POSTSCRIPTUM: Caro Matteo…

Caro Matteo, faccio parte di quel 40% di cittadini italiani che un anno fa, votando sì al referendum, pensava di dare l’avvio a un percorso di riscossa del nostro paese atteso da almeno 30 anni. In quella riforma della Costituzione, giustamente accoppiata alla legge elettorale, non c’era nulla di alchemico, semplicemente permetteva ai cittadini di scegliersi una forza politica omogenea a cui affidare il potere di governare, assumendosene quindi la responsabilità, anche attraverso l’esercizio di un secondo voto a sottolineare il rafforzamento del potere democratico di scelta; consegnava infine ai governanti strumenti istituzionali adatti al pieno esercizio di quel potere, rendendoli finalmente responsabili – e quindi finalmente giudicabili da parte del corpo elettorale alle successive elezioni – del loro operato. Era questa reciproca assunzione di responsabilità garanzia di buona politica? Certo che no, come si diceva avvia un percorso, avrebbe permesso, alla buon’ora, anche alla politica di adottare la regola aurea di ogni esperienza umana: imparare dai propri errori (trial and error). Era forse la miglior riforma possibile? Ovviamente no, era però incomparabilmente meglio della politica espressa negli ultimi vent’anni dalla cosiddetta “seconda repubblica”, e del futuro che ci attende dopo le prossime elezioni e il riassetto del quadro politico prodotto dal cosiddetto “rosatellum”; a tal proposito a dimostrazione dello stato di smarrimento, voler dare a questa pessima legge elettorale il nome di un dirigente del PD, da la misura di quanto sia capace la folle miscela di masochismo e narcisismo. Vorrei inoltre fugare ogni ambiguità, non abbiamo perso perché hai fatto una pessima campagna elettorale, certo sarebbe stato meglio lasciare a chi ha votato no la responsabilità di personalizzarla, ma questo sarebbe accaduto in ogni modo. L'”argumentum ad hominem” è il vero comune denominare degli ultimi venticinque anni di politica italiana, si aggiunga il contesto, un referendum, e la tua forte personalità, e si capisce che non poteva andare altrimenti. Fin qui il passato, ma veniamo all’oggi. Dopo la sconfitta non ho condiviso la tua idea di continuare la battaglia per il cambiamento all’interno del PD, avrei preferito che tu accogliessi il suggerimento di Galli della Loggia di uscirne e intestarti quel 40 % – del resto non apparteneva al PD, visto che la maggiore opposizione alla riforma è venuta proprio dall’interno – per fondare un nuovo soggetto politico capace di rafforzare quella proposta e tentare di portare il 40% al 51%. In un primo momento ho anche pensato di non rinnovare la tessera, ma poi mi sono detto, vediamo, magari la sua scelta è quella giusta, lui è il leader perché non dargli fiducia, così l’ho rinnovata. Ora però è passato un anno e, come sarebbe sempre bene fare in ogni scelta nella vita, è il momento del bilancio. Qual è il quadro politico che ci si prospetta dinanzi, dopo le tue dimissioni, un altro anno di governo PD e alla vigilia delle elezioni? Berlusconi più forte che mai, (attenzione Berlusconi non un suo delfino, non il berlusconismo, sempre quello classe 1936, alla quarta o quinta discesa in campo), unico vero “argine” per dirla con il nostro, ai Cinque Stelle e alla loro demagogia senza fine; un po’ come se nella Roma bruciante si fosse dato il comando dei vigili del fuoco a Nerone. E il PD, che fine ha fatto, ebbene udite udite: sotto la suggestione di un Veltroni che, tra una presentazione di un libro e quella di un film, evoca niente meno che gli “anni Trenta”, mette in campo un Fassino nei panni dello “scherpa” (si racconta, pensate un po’, di una lunga telefonata con D’Alema per preparare il terreno), con la benedizione di Prodi e tuo stesso che ammicchi, alla disperata ricerca di “una sintesi tra le varie anime” per salvare il salvabile. Ma cos’è “scherzi a parte”, o le più intellettualmente raffinate, trattandosi di sinistra, candid camera di Nanni Loy, o addirittura il Truman show? Il vecchio Marx di previsioni non ne ha mai azzeccata una, tranne questa: “nella storia le tragedie ritornano sempre nelle vesti di farsa”. Fermiamoci un attimo e respiriamo, dieci anni fa io e te (si fa per dire) con alle spalle storie diverse abbiamo insieme fondato il PD, il quale, con la sua “vocazione maggioritaria”, al di là delle suggestioni verbali, significava proprio lasciarci alle spalle quella palude che aveva caratterizzato il decennio 1996 – 2006, ed ora, come in un “gioco dell’oca” senza fine, siamo di nuovo da capo! Hai forse cambiato idea? Nulla di male, anch’io l’ho fatto diverse volte, quando mi è successo però, l’ho prima testimoniato e poi ho pagato il fio della mia scelta, non ho ragione di pensare che tu sia da meno, anzi ubi maior… Certo in politica il “ma anche” è un intercalare necessario, fino a quando però non lede il “principio di non contraddizione” a quel punto la politica si avvicina pericolosamente alla psichiatria, sono certo non sia il tuo orizzonte e aspetto fiducioso; per quel che mi riguarda il nuovo PD è perfettamente legittimo ma non è nelle mie corde, io mi fermo qui.

