori in cui crede, è quindi intrecciata senza soluzione di continuità alla politica e alla giustizia ma soprattutto alla morale. Contrariamente alle arti o alle scienze non ci sono dei campioni della morale, certo può essere come vedremo descritta e studiata ma a renderla vera è la concreta testimonianza, non riservata ad alcuni magari perché particolarmente dotati, ma intrinseca alla vita; ogni atto vitale è una scelta, pertanto un atto morale. Mentre però per la tradizione, conseguentemente con la verità filosofica che vuole testimoniare, la morale è un catalogo di regole eteronomo e definito, con tanto di premi e punizioni e il conseguente carico di ipocrisia e falsa coscienza ormai ben conosciuto e analizzato da tanta psicologia; per il liberalismo la morale è l’autonomo e concreto sviluppo di un sistema di valori che prende corpo mediante il percorso esistenziale di ognuno. Non esiste più una presunta frattura tra comportamenti egoistici e altruistici, come ad ogni piè sospinto viene denunciato dalla morale tradizionale, la collaborazione con il prossimo non può mai avvenire a detrimento dei fini individuali, ossia non può mai essere solo mezzo. Anche il rapporto madre – figlio rimane e cresce in modo armonico fino a quando entrambi ne hanno un beneficio, certo i fini sono diversi finanche opposti; per dirla con Kant: nessuno può essere solo mezzo per fini altrui, questo è il limite da apporre ad ogni azione se vuole rimanere morale. Confronto, collaborazione ma anche competizione sono le basi su cui individuo e società diventano grandi insieme, lo stesso accade agli alberi: i quali rimangono bassi e storti se crescono da soli, viceversa, diventano alti e diritti se sottoposti alla pressione esercitata dalla vicinanza dei loro simili nella foresta, dirà il filosofo di Konigsberg con una grande metafora. Del resto lo stesso Kant – grande precursore del liberalismo se non fosse per quel suo non essersi mai riuscito ad affrancare dalla tradizione dicotomica e sistemica su cui si è formato – nella “Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica” aveva posto l’antagonismo a mezzo per sviluppare la società civile, queste le ispirate parole del filosofo: ”Qui intendo per antagonismo l’insocievole socievolezza degli esseri umani, cioè la loro tendenza a riunirsi in società, unità però a una generale resistenza che minaccia costantemente di dividere tale società. Nella natura umana tale disposizione è palesemente presente. L’essere umano ha una inclinazione ad associarsi, perché in tale condizione percepisce maggiormente sé stesso in quanto essere umano, cioè avverte lo sviluppo delle sue disposizioni naturali. Tuttavia, ha anche una grande tendenza a isolarsi, perché al contempo trova dentro di sé la caratteristica insocievole di voler organizzare tutto a proprio piacimento, e perciò si aspetta resistenza da ogni parte, così come di sé stesso sa di essere a propria volta incline a fare resistenza contro gli altri. Ora, questa resistenza è quella che desta tutte le forze dell’essere umano, lo conduce a vincere la sua tendenza alla pigrizia e, spinto da smania di onore, di potere o di possesso, a farsi una posizione tra i suoi simili, che non può sopportare, ma dai quali non può nemmeno separarsi”. E’ nella società che ogni individuo trova i mezzi per la realizzazione della propria individuale esistenza, l’uguaglianza non sta come vorrebbe la morale tradizionale nell’equa distribuzione – essendo ognuno diverso e destinato a distinguersi dal prossimo – ma nella possibilità di accesso a mezzi prodotti in comune per perseguire i propri valori, per correggerli e rivederli, finanche a mutarli nel corso di una vita, purché non si travalichi il suddetto limite nei confronti del prossimo posto da Kant. La selfishness, erroneamente tradotta e accomunata all’egoismo, di cui parla Ayan Rand è quindi una virtù, espressione della piena individualità che tende ad accrescere e ad unirsi col prossimo nella misura in cui si coltivano e testimoniano valori che ci accomunano, ma anche a separarci dallo stesso, con la consapevolezza che anche per l’uomo più lontano dalla nostra sensibilità vale il detto spinoziano: homo homini deus. Tuttavia, questa comune tendenza