PREZZO – COSTO

SINOSSI

Il prezzo è sì un numero ma sottoposto a una valutazione soggettiva, nel senso che chi scambia è sempre convinto di cedere meno rispetto a quello che riceve, l’equilibrio sempre temporaneo segna la fine dello scambio. Imprenditore è colui che indovina i prezzi che i consumatori sono disposti a spendere per quel bene, ma sa anche che i costi della produzione del bene sono inferiori a quei prezzi. L’equilibrio cercato dall’economista è sempre un fenomeno accidentale, guadagni e perdite ossia disequilibrio sono la norma. Se è vero che una fotografia istantanea di prezzi e costi non può che esprimere l’utilità marginale di quell’incrocio di domanda e offerta, se è vero che quei dati sono fattori essenziali per il calcolo economico; le difficoltà, i malintesi, ma anche l’essenza della scienza economica, sta nel riporre quell’istante nella sua reale dimensione temporale dinamica. Nel prezzo in moneta è fissato il passato (time component) e serve in un presente che guarda al futuro, dove quei prezzi assumono le mutevoli forme dei bisogni dei consumatori e le altrettanto incerte interpretazioni degli imprenditori di quei bisogni che si muovono alla ricerca del profitto, alla fine nel prezzo c’è il tempo che passa sotto forma di interesse calcolabile (time preference), ma anche i desideri e i bisogni dei consumatori e l’interpretazione degli imprenditori, che rimangono sempre variabili; il prezzo, come i profitti ma anche le perdite, sono il risultato di quel processo non il presupposto, il costo non è altro che un prezzo fissato nel passato, privato del tempo che passa e delle sue componenti fisse e variabili. Infine, non meno importante nell’economia di mercato è il riconoscimento del meccanismo prezzo – costo, quale straordinario sistema di trasmissione spontaneo delle informazioni, che permette l’utilizzo delle risorse in funzione delle domande più urgenti dei consumatori, è il prezzo che ne guida metaforicamente le scelte. Questo formidabile meccanismo permette con poche indicazioni a disposizione di indirizzare l’attività produttiva senza alcun bisogno di un apparato di costrizione e di controllo – per altro impossibile da allestire visto l’enorme e variabile numero di soggetti coinvolti, come mostrano i tentativi fallimentari di pianificazione economica – di dirigere le scelte verso la domanda più urgente. L’errore teorico dell’economia classica e di tutti gli epigoni pianificatori è di aver ridotto il prezzo al costo, la cosiddetta “scuola austriaca” (con poche eccezioni tra cui Luigi Einaudi), ha il merito di avere combattuto per più di 50 anni praticamente da sola questa battaglia intellettuale e, per fortuna, di averla vinta.

 

CITAZIONI

Carl Menger – Principi fondamentali di economia – (pag. 204)

Poiché i prezzi sono l’unico fenomeno sensibilmente percepibile dell’intero processo, poiché la loro altezza si lascia misurare esattamente e poiché la vita quotidiana ce li pone continuamente di fronte agli occhi, è stato facile, sbagliando, considerare la loro grandezza come l’essenziale nello scambio, e in conseguenza di questo errore, considerare come equivalenti la quantità di beni che compaiono nello scambio. Ma in questo modo la nostra scienza ha subito un danno incalcolabile, perché i ricercatori si dedicarono, nel campo del fenomeno dei prezzi, a risolvere il problema di stabilire le cause della presunta uguaglianza fra due quantità di beni, e mentre gli uni la cercano nell’uguaglianza delle quantità di lavoro impiegate per questi beni, gli altri la cercano nell’uguaglianza dei costi di produzione, e sorse persino una disputa se i beni venissero ceduti gli uni contro gli altri perché sono equivalenti oppure se i beni siano equivalenti perché vengono ceduti gli uni contro gli altri, mentre una tale uguaglianza di valore fra due quantità di beni (ossia un’uguaglianza in senso oggettivo) non esiste affatto.

