MORALE – FELICITÀ

 

SINOSSI

Nell’economia di mercato arricchirsi vuol dire: essere previdenti, parsimoniosi e zelanti nella propria attività lavorativa verso i consumatori, il capitalismo è intrinsecamente morale. L’odio verso la ricchezza di una certa élite intellettuale trinariciuta, è un retaggio non meditato della vecchia filosofia, di quando la ricchezza era sempre il risultato di prepotenza e sopraffazione. L’uomo, in quanto homo agens, è per natura sempre impegnato a migliorare la propria condizione, attraverso lo sviluppo delle proprie facoltà e la collaborazione con i propri simili; l’economia dì mercato è per un verso un mezzo per l’altro il prodotto di questa tensione. La felicità è il premio sempre parziale e soggettivo per i successi conseguiti in quelle azioni, come l’infelicità corrisponde ai fallimenti; alla prima associamo la percezione del bene mentre alla seconda quello del male. Nell’economia di mercato non c’è nessun contrasto tra azione morale e felicità individuale e quest’ultima non si contrappone alla felicità altrui; questo è potuto accadere perché la ricchezza, da fonte di divisioni e guerre, è diventata un prodotto sociale, e costituisce un continuo stimolo verso una crescente collaborazione e unione degli esseri umani.

 

CITAZIONI

Benjamin Constant – Principi di politica – (pag. 491- 492)

I legislatori antichi nutrivano un grande odio per la ricchezza. Platone rifiutò di dare leggi all’Arcadia soltanto perché questa regione era ricca. Tutti i politici dell’antichità vedevano nella povertà ogni fonte di virtù e di ogni gloria. I moralisti moderni hanno copiato queste massime, senza riflettere sul fatto che la ricchezza corrompeva i popoli bellicosi dell’antichità perché era il frutto della conquista e del saccheggio e perché, rendendo improvvisamente ricchi i popoli che erano poveri, li inebriavano con godimenti ai quali non erano abituati. Le ricchezze tornerebbero a essere corruttrici, se a causa di qualche rivolgimento violento noi ricadessimo, sotto questo punto di vista, nella situazione dei popoli antichi: vale a dire, se la parte povera e ignorante della società, impossessandosi improvvisamente delle spoglie della parte agiata e istruita, si trovasse a disporre di tesori di cui saprebbe fare soltanto un uso deplorevole e volgare. Ma quando le ricchezze sono il risultato, ottenuto gradualmente, di un lavoro assiduo e di una vita impegnata, oppure quando sono il frutto di un possesso che si trasmette pacificamente di generazione in generazione, esse – lungi dal corrompere quelli che le acquisirono o quelli che ne godono – offrono loro nuove opportunità di piacere, di cultura e, per ciò stesso di moralità.

Frédéric Bastiat – Armonie economiche – (pag. 189 – 190 e 331)

Non è questo il luogo di definire la natura e la funzione del capitale; qui il solo mio scopo è di fare vedere che certe virtù morali concorrono direttamente al miglioramento della nostra condizione, anche sotto il punto di vista della ricchezza, e tra le altre, l’ordine, la previdenza, l’impero sopra sé medesimo, l’economia. Prevedere è uno dei bei privilegi dell’uomo; ed è appena necessario dire che, in quasi tutte le circostanze della vita, più favorevoli sorti ha colui che meglio sa quali saranno le conseguenze delle sue determinazioni e dei suoi atti. Reprimere i suoi appetiti, governare le sue passioni, sacrificare il presente all’avvenire, sottomettersi ad una privazione attuale, in vista di un vantaggio superiore non lontano, sono queste condizioni essenziali per la formazione dei capitali; e i capitali, noi li abbiamo potuti scorgere, sono essi medesimi la condizione essenziale di qualunque lavoro un po’ complicato o prolungato.  E’ di assoluta evidenza che se due uomini fossero posti in condizioni perfettamente identiche, se in loro si supponesse, inoltre, il medesimo grado di intelligenza e di attività, farebbe più progressi quello dei due il quale, accumulando provviste, si mettesse in grado di imprendere opere lunghe, di perfezionare i suoi strumenti e di fare così concorrere le forze della natura al compimento dei propri disegni. Io non insisterò su questo punto; basta gettare uno sguardo intorno a sé, per rimanere convinto che tutte le nostre forze, tutte le nostre facoltà, tutte le nostre virtù concorrono all’avanzamento dell’uomo e della società. Per la stessa ragione non c’è alcuno dei nostri vizi che non sia un’accusa diretta o indiretta di miseria. La pigrizia paralizza il nerbo stesso della produzione, lo sforzo. L’ignoranza e l’errore gli danno una falsa direzione; l’imprevidenza ci prepara gli inganni; l’abbondanza agli appetiti del momento impedisce l’accumulazione o la formazione del capitale; la vanità ci conduce a consacrare i nostri sforzi a soddisfazioni fittizie, a scapito delle soddisfazioni reali; la violenza e la frode, provocando le rappresaglie, ci sforzano a circondarci di precauzioni onerose e trascinano quindi una grande dispersione di forze…