TU NE CEDE MALIS SED CONTRA AUDENTIOR ITO

Non lasciarti opprimere dalle calamità, ma va loro incontro con coraggio”, questo l’aforisma tratto dall’Eneide scelto da L. von Mises quale guida morale della sua formidabile parabola intellettuale. E per chi ha saputo come Mises, superare le follie inflazionistiche degli anni Venti che portarono ai totalitarismi e alla Seconda guerra mondiale, e le non meno pericolose smanie stataliste che caratterizzarono il secondo dopo guerra, senza cedere di un millimetro alle mode del tempo, non si è trattato certo di vuota retorica. Pur tuttavia senza alcuna pretesa di imitazione, quel motto, nei tempi cupi che ci ha preparato la cucina politica del 2016, può esserci di nuovo utile. Innanzitutto per non farsi travolgere dalla smania sovranista, seppur declinata in tutte le sfumature dell’intero arco costituzionale nostrano, ormai al centro dell’agenda politica italiana; sirena che sorprendentemente con altrettanto vigore, fa proseliti anche nei due paesi che per quasi tre secoli hanno rappresentato un’ancora e uno sprone ai valori del libero mercato e della democrazia: Stati Uniti e Regno Unito. Certo la retorica neo-imperiale di Trump sembra avere ben poco da spartire con la difesa dello stato sociale, che meglio sarebbe chiamare status quo, eterno cavallo di battaglia della sinistra nostrana. In verità la contraddizione è solo apparente, entrambe sono unite da una comune convinzione: l’illusione della superiorità morale dello stato – ovviamente dello stato da loro presieduto in conformità con le loro ideologie – contrapposta al presunto cinismo che la vecchia vulgata attribuisce da sempre e comunque al mercato. Ed è qui che bisogna “andare incontro al male con coraggio”, sfidando anche gli onesti contributi dei tanti difensori del mercato e della democrazia, convinti che basti metterne in evidenza la maggiore efficienza del primo nel produrre merci e la mitezza della seconda nel gestire il potere, per difenderli dal vecchio statalismo nella nuova versione sovranista. Non concentriamoci sui troppi mestieranti che di questi tempi approfittano della paura dei più, di fronte ad una crisi che ci trova un po’ tutti disarmati, andiamo alla radice del problema; perché quei movimenti populisti tutti accomunati dal suddetto sovranismo riscuotono tanto successo? Perché lo stato, ovviamente lo stato diretto da loro – tanto da giustificare una lotta per la presa del potere senza esclusione di colpi – diventa colui che dice per tutti attraverso la legge ciò che è bene e ciò che è male. Settant’anni di pace ci hanno fatto dimenticare quanto ogni nostra azione nella polis contenga prima di tutto una scelta morale, magari non siamo stati noi ad averla compiuta, magari l’abbiamo adottata senza alcuna consapevolezza, ma quando come ora l’architettura del nostro stare insieme viene messa in discussione, ognuno è chiamato di nuovo a dire ciò che ritiene essere bene e ciò che ritiene essere male. Nell’idea che sia lo stato a doverci dire ciò, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, è a ben vedere una vecchia ricetta, magari confezionate in modo accattivante, che ci riporta all’origine della civiltà moderna. L’economia di mercato e la democrazia nascono proprio da una reazione morale allo stato assolutista allora tutt’uno con un clero non meno invasivo; certo anche nel mercato e in democrazia ci sono leggi, ma queste si limitano a segnare il campo da gioco, dove ognuno deve continuamente fare i conti con i desideri e le preferenze altrui per perseguire le proprie. La modernità nasce proprio col passaggio da una morale assoluta e eteronoma, dove vorrebbero semplicisticamente riportarci i sovranisti, a una morale quale risultato delle autonome e sempre provvisorie scelte individuali; da uno stato dispotico e invasivo, ad uno stato garante della sicurezza di tutti e dell’uguaglianza davanti alla legge, che lascia ai cittadini la libertà e la responsabilità delle proprie scelte individuali. Il confronto, il compromesso, a cui siamo continuamente sottoposti nella nostra società aperta non sono un cedimento ai valori altrui, né queste scelte hanno un minore spessore morale, anzi proprio il confronto con l’altro le arricchisce e ne approfondisce il contenuto. Il pluralismo, valore cardine del nostro modello, ci costringe a rivedere e declinare le nostre scelte tenendo conto di tutte le sfumature, l’unica tinta forte che dobbiamo preservare è l’intolleranza verso gli intolleranti. Tuttavia, se democrazia e economia di mercato rappresentano in primis un salto morale e poi un incremento di benessere, perché allora oggi in tanti ritornano a sognare un mondo chiuso e arcaico? Perché l’uomo forte dalle risposte semplici e univoche, dopo le immani tragedie del Novecento, ritorna ad affascinare le masse? A mio giudizio il punto nevralgico – come già accadde più di cento anni fa con la Prima guerra mondiale che chiuse il secolo felice iniziato col congresso di Vienna – sta nello sfasamento tra istituzioni economiche e istituzioni politiche. Mentre le prime attraverso la globalizzazione hanno acquistato una capacità di creare ricchezza e benessere senza precedenti, le istituzioni politiche sono sempre meno capaci di regolare e governare quei mutamenti. Così il cambiamento, come sempre è accaduto dai tempi di Platone – che fu il primo a volerlo fermare con un sistema totalitario – anziché luogo di occasioni e di opportunità diventa sinonimo di paura e insicurezza. Ci sono tre punti particolarmente nevralgici dove