INTERVENTISMO – TOTALITARISMO

SINOSSI

Interventismo e totalitarismo sono il risultato di tre errori concettuali: gli individui sono tutti uguali, lo stato è lo strumento per ripristinare l’uguaglianza originaria, l’economia non ha leggi proprie e può essere piegata a qualsiasi fine politico. Intervenire su questi errori significa: 1) Affermare il carattere assolutamente singolare dell’esistenza e che salvaguardare la libertà individuale non è un atto di egoismo, al contrario, presuppone il riconoscimento della libertà altrui attraverso un costante esercizio di umiltà intellettuale, ossia di riconoscimento del carattere fallibile della ragione umana. Viceversa la hybris, è invece l’inevitabile risultato di chi si erge a creatore e controllore dell’intero processo sociale, quasi sempre mascherato da buone intenzioni. 2) Considerare lo stato come mezzo per assicurare la libertà e la sicurezza individuale, vuole dire limitarne le funzioni in precisi ambiti ed eliminarne la discrezionalità attraverso la legge. 3) In economia – contrariamente a quanto superficialmente si tende a credere – tutto si tiene. Per questo intervenire in un settore: ad esempio modificando un prezzo per soddisfare un bisogno, conduce, per conseguire il risultato desiderato, a essere costretti via via ad intervenire anche sul resto; così facendo l’interventismo sfocia sempre nel totalitarismo.

 

CITAZIONI

Ludwig von Mises – I fallimenti dello stato interventista – (pag. 36 – 37)

L’interventismo insomma è una singola disposizione autoritaria emanata da un potere sociale, mediante la quale si costringono i proprietari di mezzi di produzione e gli imprenditori a impiegare tali mezzi in modo differente da come essi farebbero altrimenti. “Singola disposizione” significa qui che essa non fa parte di un sistema organico di disposizioni autoritative intesa a regolare l’intera produzione e distribuzione, e quindi a sopprimere la proprietà privata dei mezzi di produzione e a sostituirla con la proprietà collettiva. Le disposizioni autoritarie a cui ci riferiamo possono anche essere numerosissime, ma fino a che non sfociano nel dirigismo pianificato dell’intero sistema economico e non mirano a sostituire in maniera sistematica l’aspirazione al profitto, che è la molla dell’azione individuale, con la mera osservazione delle prescrizioni governative, esse vanno considerate come disposizioni isolate. Per “mezzi di produzione” intendiamo tutti i beni di ordine superiore, ossia tutti i beni non ancora disponibili per essere usati dal consumatore finale, incluse quindi le merci in magazzino che i commercianti indicano come “pronte all’uso”. Tali disposizioni autoritative vanno dunque distinti in due gruppi: le une frenano o impediscono direttamente la produzione (nel senso più ampio del termine, compresi cioè gli spostamenti spaziali dei beni economici), le altre cercano di fissare prezzi diversi da quelli che si formerebbero spontaneamente sul libero mercato. Chiamiamo le prime interventi politici sulla produzione; le altre, che generalmente vanno sotto il nome di prezzi amministrati, le chiamiamo interventi politici sui prezzi.

Ludwig von Mises – Lo stato onnipotente – (pag. 90 e 94)