Eugen Bohm Bawerk – Teoria positiva del capitale – (pag. 260 e 306)

Da qui una regola importante. Lo scambio è economicamente possibile soltanto tra persone che valutano diversamente, anzi addirittura in modo opposto, la merce e il prezzo relativo. Chi desidera comperare deve valutare la merce più alta del prezzo, e più bassa chi desidera venderla. E’ precisamente il loro interesse allo scambio e anche i guadagni di scambio sono di tanto maggiori quanto maggiore è la differenza della loro valutazione; diminuendo questa differenza il loro guadagno di scambio si riduce; se infine la differenza scompare le loro valutazioni coincidono, lo scambio diventa economicamente impossibile tra di loro.

Così, come nel nostro esempio del ferro, quando il costo di produzione si riduce improvvisamente da 3 a 2 fiorini. Allora, come conseguenza, la produzione del ferro dapprima aumenta riducendo il prezzo del ferro grezzo, mentre i prodotti ferrosi possono mantenere ancora per qualche tempo un prezzo che supera i loro costi. Gradualmente il gonfiamento dell’offerta preme anche sugli stadi di produzione successivi, dalla produzione di materie prima a quella di prodotti finiti, e ristabilisce, riducendo anche qui il prezzo a 2 fiorini, la distribuzione simmetrica tra prezzi e costi. Nella vita pratica di simili “resistenze e di frizioni” ve n’è una infinità. Non v’è nessun momento e nessun ramo di produzione in cui manchino completamente. Così la legge dei costi assume il suo noto carattere di legge valevole incidentalmente, ovunque intersecata di eccezioni. Queste innumerevoli eccezioni grandi e piccole sono la fonte inesauribile da cui sempre sgorgano i profitti degli imprenditori, ma anche le loro perdite.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 335)

La valutazione può solo ordinare i beni in una scala di preferenze. Non può mai collegare un bene con qualcosa che può essere espresso come una quantità, una grandezza. Sarebbe assurdo parlare di somma di valutazioni o di qualità. E’ possibile affermare che, considerando la preferenza temporale degli individui, il valori incorporato in un prodotto è equivalente al valore totale dei fattori complementari di produzione. Ma sarebbe insensato asserire che il valore incorporato in un prodotto è equivalente alla “somma” dei valori incorporati nei vari fattori complementari di produzione. Nessuno può sommare valori o qualità. E’ possibile sommare prezzi espressi per mezzo di denaro, ma non scale di valori. Nessuno può dividere la qualità nelle singole parti che la compongono. Un giudizio di valore non consiste in altro che in una preferenza: a anziché b. Il processo di imputazione del valore non è il risultato delle sottrazioni del valore dall’azioni delle singole componenti del valore del prodotto totale. Non può causare risultati che possano servire come elementi del calcolo economico. E’ solo il mercato che, stabilendo il prezzo per ogni singolo fattore di produzione, crea le condizioni necessarie per il calcolo economico. Il calcolo economico si occupa sempre dei prezzi mai dei valori.

Friedrich von Hayek – Conoscenza, mercato, pianificazione – (pag. 286 – 288)