questa contraddizione tra economia e politica risulta più marcata, i quali per essere affrontati richiedono per un verso ferma adesione ai principi della libertà economica, e per l’altro quell’intelligenza politica, quell’arte del giusto mezzo, senza cui ogni legge diventa dogmatica. Che le nanotecnologie, l’intelligenza artificiale o le biotecnologie, siano sinonimo di formidabile crescita di ricchezza è fuor di discussione, così come queste rappresentano altrettanti sconvolgimenti nella vita lavorativa di milioni di lavoratori. Che il commercio globale produca un’enorme divisione del lavoro come voleva Ricardo e un altrettanto enorme divisione della conoscenza per dirla con Von Hayek, su cui come previdero i due economisti, è cresciuta la pace e il benessere degli ultimi settant’anni e innegabile. Com’è altrettanto evidente essere quello stesso commercio alla base dei non meno sconvolgenti flussi migratori. Infine, che il mercato finanziario mondiale sia il volano imprescindibile dello sviluppo economico è fuor di discussione. Così come quello stesso mercato finanziario – attraverso forme di aggiotaggio che sfruttano bolle basate sull’asimmetria informativa per un verso, e paradisi fiscali mediante la creazione di scatole cinesi per l’altro – è diventato lo strumento su cui crescono enormi e ingiustificati trasferimenti di ricchezza a vantaggio di pochi a discapito dei più, è un dato altrettanto fuori discussione. Qui sta la contraddizione, mentre l’economia fa il suo mestiere aumentando la ricchezza applicando al meglio l’intelligenza umana al cambiamento materiale, la politica non riesce a trovare le forme per ridurre al minimo i disagi insiti in ogni cambiamento, senza compromettere la creazione di maggiore ricchezza. E’ forse nell’agenda della politica nostrana la creazione di vere politiche di workfare che accompagnino il lavoratore attraverso la formazione da una mansione all’altra in sicurezza? Certo che no, ci si attarda in sterili difese di un posto fisso che non esiste più, ormai garantito solo da un enorme apparato statale la cui fornitura di servizi quali: scuola, sanità, previdenza e servizi locali, meritoriamente sviluppati durante lo scorso secolo, oggi inopportunamente lasciati fuori dal mercato, sono diventati fonte di enorme corruzione, ricatto e inefficienza. Forse che l’Europa o l’Onu, hanno sviluppato in questi anni qualche strategia comprensibile di difesa e di sicurezza salvaguardando la mobilità e la libertà individuale? Nella migliore delle ipotesi quelle istituzioni sono diventate il luogo dove si difendono gli interessi nazionali, nella peggiore una burocrazia privilegiata e autoreferenziale. E il mercato finanziario, così importante per il nostro mondo globalizzato, che parte ha nella discussione politica? Si oscilla tra chi lo difende come una torre d’avorio per addetti ai lavori, e chi vorrebbe introdurlo nell’agenda politica solo per distruggerlo. Non bisogna cedere al male ma c’è di che preoccuparsi! Eppure i padri fondatori nel motto ” No taxation without rappresentation” avevano ben riassunto come deve organizzarsi la politica per governare l’economia. La rappresentanza deve crescere intorno all’interesse che ci unisce e ci accomuna e non come oggi al fine di porci l’un contro l’altro armati, mentre le tasse servono a sviluppare azioni volte a rafforzare e consolidare quel comune interesse, e non per piegarlo al privilegio di pochi né per farlo seccare con manie redistributive. In politica però non vi sono leggi o teoremi, è inutile sperare in formule miracolose, o in uomini della provvidenza; la politica, come la morale deve nascere da uno sforzo comune. Di nuovo L. Von Mises, il grande teorico del liberalismo, anche per questo può esserci d’esempio. Mises non è stato solo un formidabile scienziato, è stato anche l’insegnante prolifico capace di far crescere un paio di generazioni di eredi con i suoi privaten seminar che conduceva non ex cathedra ma come primus inter pares, come solo i grandi maestri sanno fare. Mises è stato anche un uomo politico, come ministro delle finanze del governo austriaco, pur sapendo di perdere, ha ritardato per quanto ha potuto la grande inflazione degli anni Venti. Mises è stato anche un cittadino attento alla politica del suo tempo, come dimostra il carteggio con il ministro dell’economia tedesco Ludwig Erhard, incoraggiandolo a trovare i giusti compromessi politici; piegando nel caso le idee economiche alle necessità politiche del tempo, pur di far risorgere la Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Insomma Mises si è sporcato le mani con la realtà, non si è chiuso nelle sue teorie, cosciente che questa contenga sempre più cose di ogni filosofia. In Mises quindi non solo possiamo trovare la teoria giusta per comprendere l’economia, ma anche la spinta morale necessaria, nei mala tempora in cui ci tocca vivere, a non ridurre quella scienza in secca verità autosufficiente e autoconsolatoria. Così Mises ha ben riassunto nella sua Autobiografia di un liberale, quel sentimento: “Ho sempre tracciato una linea divisoria rigorosa tra la mia attività scientifica e la mia attività politica. Nella scienza i compromessi sono tradimenti della verità. In politica sono inevitabili, perché spesso un risultato lo si può ottenere solo conciliando idee contrastanti. La scienza è l’opera del singolo individuo, mai il frutto della collaborazione di più persone. La politica invece è sempre cooperazione di una pluralità di soggetti, e perciò spesso dev’essere compromesso”.