Per afferrare il significato e gli effetti dell’interventismo è sufficiente studiare il funzionamento dei due più importanti tipi di intervento: l’intervento mediante restrizione e l’intervento mediante controllo dei prezzi. L’intervento mediante restrizione mira direttamente ad una deviazione della produzione dai canali fissati dal mercato e dai consumatori. Il governo vieta o la fabbricazione di certi beni o l’utilizzo di certi metodi di produzione, o rende tali metodi più difficili da utilizzare mediante l’imposizione di tasse e sanzioni. Esso elimina così alcuni mezzi per la soddisfazione di bisogni umani. Gli esempi più noti sono i dazi di importazione o le barriere commerciali. E’ ovvio che tutte queste misure rendono la gente, nel complesso, più povera, non più ricca. Esse impediscono agli uomini di usare la loro conoscenza e le loro capacità, il loro lavoro e le loro risorse materiali tanto efficacemente quanto possono. Nel libero mercato le forze operano tendendo a utilizzare ogni mezzo di produzione nel modo che fornisce la più alta soddisfazione dei bisogni umani. L’intervento del governo provoca un impiego differente delle risorse perciò diminuisce l’offerta. Non c’è bisogno di chiedersi, in questa sede, se alcune misure restrittive non possano essere giustificate, a dispetto della diminuzione dell’offerta che esse causano, da vantaggi in altri campi. Non c’è bisogno di discutere il problema se lo svantaggio dell’aumento del prezzo del pane, dovuto da un dazio di importazione sul grano, sia superato dall’incremento del reddito degli agricoltori nazionali. E’ sufficiente, per il nostro scopo, rendersi conto che le misure restrittive non possono essere considerate misure che aumentano la ricchezza e il benessere ma che, invece, esse rappresentano delle spese. Tali misure sono, come i sussidi che il governo paga con le entrate ottenute dalla tassazione dei cittadini, non misure di politica dì produzione ma misure di spesa. Esse non sono parti di un sistema che crea ricchezza ma un metodo per consumarla. Il fine del controllo dei prezzi è quello di fissare prezzi, salari e tassi di interesse diversi da quelli stabiliti dal mercato. Consideriamo per prima il caso dei prezzi massimi, in cui il governo cerca di imporre dei prezzi più bassi dei prezzi di mercato. I prezzi stabiliti sul libero mercato corrispondono ad un equilibrio fra domanda e offerta. Chiunque sia disposto a pagare il prezzo di mercato può acquistare tanto quanto vuole acquistare. Chiunque si a disposto a vendere al prezzo di mercato può vendere tanto quanto vuole vendere. Se il governo, senza un corrispondente aumento della quantità di beni disponibili per la vendita, stabilisce che l’acquisto e la vendita devono essere fatte a un prezzo più basso, e così rende illegale chiedere o pagare il potenziale prezzo di mercato, allora questo equilibrio non può più mantenersi. Con un’offerta immutata ci sono ora più potenziali acquirenti sul mercato, cioè coloro che non potevano permettersi il prezzo superiore di mercato, ma che sono disponibili ad acquistare alla tariffa ufficiale più bassa. Ci sono ora potenziali acquirenti che non possono comprare, sebbene siano disposti a pagare il prezzo fissato dal governo o persino un prezzo superiore. Il prezzo non è più il mezzo per separare quei potenziali acquirenti che possono acquistare da coloro che non possono farlo. Un differente principio di selezione è entrato in funzione. Quelli che arrivano per prima possono comprare, gli altri restano a mani vuote. Il risultato visibile di questo stato di cose è la vista delle casalinghe e dei bambini incolonnati in lunghe file davanti alle drogherie, uno spettacolo famigliare a chiunque abbia visitato l’Europa in questa età di controllo di prezzi. Se il governo non vuole che ad acquistare siano solo quelli che arrivano per primi (o che siano amici del commerciante), mentre gli altri vanno a casa a mani vuote, esso deve regolare la distribuzione degli stock disponibili. Esso deve introdurre un qualche tipo di razionamento. Ma non solo i plafond dei prezzi non riescono ad incrementare l’offerta; essi la riducono. Così non conseguendo i fini voluti dalla autorità. Al contrario essi danno luogo ad uno stato di cose che, dal punto di vista del governo e della pubblica opinione, è persino meno desiderabile della precedente situazione che avevano inteso modificare. Se il governo vuole rendere possibile ai poveri di dare più latte ai loro bambini, esso deve comprare il latte a prezzo di mercato e venderlo a questi genitori poveri in perdita ad un prezzo contenuto. Le perdite possono essere coperte con la tassazione. Ma se il governo fissa semplicemente il prezzo del latte ad un tasso inferiore a quello di mercato, il risultato sarà il contrario di ciò che esso vuole. I produttori marginali, quelli con i costi più alti, si ritireranno, per evitare perdite, dall’attività di produzione e vendita del latte. Essi useranno le loro mucche e la loro esperienza per altri fini redditizi. Essi, per esempio, produrranno formaggio, burro e carne. E così ci sarà meno latte disponibile per i consumatori, non più latte. Quindi il governo deve scegliere tra due alternative: o astenersi da ogni tentativo di controllare il prezzo del latte e abrogare il suo decreto o aggiungere alla sua prima misura una seconda misura. In quest’ultimo caso esso deve fissare i prezzi dei fattori di produzione necessari per la produzione del latte ad un livello tale che i produttori marginali non soffrano più perdite e si asterranno dal contrarre la produzione. Ma allora lo stesso problema si ripeterà ad un ulteriore livello. L’offerta dei fattori di produzione necessari per la produzione del latte diminuisce e il governo è di nuovo tornato al punto di partenza, fallendo nel suo intento. Se esso continua ostinatamente a portare avanti i suoi piani, esso deve spingersi ancora oltre. Il governo deve fissare i prezzi dei fattori di produzione necessari per la produzione di quei fattori di produzione necessari per la produzione del latte. Così il governo è costretto ad andare sempre più avanti, fissando i prezzi di tutti i beni di consumo e di tutti i fattori di produzione – sia umani (esempio la manodopera) che materiali – e a costringere ogni imprenditore ed ogni lavoratore a lavorare a questi prezzi e a questi salari. Nessuna branca dell’industria può essere dispensata da questa fissazione dei prezzi e dei salari e da questo ordine generale di produrre quelle quantità che il governo vuole veder prodotte. Se alcune branche fossero lasciate libere, il risultato sarebbe uno spostamento di capitale e manodopera verso di esse e una corrispondente caduta di offerta di beni i cui prezzi sono stati fissati dal governo. Comunque sono precisamente questi beni che il governo considera particolarmente per la soddisfazione dei bisogni delle masse. Ma quando questo stato di pieno controllo dell’economia viene conseguito, l’economia di mercato è stata rimpiazzata dal modello tedesco di pianificazione socialista.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 805 – 805)