Dobbiamo guardare al sistema dei prezzi come un siffatto meccanismo atto a comunicare informazioni, se vogliamo comprendere la sua reale funzione – una funzione che, naturalmente, viene assolta in modo meno perfetto man mano che i prezzi diventano più rigidi (perfino quando i prezzi quotati sono diventati abbastanza rigidi, tuttavia, le forze che opererebbero attraverso cambiamenti nei prezzi ancora esprimono in misura considerevole tramite cambiamenti negli altri termini del contratto). Il fatto più significativo di questo sistema è costituito dall’economia di conoscenza con cui esso opera, o in altri termini da quanto poco devono sapere i partecipanti individuali per essere in grado di agire nel modo giusto. In forma abbreviata, utilizzando una sorta di rappresentazione simbolica, solo le informazioni più essenziali sono trasmesse e ritrasmesse e solo agli interessati. E’ più che ricorrere a una metafora descrivere il sistema dei prezzi come ad una sorta di macchina per la registrazione dei cambiamenti, o come un sistema di telecomunicazione che consente ai singoli produttori di sorvegliare solo i movimenti di pochi indicatori – come un ingegnere potrebbe sorvegliare le lancette di pochi quadranti – per adattare le proprie attività a cambiamenti di cui potrebbero non sapere mai nulla di più di quanto si riflette nel movimento dei prezzi. Com’è ovvio questi aggiustamenti non sono probabilmente mai “perfetti”, nel senso in cui l’economista li considera nella sua analisi dell’equilibrio. Ma temo che le nostre abitudini teoriche di affrontare il problema assumendo la conoscenza più o meno perfetta da parte di quasi tutti, ci abbia reso in un qualche modo ciechi rispetto alla reale funzione del meccanismo dei prezzi, e che abbia portato ad applicare criteri piuttosto fuorvianti nel giudicare la sua efficienza. E’ prodigioso che un caso come quello della scarsità di materia prima, senza che sia stato dato un ordine, senza che vi siano più di poche persone, forse a conoscere le cause, decine di migliaia di persone, la cui identità non potrebbe essere accertata con mesi di indagine, siano portate ad utilizzare questo materiale o i suoi prodotti con maggiore parsimonia; in altre parole, essi si muovano nella direzione giusta. Questo fatto di per sé stesso abbastanza prodigioso, anche se, in un mondo in continua trasformazione, non tutti sono tanto abili o fortunati da mantenere i loro saggi di profitto allo stesso livello generale o “normale”. Ho utilizzato appositamente il termine prodigioso per scuotere il lettore dalla compiacenza con cui spesso diamo per scontato il funzionamento di questo meccanismo. Sono convinto che se fosse il risultato di un disegno umano, e se le persone guidate dal cambiamento dei prezzi capissero che le loro decisioni hanno un’importanza che va bene al di là dei loro scopi immediati, questo meccanismo sarebbe stato acclamato come uno dei più grandi trionfi della mente umana. Per sua duplice disgrazia non è il prodotto di un disegno umano e inoltre le persone guidate da questo meccanismo di solito non sanno perché sono indotte a fare quello che fanno. Ma coloro che reclamano una “direzione consapevole” – e che non possono credere che qualcosa che si è sviluppato senza un progetto (e persino senza la nostra comprensione) dovrebbe risolvere problemi che noi non saremmo in grado di risolvere consapevolmente – dovrebbero ricordare questo : il problema riguarda precisamente il modo in cui si può estendere il campo di utilizzazione delle risorse oltre il campo di controllo di ogni singola mente; e perciò esso riguarda anche il modo in cui fare a meno dell’esigenza di un controllo consapevole ed il modo in cui fornire incentivi che indurranno gli individui a fare le cose desiderate senza che qualcuno debba dire loro cosa fare.

Carl Menger – Denaro – (pag. 112 – 113)

I soggetti economici non perseguono l’intenzione di scambiare beni che soddisfano bisogni equivalenti (Aristotele), o identiche “utilità” (Condillac), o uguali quantità di lavoro contenute nei beni (Ricardo), o uguali “costi di produzione” (J.B. Say), o servizi equivalenti per soggetti che scambiano (Bastiat), o beni di disuguale utilità economica complessiva (Goldshmidt), o addirittura uguali quantità di valore d’uso fungibile racchiuso nei beni (Knies).  Entrambi i contraenti invece procedono allo scambio, normalmente, per assicurarsi una soddisfazione dei loro bisogni migliore e più completa di quanto sarebbe senza quella operazione, o se si vuole per ricavarne un guadagno. Tuttavia il desiderio dei soggetti economici, e cioè di entrambi contraenti, di ottenere un vantaggio anche dallo scambio, dei beni oltre che di tutti gli altri atti economici, non solo è la vera causa che fa nascere lo scambio dei beni, ma è al tempo stesso la considerazione decisiva per la formazione del prezzo. Ciascuno dei due contraenti offre all’altro, in cambio dei suoi beni, soltanto quella quantità dei propri beni che gli diano la prospettiva di raggiungere lo scopo di cui si diceva. Normalmente ciascuno offre e cede, in cambio dei beni che vuole ottenere, soltanto quelle quantità del suo bene che gli permettono di realizzare un vantaggio economico – e qui la competizione sul prezzo si svolge sostanzialmente sul vantaggio maggiore o minore che ciascuno dei due riesce a spuntare, senza il quale l’affare in questione non va a buon fine. I prezzi effettivi dei beni sono il risultato finale, non il presupposto del processo di formazione del prezzo sopra descritto. L’opinione secondo la quale nei beni da scambiare sono contenute, già prima dello scambio stesso, certe quantità di valore di scambio (“racchiuse” dai beni), e che queste ultime, già prima della formazione del prezzo, vengano misurate mediante il valore di scambio dell’unità monetaria (l’astratto quantitativo di valore di scambio da essa rappresentato) in modo da stabilire una “uguaglianza di valori” dei beni scambiati – ebbene, questa opinione è un puro parto della fantasia.