… Come produttori noi corriamo dietro al valore; come consumatori all’utilità. Questa è una cosa dell’esperienza universale. Colui che sfaccetta un diamante, che ricama merletti, che distilla liquori o coltiva papaveri, non domanda a sé medesimo se il consumo di tali cose sia bene o male inteso. Esso lavora e, purché il suo lavoro effettui un valore, questo è ciò che a lui basta. E, per dirlo alla sfuggita, ciò prova che non è il lavoro che sia morale o immorale, ma il desiderio; e che l’umanità si perfeziona, non per la moralizzazione del produttore, ma per quella del consumatore… Così in qualunque punto di vista ci collochiamo, si vede che il consumo è il gran fine dell’economia politica; che il bene e il male, la moralità e l’immoralità, le armonie e le discordanze, tutto viene a risolversi nel consumatore, perché egli rappresenta l’umanità.

Benjamin Constant principi di politica – (pag. 337 – 338)

I capitali si dirigono da soli verso l’impiego che offre maggiori possibilità di guadagno. Per attirarli non c’è bisogno di incentivi: per gli impieghi che potrebbero dare perdite, gli incentivi sarebbero funesti. Ogni attività economica che non può sostenersi indipendentemente dagli aiuti dell’autorità finisce per essere una attività di second’ordine. Allora il governo paga gli individui perché essi lavorino in perdita: e pagandoli sembra in qualche modo indennizzarli. Ma poiché gli indennizzi si ricavano unicamente dalle imposte, sono in definitiva i cittadini che ne sopportano il peso. Infine, gli incentivi dell’autorità recano un grave attacco alla moralità delle categorie produttive. La morale si compone della sequenza naturale tra cause ed effetti. Alterare questa sequenza significa nuocere alla morale: e tutto ciò che introduce il caso tra gli uomini li corrompe. Tutto ciò che non è l’effetto diretto, necessari, abituale di una causa, ha più o meno la natura del caso. Ciò che rende il lavoro la causa più efficace di moralità è l’indipendenza in cui si trova l’uomo laborioso rispetto agli altri e la dipendenza in cui egli si trova nei confronti della propria condotta e dell’ordine, della consequenzialità e della regolarità che mette nella sua vita. Questa è la vera causa della moralità delle categorie occupate in un lavoro regolare e dell’immoralità così comune negli accattoni e nei giocatori. Questi ultimi sono tra i più immorali tra tutti gli uomini, perché sono quelli che fanno più affidamento sul caso. Gli incentivi o gli aiuti del governo per le attività economiche sono una specie di gioco. E’ impossibile supporre che l’autorità conceda i propri aiuti e i propri incentivi soltanto a coloro che lo meritano o che li accordi sempre nella giusta quantità. Un solo errore, in questo genere di cose, trasforma gli incentivi in una lotteria. E’ sufficiente una sola possibilità per introdurre il caso in ogni calcolo e, di conseguenza, per snaturarlo. L’entità di questa probabilità non conta, perché è l’immaginazione a decidere sulla probabilità. La speranza anche lontana e incerta dell’assistenza dell’autorità getta, nella via e nei calcoli dell’uomo laborioso, un elemento totalmente diverso dal resto della sua esistenza. La sua situazione cambia i suoi interessi si complicano. Il suo stato d’animo diventa soggetto a una sorta di aggiotaggio (Crimine speculativo consistente nel turbare l’andamento del mercato attraverso la diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose).

