INTRODUZIONE AL LIBERALISMO – parte terza –

CAPITOLO TERZO – DALL’ANIMALE POLITICO ALL’INDIVIDUO LIBERO –

 

 

3.1 Introduzione

Le scienze sociali, quelle che più propriamente Hume chiamava scienza dell’uomo, come abbiamo visto hanno reso possibile la comparsa di un nuovo soggetto protagonista della storia umana: l’individuo libero. Questo per la filosofia ha significato acquisire uno sguardo soggettivo sul mondo i cui tratti immanenti e divenienti si sono sostituiti al carattere statico e trascendente della vecchia metafisica, la coscienza del tempo del proprio esistere e la costante tensione verso il futuro sono i veri protagonisti delle scienze sociali. Viceversa per l’epistemologia rimane immutata la tensione verso la ricerca della verità, nessuna tentazione relativista più propria invece di un certo positivismo, erede e sintesi della vecchia metafisica e del moderno ateismo. La verità dice Popper si nutre di “idee ardite”, queste però si formano per prova ed errore, tendono all’assoluto ma non lo sussumono mai. Da qui la forte attenzione per la metodologia: da un lato impegnata ad evidenziare la costante origine individualista di ogni istituzione collettiva, senza tuttavia perdere di vista il tratto che ci accomuna come individui agenti. Il liberalismo è il movimento culturale che ha incarnato questo rinnovamento. Lo ha fatto combattendo con la vecchia metafisica e la scienza naturale e i loro costanti tentativi di riaffermarsi, si pensi all’enorme influsso che hanno esercitato in ogni ambito culturale comprese le scienze sociali: idealismo, storicismo, marxismo e positivismo e i loro corrispettivi politici: nazionalismo e totalitarismo. La risposta pratica a questa sfida è stata la democrazia liberale, ma la vera battaglia, da cui dipende anche il successo o meno della stessa democrazia, è di carattere culturale. In particolare, il liberalismo ha completamente rinnovato le categorie dell’economia e della politica attraverso il suddetto nuovo approccio filosofico, epistemologico e metodologico, rendendo necessario uno sguardo più largo verso ambiti non meno importanti per la vita umana: diritto e morale. Così le scienze sociali hanno assunto piena autonomia, e quel tratto unitario di scienza dell’uomo che gli aveva conferito Hume sin dall’inizio.

 