da parte di ognuno a perseguire i propri fini che caratterizza ogni ambito del liberalismo, viene non di rado sfruttata dai populismi di ogni colore ed è ciò che li rende così persuasivi: quel loro solleticare il comune sentire con false promesse di “felicità” produce una propaganda tanto efficacie quanto ingannevole. Difatti, proprio la nostra natura individuale non può che riempire di contenuti e dare un senso alla parola felicità strettamente personale, ciò che ci accomuna è la propensione alla felicità di cui parla la Bill of right americana. Del resto, la felicità è un sentimento tanto irriducibile a singoli comportamenti quanto alla portata di tutti, sia in termini qualitativi che quantitativi: si tratta in estrema sintesi: del raggiungimento del fine che ci si è preposto attraverso i mezzi che abbiamo escogitato per raggiungerlo. Il grande atleta iperdotato che raggiunge il massimo risultato vincendo le Olimpiadi nella sua disciplina, ottiene lo stesso quantum di felicità dell’atleta Para-Olimpico che consegue lo stesso risultato seppur con mezzi limitati da incidenti o malattie. Si deve però imparare a guardare con meno disprezzo verso quelli che abbiamo definito populisti, il loro successo ha motivazioni profonde. Quella straordinaria conquista della coscienza che rende il nostro percorso unico e autonomo nell’esercizio della libertà individuale e ci caratterizza come uomini si fa pagare caro, difatti, unici tra i viventi, siamo in grado di rappresentarci la nostra morte e le infinite sofferenze di cui possiamo essere vittima noi e i nostri cari durante la vita. Qui sta il nocciolo della “ragionevolezza” del populismo, essi fanno leva sulla necessità di sicurezza e di speranza dovuti alla nostra precarietà esistenziale. La chiave di volta in grado di curare questo vero e proprio stato di minorità in cui versa la specie uomo è il sentimento religioso, il quale, lungi dall’essere un’invenzione dei preti né monopolio delle religioni istituzionalizzate, è altresì al pari della ragione, un sentimento umano fondamentale. Il Liberalismo essendo un processo sempre in fieri e non un sistema definito – pur rifuggendo, seppur rispettando, da ogni religione o comunità spirituale codificata e istituzionalizzata – è per costituzione intriso di fede e spiritualità; bisognoso com’è di credere nella vita, nel futuro, anche contro la stessa ragione come i casi della vita e le sue crudezze non di rado ci insegnano. Coltivare, accrescere e soddisfare i bisogni spirituali, non è meno essenziale per preservare la vita dell’elaborazione di mezzi razionali volti a sopperire ai bisogni materiali. Possiamo affermare in prima istanza che: una civiltà incapace di elaborare una vita spirituale all’altezza delle condizioni materiali raggiunte semplicemente decade, è stato vero per le grandi civiltà del passato come la Greca e la Romano e lo sarà anche per la nostra moderna società che da quelle è nata, se non sapremo farci carico fino in fondo del senso del nostro stare insieme. Pluralità, creatività, continua necessità di rinnovare le speranze e le ragioni del nostro esistere, non ci consentono di livellare il ruolo esercitato nella vita di ognuno da quella che alcuni chiamano fortuna, altri caso, altri ancora provvidenza; certo è bene essere il più possibile previdenti, come ci dice la comune radice praevidere ossia vedere avanti, ma questo non ci deve portare a credere che saremo mai in grado di predire per intero il nostro destino. Proprio la confusione sulla vera natura della nostra libertà ha nutrito e nutre una vera schiera di nemici della libertà che hanno minato e continuano a mettere in pericolo lo straordinario sviluppo economico e sociale raggiunto dalla nostra epoca, prenderne coscienza è il primo atto necessario per preservarla. Poi però occorre che le radici filosofiche e morali della rivoluzione liberale che ho provato a tratteggiare in queste pagine, diventino sempre più parte di un nuovo comune sentire spirituale, solo così la nostra straordinaria cultura Occidentale che ha saputo ripensarsi attraverso il liberalismo sarà all’altezza della sfida tanto audace quanto eccitante chiamata modernità.

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