L’interventismo è guidato dall’idea che intervenendo sui diritti di proprietà non si producono effetti sulla dimensione della produzione. La più ingenua manifestazione di questa falsità è evidente nelle politiche di confisca statale. La quantità dell’attività produttiva è considerata una grandezza indipendente dalla semplice accidentale organizzazione dell’ordine sociale della società. Il compito del governo è visto come: “giusta distribuzione del prodotto nazionale“, tra i vari membri della società. Gli interventisti e i socialisti considerano tutti i beni come il risultato del processo sociale di produzione. Quando questo processo arriva alla fine e i frutti sono maturi, dicono costoro, allora un secondo processo sociale si incarica della distribuzione dei frutti, ripartendo ad ognuno la sua parte. La peculiare caratteristica del capitalismo, dicono, è quella di non essere equo nella ripartizione. Alcune persone – i capitalisti, gli imprenditori e i proprietari terrieri – si impossessano di una quantità superiore a quanto gli spetterebbe; contestualmente, la porzione delle altre persone impegnate nel processo risulta ridotta. Il governo, ci dicono, dovrebbe “giustamente” espropriare il surplus ai più privilegiati e distribuirlo ai meno favoriti. In verità nell’economia di mercato questo presunto dualismo di due indipendenti processi: quello della produzione e quello della distribuzione, non esiste… L’accumulazione capitalistica e i relativi investimenti sono fondati sull’aspettativa che non ci sarà nessuna espropriazione. Se questa aspettativa è assente, le persone preferiscono consumare il capitale anziché risparmiarlo per i predatori. Questo è l’intrinseco errore di tutti i pianificatori che cercano di combinare la proprietà privata e la relativa espropriazione.

Ludwig von Mises – In nome dello stato interventista – (pag. 69 e 175)