Friedrich A. von Hayek – Legge, legislazione e libertà – (pag. 546)

Quando i profeti e i filosofi, da Mosè a Platone a Sant’Agostino, da Rousseau a Marx a Freud, protestavano contro le morali prevalenti, non avevano chiaramente idea della misura in cui i modi d’agire che condannavano avevano reso possibile la civiltà di cui essi erano parte. Non avevano idea che il sistema di concorrenza dei prezzi e delle remunerazioni, che indicavano all’individuo che cosa fare, aveva reso possibile la specializzazione su larga scala, informando gli individui come servire meglio altri di cui forse non conoscevano nemmeno l’esistenza – e come usare per farlo certe opportunità della cui esistenza non avevano alcuna conoscenza diretta. Né capivano che tali credenze morali, da essi condannate, non erano tanto l’effetto, quanto la causa dell’evoluzione dell’economia di mercato. Ma la più grave mancanza degli antichi profeti fu la loro credenza che i valori etici percepiti intuitivamente, che venivano dal profondo dell’uomo, fossero immutabili e eterni. Ciò impedì loro di riconoscere che tutte le norme di condotta servivano un particolare ordine di società, e che sebbene tale società debba trovare necessario fare applicare le sue norme di condotta per proteggersi dalla distruzione, non è una società con una struttura data a creare le regole appropriate, ma furono le regole praticate da alcuni e poi imitate da molti che crearono un ordine sociale di tipo particolare. La tradizione non è qualcosa di costante ma è il prodotto di un processo di selezione guidato non dalla ragione ma dal successo. Essa cambia, ma può raramente essere deliberatamente cambiata. La selezione culturale non è un processo razionale; non è guidata dalla ragione, ma la crea.

Friedrich A. von Hayek – La presunzione fatale – (pag. 37 e 39)

Il punto di partenza del mio sforzo potrebbe essere l’osservazione di David Hume stando alla quale “le regole della morale…non sono delle conclusioni della nostra ragione” (Treatise trad. it. p. 483). Questa osservazione avrà un ruolo centrale nel presente volume, dato che da essa emerge il problema fondamentale al quali il libro cerca di rispondere – vale a dire: come nasce la nostra moralità, e quali implicazioni può avere il modo in cui essa viene in essere per la nostra vita politica e economica? L’idea secondo la quale noi siamo costretti a preservare il capitalismo a motivo della superiore capacità nell’utilizzare la conoscenza dispersa, pone il problema di come ci sia stato possibile impadronirci di un simile, insostituibile ordine economico – specialmente quando, come io sostengo, potenti spinte istintive e razionali vanno contro le norme morali e le istituzioni implicite nel capitalismo. La risposta a tale interrogativo, risposta delineata nei primi tre capitoli del libro, si basa sulla vecchia intuizione, ben conosciuta in economia, che i nostri valori e le nostre istituzioni sono determinati non semplicemente da cause precedenti, ma crescono come parte di un processo di autorganizzazione inconscia di una struttura o modello… Un tale teoria evoluzionistica della morale sta in verità emergendo e il suo nocciolo teorico di fondo è che la nostra morale non è né istintuale né una creazione della ragione,  ma costituisce una tradizione separata . “tra istinto e ragione” come indica il titolo del primo capitolo – una tradizione di incredibile importanza nel renderci capaci di adattarci a problemi e circostanze che vanno ampiamente al di là delle nostre capacità razionali. Le nostre tradizioni morali, come molti altri aspetti della nostra morale, si sono sviluppate contemporaneamente alla nostra ragione, e non come suo prodotto. Per quanto sostenere ciò possa sembrare ad alcuni sorprendente e paradossale, queste tradizioni morali superano le capacità della nostra ragione.

 Friedrich A. von Hayek – La presunzione fatale – (pag. 100 – 101)

In verità il punto fondamentale della mia argomentazione – che la morale, includendo in essa specialmente le nostre istituzioni della libertà e della giustizia, non è una creazione della ragione umana, ma un lascito conferito all’uomo dall’evoluzione culturale – è in contrasto con il punto di vista intellettuale dominante nel ventesimo secolo. L’influenza del razionalismo è stata in effetti così profonda e penetrante che, in generale, è probabile che la persona più intelligente e istruita sia adesso non soltanto un razionalista, ma abbia anche opinioni di tipo socialista (indipendentemente dal fatto che egli, o ella, sia sufficientemente intellettualizzato o intellettualizzata da appiccicare un’etichetta di “socialista” alle proprie opinioni). Più andiamo in alto nella scala intellettuale, più diventa probabile che incontriamo convinzioni socialiste. I razionalisti tendono ad essere intelligenti e intellettuali; e gli intellettuali intelligenti tendono ad essere socialisti.

