CAPITALE – INTERESSE

SINOSSI

Spirito di sacrificio, propensione al miglioramento, slancio verso il futuro, sono il presupposto per l’accumulazione di capitale, questo rende l’accumulazione di capitale un’azione intrinsecamente morale. Il capitale – ossia l’accumulazione di beni intermedi composti da risorse naturali e lavoro al fine di rendere più efficiente la produzione dei beni di consumo – non è un dono del cielo, le società che non si organizzano per accumularlo, considerando che nessuno è disposto a rinunciare a migliorare le proprie condizioni, inevitabilmente si strutturano per rapinarlo. La “giustizia sociale” e il “Lebensraum” (spazio vitale) sono i due tentativi più recenti compiuti per giustificare la spoliazione, la lotta di classe e il conflitto tra razze sono le ideologie su cui crescono. Entrambe presuppongono una superiorità di una parte sull’altra e quindi la giustificazione del conflitto. In termini economici questo conflitto ha assunto spesso la forma di lotta contro il tasso di interesse (time preference) richiesto dai possessori di capitale per prestarlo. In economia però l’interesse ha una natura originaria ineliminabile, deriva dal maggior valore assegnato da ogni persona a un bene presente rispetto allo stesso bene goduto nel futuro. Il tentativo dei governi di eliminare l’interesse stampando moneta o facendo debiti, sono le cause della distruzione del sistema dei prezzi e dell’inevitabile avvento di ogni forma di totalitarismo.

CITAZIONI

Eugen Bohm Bawerk – Teoria positiva del capitale – (pag. 17)

Questo è il vero significato da attribuire alle vie indirette della produzione e questa è la ragione del successo ad esse connesso: ogni via indiretta significa acquisizione di una forza ausiliare più forte e più idonea della mano del l’uomo; ogni prolungamento del processo indiretto significa aumento delle forze ausiliari al servizio dell’uomo e trasferimento di una parte del fardello produttivo dal lavoro umano, scarso e costoso, alle forze prodigalmente offerte dalla natura. E ora è tempo di esprimere un pensiero che si faceva attendere e che il lettore ha certamente già presentito: la produzione che segue saggiamente processi indiretti, non è altro che quanto gli economisti chiamano produzione capitalistica; così come la produzione che va direttamente allo scopo desarmata manu rappresenta la produzione senza capitale. Ma il capitale non è altro che l’insieme dei prodotti intermediari creati a ciascuna tappa del lungo processo indiretto.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 260 – 261)

Come è descritto da Bohm Bawerk. L’uomo sceglie il sistema di produzione capitalistico che richiede più tempo, ma compensa per questo posticipo generando un maggiore e migliore prodotto. Al principio di ogni passo verso una più completa esistenza c’è il risparmio, ossia, l’accumulazione di prodotti che rende possibile l’allungamento del periodo medio di tempo trascorso tra l’inizio del processo di produzione e l’uscita del prodotto pronto per l’uso e il consumo. I prodotti accumulati a questo fine sono anche momenti intermedi del processo tecnologico come: strumenti, semilavorati o prodotti pronti per il consumo, che permettono all’uomo di sostituire senza comprimere i bisogni durante il periodo di attesa, un prodotto con un maggior tempo incorporato con uno con minor tempo incorporato. Questi sono chiamati beni capitali. Per questo il risparmio e il conseguente accumulo di beni capitale, sono il presupposto per ogni tentativo di miglioramento delle condizioni materiali dell’uomo, essi sono a fondamento della civiltà umana. Senza il risparmio e l’accumulazione di capitale non può esserci alcuno slancio verso fini spirituali. Dalla nozione di beni capitale e necessario distinguere il concetto di capitale. Il capitale è il concetto fondamentale del calcolo economico, il principale strumento mentale per la condotta degli affari in una economia di mercato. Il suo corrispettivo è il concetto di profitto. La nozione di capitale e profitto sono applicate alla contabilità e nelle riflessioni superficiali al modo in cui la contabilità è vista come un semplice raffinamento per evidenziare le differenze fra mezzi e fini. La mentalità economica traccia una linea di demarcazione tra beni di consumo di utilizzo immediato per la soddisfazione di propri desideri, e quei beni di altro ordine, ma anche di prim’ordine che progetto di impiegare per future azioni, che accumulo per la produzione di beni futuri. La differenza tra mezzi e fini diventa una differenza tra acquisto e consumo. L’intero complesso di beni destinati all’acquisto per: affari, economia domestica, accantonamenti finanziari, provviste di beni per la famiglia, sono valutati in termini monetari e questa somma – capitale – è il punto di partenza del calcolo economico. L’immediato fine dell’acquisto è di crescere o almeno di preservare il capitale. Quell’importo che può essere consumato senza ridurre il capitale è chiamato profitto. Se il consumo eccede il profitto disponibile la differenza è chiamata consumo di capitale. Se il profitto disponibile è maggiore del capitale consumato, la differenza è chiamata risparmio. Tra i maggiori compiti del calcolo economico ci sono quelli di stabilire: la grandezza del profitto, del risparmio e del consumo di capitale.