C’è chi ha voluto definire – e con ciò giustificare – la politica interventista come una politica a favore dei produttori, ritenendo giusto che lo stato sostenga gli industriosi produttori a spese dei gaudenti consumatori. Sennonché il produttore è contemporaneamente anche consumatore; ciò che la politica filo-produttore gli concede come produttore, egli deve poi pagarlo come consumatore. Quel che resta sono gli effetti della riduzione del prodotto sociale e quindi anche della quota che tocca a ciascuno singolarmente. L’interventismo diventa così una tumultuosa corsa ai privilegi da parte degli interessati, singolarmente o in gruppo. Il governo diventa Babbo Natale che distribuisce i regali. Ma i beneficiari devono pagare un prezzo doppio per i regali che ricevono, giacché lo stato non dispone di altri mezzi da regalare se non quelli che esso trae dal reddito e dal patrimonio dei suoi cittadini. E’ una pura illusione che certi interventi vadano a gravare solo sugli stranieri. Se con le misure protezioniste si riducono le importazioni, si riducono nella stessa misura anche le esportazioni. Sicché sia il proprio paese sia gli altri paesi vengono danneggiati dal trasferimento della produzione dalla zona più favorevole a quella meno favorevole. Se si esentano in tutto o in parte i debitori nazionali dall’obbligo di pagare gli interessi e di estinguere i debiti contratti con gli stranieri, si danneggia per il futuro il credito dell’intero paese. Se si rende difficile o si ostacola l’immigrazione dei lavoratori stranieri, si elimina la possibilità di sfruttare le potenzialità produttive del proprio paese nella misura in cui si potrebbe farlo con la libera circolazione dei lavoratori stessi. L’influenza dell’interventismo ha trasformato i parlamenti in altrettanti mercati dei privilegi. La corruzione parlamentare è un fenomeno concomitante, inevitabile dell’interventismo. Il singolo deputato, i singoli partiti, vengono giudicati dagli elettori a seconda del successo che ottengono nella cacca ai privilegi. Nelle lobby, nell’anticamera del parlamento, è tutto uno sgomitare di postulanti…

La rivendicazione di un’uguale ripartizione dei redditi è antica come il mondo, ed è sempre stata motivata con l’affermazione che tutti gli uomini sono uguali per natura, e tutte le disuguaglianze sono di ordine sociale, e quindi tanto innaturali quanto ingiuste. Questa motivazione del postulato della libertà è assolutamente falsa. La natura non ha creato gli uomini uguali. I singoli individui sono diversi sin dalla nascita. Le loro disposizioni innate sono diversissime, e questa loro disuguaglianza non fa che aumentare nel corso della vita. Sia la costituzione fisica che quella mentale degli individui sono diverse; essi vedono le stesse cose in modo diverso, e reagiscono in modi diverso alle identiche impressioni ed esperienze esterne. Il loro carattere e le loro capacità sono assolutamente diversi. Persino fra fratelli o sorelle esistono forti differenze sotto ogni aspetto. Quando la dottrina giusnaturalista ha fondato l’istanza dell’uguale trattamento di tutti gli individui sul principio della presunta uguaglianza di tutti gli uomini, ha scelto un fondamento insostenibile. Il liberalismo rivendica l’uguale trattamento degli individui da parte della legge.

Ludwig von Mises – I fallimenti dello stato interventista – (pag. 43 – 44)