Murray N. Rothbard – Man, Economy, and State – (pag. 232 – 233)

La soluzione a questo cruciale problema della circolarità è stata fornita grazie al Professore L. von Mises e la sua rilevante teoria della regressione della moneta. La teoria della regressione della moneta può essere esposta esaminando nella nostra analisi, in ogni sua parte, un dato periodo di temporale. Definiamo un “giorno” come il periodo di tempo appena sufficiente per determinare il prezzo di mercato di ogni bene in una data società. Il giorno X allora, il prezzo monetario di ogni bene è determinato dall’interazione di domanda e offerta fissati in moneta, e di beni acquistati e venduti quel giorno. Ogni acquisitore e venditore classifica la moneta e un certo numero di dati beni, in accordo all’utilità marginale relativa di quei due per lui. Perciò un prezzo in moneta alla fine del giorno X, è determinato per mezzo dell’utilità marginale della moneta e il bene da come era determinato all’inizio del giorno X. Ma l’utilità marginale della moneta è basata, come abbiamo visto di sopra, dall’esposizione esistente in precedenza di prezzi in moneta. La moneta è domandata e considerata utilizzabile perché essa era già esistente in termini di prezzi in moneta. Per questo il prezzo dei beni nel giorno X è determinato dall’utilità marginale dei beni del giorno X e dall’utilità marginale della moneta nel giorno X, che in ultima analisi dipende dal prezzo dei beni del giorno X-1. L’analisi economica del prezzo della moneta non è circolare. Se il prezzo di oggi dipende dall’utilità marginale del prezzo della moneta di oggi, quest’ultimo dipende dal prezzo della moneta di ieri. Perciò in ogni prezzo monetario di ogni giorno, c’è contenuta una componente temporale, così che quel prezzo è parzialmente determinato dal prezzo monetario di ieri. Questo non significa specificamente che il prezzo delle uova di oggi è parzialmente determinato dal prezzo delle uova di ieri, il prezzo del burro di oggi dal prezzo di ieri ecc. Ma al contrario, che la componente essenziale temporale di ogni specifico prezzo di oggi, è la generale esposizione del prezzo monetario in uso di tutti i beni di ieri, e, ovviamente, la successiva valutazione dell’unità monetaria da parte degli individui di una società. Se consideriamo la generale esposizione dei prezzi odierni, in ogni modo, una essenziale componente temporale nella loro determinazione è la generale esposizione dei prezzi di ieri. Questa componente temporale è puramente nella parte della moneta necessaria alla determinazione dei fattori. In una società basata sul baratto, non c’è nessuna componente temporale nei prezzi di ogni dato giorno.  

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 336)

Tutte le persone sono ansiose di soddisfare al meglio i loro desideri e in questo senso sono protese verso il profitto più alto che possano raccogliere. La mentalità dei promotori finanziari, degli speculatori e degli imprenditori, non è diversa da quella dell’uomo comune. Sono semplicemente intellettualmente superiori e più volenterosi rispetto ai più, per questo guidano le modalità dello sviluppo materiale. Sono i primi a percepire la discrepanza tra quello che si fa e quello che si potrebbe fare. Gli imprenditori immaginano ciò che i consumatori vorrebbero avere e provvedono a offrirglielo sotto forma di bene. Nel perseguire questi obiettivi aumentano i prezzi dei fattori di produzione maggiormente offerti e abbassano i prezzi dei fattori produttivi meno richiesti per effetto della riduzione della domanda. Nell’offrire sul mercato quei beni la cui domanda procura il più alto profitto, l’imprenditore crea la tendenza verso la caduta dei prezzi. Al contrario nel restringere la produzione di quei beni di consumo che offrono le minori opportunità di profitto, creano la tendenza ad aumento di quei prezzi. Tutte queste trasformazioni continuano senza sosta e potrebbero fermarsi solo se le irrealizzabili condizioni che una eventuale rotazione economica verso un equilibrio statico fossero effettivamente raggiungibili. Nel progettare il loro piano gli imprenditori guardano innanzitutto al prezzo del passato immediato, che è erroneamente chiamato prezzo attuale. Ovviamente gli imprenditori non utilizzano quei prezzi per il calcolo economico senza avere apportato prima i dovuti cambiamenti. I prezzi del passato non influenzano i prezzi futuri, è al contrario l’anticipazione dei prezzi dei futuri prodotti che determina lo stato dei prezzi dei fattori complementari di produzione.