3.2 Per una nuova prospettiva gnoseologica

Prima di entrare nell’esame delle categorie che compongono il nucleo teorico delle scienze sociali vale la pena delinearne i tratti salienti fin qui descritti che circoscrivono il dato conoscitivo, affinché emerga il senso di quella che abbiamo inteso definire come una nuova prospettiva gnoseologica e che credo essere assieme a filosofia e metodologia la terza gamba del liberalismo. Innanzitutto l’abbandono di ogni concezione dualistica della conoscenza, la quale attraverso l’arbitraria separazione del soggetto conoscente dall’oggetto conosciuto permetta allo scienziato di risalire altrettanto arbitrariamente alla necessità delle cause attraverso gli effetti come se sfogliasse un libro scritto da altri apposta per lui. In quel libro ogni ricercatore si è sentito in diritto di chiamare con il nome di “verità” ciò che la sua peculiare propensione avvertiva essere tale, per dare a quel principio primo la forma gnoseologica di quella che Nietzsche reputava il credo per eccellenza dei filosofi: la credenza nell’antitesi dei valori. Tra verità ed errore, tra bene e male come tra giusto e sbagliato non vi è a ben vedere alcuna antitesi, altresì viceversa: “esistono – dice Nietzsche – solo gradi e una sottile gamma di variazioni” che appaiono più o meno forti più o meno sfumate come sono tutti diversi gli interpreti di quel fenomeno a cui associamo quelle qualità, questa sì singolare e indefinibile di nome esistenza. Come non può essere diviso il soggetto agente, non esiste una res cogitans separata dalla res extensa per usare il linguaggio di Spinoza, così come il mondo di quella che il filosofo olandese avrebbe chiamato le affezioni, vale a dire le passioni scatenate dagli istinti, non si contrappongono alla ragione. Piuttosto quest’ultima attraverso la fantasia è l’interpretazione diciamo così “vincente” di quelle passioni, capace di sottrarci seppur temporaneamente attraverso il suo ruolo attivo al loro dominio, senza però nessuna pretesa di essere definitiva; la conoscenza ci ha insegnato Spinoza rimane sempre emendabile. Cadendo questi presupposti vengono meno anche le pretese metafisiche di verità rivelate una volta per tutte, senza tuttavia nulla togliere alla tensione che ognuno sente verso la ricerca di un senso della propria vita che vada oltre il dato biologico che ci accomuna come specie, difatti questa comune appartenenza è solo il modo attraverso cui l’umanità produce il suo scopo: singole individualità. Così il soggetto finalmente liberato dalle catene che lo rendevano mezzo passivo ad un fine estraneo alla propria natura singolare assapora per la prima volta il gusto per la libertà, nel senso evinto nella prima parte, e su questa costruisce il mondo in conformità alla sua natura agente. Senza questo nuovo senso di cosa significhi per l’uomo il suo straordinario apparato conoscitivo, irriducibile ad un progresso evolutivo predefinito come vorrebbe la vulgata positivista, non sarebbe comprensibile la direzione dello sviluppo delle scienze sociali, anzi, queste possono essere intese come la testimonianza concreta di quella liberazione. Ed proprio su quella base che la rivoluzione marginalista, e quel suo computare il valore a misura del soggetto agente, può assumere appieno anche il ruolo di rivoluzione filosofica. Così il valore si oggettiva temporaneamente (nel mercato diventa prezzo) non perché “vero”, “buono” o “utile”, ma proprio perché mutabile contraddittorio, fragile, in perenne divenire, senza alcun finale già scritto come le singolarità che esprime. Da questo punto di vista e non potrebbe essere altrimenti, sono giustificabili anche le passioni che animano il dibattito intorno alle scienze sociali, il quale non può essere come per le scienze naturali chiuso nelle stanze degli specialisti e avvolto nel loro linguaggio codificato, quel confronto altresì deve rimanere contendibile e aperto al rumore della vita. In questo modo le categorie delle scienze sociali sfuggono ad ogni tentativo che le vorrebbe ingabbiate in schemi precostituiti e conflittuali propri della vecchia metafisica in cerca di interpretazioni messianiche volte a separare: il capitale dal lavoro, l’egoismo dall’altruismo, la morale dalla felicità; altresì fluiscono in un continuum il cui graduale accrescimento pone al centro il costante potenziamento dell’individuo libero.