Eugen Bohm Bawerk – Teoria positiva del capitale – (pag. 307 e 309)

I beni presenti sono di regola più apprezzati dei beni futuri di ugual specie e numero. Questa proposizione è il punto essenziale e centrale della teoria dell’interesse che ho da esporre… Infatti il futuro è larga parte nella nostra cura economica, una parte più larga di quanto ordinariamente si pensa. E’ una verità banale, a ben vedere, che la nostra condotta economica propriamente è diretta solo in minima parte al presente e per la parte preponderante al futuro, ma tuttavia questa verità è di rado colta nella sua intera portata.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 524 e 527)

E’ stato mostrato che la preferenza temporale è una categoria inerente l’azione umana. La preferenza umana si manifesta nell’originario fenomeno dell’interesse, ossia lo sconto sui beni futuri rispetto ai beni presenti. I prezzi dei beni di consumo sono il risultato dell’influenza reciproca tra le forze operanti sul mercato distribuite tra i diversi fattori complementari concorrenti nella produzione. Mentre i beni di consumo sono beni immediati, viceversa i fattori di produzione sono mezzi per la produzione di beni futuri, perciò i beni immediati hanno maggior valore rispetto ai beni futuri dello stesso tipo e quantità. La somma pertanto distribuita sui beni futuri, persino in una immaginaria costruzione di una economia in equilibrio, è inferiore al prezzo inerente gli stessi beni di consumo presenti. Questa differenza è l’interesse originario… E’ perciò l’originario tasso d’interesse che stabilisce tanto la domanda di fornitura di beni capitale che di capitale. Essa determina quanto, stante la disponibilità di beni capitale, deve essere destinato al consumo nell’immediato futuro e quanto può essere messo da parte per più lontani utilizzi nel futuro. Le persone non risparmiano e accumulano capitale perché c’è l’interesse. L’interesse non deriva né dall’impulso a risparmiare né dalle future ricompense per l’astensione al consumo immediato. E’ la proporzione tra le reciproche valutazioni dei beni presenti sui beni futuri. Il mercato dei prestiti non determina il tasso di interesse, ma corregge il tasso di interesse sul prestito in funzione dell’originario tasso per come si manifesta nella forma di tasso di sconto sui beni futuri. L’interesse originario è una categoria dell’azione umana, è operante in ogni valutazione di ogni bene materiale e non può mai scomparire.

Ludwig von Mises – La mentalità anticapitalista – (all’interno dell'”Innocenza del mercato” pag. 41)

Il capitale non è un dono gratuito di Dio o della natura. E’ il risultato di una previdente restrizione del consumo da parte dell’uomo. E’ creato e aumentato attraverso il risparmio, e si mantiene sottraendolo allo sperpero. I beni capitali non hanno in sé stessi il potere di aumentare la produttività delle risorse naturali e del lavoro umano. Solo se i frutti del risparmio vengono saggiamente utilizzati o investiti, essi aumento il rendimento per unità di risorsa naturale e di lavoro impiegate. Se così non avviene vengono dissipati o sprecati. L’accumulazione di nuovo capitale, il mantenimento del capitale precedentemente accumulato e l’utilizzo del capitale per aumentare la produttività dello sforzo umano sono i risultati di una azione umana finalizzata. Essi sono le conseguenze della condotta di gente parsimoniosa, che risparmia e si astiene dallo sperpero. Sono, questi, i capitalisti, che guadagnano l’interesse; e sono le persone che hanno successo nell’utilizzo del capitale disponibile, perché offrono il migliore soddisfacimento possibile ai bisogni dei consumatori: sono cioè gli imprenditori che guadagnano il profitto. E’ nella natura della società capitalista che si formi continuamente del capitale nuovo. Più grande diventa il fondo capitale, più cresce la produttività marginale del lavoro, e più alti, quindi, sono i salari, sia assoluti che relativi.