Friedrich von Wieser – Il valore naturale – (pag. 802 – 804)

La legge dei costi è una forma particolare e complessa della legge generale del valore applicata ad una situazione particolare e complessa, nella quale l’appartenenza dei beni alla medesima scorta non è evidente dall’esterno ma si riconosce solo dopo che tali beni vengono ricondotti ai loro fattori produttivi. Questa esposizione sarebbe incompleta se non aggiungessimo che la legge dei costi, per quanto riguarda i prodotti, è la forma di gran lunga più frequente assunta dalla legge del valore. I prodotti di quasi tutti i tipi vengono riprodotti continuamente e perciò il loro valore deve essere determinato dal contenuto fra le quantità delle scorte dei beni produttivi e il volume della domanda di risorse produttive. La maggior parte delle variazioni del valore sono causate dai mutamenti che si verificano tra i fattori produttivi presenti (o nella produzione se sono essi stessi oggetto della produzione) e così pure dall’evoluzione della tecnica o delle condizioni della produzione che fanno aumentare o diminuire le quote di costo necessarie a produrli. Perciò nella maggior parte dei casi, la variazione di valore dei prodotti sono dovute a cause inerenti i fattori produttivi. Anche quando tali variazioni si manifestano in primo luogo nella domanda e nei prodotti, l’effetto si comunica, mediante il tramite dei beni di costo il cui valore aumenta o diminuisce, ai prodotti affini nel processo produttivo. Un prodotto che è affine nel processo produttiva ad altri cento prodotti subirà, secondo ogni probabilità, cento variazioni dovute ai mutamenti nelle scorte e nel fabbisogno di tali prodotti, prima di subire l’influenza delle variazioni che si verificano nelle relazioni che lo riguardano direttamente. Tutte queste influenze gli giungono dall’esterno mediante il valore del costo. Da ciò deriva che le variazioni che si verificano in una singola scorta e in una singola domanda non hanno alcun peso a meno che non abbraccino un vasto campo di produzione, in modo da essere in grado di spostare il livello determinante dell’utilità marginale in relazione alle scorte e alla domanda di tutte le produzioni affini. I fenomeni del costo sono perciò una nuova prova del fatto che le condizioni reali dell’esistenza dei beni influenzano grandemente il valore di essi. Quanto lontano è il valore dei beni, in termini di costo finale, dal rispecchiare il valore soggettivo dal quale esso deriva, cioè il valore soggettivo del bisogno! Il fatto che prodotti affini nel processo produttivo vengano ottenuti mediante quantità diverse dei medesimi fattori, conduce nella loro valutazione soggettiva, ad un rapporto i cui termini derivano interamente dalle condizioni oggettive di produzione; mentre, naturalmente, gli impulsi che portano alla formazione di tale rapporto, come pure la misurazione assoluta degli elementi i cui multipli entrano in rapporto, rimangono soggettivi, dimostrando così che l’origine e l’essenza del valore sono di natura soggettiva. L’influenza dei costi sul valore del prodotto non poteva sfuggire all’osservazione dei teorici. Tuttavia, la conoscenza teoretica della legge dei costi rimase per lungo tempo molto imperfetta nella teoria economica. La si considerò soltanto una legge relativa per la quale il valore dei prodotti era uguale alla misura dei costi. Ma quanto alla natura dei costi, all’origine della loro misurazione e alla dimensione assoluta da attribuire al valore dei prodotti, gli economisti non erano in grado di dire nulla così come non potevano spiegare le numerose contraddizioni nelle quali ci si imbatteva fintantoché si consideravano i costi causa ultima del valore dei beni. E’ forse il massimo trionfo della teoria dell’utilità marginale, è il fatto che essa poté spiegare interamente l’oscuro concetto di costo con il quale avevano a che fare tutte le altre teorie senza riuscire a spiegarlo. Solo la teoria del lavoro ha cercato di spiegare il concetto di costo ma, come vedremo in seguito, in questo tentativo essa ha introdotto nell’economia politica gli errori più grossolani che siano mai stati commessi.