Facciamo ancora un esempio: il salario minimo garantito o tariffa salariale. Qui è indifferente che sia il governo direttamente a imporre la tariffa salariale, oppure che esso tolleri che i sindacati, con la minaccia o il ricorso effettivo alla coercizione fisica, impediscano all’imprenditore di assumere operai che vogliano lavorare per un salario più basso. Insieme ai salari aumentano necessariamente anche i costi di produzione e quindi anche i prezzi. Se considerassimo come consumatori (acquirenti dei prodotti finali) soltanto i percettori di salario, qualsiasi aumento del salario finale diventa impossibile. Ciò che i lavoratori otterrebbero come percettori di salario, lo perderebbero inevitabilmente come consumatori. Sta di fatto che non esistono soltanto consumatori che sono percettori di salario, ma anche consumatori che sono percettori di redditi di proprietà o di impresa, e i loro redditi non aumentano certamente quando vengono aumentati i salari; con conseguenza che, non potendo far fronte all’aumento dei prezzi, essi sono costretti a limitare i loro consumi. D’altre parte la riduzione delle vendite porta a licenziamenti. Senza la coercizione dei sindacati, la pressione esercitata dai disoccupati sul mercato del lavoro riporterebbe il salario artificialmente aumentato al suo saggio naturale di mercato. E tuttavia dal momento che quella coercizione esiste, questa via d’uscita è sbarrata. La disoccupazione quindi – che nell’ordinamento sociale capitalistico è un fenomeno frizionale che compare e scompare – grazie all’intervento diviene una istituzione permanete. Il governo che naturalmente non desidera una situazione del genere, è costretto di nuovo a intervenire. Esso obbliga allora gli imprenditori o a riassumere i lavoratori licenziati e a pagarli al saggio salariale imposto, oppure a pagar imposte con i cui ricavi vengono finanziati i sussidi di disoccupazione. Ovviamente questi oneri aggiuntivi vanificano o riducono fortemente il reddito dei proprietari o degli imprenditori, e non è da escludere che da essi si possa far fronte non attingendo ai redditi ma intaccando il capitale. Anche se volessimo fare affidamento sul fatto che il finanziamento di tali oneri si limiti a prosciugare soltanto i redditi di proprietà, lasciando intatto il capitale, alla distruzione di capitale si giunge ugualmente. I capitalisti continuano infatti a vivere e a consumare anche se non ottengono reddito; e allora distruggono capitale. E’ questo appunto – nel senso che dicevamo prima – l’aspetto irrazionale e controproducente, rispetto al suo stesso scopo, della politica che punta a sottrarre reddito agli imprenditori, ai capitalisti e ai proprietari fondiari, pur lasciando loro la disponibilità dei mezzi di produzione. Giacché è evidente che, quando si arriva a distruggere capitale, diventa poi inevitabile una nuova riduzione dei salari. Se non si accetta che sia il mercato a fissare il salario, bisogna abolire l’intero sistema della proprietà privata. Con le tariffe salariali, il livello dei salari può essere innalzato soltanto in via transitoria e solo al prezzo di future riduzioni salariali.

Friedrich A. von Hayek – La via della schiavitù – (Pag. 213)

“Pianificare” od “organizzare” lo sviluppo dell’intelletto, ovvero il progresso generale, è una contraddizione in termini. L’idea che l’intelletto umano possa “consapevolmente” controllare il suo proprio sviluppo confonde la ragione degli individui, la quale può da solo “controllare consapevolmente” ogni cosa, mediante il processo interpersonale al quale è dovuta la sua crescita. Se tentiamo di controllarlo, mettiamo soltanto dei confini al suo sviluppo e presto o tardi finiremo col produrre la stagnazione del pensiero e il declino della ragione. La tragedia della concezione collettivista è che comincia col mettere la ragione al primo posto, ma finisce col distruggerla perché ha un’idea errata del processo da cui dipende la crescita della ragione. Si potrebbe dire, per la verità, che in questo consiste il paradosso di tutta la dottrina collettivista e delle sue istanze per il controllo “consapevole” o per una pianificazione “consapevole”: nel fatto cioè di condurre necessariamente ad un’istanza imposta come suprema da qualche individuo, mentre soltanto l’approccio individualista ai fenomeni sociali ci fa riconoscere le forze meta-individuali che guidano la crescita della ragione. L’individualismo è, di conseguenza, un’attitudine di umiltà di fronte a questo processo sociale e di tolleranza delle opinioni altrui ed è l’esatto contrario di quell‘hybris, di quell’orgoglio intellettuale che sta alla radice dell’istanza che postula un a direzione estesa al processo sociale nel suo complesso.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 744)

Al fondo degli argomenti sostenuti dagl’interventisti c’è la sola idea che il governo e lo stato siano entità fuori e superiori al processo sociale di produzione, i quali possiederebbero qualcosa che non deriva dalle tasse, e di poter spendere questa “mitica ricchezza” verso scopi definiti. Questa è la favola di Santa Claus nata da Lord Keynes elevata a dignità economica da zelanti estimatori e sostenitori, i quali, da tutto questo si aspettano personali vantaggi sotto forma di spese governative. Contro questo errore popolare è necessario porre l’accento sul fatto che: il governo può spendere e investire solo ciò che sottrae ai cittadini, e che questo investimento addizionale di spesa è sottratto alla spesa per investimenti dei cittadini per l’intera quantità.