GAME OVER

 

E’ inutile girarci attorno con la sconfitta del sì al referendum del 4 dicembre si chiude un ciclo politico, l’accozzaglia di politicanti, di informazione faziosa, di interessi diffusi (vedi “La fabbrica del dissenso“) ha vinto; eppure il 41% non è una percentuale irrilevante. Val la pena di chiedersi perché Renzi, anziché prenderne la testa e cercare di portarlo al 51%, è tornato a gestire i caminetti del PD? Se si ha la pazienza di filtrare le vicende politiche dagli inevitabili interessi di cui ognuno è suo malgrado portatore, come sempre sono le idee nel bene e nel male a tirare le danze della storia. Per istinto Renzi predilige istituzioni semplici e chiare, questo è il senso della riforma bocciata il 4 dicembre, e lo stesso istinto lo ha indotto ad immaginare più mercato e meno stato durante questi tre anni di governo, ma Renzi per sua stessa ammissione è un ex boyscout e un ammiratore del sindaco La Pira, altra storia. Una scelta così radicale come fondare un nuovo partito, come gli suggeriva Galli Della Loggia un paio di domeniche fa, implica una cultura liberale che egli non ha, e non si può chiedere a nessuno di essere ciò che non si è. A questo punto il ritorno al proporzionale – ridicola la proposta del mattarellum, non passerà mai – serve a tutti; i politici più “responsabili” si illudono di mettersi insieme dopo le elezioni per fare cose “ragionevoli”, mentre i demagoghi di professioni troveranno il terreno più fertile per esercitare la loro “virtù”, e tutti vissero felici e contenti, peccato che la storia non sia una fiaba. Tutto sommato Renzi e il suo gruppo hanno combattuto una buona battaglia, il vero problema è la difficoltà per un paese con la nostra storia di passare da una democrazia inconcludente a una democrazia decidente (vedi “La responsabilità rende liberi“), l’unico rimprovero è di aver mollato l’italicum, quella legge è stata il suo capolavoro politico, sacrificarla a Cuperlo è stata una sciocchezza. L’ex premier è però in buona compagnia, si pensi che il professor Ricolfi noto liberale, editorialista del Sole 24 ore e della fondazione David Hume, ha criticato quella legge perché, a suo dire, manderebbe al potere chi prende il 25% dei voti. Come se il secondo turno previsto quando nessuno supera il 40% non fosse una votazione, come se gli elettori posti di fronte ad un’offerta politica ridotta anziché scegliere il meno peggio, come bambini non sapessero andare oltre al tutto o niente. Cruccio di ogni liberale dovrebbe essere quello di rendere le scelte politiche un po’ più marginali, come fa il mercato stimolato dal consumatore. Ed è proprio questo il senso del secondo turno, permette al cittadino elettore di esercitare ulteriormente la sua domanda politica costringendo l’offerta, senza fargli perdere nulla della sua efficacia, a differenziarsi ulteriormente verso quella domanda più marginale. Certo la politica non è il mercato e il rimedio più efficace rimane quello di circoscriverne l’utilizzo, questo non lo può fare la legge elettorale, però una buona legge è condizione necessaria per ridurre gli appetiti ai tanti politicanti, sempre pronti ad allargare lo stato (tanto non pagano loro) per una manciata di voti. L’unica vera “critica” all’italicum è che potrebbe permettere la coalizione di quella eterogenea maggioranza anti-sistema che da tempo domina il dibattito pubblico in Italia e farla diventare maggioranza politica, ma il problema non è la legge elettorale, il problema è che quella maggioranza esiste, ed è sempre più coesa nell’identificare nell’euro e nell’Europa il male da eliminare. Illudersi di bloccarla attraverso una riedizione della conventio ad excludendum, come si fece con il partito comunista nella prima repubblica, è pura miopia politica. E’ ora di rovesciare il paradigma, i politici hanno tante colpe e nessuno vuole sminuirle, ma anche gli elettori hanno le loro responsabilità. Se dopo aver visto come è andata a finire con la lega di Bossi, che pure aveva una sua serietà, si fidano delle baggianate di Salvini, se dopo avere assistito alla parabola di Forza Italia, che predicava bene (la rivoluzione liberale) ma razzolava malissimo (il conflitto di interesse), credono alle smargiassate di Grillo, è ora di far sapere ai cittadini elettori che il voto come ogni scelta comporta un’assunzione di responsabilità. Il “voto di protesta” è un ossimoro giornalistico truffaldino, ottiene gli stessi risultati di una moglie che per gelosia evira il marito, tutto va in malora. L’Italia non è la Gran Bretagna né la Danimarca né la Norvegia, immaginare di uscire dall’euro col nostro debito significa una cosa sola: bancarotta. Davvero gli elettori di Lega e Cinque Stelle sarebbero disposti da domani a convertire i loro risparmi, ad accettare i loro stipendi, le loro pensioni, oggi in euro nell’equivalente in lire, e davvero credono che quando andranno al negozio sotto casa manterrebbero il precedente potere d’acquisto, e davvero costoro credono che i creditori di quell’enorme debito pubblico continuerebbero a finanziarlo senza imporre interessi astronomici. L’economia non è il gioco del Monopoli, la storia ha più volte mostrato cosa accade con simili scelte, illudersi poi di scaricare tutto sulla politica non ci eviterebbe il conto, e che conto! Se è vero che in ultima istanza il potere politico si fonda sui cittadini elettori e questi non possono eludere le loro responsabilità, proprio quel legame collega nel lungo periodo, per dirla con Hume, il potere all’opinione, ed è nella formazione dell’opinione che la politica ha la sua massima responsabilità. La smettano una buona volta i politici di raccontare storie, l’Italia se vuole ripartire dovrà pagare un conto salato, soprattutto, ognuno di noi pro quota, in funzione della posizione sociale che ricopre, dovrà riallineare i propri comportamenti ai profondi mutamenti introdotti dall’economia globalizzata. Una politica seria, capace di parlare il linguaggio della verità, certo deve trasmettere speranza e fiducia, ma non deve celare i sacrifici da richiedere ai cittadini imposti da una così grave situazione. Se invece i nostri politici “responsabili”, credono di eludere le follie monetarie dei “virtuosi della demagogia”, con qualche furbata post-elettorale da prima repubblica, ne vedremo delle belle.