Ludwig von Mises – Lo stato onnipotente – (pag. 340 – 341)

Non è nel potere dei governi incrementare l’offerta di un bene senza la corrispondente restrizione dell’offerta di altri beni più urgentemente richiesti dai consumatori. L’autorità può ridurre il prezzo di un bene solo alzando i prezzi degli altri. Ci sono, naturalmente, centinaia di migliaia di persone che sarebbero disposte a consumare più grano, zucchero, gomma o stagno se i prezzi fossero più bassi. Le vendite di ogni bene aumentano quando i prezzi calano. Ma nessuno intervento dello stato può rendere questi beni meno costosi senza alzare il prezzo di altri beni, ad esempio la carne, la lana, o la pasta di cellulosa. Un miglioramento della produzione può essere ottenuto solo con il miglioramento dei mezzi tecnici, attraverso l’accumulazione di capitale addizionale e attraverso un uso più efficiente di tutti i fattori di produzione. Nessuna pianificazione – sia nazionale sia internazionale – può dar luogo ad un abbassamento generale dei prezzi reali ne può soddisfare le lagnanze di coloro per cui i prezzi sono troppo alti.

Milton & Rose Friedman – Liberi di scegliere – (pag. 46 – 48)

L’intuizione centrale della ricchezza della nazione di Adam Smith è apparentemente semplice: se uno scambio tra due parti è volontario, esso non avrà luogo che quando entrambe le parti credono di ricavarne un beneficio, la maggior parte degli errori di economia deriva dalla dimenticanza di questa semplice intuizione, dalla tendenza ad ipotizzare che la torta da dividere è data e che una parte può guadagnare solo a spese dell’altra. L’intuizione è ovvia nello scambio semplice tra due persone. Molto più difficile e capire come questo principio permetta a tutti gli abitanti della terra di cooperare, facendo i propri interessi individuali. Il sistema dei prezzi è il meccanismo che svolge questo compito senza direzione centrale, senza che gli uomini debbano parlare tra di loro o amarsi. Quando comperi una matita o il tuo pane quotidiano, non sai se la matita è stata fabbricata, o il grano è stato coltivato, da un bianco o da un nero, da un cinese o da un indiano. Di conseguenza il sistema dei prezzi permette alla gente di cooperare pacificamente per un aspetto della loro vita, lasciando che ognuno persegue la propria attività per quanto riguarda tutto il resto. Il colpo di genio di Adam Smith stava nel riconoscere che prezzi che emergevano dalle transazioni volontarie tra compratori e venditori – in breve, in un libero mercato – potevano coordinare l’attività di milioni di persone, ognuna spinta da una ricerca di un vantaggio personale, in modo tale che tutte potessero migliorare la propria posizione. Che l’ordine economico possa emergere come conseguenza non intenzionale delle azioni di molte persone, ognuna spinta dalla ricerca dei propri vantaggi, fu allora un’idea sorprendente. E lo è ancora. Il sistema dei prezzi funziona così bene, in modo così efficiente, che il più delle volte non ce ne accorgiamo. Non si può capire come funziona bene finché non gli viene impedito di funzionare, e anche allora di rado riconosciamo perché non funziona… Nell’organizzare l’attività economica i prezzi svolgo tre funzioni: primo, trasmettono informazioni; secondo, forniscono un incentivo ad adottare metodi di produzione meno costosi e, di conseguenza, a usare le risorse disponibili per gli scopi a cui è associato il maggior valore; terzo, determinano la quantità di prodotto che spetta a ciascuno cioè la distribuzione del reddito. Queste tre funzioni sono in stretta relazione tra loro.