3.3 Economia

L’economia non è la “dismal science” di cui parlava Carlyle, attraverso la costruzione di condizioni materiali migliori, l’uomo ripensa sé stesso, il fine della propria esistenza e il rapporto con i propri simili. Pensiero e azione costituiscono un unicum, il processo di comparazione e valutazione proprio del pensare precedono e sono parte di ogni azione umana come lo stesso pensiero viene continuamente influenzato dal nostro agire. Così in economia ogni cosa ha valore perché utile ad un soggetto in un dato momento e in certe condizioni, le quali però mutano col soggetto e variano da individuo a individuo, il prezzo è l’indicatore che rileva algebricamente queste mutanti condizioni. Il prezzo sterilizzato dal cambiamento, posto in una dimensione atemporale, diventa costo, il quale tuttavia espleta la sua funzione solo quando serve per pensare come agire sul mercato, nel momento in cui ritorna soggetto al passare del tempo ritorna prezzo, vale a dire in balia delle continue fluttuazioni della domanda ossia ai mutamenti del nostro gusto. Ci si scambia valore non perché i soggetti dello scambio credono che si equivalgano, ma al contrario ognuno è convinti di accrescere il proprio valore individuale, e segue un proprio fine, una propria aspirazione. A volte può succedere di fare errori di valutazione o semplicemente la valutazione soggettiva di un bene è diversa dal valore di scambio assunto dal quel bene nel mercato. Il mercato è libero quando consente ad ognuno di partecipare, non è però garanzia di vittoria né di predefiniti valori di scambio. La precondizione della fiducia nel mercato è la certezza che lo strumento atto a misurare le fluttuazioni del valore di scambio, la moneta, non venga manipolato. La moneta è lo strumento attraverso cui lo scambio di valore si è ampliato, inoltre consente l’accumulo, essa funge da equivalente non crea valore, se non quando viene alterata, condizione di ciò è sempre l’azione diretta o avallata dai governanti di turno. L’unica tutela contro questo pericolo è la creazione di un’autorità finanziaria indipendente, la banca centrale, atta a misurare e accompagnare le fluttuazioni del valore – senza intervenire sulla creazione del medesimo – assecondando il gusto dei consumatori. Chi spende un milione di euro in una casa può essere paragonato a chi spende la stessa cifra per un qualsiasi altro bene, su questa equivalenza si basa le suddette funzioni dello scambio, questo però non può dirci nulla dell’incommensurabile differenza di valore attribuita dai singoli individui a differenti beni, la moneta raccoglie e conta queste differenze si moltiplica e si contrae in funzione della quantità di scambi, in questo consiste l’oggettività del valore di scambio. Nell’economia di mercato la ricchezza è il frutto di lavoro applicato a beni naturali in vista di un fine, la soddisfazione di un bisogno. Ciò che però più conta in quello che verrà chiamato capitale, non è tanto il lavoro che indubbiamente c’è e in diversa misura, né il contenuto materiale del bene, ma l’atto di intelligenza che spinge ogni individuo a partecipare al processo di creazione del valore da scambiare – un tempo direttamente oggi sempre più indirettamente – per soddisfare i propri bisogni. Chi rinuncia in via temporanea alla soddisfazione di un bisogno, al godimento di un bene, prestando il proprio denaro lo fa solo in vista di un interesse. Non si tratta di un’invenzione arbitraria dell’economia di mercato, è la semplice constatazione del valore maggiore di un bene attuale rispetto a un bene futuro, non fosse altro per la limitatezza del tempo a disposizione di ognuno. L’economia di mercato si espande attraverso il capitalismo, ossia il sistema di accumulo di beni materiali e non, atti a soddisfare bisogni – che ripetiamo, non vanno confusi con i desideri – per i quali si è disposti a pagare un prezzo superiore al costo. Questa è un’attività speculative per definizione in senso etimologico, attività propria di chi scruta un futuro incerto e mutabile come lo sono i bisogni umani. Il profitto non solo ripaga il rischio ma funge da segnale, dirige l’accumulo di capitale dove è più richiesto, e lo riduce dove è meno necessario o addirittura dannoso. L’eroe di questo sistema sociale è l’imprenditore, colui che contemporaneamente indovina i bisogni richiesti e la possibilità di produrli con profitto. Imprenditore è uno status sociale attribuito solo a coloro che soddisfano i bisogni dei consumatori (ovvero tutti noi) e lo si conserva solo fino a quando si continua a soddisfarli, la perdita economica coincide con la perdita dello status di imprenditore. Anche il lavoro è parte di questo processo, la cessione della propria capacità intellettuale e fisica garantisce al lavoratore il salario, così come la cessione di un bene utile al processo produttivo garantisce al possessore una rendita. Ciò che differenzia i tre protagonisti del mercato è il grado di rischio: decisamente inferiori dai percettori di salario e rendita rispetto ai rischi propri dell’imprenditore, per questo salario e rendita hanno dimensioni quantitativa inferiori rispetto al profitto. Distanze poi ridotte nel tempo da un costante incremento di partecipazione del lavoro alla creazione del valore, attraverso i crescenti costi per la formazione i lavoratori si fanno imprenditori di sé stessi, sempre più così partecipano al rischio. Lo stesso dicasi per la crescente diffusione di imprese finanziate da un vasto capitale azionario, e la conseguente parcellizzazione del rischio. Purtuttavia, queste differenze non potranno mai essere eliminate completamente, qualcuno che rischiando di più decida di soddisfare quel bisogno anziché quest’altro servirà sempre. Tutti