LA RESPONSABILITA’ RENDE LIBERI

Si fa un gran parlare del referendum del 4 dicembre, purtroppo però in Italia il dibattito politico, o si riduce a puro slogan con le clack plaudenti contrapposte, e gli studi televisivi trasformati a surrogato della piazza. Oppure, ed è questo il caso attuale e non meno deviante, quel dibattito diventa puro tecnicismo per addetti ai lavori, non meno manipolabile dai demagoghi di turno. Così ogni cittadino, in questo strano autunno di attesa, sta cercando di farsi un’opinione su come cambierà il processo legislativo: le competenze della nuova camera e del nuovo senato, per non parlare del check and balance tra i due nuovi organi e gli altri poteri dello stato, inoltre, come se non bastasse, cambia anche il rapporto tra stato e regione, ridisegnando l’equilibro tra le prerogative dello stato e l’autonomia degli enti locali. Così via alla ridda di sfumature tra centralisti e federalisti, quasi che ai cittadini, per vivere in democrazia, fosse richiesta la competenza di un processo così complesso e specialistico quale l’atto legislativo. Chi s’era illuso in questo modo di rendere il dibattito politico più civile, più maturo, rimarrà presto deluso dal grado di demagogia a cui i tecnicismi si prestano. Difatti al semplificatore di turno, vien da dire: perché delegare quella competenza così importante e per questo piene di tentazioni corruttrici ad altri? D’altronde grazie a internet ognuno può all’istante con un clic discettare di tutto, allora al diavolo la rappresentanza come teorizza i 5 stelle novelli Rousseau, torni la sovranità al popolo! Ma non finisce qui, non maggior fortuna toccherà alla discussione sul cosiddetto “combinato disposto”, e ai presunti famigerati effetti attribuiti alla legge elettorale sul nuovo sistema legislativo. Di nuovo interminabili disquisizioni tra proporzionale e maggioritario, con preferenze o di collegio, a turno unico o a doppio turno ect. Ed è facile per i nostri Jaques le Bonhomme a 5 stelle insorgere: ma come in democrazia ogni testa un voto, basta contarli e distribuirli, chissà cosa nascondono quelle formule, non vorrete di nuovo cadere sotto il tacco di un novello tiranno stivaluto, non più romagnolo, magari toscano e altrettanto sbruffone e prepotente? Non è difficile immaginare cosa risponderà il popolo. Viene in mente il teologo riformatore Jan Hus, e la sua proverbiale esclamazione: oh sancta simplicitas! quando sul rogo in cui lo aveva condannato santa romana chiesa, troppo tardi s’avvide ch’era la pia vecchietta a portare la legna che lo arrostiva. Se il nostro Premier vuole evitare il “rogo mediatico”, cambi al più presto il registro del suo messaggio politico. Semplice non è sinonimo di facile, rispondere alla demagogia pentastellata o leghista con non meno demagogiche promesse di tagli ai costi della politica è un errore. Certo la riduzione dei costi c’è ed è bene sottolinearla, ma non è quello il cuore della riforma, anzi la riduzione dei costi è un effetto della medesima, non la causa. Occorre invece prendere atto di quanto il populismo imperante, che ha inquinato il dibattito politico degli ultimi venticinque anni, sia il risultato della crisi costituzionale italiana. Nata sulle ceneri del fascismo la nostra costituzione ne ha introiettato le paure, il risultato è stato: una forte riduzione dei poteri del governo, da cui la sequela di esecutivi alla media di un all’anno; compensati da una abnorme crescita dei corpi intermedi: associazioni, partiti, sindacata, a cui i cittadini delegavano le decisioni con spirito più fideistico e di appartenenza che ben ragionato. Quando quel sistema è crollato per la natura consociativa e corruttiva di quel patto costituzionale, non sono spariti solo quei corpi intermedi, ma con loro anche la capacità di decidere del governo e di esercizio delle proprie prerogative, attraverso un processo di formazione dell’opinione pubblica in grado di supportare il peso implicito in ogni decisione politica. La riforma costituzionale e la legge elettorale fanno due cose: la prima abolisce il bicameralismo paritario e distingue meglio le competenze tra centro e periferia, permettendo al futuro governo il pieno esercizio del proprio mandato. Mentre la nuova legge elettorale, consegna ai cittadini la facoltà di indicare col voto chi governa. Chi garantisce che il governo non abusi del suo potere e che i cittadini scelgano con equilibrio, insorgono i detrattori più ragionevoli? Nessuno, ed è questo il pregio della riforma! Certo i check and balance esistono, ma nessun potere di controllo potrà mai impedire errori e pure gravi. Per crescere come individui e comunità esiste un solo modo: “trial and error”, proprio quello che è mancato nei settant’anni di storia repubblicana viziati dal trauma del fascismo e della guerra civile. Non si può essere liberi senza possibilità di errore, e non è possibile accrescere la libertà senza un’equivalente assunzione di responsabilità. Per sperare in una piena vittoria del sì, bisogna però ben distinguere tra chi dice no, e non stancarsi di tendere la mano ai tanti disillusi cittadini schierati in quel fronte. Nel variegato fronte del no, a parte uno sparuto numero di professoroni che sognano un ritorno ai fasti della prima repubblica e alla loro centralità di “numi tutelare della conoscenza”, la cui influenza è decisamente sopravvalutata, esistono due fronti: la palude e i rancorosi. A proposito di quest’ultimi, proprio ieri ho letto il pezzo sul Corriere del senatore Monti sui motivi che lo hanno indotto a schierarsi per il no, lo dico da elettore nelle ultime elezioni del movimento guidato dall’ex Premier, spiace vedere usare male tanta intelligenza da parte di persone indubbiamente brillanti, e lo stesso discorso vale per D’Alema che in passato ho a lungo apprezzato. Capisco umanamente la delusione di vedersi porre ai margini della vita pubblica, nonostante i meriti acquisiti in carriera superino i demeriti; capisco anche l’amarezza per essere stati scartati dall’attuale Premier in ruoli a loro confacenti, a favore di persone meno capaci; ma senza rottamazione non si esce dal populismo che ammorba il dibattito nel nostro paese. Non sempre la vita è giusta, forse arriverà un tempo in cui si potrà separa il grano dal loglio, per ora verso i rancorosi non resta che l’oblio. Più articolato deve essere il rapporto con l’altro parte di paese, la palude, non solo perché è