Se posso inserire qualche considerazione personale, credo di poter parlare di tutto ciò in base ad una certa esperienza, perché queste opinioni razionaliste – che esamino e critico sistematicamente da molti anni – sono quelle sulle quali, in comune con la maggior parte dei pensatori europei non religiosi della mia generazione, si formò il mio pensiero nella prima parte di questo secolo. A quel tempo esse apparivano evidenti, e seguirle sembrava il modo migliore per evitare pericolose superstizioni di tutti i tipi. Avendo io stesso impiegato del tempo per liberarmi da queste idee – scoprendo in verità in siffatto processo che esse stesse sono superstizioni – voglio precisare che alcuni dei commenti piuttosto duri su certi autori nelle pagine che seguono non sono affatto attacchi personali. Inoltre è forse opportuno ricordare ai lettori, in questa sede, il mio saggio “Perché non sono un conservatore” (1960 Poscritto), per evitare che essi traggano conclusioni non esatte. Benché la mia argomentazione sia diretta contro il socialismo, io sono così poco un conservatore-Tory quanto lo era Edmund Burke. Il mio conservatorismo, così com’è, è interamente confinato alla morale, all’interno di certi limiti. Io sono completamente favorevole alla sperimentazione: in verità sono per molta più libertà di quanto i governi conservatori tendano a permettere. Ciò che obietto agli intellettuali razionalisti, quali quelli di cui discuterò, non è che essi vogliano la sperimentazione; piuttosto che essi ne vogliano troppo poca e che ciò che essi ritengono essere sperimentazione risulti, nella maggior parte dei casi, piuttosto banale. Dopo tutto, l’idea di ritornare all’istinto è realmente un’idea banale ed è stata messa alla prova tante volte che non è più chiaro in quale senso possa essere considerata sperimentale. Io mi oppongo a questi razionalisti perché essi dichiarano che i loro esperimenti, per quel che sono, sono il risultato della ragione, li rivestono di metodologia pseudo-scientifica e poi, mentre corteggiano proseliti influenti e sottopongono pratiche tradizionali di valore inestimabile (il risultato di sperimentazione evolutiva per tentativi ed errori) ad attacchi infondati, mettono al riparo i loro “esperimenti” da ogni esame critico.

La sorpresa iniziale di scoprire che persone intelligenti tendono a essere socialiste diminuisce quando si comprende che, ovviamente, le persone intelligenti tendono a sopravvalutare la loro intelligenza e a supporre che noi dobbiamo tutti i vantaggi e le opportunità che la nostra civiltà offre a un disegno deliberato piuttosto che a seguire regole tradizionali. Simultaneamente pensano che noi esercitando la nostra ragione, possiamo eliminare tutti i restanti aspetti indesiderati per mezzo di una dose ulteriore di riflessione intelligente, e con un ancora più appropriato disegno e “coordinamento razionale” dei nostri sforzi. Questo porta ad essere favorevolmente disposti nei riguardi di quella pianificazione economica centralizzata e di quel controllo che costituisce il nucleo centrale del socialismo.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 882)

Qualsiasi cosa il futuro abbia in serbo per lui, non può comunque sottrarsi dalle necessità del presente. Fino a quando l’uomo vive non può esimersi dall’obbedire all’impulso vitale che lo lega alla vita. E’ nell’innata natura umana quello di cercare di preservare e rafforzare la sua vita, e per chi è insoddisfatto di sforzarsi ed allontanare l’inquietudine, per tentare di raggiungere quella che può essere chiamata “felicità”. In ogni essere umano quel lavoro è svolto da un inesplicabile non analizzabile Es. Questo Es è l’impulso di tutti gli impulsi, la forza che spinge l’uomo nella vita e nell’azione, l’origine e intaccabile brama per una più piena e più felice esistenza. Questa situazione dura fino a quando l’uomo vive e si ferma soltanto con la fine della vita. La ragione umana serve questo impulso vitale. La funzione biologica della ragione è quella di preservare e promuovere la vita e allontanare il termine della stessa il più a lungo possibile. Pensare e agire non sono in contrasto con la natura; loro sono in verità la principale caratteristica della natura umana. La più appropriata descrizione dell’uomo e che lo differenzia dagli esseri non umani è: un essere principalmente impegnato nel combattere le forze contrarie alla vita.