i protagonisti del processo sociale agiscono sotto la spinta del proprio tornaconto personale, questo accomuna tanto l’imprenditore che il lavoratore e gli azionisti, nella costante ricercare di garanzie volte a mantenere i propri redditi, o magari anche ad aumentarli, riducendo al minimo i rischi. L’istituto economiche capace, attraverso un infinito numero di sfumature, di ridurre i rischi dei produttori si chiama monopolio (letteralmente un solo venditore). Quando questo si attua attraverso il rispetto dei meccanismi del mercato, e non gode di nessuna tutela se non il consenso dei consumatori, è perfettamente legittimo. Viceversa, quando è una legge dello stato a garantire la posizione di predominio, questo accade sempre a discapito dei consumatori. Solo il risparmio garantisce una sana accumulazione di capitale, pertanto deve essere incoraggiato e protetto e lasciato fluire attraverso il tasso di interesse verso l’investimento ritenuto dai consumatori più urgente. A rafforzare il meccanismo di cooperazione sociale proprio dell’economia di mercato è la constatazione del legame tra aumento della specializzazione attraverso la divisione del lavoro e incremento della produzione, reso possibile da quel risparmio grazie all’allungamento della catena del valore tra produttore e consumatore. Quando poi mediante i crescenti investimenti e lo sviluppo tecnologico, quella catena si allungherà alla costruzione di macchine atte a sostituire il lavoro dell’uomo, si parlerà di divisone della conoscenza, rendendo possibili inimmaginabili incrementi di produzione ad un costo sempre decrescente. La produzione capitalista è per definizione produzione di massa. Economicamente parlando un incremento di produzione attraverso la divisione del lavoro, a parità di tutte le altre condizioni, produce un incremento del potere d’acquisto, vale a dire maggiori beni disponibili a un minor costo se suddivisi dalla stessa quantità di moneta circolate, sono i beni non il denaro il fine dell’azione economica non dimentichiamocene. Questo però avviene sempre attraverso il risparmio di lavoro esistente, il fenomeno della crisi (etimologicamente: cambiamento, passaggio) è dovuto alla difficoltà temporale di reindirizzare quel risparmio verso nuovi investimenti, e alla non meno semplice conversione del lavoro risparmiato, sia di chi intraprende che del salariato, in lavoro utile perché reindirizzato alla soddisfazione dei nuovi bisogni. In buona sostanza serve la disponibilità di tutte le categorie sociali coinvolte nella crisi ad abbandonare la loro vecchia funzione sociale per soddisfare le nuove esigenze dei consumatori, la gestione di questo cambiamento, proprio per il costante mutare delle condizioni, è estremamente complessa e cardine del moderno stato sociale. Quando i governi, per non sporcarsi le mani senza rinunciare alla massimizzazione del consenso elettorale, intervengono attraverso l’alterazione della moneta o del tasso di interesse creano inflazione, i rischi di crisi fino alla messa in discussione della stessa sopravvivenza del mercato, sono proporzionali all’inflazione creata. Questo non significa esautorare il governo da ogni ruolo nella gestione dell’economia come pensavano i vecchi liberali nell’Ottocento, il fallimento del “laissez faire” rimane un monito non eludibile. Come abbiamo visto il liberalismo si distingue proprio dalla vecchia filosofia per questo suo farsi carico del costante mutamento della condizione umana, e con esso della paura che accompagna ognuno nell’affrontarlo. Si tratta per i governi di elaborare strumenti compatibili con i mutamenti tecnici e sociali, atti a gestire un conflitto in sintonia con i vincoli ineludibili del sistema economico di mercato, capaci di tenere insieme un certo grado di sicurezza senza rinunciare agli enormi benefici del mercato che è bene ricordarlo si avvalora attraverso il cambiamento. Il metro per giudicare la corretta direzione dell’intervento dello stato in economia, per la gestione dei conflitti inevitabili in un’economia in costante mutamento, è l’incentivazione della competizione in ogni settore dell’attività produttiva. La competizione oltre ad indirizzare e correggere il contributo di ogni attore economico in funzione dei bisogni più sentiti dai consumatori, premia maggiormente il merito di coloro che più efficacemente adattano la loro attività economica alla soddisfazione di bisogni più urgenti, fa sentire come socialmente giusto quel premio. Perché ognuno si impegni nella competizione è necessario che abbia la garanzia non solo di veder premiati i propri meriti, ma anche la certezza che il risultato di quello sforzo sia riconosciuto come proprio. La proprietà privata è il semplice prolungamento delle proprie facoltà dalle quali scaturisce l’azione umana volta a procuraci i mezzi per la sussistenza, le leggi a sua tutela ne sono la conseguenza, non il contrario. Il mercato come lo definì Einaudi è “un meccanismo meraviglioso”, favorisce la cooperazione sociale proprio attraverso il costante perseguimento dei propri fini individuali, riuscendo mediante il consenso ad aumentare il benessere sociale, obiettivo fallito da tutti i sistemi totalitari nonostante l’utilizzo della coercizione. Soprattutto permette all’uomo di esprimere fino in fondo la sua natura, né bestia intenta continuamente ad inseguire i propri istinti, né dio solo spirito avulso da ogni condizione materiale. Ognuno con le proprie debolezze nei limiti della propria singolare esistenza, attraverso la cooperazione sociale e in misura direttamente proporzionale all’intensità della medesima, contribuisce al benessere collettivo proprio attraverso la ricerca di un senso sempre più profondo del proprio esistere.