decisamente più grande, e i numeri in democrazia contano. Certo, nella palude c’è e ci sarà sempre una parte di paese che ci sguazza e si nutre del caos politico istituzionale: un pezzo di informazione, un pezzo di economia e naturalmente di personale politico e contorno burocratico, l’unico modo per ridurre quel bacino è far funzionare meglio i rispettivi mercati, compreso quello politico attraverso la riforma. Vi è però una parte ben più grande della palude composta da cittadini normali, vissuti e cresciuti comprensibilmente lontani da una politica che li avrebbe voluti “eterni bambini”, tutt’al più “adolescenti tifosi”, oggi ostaggio di una crisi che non capiscono, a cui occorre tendere la mano senza stancarsi, neanche di fronte al loro ritroso disprezzo, o al non meno fastidioso dileggio. Non so dire se il 4 dicembre prevarrà il sì o il no, sono comunque certo che quel patrimonio politico di sì, ben più consistente dello sparuto pugno di intellettuali che all’indomani della Liberazione avrebbe voluto una costituzione più coraggiosa, non può essere sperperato. Se le dimissioni dopo la sconfitta non sono in discussione, non lo può essere di meno la continuazione di un progetto politico che sogna un paese diverso. Matteo Renzi e la classe dirigente che intorno a questa battaglia politica si è formata – dipinta a torto come inadeguata da una certa stampa che alla lotta delle idee preferisce l’attacco ad hominem – ha invece le capacità, il dovere morale e dopo il referendum anche i numeri, per condurre quelle idee fino alla vittoria. Questi non sono certo tempi per novelli Cincinnato!

LA FABBRICA DEL DISSENSO

Magari può non risultare simpatico a tutti, magari quella spregiudicatezza troppo esibita finisce per trasformarsi in irritante spocchia, però non possiamo non constatare che, quanto promesso all’atto dell’insediamento come presidente del consiglio, Matteo Renzi non solo prima lo ha detto ma poi lo ha davvero fatto. Dalle riforme costituzionali alla legge elettorale, alla riforma del lavoro e della pubblica amministrazione, l’intervento sulla scuola con annesso assunzioni e concorsi, fino agli interventi sul fisco per imprese e lavoratori e proprietari di case e terreni; certo ognuno avrà da obiettare su questo o quello, ad esempio io avrei preferito la proposta del Senatore Ichino al Job Act e sulla scuola mi sarei aspettato un intervento ben più liberale. Eppure resta il fatto – per chi è nato e cresciuto in un paese dove si sono visti succedere in settant’anni di storia repubblicana quasi altrettanti governi, pronti a smentire il giorno dopo le elezioni quanto promesso il giorno prima – dicevo resta il fatto che si tratti di una novità di non poco conto e oserei dire gradita a prescindere dagli ideali di riferimento. Allora perché Renzi perde visibilmente consenso? Perché: “i franchi, i travagli i mauri” con le loro filippiche, il loro “benaltrismo”, gran lisciatori di pelo del “comune sentire” hanno tanto successo? Certo puntare il dito, dividere, è più facile che costruire e indicare una meta, ma questo non è sufficiente a spiegare il successo della “fabbrica del dissenso”. Innanzitutto c’è un problema di metodo, come si costruisce il consenso? Mentre il Presidente del Consiglia si ostina a perdere tempo in inutili discussioni nelle famose direzioni del PD sperando poi sia sufficiente che le sue élite trasmettano il messaggio alla base per formare il consenso, cosa che tra l’altro non avviene per la riottosità di quest’ultime; i nostri dissenzienti hanno un loro brand, una strategia che muove diversi interessi spesso in competizione tra loro, tutti però perfettamente a loro agio nel vasto mercato che fornisce il “bene” opinione pubblica. Insomma, immaginare oggi di costruire il consenso attraverso le vecchie categorie di élite, di classe politica, care a Mosca e Pareto è un errore madornale. Lasci ai Cuperlo e Speranza la direzione del partito, si riprenda Renzi la sua Leopolda e costruisca intorno a lei quella “fabbrica del consenso” capace di sfidare sul mercato dell’opinione pubblica i vari Berlusconi, Grillo, Salvini. Fino a quando l’opinione pubblica sarà nutrita da quell’unica moneta disfattista, allora “la moneta cattiva scaccerà quella buona”, tant’è che oggi Berlusconi ci sembra uno statista rispetto ai suoi epigoni; quando invece sullo stesso mercato compariranno altre monete allora si può star certi che quelle sane prevarranno e i nostri demagoghi si scioglieranno come neve al sole. E’ vero e vale non solo per l’Italia, nella società globale l’invidia sociale è il collante di tutti i populismi ed è un sentimento tanto comune a tutti quanto facile da propagare, ciò non toglie che quel sentimento da negativo, se ben indirizzato, può trasformarsi in una sana competizione dove i migliori sono oggetto di imitazione, diventando così un formidabile serbatoio di esperimenti e di crescita individuale e collettiva; a questo serve la politica quando non si riduce ad amministrazione dell’esistente. Il buon politico come il buon imprenditore fiuta i desideri e le speranze delle persone e là dirige l’opinione pubblica, la gente ama vivere, il risentimento è stato il frutto avvelenato di vent’anni di politica scadente. Riprenda Renzi quel radicale rinnovamento della politica che tante speranze aveva suscitato attorno alla sua candidatura, questa deve creare modelli, occasioni, riforgiare valori in sintonia con la modernità e con la naturale propensione individuale a migliorarsi, da contrapporre a chi crede che l’unico modo per crescere sia abbassare il prossimo. Ma assieme al metodo è necessario anche rafforzare i contenuti. Non c’è dubbio che la nuova costituzione renda il governo meno costoso e più efficiente e quindi più soggetto al controllo e al giudizio dei cittadini, ed è bene che ciò emerga nel dibattito pubblico, ma tutto ciò non scalda i cuori quanto la prospettiva della cacciata del “tiranno” vagheggiata dai nostri disfattisti. Bisogna andare oltre, a cosa serve un governo più forte? E’ necessario avere un’idea altrettanto dirompente, e non può certo nascere da un patto con Bersani e Bindi. Bisogna avere il coraggio di dire che la storia degli ultimi cinquant’anni – che per tante ragioni non è riassumibile in una distinzione tra buoni e cattivi, come a lungo si è cercato inutilmente di fare nella seconda repubblica – ci ha consegnato uno stato, per dirla con Frédéric Bastiat, “che è una