Ludwig von Mises – Burocrazia – (pag. 41)

Il totalitarismo è molto più che la pura e semplice burocrazia. Esso è la sottomissione dell’intera vita di ogni individuo, del suo lavoro e del suo tempo libero, agli ordini dei dirigenti e dei funzionari. Esso è la riduzione dell’uomo a un ingranaggio di una macchina che costringe e coarta in maniera totale tutti gli aspetti della vita individuale. Il totalitarismo obbliga gli individui a rinunciare a qualsiasi attività che non riceva l’approvazione dello stato. Esso non tollera alcuna espressione di dissenso. Trasforma la società in un esercito del lavoro rigorosamente disciplinato (come sostengono i difensori del socialismo), o in una prigione (come invece sostengono gli avversari del socialismo). In ogni caso, esso costituisce la rottura radicale con il modo di vita adottato nel passato dalle nazioni civilizzate. Il totalitarismo non è semplicemente il ritorno dell’umanità al dispotismo orientale sotto il quale, come osserva Hegel, “un uomo solo era libero e tutti gli altri erano schiavi”; quei monarchi asiatici non intervenivano nella routine quotidiana dei loro sudditi. I singoli agricoltori, i pastori e gli artigiani avevano un campo di attività che il re e il suo gruppo di potere non disturbavano affatto. Essi godevano di un certo grado di autonomia nella condotta della casa e della famiglia. Ma la situazione è ben diversa con il socialismo moderno. Esso è totalitario nel senso stretto della parola. Esso tieni l’individuo sotto controllo dalla culla alla tomba. In ogni istante della sua vita il “camerata” o il “compagno” è obbligato a obbedire incondizionatamente agli ordini emanati dall’autorità suprema. Lo stato è insieme il suo guardiano e il suo datore di lavoro. Lo stato decide il suo lavoro, la sua dieta e i suoi divertimenti. Lo stato gli detta cosa deve pensare e in cosa deve credere. La burocrazia è lo strumento per l’esecuzione di questi piani. Ma la gente è ingiusta a imputare al singolo burocrate i vizi del sistema. La responsabilità non è degli uomini e delle donne che occupano gli uffici e le amministrazioni. Come qualsiasi altra persona, anche questi uomini e queste donne sono vittime del nuovo modello di vita. E’ il sistema che è cattivo; la causa non risiede in quei docili subordinati che esso utilizza. Uno stato non può funzionare senza amministrazione e metodi burocratici. E, siccome la cooperazione sociale non può funzionare senza una pubblica amministrazione, una certa dose di burocrazia è indispensabile. Ciò che la gente rifiuta non è la burocrazia come tale, quanto piuttosto l’intrusione di essa in tutte le sfere dell’attività umana. La battaglia contro le ingerenze della burocrazia è, nella sua sostanza, una rivolta contro la dittatura totalitaria.

Ludwig von Mises – Socialismo – (pag. 644)

Comunque sia, questi apologeti del dispotismo totalitario non riescono a spiegare in che modo i diritti umani possono essere salvaguardati in uno stato onnipotente. La libertà di pensiero e di coscienza è una finzione in un paese in cui le autorità sono libere di esiliare nella zona artica o nel deserto o di assegnare lavori forzati a vita a qualsiasi persona non gradita. L’autocrate può sempre cercare di giustificare simili atti arbitrari, affermando in modo menzognero che essi sono motivati esclusivamente da considerazioni di pubblico benessere e di convenienza economica. Egli solo è l’arbitro supremo che decide su tutte le questioni che si riferiscono all’attuazione del piano. La libertà di stampa è una illusione quando il governo possiede e gestisce tutte le cartiere le tipografie e le case editrici, e decide in ultima istanza che cosa debba o non debba venir stampato. Il diritto di riunione è inutile se è il governo a possedere tutte le sale di riunione e a determinare per quali scopi queste debbono venir usate. E la stessa cosa vale anche per tutte le altre libertà. In uno dei suoi intervalli di lucidità, Trotskij – naturalmente, Trotskij l’esule ricercato, non lo spietato comandante dell’armata rossa – vide le cose in maniera realistica e disse: “In un paese dove l’unico imprenditore è lo stato, opposizione significa morte per fame lenta. Il vecchio principio: “chi non lavora non mangia”, è stato sostituito da un nuovo principio: “chi non obbedisce non mangia”. Questa confessione chiude l’argomento.

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