3.4 Politica

Come il mercato è lo strumento attraverso cui le persone sopperiscono al loro bisogno di ricchezza, in conformità ai diversi gradi di valore soggettivo che ognuno attribuisce a quel termine, nel medesimo modo la politica è lo strumento preposto a rispondere al bisogno di sicurezza. Continuando l’analogia, se in una piccola comunità primitiva ricchezza è sinonimo di benessere materiale, man mano che la capacità di produzione si allarga e con essa le dimensioni della comunità, il significato di quel bisogno si estende e si differenzia assieme ai giudizi di valore di ognuno, abbracciando per così dire anche la dimensione spirituale dei cittadini di una comunità. Così la sicurezza da mero bisogno di difesa, ossia: incolumità personale dall’aggressione da parte dei propri simili o delle comunità confinanti, e difesa della proprietà privata; col crescere della comunità quel bisogno di sicurezza si estende ad altre sfere della vita umana. L’insicurezza di un bambino o di un vecchio è diversa da quella di un adulto, così come la malattia genera un’insicurezza che una persona sana non sente, lo stesso dicasi per la perdita della sicurezza economica. In comunità molto estese ed eterogenee come quelle moderne emergono sempre più bisogni di sicurezza legati alla sfera personale, pensiamo alla sicurezza necessaria per permettere ad ogni cittadino di manifestare e perseguire liberamente le proprie opinioni politiche, religiose, morali, per non essere discriminato per i propri gusti sessuali o stili di vita. Lo strumento atto a garantire l’accesso a questo ampio ventaglio di beni che abbiamo raggruppato con il termine di sicurezza, è lo stato. Occorre subito fare una precisazione fonte di enormi fraintendimenti, lo stato, che non a caso Einaudi scriveva con la s minuscola, non crea nulla; come ogni bene anche la sicurezza in tutte le sue sfaccettature pertiene alla sfera economica e per essere efficiente deve rispettarne le leggi. Pensiamo ad esempio alla sanità o all’istruzione, è certamente necessario che lo stato crei l’apparato legislativo a garantire la fruizione di quei particolari beni a tutti i “consumatori”, viste le condizioni di oggettiva debolezza in quanto minorenni e malati, nei confronti dei “produttori”. Inoltre, soprattutto nella fase iniziale, e fino a un certo grado di ampiezza del bisogno, affinché si crei un vero mercato, può essere utile che anche lo stesso stato partecipi e incentivi la produzione di quel bene, deleterio è quando lo stato diventa monopolista attraverso legislazioni di favore create dal medesimo. Difatti, nulla può essere più utile del mercato affinché beni quali sanità e istruzione si differenzino e si estendano in conformità con i gusti individuali; è quindi del tutto naturale che la funzione produttrice dello stato si riduca a favore di un suo ruolo sempre più regolatore. Non si deve mai dimenticare che ogni funzione dello stato è finanziata dalle tasse, ossia da ricchezza sottratta ai suoi cittadini, lo stato non crea ricchezza la consuma, anche la stessa raccolta delle tasse, presupposto all’esistenza del medesimo, determina consumo di ricchezza. Fondamentale quindi un rapporto tra cittadini che pagano le tasse e stato, il quale deve essere sentito dai primi come giusto e non manipolato dai governanti di turno per mantenere il potere, tutti così abili se non controllati dai cittadini nel creare quelle “illusioni finanziarie” così ben descritte dal dimenticato Amilcare Puviani. Per perseguire questo ideale di giustizia lo stato ha sempre sviluppato la propria azione come interamente regolamentata e sottomessa alla legge. La produzione di leggi, assieme al potere giudiziario che le fa rispettare e all’esecutivo che le applica, costituiscono la tripartizione tradizionale dello stato, da qui l’importanza del diritto come branca a sé delle scienze umane. Mentre l’azione