Ludwig con Mises – Liberalismo – (pag. 257 – 258)

Chi predica il ritorno a forme più semplici di economia sociale, dimentica che soltanto il nostro assetto economico offre la possibilità di sostenere, così come si fa oggi, il numero di individui che popola attualmente il nostro pianeta. Un ritorno al Medioevo significherebbe lo sterminio di centinaio di milioni di persone. I fautori dello stato stazionario naturalmente rispondono che non c’è bisogno di arrivare a tanto. Basterebbe fermarsi ai livelli raggiunti e rinunciare a ulteriori progressi. Chi magnifica lo stato stazionario dimentica pure che il desiderio di migliorare la propria situazione materiale è innato nell’uomo pensante. Non si può cancellare questo impulso che è la molla di tutta l’azione umana. Se gli si sbarra la via sulla quale egli è riuscito ad operare per il bene della società, perfezionando i modi di soddisfare i propri bisogni, non gli resta che una sola alternativa: quella di passare a opprimere e rapinare i suoi simili, cercando solamente di arricchire sé stesso e impoverire tutti gli altri. E’ vero tutto questo correre e affannarsi per aumentare il proprio benessere non rende gli uomini più felici. Ma è nella natura dell’uomo tendere a migliorare la propria condizione materiale. Toglietegli la soddisfazione di questa tensione ed egli cadrà nell’apatia e nell’abbrutimento. La massa non ascolta chi la esorta ad accontentarsi; e probabilmente anche i filosofi che lanciano questo grido di ammonimento sono preda di una grave forma di autoillusione. Se dite alla gente che i loro padri se la passavano peggio, vi dirà che non capisce per quale ragione essa non dovrebbe passarsela meglio. Giusto o sbagliato che sia, con o senza il beneplacito dell’austero censore, un fatto è certo: che gli uomini tendono e tenderanno sempre a migliorare la propria condizione. E’ il destino dell’uomo, al quale egli non può sottrarsi. L’irrequietezza e l’inquietudine dell’uomo moderno è vivacità della sua mente, dei suoi nervi dei suoi sensi. Non si può ricondurlo all’arcadia delle fasi ancestrali della storia umana, così come non si può restituire all’adulto l’ingenuità della sua fanciullezza. Ma soprattutto: cosa si offre in cambio alla rinuncia all’ulteriore progresso materiale? La gioia e la felicità, la pace e l’equilibrio interiore non nasceranno per il semplice fatto che non si penserà più a migliorare il modo di soddisfare i propri bisogni. E’ assolutamente insensata l’idea di questi letterati rosi dal risentimento, che la povertà e l’austerità creino le precondizioni alla piena estrinsecazione delle energie interiori. Quando si discute di queste questioni sarebbe bene evitare le circonlocuzioni e chiamare le cose con il loro nome. La ricchezza moderna si estrinseca soprattutto nella cultura del corpo – igiene, amore per la pulizia, sport. Ancora oggi – forse non più negli Stati Uniti, ma sicuramente dappertutto – il lusso dei benestanti, se il progresso economico manterrà il passo sostenuto finora, diventerà ben presto patrimoni di tutti. Qualcuno forse pensa di arricchire la vita interiore dell’uomo escludendo le masse dalla conquista di quel livello di igiene fisica di cui i benestanti già possono godere attualmente? La felicità sta in un corpo trascurato?

Ferdinando Galiani – Epistolario 1773 – 1783 – (pag. 714 – 716)