Ludwig von Mises – Il fallimento dello stato interventista – (pag. 252 – 254)

E’ un fatto basilare del comportamento umano che la gente valuti i beni presenti più cari che i beni futuri. Una mela disponibile per il consumo immediato è valutata dì più di una mela che sarà disponibile il prossimo anno. E, a sua volta, una mela che sarà disponibile fra un anno sarà valutata di più di una mela che sarà disponibile fra cinque anni. Questa differente valutazione appare nel mercato economico sotto forma di sconto, a cui sono soggetti i beni futuri se comperati con quelli presenti. Nelle operazioni monetarie, questo sconto è chiamato interesse. L’interesse non può quindi essere abolito. Se volessimo eliminare l’interesse, dovremmo impedire alle persone di valutare una casa, che è già abitabile, più di una casa che sarà pronta per l’uso fra dieci anni. L’interesse non è una peculiarità del sistema capitalistico. Anche in una società socialista andrà considerato il fatto che il pane che sarà disponibile solo fra un anno non soddisfa la fame di oggi. L’interesse non ha origine con l’incontro della domanda e dell’offerta di prestiti monetari nel mercato dei capitali. Funzione del mercato dei prestiti, che in termini economici è chiamato mercato monetario (credito a breve scadenza) e mercato dei capitali (credito a lunga scadenza), è piuttosto quello di adattare i tassi di interesse degli stessi prestiti monetari alle differenti valutazioni dei beni presenti e futuri. Questa differenza di valutazione è la fonte dell’interesse. Un incremento della quantità di moneta, non importa di quanto, non può nel lungo periodo influenzare il tasso di interesse. Nessuna legge economica è meno popolare di questa: che i tassi di interesse sono nel lungo periodo indipendenti dalla quantità di moneta. La pubblica opinione è riluttante a riconosce l’interesse come un fenomeno insopprimibile. Si è ritenuto che l’interesse fosse un male, un ostacolo al benessere umano e, quindi, ci si è chiesti se esso non andasse eliminato o almeno considerevolmente ridotto. E l’espansione del credito è ed è stata considerata lo strumento idoneo per avere una “moneta facile”. Non c’è dubbio che l’espansione del credito tende, nel breve periodo, a ridurre il tasso di interesse. All’inizio, l’offerta addizionale di credito spinge il tasso di interesse per prestiti monetari sotto il livello a cui esso si sarebbe attestato in un mercato non manipolato. Ma è comunque chiaro che anche la più grande espansione del credito non può mutare la differente valutazione dei beni presenti e di quelli futuri. Il tasso di interesse deve alla fine tornare al punto in cui esso corrisponde a questa differenza nella valutazione dei beni. La descrizione di questo processo di aggiustamento è il compito di quella parte dell’economia che è chiamata teoria del ciclo economico. Per ogni costellazione di prezzi, salari e tassi di interesse, ci sono progetti che non saranno realizzati perché un calcolo della loro redditività mostra che non ci sono possibilità che tali iniziative abbiano successo. L’uomo d’affari non ha il coraggio di intraprendere perché, sulla base del calcolo economico, ritiene che non ci saranno guadagni ma perdite. Questa mancanza di attrattiva del progetto non è una conseguenza delle condizioni monetarie o del credito; essa è dovuta alla scarsità di beni economici e di lavoro e al fatto che questi ultimi devono essere destinati a impieghi più urgenti e quindi più incoraggianti. Quando il tasso di interesse è abbassato artificialmente attraverso l’espansione del credito, si ha la falsa impressione che le iniziative che prima erano state considerate non vantaggiose diventino ora vantaggiose. La “moneta facile” induce gli imprenditori ad imbarcarsi in affari che non avrebbero intrapreso con un tasso di interesse più alto. Con il denaro prestato dalle banche, essi entrano nel mercato con una domanda addizionale e provocano un aumento dei salari e dei prezzi dei mezzi di produzione. Questo boom è ovviamente destinato, in assenza di una ulteriore espansione del credito, a esaurirsi immediatamente, poiché la crescita di prezzi renderà nuovamente non vantaggiose tali iniziative. Se pero le banche continueranno ad espandere il credito, questo freno verrà meno. L’aumento continuerà. Ma l’aumento non può continuare all’infinito. Ci sono due alternative. Le banche continueranno ad espandere il credito senza alcuna restrizione e quindi provocheranno aumenti successivi dei prezzi e una sempre crescenti orgia di speculazione che, come in tutti i casi di inflazione illimitata, finisce con un “crack-up boom” e con un collasso del sistema monetario e creditizio. Ovvero le banche si fermeranno prima di arrivare a tale punto, rinunciando volontariamente a una ulteriore espansione del credito; il che provocherà così la crisi. In entrambi i casi ciò che segue è la depressione. E’ ovvio che un mero processo bancario come l’espansione del credito non può creare più beni più ricchezza. Ciò che in realtà l’espansione del credito consegue è l’introduzione di una fonte di errore nel calcolo degli imprenditori, causando così una errata valutazione degli affari e dei progetti di investimento.