comune degli uomini persegue in senso lato sempre l’interesse del soggetto agente, è quindi per definizione economica; l’azione di ogni organo dello stato invece è sottoposta al vincolo della legge. Ogni funzionario della macchina statale ha l’obbligo di giustificare ogni singola azione attraverso prescrizioni e regolamenti, non ha invece vincoli economici essendo ognuna di esse finanziata dalle tasse. La burocrazia è quindi la condizione dell’azione statale, e quando lo stato rimane nei limiti dei suoi specifici compiti è sinonimo di giustizia, ossia di azione conforme alla legge. Viceversa, quando lo stato attraverso il suo primato legislativo allarga il suo perimetro alla produzione del bene sicurezza e a maggior ragione della ricchezza in generale, essendo la burocrazia meno efficiente del mercato, per prevalere favorisce il dispotismo e la corruzione. La mentalità dispotica è propria di chi, privato o pubblico, agisce perseguendo il proprio interesse proteggendolo e camuffandolo da interesse collettivo mediante la legge piegata a fini particolari. La legge stabilisce vincoli e limiti all’azione individuale e collettiva, perché sia percepita come giusta da chi vi deve sottostare servono due condizioni: 1) precise modalità e limiti di produzione del diritto che saranno oggetto del prossimo capitolo 2) forme democratiche di selezione e ricambio del personale politico atto a legiferare. Il consumatore che premia attraverso l’acquisto o meno uno specifico produttore svolge un processo di selezione simili a quello che il cittadino compie attraverso il voto in regime di democrazia. Vi sono però due grosse differenze: il numero di votazioni, quotidiano sul mercato, ogni tot anni in democrazia; non meno importante, le scelte della maggioranza hanno un impatto forte anche sulla minoranza, mentre invece le transazioni economiche riguardano solo i due contraenti. La democrazia è sinonimo di passaggio del potere politico in modo pacifico attraverso le elezioni, diventa liberale quando l’azione del potere politico è limitata da una serie di garanzie volte a tutelare le minoranze, non meno importante è la formazione dell’opinione base di ogni possibile cambio di gestione del potere politico. Ancora una volta David Hume aveva visto bene nell’individuare nell’opinione e non nella forza il vero motore di raccolta del potere politico, ecco perché le democrazie ben funzionanti hanno una particolare cura nel selezionare e incentivare gli strumenti predisposti alla formazione dell’opinione, questa può essere considerata la “moneta” dei regimi democratici. Essa però rappresenta anche il punto di massima debolezza delle democrazie, non esiste per la politica una sorta di banca centrale a garanzia del carattere oggettivo dell’opinione pubblica come per il valore di scambio, viceversa, la formazione dell’opinione pubblica anziché essere il risultato fedele della naturale fluttuazione delle singole opinioni, è troppo spesso il risultato dell’alterazione più o meno coercitiva del potente di turno. Purtroppo rimane costante la tentazione di chi si alterna al potere, a prescindere dal colore, di utilizzare lo stato attraverso l’interventismo in economia come strumento per la conquista e il mantenimento del consenso. Come abbiamo visto, essendo l’azione dello stato in economia sempre foriera di corruzione, di sprechi e di inefficienza, il totalitarismo finisce per esserne lo sbocco naturale, il potere politico attraverso lo stato si impadronisce del potere economico e con esso di tutti gli ambiti del vivere civile diventando appunto totalitario. Le esperienze di diverso colore del Ventesimo secolo e lo scontro di civiltà che minaccia il Ventunesimo rimangono un esempio da manuale di tale sempre possibile degenerazione, così come la vigilanza dei cittadini e la fede nelle istituzioni liberaldemocratiche ne rappresentano l’unica cura.

