IL REBUS DELLA COMPETITIVITA’

Sono più di trent’anni che il nostro paese perde competitività, precisamente da quando la competition da locale e protetta via via è diventata globale e cutthroat (spietata). Essere competitivi vuole dire essere in grado di fornite beni e servizi, a parità di tutte le altre condizioni, ad un prezzo inferiore della concorrenza. Quando a non essere competitiva è una singola impresa, il problema è riducibile ad un utilizzo di risorse naturali, lavoro e beni capitale, poco efficiente per la produzione di un determinato bene/servizio da parte della medesima. Quando invece è un intero paese ad essere nel suo complesso inefficiente, significa che i beni capitale (beni, servizi, capitale umano) forniti dallo stato al sistema produttivo rispetto alle tasse richieste, hanno un’incidenza tale sui prodotti/servizi messi sul mercato dall’intero apparato produttivo, da renderlo mediamente meno competitivo. Ovviamente in un apparato produttivo così complesso come quello italiano le eccellenze rimangono, e con esse le differenze si ampliano, non c’è dubbio però che mediamente il sistema si sia contratto. Per un lungo periodo si è limitato ma anche eluso il problema agendo come si dice in gergo sul lato della domanda (stampare soldi per far bere il cavallo sperando che il cavallo si depurasse dalla inefficienze da solo), quando però con la moneta unica la svalutazione non è più stato uno strumento disponibile per tenere sotto controllo il debito, non è rimasto che agire sul lato dell’offerta (ristrutturare le singole inefficienze ad una ad una), con l’ulteriore vincolo di un enorme debito da ridurre e relativi interessi da pagare, che tendono a deprimere ulteriormente l’economia. Qui sta il rebus, pensiamo ad esempio all’intervento più classico sul lato dell’offerta, le tasse: prima bisogna ridurle e con esse le relative spese improduttive che finanziavano (che per chi le riceve sono redditi), poi le imprese diventate più competitive grazie a quella riduzione di tasse, si espanderanno e produrranno quel reddito e oltre persi all’inizio. Ma tra questo “prima” e questo “poi” c’è un paese già in crisi che si avvita, e un’opinione pubblica indisponibile ad accettare quei costi sociali, c’è in sostanza l’instabilità e l’inefficacia della politica (di destra e di sinistra) degli ultimi vent’anni. L’unico modo per uscire dal cul de sac, è una politica economica capace di gestire tanti interventi “piccoli”, magari elettoralmente meno visibili, finanziati con un impatto sociale contenuto e pensati in modo da ridurre al minimo il tempo che intercorre tra il “prima” e il “poi”. Tra i tanti possibili quello che ritengo avrebbe la maggiore efficacia, è un intervento di riduzione generalizzato del cuneo previdenziale dei lavoratori dipendenti e para-subordinati. Immaginiamo una riduzione di 3 punti a favore delle imprese, una contestuale disponibilità per ogni lavoratore di quel reddito fornito dallo stato per finanziare il proprio fondo pensione integrativo (per chi non ce l’ha di accenderlo obbligatoriamente, ma scegliendo liberamente il fondo come prevede la legge 252/2007) e una equivalente riduzione di spesa da parte dello stato. Questa misura avrebbe tre vantaggi: 1) è un intervento relativamente piccolo, costa circa 10 miliardi e per un bilancio dello stato come il nostro può essere coperta efficacemente (senza aumentare il deficit) e con ridottissimo impatto sociale. 2) Quel denaro fresco verrebbe immediatamente rimesso sul mercato da istituti finanziari specializzati, ed è ragionevole prevedere che le imprese diventate più competitive grazie alla riduzione del costo del lavoro, e quindi più desiderose di investire, ne sarebbero le maggiori beneficiarie, riducendo al minimo quella differenza tra “prima” e “poi” sopra evidenziato. 3) Si porrebbero delle fondamenta più solide allo sviluppo della previdenza complementare, unica vera risposta per riportare il tasso di sostituzione delle future pensioni al 70/80% del vecchio regime retributivo. Quest’ultimo punto nel lungo periodo è a mio avviso il più importante. Anziché agitare inesistenti spauracchi contro la previdenza complementare, potrebbe essere l’occasione per un vero corso pratico di educazione finanziaria per l’intero paese, presupposto necessario per fare dell’Italia, come si dice in gergo, un “paese a capitalismo maturo”. Gli italiani scoprirebbe che i rischi nella previdenza complementare non sono superiori a quelli che si corrono nella previdenza pubblica, come dimostrano gli ultimi vent’anni di riforme e la sostanziale simmetria assunta dai due sistemi, e soprattutto che quando si parla di futuro, l’idea di eliminare i rischi, come una certa politica demagogica vorrebbe far credere, è semplicemente risibile, quello che si può fare è affrontarli in modo cosciente ognuno secondo la propria propensione. Scoprirebbero inoltre che la previdenza complementare offre incentivi fiscali veramente considerevoli, e potrebbe essere l’occasione per fare incontrare la domanda di capitale dell’economia di mercato, con rischi sociali limitati, con l’offerta di risparmio dei comuni cittadini. Infine, questo trasformerebbe il pezzo più pregiato del nostro welfare da un diritto astratto sotto cui per tanti anni si sono coperti i peggiori e irresponsabili comportamenti collettivi e individuali, in una costruzione collettiva, che senza rinunciare ad un certo grado di solidarietà, incentiva comportamenti individuali responsabili, trasferibili proprio perché equi di generazione in generazione.

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