Ludwig von Mises – Lo stato onnipotente – (pag. 346 – 347)

La pubblica opinione non riesce a comprendere che l’interesse è un fenomeno di mercato che non può essere abolito dall’intervento statale. Tutti attribuiscono ad una pagnotta di pane disponibile per il consumo odierno un valore superiore che ad una pagnotta la quale sarà disponibile solo da qui a dieci o cent’anni. Fintantoché questo è vero ogni attività economica ne deve tenere conto. Persino una gestione socialista sarebbe costretta a prestarvi attenzione piena. In una economia di mercato il tasso di interesse ha una tendenza a corrispondere all’entità di questa differenza dei beni futuri e dei beni presenti. E’ vero, i governi possono ridurre il tasso di interesse nel breve periodo. Essi possono emettere carta moneta addizionale. Essi possono aprire la via dell’espansione del credito mediante le banche. Possono così creare un boom economico artificiale e un’apparenza di prosperità. Ma tale boom è destinato a venire meno presto o tardi e a produrre una depressione. Il gold standard mette un freno ai piani del governo di politica monetaria facile. Era impossibile permettere una espansione del credito e attenersi anche alla parità aurea fissata permanente per legge. I governi dovevano scegliere tra il gold standard e la loro – disastrosa nel lungo periodo – politica di espansione del credito. Il gold standard non crollò da solo. Furono i governi che lo distrussero. Esso era tanto incompatibile con lo statalismo come quest’ultimo lo era con il libero scambio. I diversi governi si sbarazzarono del gold standard perché essi erano ansiosi di fare salire i prezzi dei salari interni al di sopra del livello di mercato mondiale e perché essi volevano stimolare le esportazioni ed impedire le importazioni. La stabilità dei cambi era ai loro occhi un male, non un bene.

Frédéric Bastiat – Armonie economiche – (pag. 309 – 311)

Il capitale ha la sua radice in tre attributi dell’uomo: la previdenza, l’intelligenza, la frugalità. Per determinarsi a formare un capitale bisogna difatti prevedere l’avvenire, sacrificargli il presente, esercitare un nobile impero sopra sé medesimo e i propri appetiti, resistere non solo all’attrattiva dei godimenti naturali, ma ancora agli stimoli della vanità e ai capricci dell’opinione pubblica, parzialissima sempre verso i caratteri spensierati e prodighi. Occorre inoltre legare gli effetti alle cause, sapere da quali metodi, da quali strumenti la natura si lascerà domare e assoggettare all’opera della produzione. Bisogna soprattutto essere animato dallo spirito di famiglia e non indietreggiare in faccia ai sacrifici, il frutto dei quali sarà raccolto dagli esseri diletti che l’uomo lascia dopo di sé. Capitalizzare è preparare il vitto, il tetto, l’agiatezza, l’istruzione, l’indipendenza, la dignità alle generazioni future. Nulla si può fare di tutto questo senza mettere in esercizio le virtù più sociali, e quel che è più, senza convertirle in abitudini. Frattanto è cosa molto comune attribuire al capitale una funesta efficacia, il cui effetto sarebbe l’introduzione dell’egoismo, la durezza, il machiavellismo nel cuore di colore che vi aspirano o che lo possiedono. Ma non si fa qui confusione? Ci sono dei paesi il cui lavoro non conduce a grandi cose. Il poco che vi si guadagna bisogna spartirlo col fisco… In tali paesi il capitale dura molta fatica a formarsi per le vie naturali. Quello a cui soprattutto si aspira, è di ghermirlo con la forza o con l’inganno a coloro che l’hanno creato. Ivi si veggono gli uomini arricchirsi con la guerra, con i pubblici impieghi, col gioco, con l’aggiotaggio, con le frodi commerciali, le imprese rischiose, gli appalti pubblici, ecc. Le qualità richieste per strapparlo dalle mani di coloro che lo formano, sono precisamente le contrarie di quelle che sono necessarie per formarlo. Non deve dunque far meraviglia, che in quei paesi si stabilisca una sorta di associazione tra le due idee: capitale e egoismo, e questa associazione diventi poi indistruttibile. E non deve fare meraviglia, se tutte le idee morali di quei paesi si attingono nella storia dell’antichità e del medioevo. Ma quando si rivolge il pensiero non sulla sottrazione dei capitali, ma sulla loro formazione per mezzo della attività intelligente, della previdenza e della frugalità, è impossibile di non riconoscere che una virtù sociale e moralizzante è annessa al loro acquisto. E se c’è socialità morale nella formazione del capitale, non ce ne meno nella sua azione. L’effetto suo proprio è di far concorrenza alla natura; scaricare l’uomo di ciò che v’è di più materiale, di più muscolare, di più brutale nell’ora della produzione; di fare predominare sempre più il principio intelligente; di sempre più ingrandire il posto, non dico all’ozio, ma al comodo; di rendere sempre meno imperiosa, con la facilità della soddisfazione, la voce dei bisogni grossolani e sostituirvi i godimenti più elevati, più delicati, più squisiti, più puri, più artistici, più spirituali.

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