3.5 Diritto

La fonte del diritto non è né di origine divina né naturale è semplicemente il diritto alla vita che appartiene ad ognuno sin dalla nascita, lo stesso diritto di proprietà ne è una logica conseguenza, dovendo l’uomo procurarsi il sostentamento attraverso il proprio lavoro a cui viene spinto a sacrificarsi in misura più o meno ampia in funzione della possibilità di goderne i frutti. Il diritto assume valenza di legge, vale a dire di norma astratta e generale, nella misura in cui quel diritto originario non viene piegato a favore di gruppi o di singoli ma rafforzato a favore di tutti. Questa valenza generale è presente nel diritto privato applicato a tutti i cittadini, e per questa sua peculiarità i greci lo chiamavano nomos, mentre invece lo stato e i suoi fini circoscritti sono regolati dal diritto pubblico attraverso la dialettica maggioranza – minoranza, le cui leggi sono volte a regolare fini specifici, per questo i greci le chiamavano thesis. F. A. von Hayek individua nella subordinazione del primo al secondo l’eredità più nefaste di quel falso razionalismo rappresentato nel Ventesimo secolo dal positivismo giuridico di Hans Kelsen, il quale, dopo essersi sbarazzato di ogni reminiscenza divina e naturalistica, pone il legislatore ossia lo stato, a fonte suprema del diritto verso cui ogni cittadino in quanto subordinato ne diventa suddito. Di tutt’altro segno è il percorso del liberalismo, il quale individua nel peculiare processo di codifica del diritto nel tempo – proprio del diritto romano e del common law inglese – il senso originario del diritto. Questo processo di codifica del diritto è l’opera congiunta della tradizione che lo conserva e lo tramanda, e della costante opera di rinnovamento compiuto dagli operatori del diritto, attraverso l’analisi di singoli casi concreti continuamente pungolati dal desiderio di rafforzare l’originario diritto alla vita. Nel diritto liberale vi è una netta separazione tra l’opera legislativa dei giuristi, che come moderni scienziati raccolgono e innescano quelle istanze individuali nella tradizione, dall’opera più limitata e cogente del potere esecutivo volta alla gestione del governo quotidiano, che deve rimanere nel perimetro dei principi tracciati dalla prima la quale nel diritto inglese assume il nome di rule of law, traducibile nel nostro stato di diritto. Lo stato di diritto comprende quel corpo di norme (habeas corpus, bill of rights, ect.), costituzione (scritte e non), la cui peculiarità è la garanzia nel tempo di diritti inalienabili in capo agli individui, pertanto, indisponibili e protetti dall’inferenza di qualsiasi governo. A completare la rivisitazione del diritto in chiave liberale, rilevando la sostanziale analogia tra sviluppo giuridico e sviluppo economico, sarà l’opera del geniale giurista Bruno Leoni, a cui si deve l’idea di avere sostituito l'”obbligo” (il sollen kelseniano) con la “pretesa” individuale (claim) quale fonte della legge. Vi sono pretese totalmente giuridiche (la pretesa del creditore di essere pagato dal debitore) e pretese totalmente antigiuridiche (la pretesa del rapinatore di avere il mio portafoglio), in questo ampio spettro solo una parte delle pretese, quelle più probabili, assumono la forma dell’obbligo kelseniano, senza per questo togliere alla pretesa il primato logico quale fonte della legge. In questo modo la produzione di diritto, come la produzione di un bene sul mercato, è proporzionale alla domanda del “consumatore” di quel diritto, al grado di probabilità con cui si manifesta, spingendo l’offerta fino all’ultimo grado di utilità marginale. Questa logica della probabilità, nata per risolvere problemi matematici relativi alle scienze esatte o addirittura applicata alla trascendenza religiosa come fece Pascal, si è dimostrata completamente fallace in quegli ambiti volti alla ricerca di risposte statiche e definitive, viceversa, è invece risultata utilissima per le scienze sociali, in quanto coincide come ha dimostrato il giurista torinese con la logica dell’azione umana, e la costante esigenza per quest’ultima di valutare il bene e il male presente in funzione di un maggior bene o un minor male futuro. Proprio il tratto soggettivo della legge della probabilità, rende nociva ogni forma di uguaglianza che vada oltre l’uguaglianza di ognuno davanti alla legge. Così come ogni forma di giustizia sociale o giustizia distributiva che alteri, attraverso l’intervento dello stato, quelle forme di garanzie codificate dal diritto a tutela della libertà individuale costituiscono una lesione del sentimento di giustizia, senza il quale viene vanificato ogni tentativo di costruzione di ogni genere vita sociale. Proprio questa doppia istanza rappresenta il miracolo del diritto liberale: capace di coniugare l’intima aspirazione di ognuno alla libertà individuale con l’obbedienza a leggi uguali per tutti. Sola la presenza di istituzioni preposte a limitare al minimo la produzione di leggi comuni salvaguarda quel precario equilibrio tra queste e la libertà individuale. In questo modo il diritto liberale rappresenta la realizzazione più compiuta del vecchio principio caro al diritto romano, riassunto da Cicerone nella formula: “legisbus idcirco omnes servimus ut liberi esse possimus”, ossia, “questo è il motivo per cui tutti serviamo la legge: per potere essere liberi”.

 