grande finzione dove tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”. Con il nuovo governo non solo quello stato verrà ridotto e riportato nei suoi confini naturali, ma ciò che rimarrà avrà un solo compito: favorire iniziative e investimenti volti a creare nuovi posti di lavoro, questo era lo spirito della costituzione del “48” e questo rimarrà lo spirito della nuova costituzione. Non meno importante, infine, tutto ciò permetterà al Presidente del Consiglio di uscire dalla maldestra impasse in cui si è cacciato creando quel clima, dove si è infilato anche il “cane morto” D’Alema, ben riassunto dal celebre motto attribuito a Madame de Pompadour: aprés moi le déluge. Certo le sue dimissioni non sono in discussione in caso di sconfitta, ma da questo a dire che con esse tramonta la sua carriera politica e addirittura il progetto di rinnovamento che con lui ha preso piede finalmente nel nostro paese, mi sembra francamente un non sequitur perdonabile solo per la giovane età del nostro premier. Senza dubbio le idee camminano sulle gambe delle persone, ma non sono riducibili per fortuna ai destini dei medesimi individui; e ad ogni persona, se farà i conti con i propri errori, le proprie debolezze, le altrettante sconfitte, la vita saprà offrire ben più di un’occasione.

NUNVEREGGEA PIU’

La vicenda dell’ex ministro Guidi ha riportato a galla un vecchio vizio della sinistra classista e statalisti, che tanto ha in comune con la nostrana destra familista e nazionalista: l’insopportabile moralismo amorale di certe ideologie rottamate dalla storia, però ancora capaci di nutrire quell’invidia sociale vera malattia italica. Premesso che fino a l’altro giorno non avevo particolare simpatia per la ministra dalle guance rubizze, a onore del vero soprattutto per il padre Guido Alberto e non certo per il suo essere entrepreneur. Qualche anno fa l’uomo, nelle vesti di vice-presidente di Confindustria, visitò un liceo reggiano e se ne usci con queste considerazioni rivolte agli studenti: “beh se qualcuno di voi preferisce poi suonare il flauto, per il futuro da disoccupato che lo aspetta non potrà che prendersela con sé stesso”. Considerando l’età dei discenti e il ruolo dei sogni nella formazione adolescenziale, mi sarei aspettato un’alzata di scudi dei politici locali e docenti, aspettativa puntualmente delusa, come sempre entrambi troppo proni alla seggiola e alla vita comoda per assumersi la responsabilità di dare un metafisico calcio in culo allo smargiasso; da qui un certo pregiudizio verso la figlia, completamente estinto dopo questa vicenda. Per essere chiari, non è mia intenzione giudicarne le capacità di ministro, o se avesse o meno dovuto lasciare quella carica date le circostanze; quello che mi interessa è ciò che rimarrà di questa vicenda: la presunta “superiorità morale” di certi politici e opinion maker, e il consenso che raccoglie tra i cittadini questa mala pianta grazie alla sapiente cura dei suddetti professionisti. Questo sì a mio parere perenne ostacolo ad una seria crescita morale nazionale, precondizione essenziale per ogni possibile rilancio del nostro malandato paese. La rappresentazione plastica di questa parte di paese è andata in onda qualche sera fa nel salotto della Sig.ra Gruber. Si va dall’ineffabile Travaglio, una sorta di Robespierre della parola, sempre pronto ad inscenare complotti attraverso quelle tanto interminabili quanto fanciullesche serie di “perché” che caratterizzano le sue tirate, messi lì solo per supportare le “teste rotolanti” che inevitabilmente coronano la chiusura dei soliloqui del nostro. Si aggiunga un deputato più renziano di Renzi che come tutti gli allievi, con l’ansia di superare il maestro finiscono per sovvertirlo, infine la Lorella nazionale passata con nonchalance dalle lezioni di ballo a quelli di etica pubblica, il tutto contrappuntato dalle interiezioni della padrona di casa splendidamente catalogate qualche settimana fa sul Corriere della Sera dall’impareggiabile Aldo Grasso, e il gioco è fatto: daje al “mostro”, “beccata con le mani nella marmellata” sibilla il nostro Maximillienne!! E quale sarebbe la “colpa” della povera Guidi, pensate un po’ mentre esercitava il ruolo di ministro era anche una donna, una mamma e addirittura un amante poco riamata, imperdonabile! Fermiamoci un attimo, questa è la forma mentis da cui nasce il mito del ruolo separato dalla persona, che poi diventa mito della politica con la “P” maiuscola impermeabile a gruppi di potere e lobby, che poi si fa mito dello stato o della società sempre con la “S” maiuscola, causa di tanti fraintendimenti e tragedie. Non ci si rende conto che la politica, per dirla con l’abate Galiani, è questione di maximis et minimis: come si ottiene il massimo bene facendo il minor male possibile? Questa è la difficolta, non certo creare aspettative surreali per mezzo di ideologie astratte che puntualmente deludono i cittadini, ma danno da mangiare ad una innumerevole pletora di capi popolo, e soprattutto rompono quella necessaria armonia sociale e fiducia reciproca fondamentali per costruire qualcosa insieme. Lo scopo della democrazia è il governo della legge, certo, le leggi le fanno gli uomini e inevitabilmente ne contengono i limiti e le debolezze. Se nel suddetto caso ci si fosse attenuti a quel criterio, analizzando i contenuti e gli effetti del provvedimento, si sarebbe scoperto che non c’era nulla di così immorale nel comportamento del ministro, da giustificare questa ennesima delegittimazione delle istituzioni democratiche su cui si erge l’interesse, questo sì poco morale, degli opposti estremismi. Fino a quando attraverso la democrazia si ricercherà “la pienezza dei tempi” quando solo allora “il lupo e l’agnello pascoleranno insieme” per dirla col Profeta, quelle pretese diverranno delusioni e non potranno che portare conflitti, divisioni, senza possibilità di sintesi. Capisco sia inattuale dirlo durante il presente pontificato: il sentimento religioso è una bella cosa per il singolo, fa disastri se diventa azione politica. Di questo passo la personale speranza di vedere la sinistra che mi piace liberale e individualista, a confronto con una destra conservatrice, magari un po’ aristocratica, capaci nel conflitto di idee e interessi di produrre una legislazione equilibrata ed efficace, risulta tanto vana quanto le ideologie novecentesche che ancora animano il dibattito sociale nel nostro paese.