Progrediamo dunque di qualche altro passo e diciamo che la politica è la scienza di fare agli uomini il massimo bene possibile con il minimo male possibile, a seconda della contingenza. C’è dunque da risolvere un problema di maximis et minimis. la politica è una curva (una parabola) da tracciare. Sulle ascisse si segnerà il bene, sulle ordinate il male. Si dovrà trovare il punto in cui il minor male possibile si incontra con il massimo bene possibile. Trovare questo punto significa risolvere il problema, e ciò vale per tutti i problemi dell’uomo: il bene e il male si mescolano dappertutto. Vedete dunque che ogni problema politico si può tradurre in una equazione indefinita, che diventa definita solo quando la si applica a dei casi concreti… Allontanate da voi e dalla politica quei gran paroloni privi di senso: come la forza degli imperi, l’ascesa, il declino, ecc. Non compiacetevi dei mostri dell’immaginazione e della morale. L’unico obiettivo deve essere la conquista della felicità degli esseri reali, degli individui presenti o futuri. Noi e i nostri figli e basta. Il resto è sogno. Io credo che gli uomini possano fare del bene e del male agli altri uomini. I principi nascono e muoiono, ma la cosa mi lascia del tutto indifferente e lascia indifferenti anche gli altri uomini. Bisogna mirare alla loro felicità: se non sono felici in Francia, bisogna sloggiarli tutti e spedirli in Lapponia; se laggiù si trovano male, è meglio mandarli in Kamchatka. E’ vero che la grandezza, la potenza di un impero determina sovente anche la massima felicità del suo popolo, e che la sua caduta trascina con sé l’infelicità degli individui, ma non è un fenomeno generale. I fiorentini sono più felici adesso di quanto non lo fossero ai tempi dei più bei giorni della repubblica, ecc. ecc. Io credo dunque che un uomo possa affrettare o ritardare e la crescita e il declino di uno stato, la propria o quella del vicino, ma l’unico fine al quale deve mirare è la felicità degli uomini. Il modo di procurare questa felicità l’ho già detto, è sempre quello di calcolare il bene e il male, e trovare il punto di equilibrio. E nel calcolare sia il bene che il male, bisogna tenere in conto il presente e l’avvenire, sicuro o assai probabile. L’incerto è quell’infinitamente piccolo che nel calcolo si finisce sempre per trascurare.

Ayn Rand – La virtù dell’egoismo – (pag. 53 – 55)

Dobbiamo ricordare che si agisce sempre allo scopo di ottenere o conservare un valore e che la felicità deve essere raggiunta grazie ai propri sforzi. La felicità rappresenta lo scopo morale della vita; di conseguenza, chi non riesce a raggiungerla a causa delle proprie mancanze, a causa della propria incapacità di combatte per essa, è moralmente colpevole. La virtù relativa all’aiuto che si può prestare a chi si ama non è il “disinteresse”, né il “sacrificio”, bensì l’integrità. L’integrità è la fedeltà alle proprie convinzioni e ai propri valori; nell’esprimerli, difenderli e tradurli in realtà. Se un uomo professa amore per una donna, mentre le sue azioni sono fredde, ostili e dannose nei confronti della donna stessa, è la mancanza di integrità che determina l’immoralità di quell’uomo. Lo stesso principio vale per le relazioni con gli amici. Se un amico si trova in difficoltà, si dovrebbe agire per aiutarlo impiegando con qualsiasi mezzo adatto, purché ciò non comporti l’autosacrificio. Ad esempio, se un nostro amico muore di fame, donargli il denaro per sfamarsi anziché acquistare qualche oggetto insignificante non è un sacrificio, bensì un atto di integrità, in quanto nella nostra personale scala di valori il suo benessere è più importante. Se quell’oggetto è più importante delle sue sofferenze, allora non possiamo pretendere di dirci suoi amici. L’applicazione pratica dell’amicizia, dell’affetto dell’amore consiste nell’incorporare il benessere (il benessere razionale) della persona amata nella propria gerarchia di valori e agire di conseguenza. Questa pratica è, tuttavia, un premio che le persone devono guadagnarsi per mezzo delle proprie virtù e che non può essere concesso a semplici conoscenti o agli estranei. Cos’è dunque giusto concedere agli estranei? La risposta è: il generico rispetto e la benevolenza che si dovrebbe concedere a qualsiasi essere umano in nome del potenziale valore che egli rappresenta, almeno finché non se ne perde il diritto. Un uomo razionale non dimentica che la vita è l’origine di ogni valore e che, di conseguenza, essa rappresenta un legame con tutti gli altri esseri viventi (ma non con la materia inanimata), che gli altri uomini sono, in potenza, capaci di avere le stesse sue virtù e che quindi possono rappresentare ai suoi occhi un enorme valore. Ciò non significa che egli consideri gli altri esseri umani intercambiabili con sé stesso. Egli riconosce che la sua vita è l’origine non solo di ogni valore, ma anche della sua capacità di concepire valori. Pertanto, il valore che egli attribuisce al prossimo non è che una conseguenza, un’estensione, una proiezione secondaria del valore primario rappresentato da sé stesso.

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