3.6 Morale

In una economia di mercato ogni individuo modella la propria azione sotto il pungolo della concorrenza, adattandola a servire meglio le esigenze altrui in vista del proprio tornaconto. La stessa accumulazione del capitale passa attraverso la costante modifica dei propri comportamenti individuali, chi accumula o investe rinuncia al godimento di un bene attuale, deve reprimere l’istintiva attrazione esercitata da quello: chi risparmia cerca di garantire per sé e per i propri cari un futuro più prospero, chi intraprende utilizza l’intelligenza per allungare la catena della produzione al fine di accrescerne il risultato finale. In definitiva, tutti questi comportamenti alla base del tanto vituperato capitalismo tendono al bene, ognuno poco o tanto adatta le proprie propensioni alle esigenze altrui, ognuno rinuncia ad un appagamento oggi per un maggiore appagamento in futuro, proprio questo è quello che comunemente chiamiamo comportamento morale. Si badi bene che ogni individuo nel compiere quelle scelte non ha in mente il bene altrui, ma ha in vista quella che in senso lato potremmo chiamare la propria felicità. La forza di questo modo di intendere la morale è proprio il non essere un catalogo eteronomo dettato da un qualche dio o saggio antico, bensì l’autonoma e faticosa correzione individuale dei propri istinti più antisociali per perseguire con maggior efficacia il proprio interesse sforzandosi di estendere la collaborazione col prossimo nella consapevolezza che per averla dobbiamo farci carico anche dei suoi interessi. Così i conflitti che un tempo inducevano a costruire un’economia di guerra, lasciano il posto in una economia di mercato ai contratti in senso lato, con uno spettro infinito che passa dalla semplice scelta di un male minore ai più grandi e visionari progetti comuni. In perfetta sintonia con i tratti salienti del liberalismo è l’individuo che crea nel tempo la propria scala di valori, la propria morale appunto; questa percezione dinamica del tempo, questo continuo lavorio su noi stessi che ci accompagna in ogni momento dell’esistenza a volte è fonte di enormi sofferenze, ma rinunciarvi significherebbe abdicare al bene più prezioso, la vita. Nel mercato il perseguimento del proprio benessere attraverso la produzione di beni, impone l’educazione delle proprie passioni, queste non mutano la loro naturale propensione a conservare e accrescere ogni singola vita, semplicemente attraverso la ragione diventano strumenti e mezzi sempre più efficaci per creare ricchezza. La messa all’indice della ricchezza e di chi la accumula, proprio di tanta precettistica moralistica con i suoi cataloghi pieni di buone intenzioni, è disegnata su un’idea astratta di uomo esistente solo nella mente di chi la scrive. Si basa sull’idea che la ricchezza sia una quantità data il cui possesso presuppone l’espropriazione da parte del più forte sul più debole attraverso la sottomissione di chi la possedeva prima. Si tratta di una visione conflittuale della società diremmo oggi classista, uno vince e l’altro perde, il cosiddetto gioco a somma zero più proprio dello stato di guerra. Con l’economia di mercato questo non esiste più, la ricchezza di beni materiali e non è il frutto del lento e costante processo di razionalizzazione dei propri istinti, i conflitti ci sono ma vengono risolti attraverso l’incremento reciproco di benessere. La ricchezza è il prodotto sociale per eccellenza, essa ne rappresenta il grado di coesione sociale, non è un caso che le società più povere abbiano in termini assoluti la minore quantità di ricchezza totale e in termini relativi le maggiori differenze di ricchezza tra i sui membri. Certo si compete, le crisi sono a volte anche dure e costringono al cambiamento, ma tutti questi processi attraverso la guida della ragione conducono al costante incremento di ciò che ci accomuna, la ragione collegando le diversi passioni le trasforma in mezzi più efficaci per il reciproco appagamento, la divisione del lavoro che nelle società più evolute diventa divisione della conoscenza, costituiscono in tal senso un esempio da manuale. Per questa intima dinamica dell’economia di mercato, il perseguimento della pace e il ripudio della guerra da parte della politica liberale non è una scelta di principio, ma una pratica in sintonia con la propria più intima natura individualista. La ritrovata armonia tra morale e individuo permette anche di sciogliere il fallace accostamento di egoismo e senso di colpa, altruismo e disinteresse. L’azione umana quando sceglie una direzione anziché un’altra, semplicemente sceglie di conferire valore ad una cosa anziché ad un’altra, perseguire i propri valori non è un atto di egoismo ma di coerenza, per questo compiere un’azione altruistica non può mai essere un atto di disinteresse, si è amico e si ama l’altro perché si condividono valori, si hanno ideali e ambizioni comuni; la colpa può sorgere solo se si viene meno a quelle convinzioni magari per opportunismo, questo si sarebbe imperdonabile. L’integrità è il valore supremo dell’individuo libero, si e integri anche quando si cambia idea come cambiano le stagioni, i gusti, le esperienze, nella misura in cui anche i comportamenti e le responsabilità che ne conseguono mutano in sintonia con le nuove idee. Questo non significa mancare di rispetto al prossimo o addirittura sentirlo come nemico, non solo perché verso ogni sconosciuto potenzialmente può unirci ogni cosa, altresì, anche se non provassimo verso quel prossimo alcuna affinità ci accomunerebbe sempre la stessa passione per la vita; questa è la vera base del sentimento di fratellanza che ci assale ad ogni incontro con un nostro simile.