L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER LIBERALI

Nell’articolo del 2/2/2016 “la vera radice dei diritti” il Professor Galli della Loggia prendendo a pretesto la legge Cirinna’ sulle unioni civili, pone il tema per eccellenza di una democrazia liberale. Può un prescrittivismo giuridico espressione di una minoranza decidere quelli che dovranno diventare “i diritti inalienabili della persona”, e basta una maggioranza parlamentare – come sempre in balia dei sondaggi per la prossima elezione – per conferirle in modo autorevole il grado di legge? Benché di questi tempi l’aggettivo liberale sia un po’ come il colore nero per l’abbigliamento, “veste sempre bene”, se le parole conservano ancora un legame con il loro significato etimologico, la democrazia italiana corre tanti rischi fuorché di diventare liberale. Usciamo dal dibattito su quella legge, troppo carico di implicazioni etiche per essere esemplificativo della nostra questione. E’ certamente liberale riconoscere ad ognuno attraverso la propria attività il diritto a procurarsi quanto gli serve per vivere, favorendolo magari attraverso un sistema di regole comuni che aumenti le occasioni ad ognuno. Viceversa, è completamente illiberale il reddito di cittadinanza sponsorizzato da un certo positivismo giuridico, esigibile da una parte della popolazione attraverso un sistema di tassazione coercitivo, che lo stato esercita per loro conto su quella parte di cittadini a cui quel diritto non è stato conferito. Non meno illiberali sono le pretese di una certa tradizione giusnaturalista, la quale assumendo come assoluti, concetti come: “nazione” o “famiglia”, pretende di favorirne l’affermazione attraverso l’introduzione di barriere doganali o finanziamenti diretti a discapito e sulle spalle di coloro – a prescindere dal numero – che a quelle idee non crede e non le pratica. Questa oscillazione tra il diritto naturale e il diritto positivo ha segnato gran parte della storia italiana dall’unificazione a oggi, mentre l’essere liberale passa proprio da una equilibrata conciliazione di tradizione da rispettare e innovazione, intesa come processo di contaminazione e sviluppo della tradizione oltre i suoi presunti confini naturali. Ma essere liberali significa anche sottrarre alla dialettica partitica minoranza – maggioranza quella che F. A. von Hayek chiama il nomos, quelle leggi che per la loro universalità non possono mai essere a discapito di qualcuno. Pur con tutti i limiti segnalati dal grande economista e filosofo nei suoi ultimi scritti, il diritto anglosassone codificato sotto il nome di “common law” è certamente quello che più si è avvicinato alle aspirazioni del liberalismo. Certo anche il diritto anglosassone è asservito alla dialettica minoranza – maggioranza forzature e clientelismo compreso, ma quel parlamento sa che: se non terrà conto della tradizione, dei limiti posti dalla costituzione scritta e non, dalla carta dei diritti individuali, habeas corpus compreso, troverà un giudice che legato per mandato a quei vincoli modificherà o casserà attraverso sentenze, quelle leggi che non vi si attengono. Di ben altra natura è il quadro giuridico italiana dove attraverso le maglie larghissime delle varie interpretazioni, il diritto positivo imperante ma anche quello di matrice giusnaturalista, può legiferare una cosa e il suo contrario, certo che incontrerà un giudice anch’esso abilitato a sentenziare tutto e il suo contrario, determinando un quadro giuridico più simile alle “grida” manzoniane che ad uno stato di diritto. Certo ci sono stati anche momenti alti nella storia italiana, pensiamo al Risorgimento e al secondo dopo guerra, dove un’equilibrata sintesi di ideologie diverse che avevano reso possibile quegli eventi si sono, soprattutto nel primo periodo, espresse al meglio anche nella produzione giuridica oltre che nel clima sociale. Dopo qualche tempo però, quando le ideologie si annacquarono e gli interessi presero il sopravvento, corruzione e particolarismo azzerarono con gli interessi quanto di buono era stato fatto. L’attuale debito pubblico, l’alta conflittualità sociale e il clima di sfiducia di questi tempi, ne sono l’amara eredità; no, l’Italia non è un paese per liberali.