PARTE PRIMA – LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA’ –

Prologo

I cambiamenti prodotti dagli ultimi 250 anni di rivoluzione industriale non possono essere riassunti dalla categoria del “progresso”, si è trattato di una vera e propria rottura, con un prima e un dopo simile per radicalità al passaggio dal paleolitico al neolitico. Leggere questo cambio d’epoca attraverso lo sviluppo del progresso materiale è l’errore più comune di tante analisi tuttora parte preponderante del mainstream; più corretto a mio parere sarebbe considerarlo invece come l’effetto del nucleo di idee che hanno fatto della libertà individuale il propulsore collettivo e il tratto centrale del percorso esistenziale di ognuno, provo a spiegare. Fino a questa rottura ognuno di noi nasceva come parte di una comunità a cui era legato attraverso tradizioni, istituzioni, la cui funzione collettiva era cresciuta a tal punto nel corso dei secoli da far dimenticare i bisogni di reciproca sicurezza e sostentamento di carattere individuale da cui si erano originate. Il basso Medioevo divenuto castale e corrotto e l’ultima fase dell’Assolutismo sempre più dispotico e narcisista, costituiscono due significativi esempi storici di questa degenerazione. Così quelle istituzioni avevano finito per assumere vita propria fine a sé stessa e disseminare nel percorso esistenziale di ognuno una serie di vincoli, di legami, il cui risultato è stato il far prevalere il prosperare della loro funzione collettiva su quegli interessi prettamente individuale per cui erano nate. Da tre secoli a questa parte l’Occidente, rompendo con la sua stessa storia e con le altre civiltà che lo circondano, ha favorito l’emergere di istituzioni di natura economica e politica in particolare ma anche giuridiche e morali, volte a liberare i percorsi esistenziali di ognuno da quei vincoli di natura collettiva, il risultato è stato la costituzione di una nuova soggettività sintetizzabile nell’espressione: individuo libero. Cambiare la percezione di noi stessi ha significato anche modificare il rapporto con quelle istituzioni e con la tradizione in genere: da presupposto e legame ostile ad ogni cambiamento, esse stesse sono diventate produttrici e prodotto di quel sentimento di libertà individuale che sempre più potentemente pervade e guida ogni ambito dell’agire umano. Attorno al concetto di liberalismo è cresciuto il movimento culturale e filosofico che ha guidato questa rottura con il passato, attraverso la creazione in ogni ambito del nostro vivere di un diverso rapporto con il concetto di libertà individuale. Mentre la maggiore libertà politica, espressa seppur con tante sfumature nelle liberaldemocrazie, hanno trasformato il rapporto da: suddito – sovrano a cittadino – eletto; allo stesso modo la maggiore libertà economica, mediante l’avvento dell’economia di mercato, hanno condotto le dinamiche della creazione di beni e servizi dal coatto: servo – padrone al libero contratto tra lavoratore – imprenditore. Lo stesso è avvenuto nell’ambito della sfera spirituale: morale, religione, un tempo sinonimi di eteronomi sistemi ereditati dalla tradizione, ora sono sentiti e vissuti come il risultato di un autonomo percorso esistenziale. Questa è la base su cui è cresciuto un ethos quotidiano fatto di “milioni di ribellioni”, per dirla con Deirdre McCloskey e la sua monumentale trilogia sull’età borghese, unica giustificazione ragionevole allo straordinario incremento di ricchezza pro-capite, per millenni ferma a 3 dollari al giorno fatto salve pochissime eccezioni, passata in duecento cinquant’anni ai 30 dollari dei paesi in via di sviluppo per arrivare ai 100 delle economie più avanzate. Attenzione ai numeri, parliamo di un incremento percentuale che va dal 2,700 al 10,000 per cento. Non meno dirompente è stato l’incremento della popolazione passata dai 700 milioni di fine Settecento agli oltre 7 miliardi attuali, lo stesso dicasi per la speranza di vita media: dai circa 30 anni accertati in tutte le precedenti civiltà ha raggiunto in media i 70 anni attuali, per arrivare agli oltre 80 dei paesi più sviluppati. Sembrerebbe un successo senza diritto di replica e invece la storia degli ultimi cent’anni ci ha insegnato non essere affatto così, anzi, l’avversione ne è stata la costante. Perché il liberalismo prima attraverso i nazionalismi poi con l’avvento dei totalitarismi e i due conflitti mondiali successivi è andato in crisi? Perché nonostante quella lezione sperimentata nella prima metà del Novecento il cosiddetto neoliberalismo, cresciuto nel secondo dopoguerra, è di nuovo duramente contestato dopo la crisi economica del 2008? Questi sono i quesiti a cui cerca di dar risposta la prima parte del presente saggio.