RISPARMIO – INVESTIMENTO

SINOSSI

La società capitalistica è resa possibile dall’esistenza del risparmio che quindi deve essere incoraggiato attraverso una bassa tassazione e non alterato da politiche monetarie inflazionistiche. L’imprenditore è il soggetto sociale che trasforma il risparmio in investimento, ossia: di beni intermedi per la produzione più efficiente (maggiore o più economica o di diversa qualità o di diverso genere), di beni di consumo dalla cui vendita si aspetta alti profitti se graditi dal consumatore ma anche perdite se rimangono invenduti. Quando il governo altera questo meccanismo attraverso politiche monetarie a favore di gruppi organizzati particolari o per la sua azione diretta sul mercato, inevitabilmente danneggia i buoni risparmiatori e i capaci imprenditori. Immettere risparmio inesistente o “forzoso” come dicono gli economisti, significa mantenere artificialmente i prezzi dei vari beni intermedi disallineati rispetto all’effettiva domanda. Gli imprenditori sbagliano così il calcolo economico e compiono investimenti fallimentari, con le conseguenti perdite anche per i risparmiatori che quell’investimento avevano finanziato, allettati da un alto tasso di interesse artificialmente incrementato da quell’immissione di risparmio inesistente.

CITAZIONI

Frédéric Bastiat – armonie economiche – (pag. 493)

Risparmiare non è accumulare dei quarti di selvaggina, dei granelli di frumento o dei pezzi di moneta. Questo ammucchiamento materiale di oggetti fungibili, circoscritto per natura sua a limiti molto ristretti, non rappresenta il risparmio che per l’uomo isolato. Tutto quello che noi abbiamo detto fin qui del valore, dei servizi, della ricchezza relativa, ci avverte che, socialmente il risparmio qualunque nato da questo germe, prende altri sviluppi ed altro carattere. Risparmiare vuol dire mettere un intervallo tra il momento in cui si rende un servizio alla società, e quello in cui si ritraggono servizi equivalenti. Così, per esempio, un uomo può ogni giorno, dall’età di vent’anni all’età di sessant’anni, rendere ai suoi simili dei servizi dipendenti dalla sua professione, uguali a quattro e non domandare loro che dei servizi uguale a tre. In questo caso egli si è creato la facoltà di ritirare dalla sfera sociale il pagamento del quarto di tutto il suo lavoro di quarant’anni.

Luigi Einaudi – Il mio piano non è quello di Keynes – (pag. 206 – 208)

Pare invece che nei paesi avanzati i pasticci di lepre si facciano con il coniglio. Ho l’impressione che da qualche tempo gli economisti inglesi siano assidui alla fatica di cercar conigli da sostituire alle lepri. Quando sentono parlare di risparmio all’antica fanno smorfie. O che ci sia bisogno di tanta fatica di tanta rinuncia, perché le disgrazie attuali non sono dovute a carestia, terremoti e guerre e neppur a difetto di fattori produttivi, ma al difettoso operare di qualche rotella nella testa degli uomini; o che sia disperata impresa indurre gli uomini a risparmiare, con i redditi falcidiati e con le imposte tanto alte (incomes are so curtailed to-day and taxation so much increased, that many people are already; in the effort to maintain their standard of life, saving less than sound personal habits require), sta di fatto che molti economisti d’avanguardia rivolgono a preferenza la loro attenzione al surrogato di risparmio piuttostoché al risparmio inteso nel senso tradizionale. Che cosa sia cotal surrogato di risparmio non è facile spiegare. E’ un certo che di nebuloso, un composto di concetti vecchi e plausibili e di astrazioni nuove. La paternità, involontari e ad altro scopo indirizzata, risalirebbe ad un economista di non gran fama, apparentemente alla pleiade di ricardiana, James Pennington, il quale nel 1829 (in una nota comunicata a Thomas Tooke e da questi pubblicata in appendice allo scritto A letter to lord Grenville on the effects ascribed to the resumption of cash payments on the value of the currency, London, John Murray, 1829, avrebbe dimostrato che le banche possono, entro certi limiti, crear credito. La teoria secondo la quale prima il risparmiatore mette da parte 20 lire (o 10 miliardi tra tutti i risparmiatori di un paese insieme), poi le reca alla banca e finalmente la banca le dà a mutuo all’imprenditore o, se questi è timido, allo stato per mettere in moto la macchina economica se incantata, sarebbe un a teoria antiquata o, per lo meno, insufficiente. C’è, accanto a questa, e nei paesi moderni parrebbe di ben maggior portata, un’altra teoria, la quale direbbe che prima la banca apre un fido al cliente (imprenditore o stato), poi il cliente trae assegni sulla banca fino a concorrenza del fido ricevuto, poscia il beneficiario dell’assegno se ne fa accreditare l’importo presso la stessa o un’altra banca e così finalmente nascono i depositi in banca; in media depositi presso le banche essendo conseguenti ed equivalenti alle aperture di credito concesse dalle banche medesime. Ecco afferrata la coda del coniglio indispensabile a manipolare il pasticcio desiderato. Bisogna dar modo alle banche di fare una apertura di credito di 10 miliardi. Se gli imprenditori privati non vogliono saperne di chiedere credito neppure al 3% od al 2%, perché temono di perdere sulle imprese consigliate, sia concesso il credito allo stato, il quale non ha d’uopo di fare conti di profitti e costi e può trovare un profitto (minori sussidi ai disoccupati maggior gettito di imposte), dove ai privati non sarebbe concesso… Non discuto del valore del bolide in sé stesso; ma affermo che esso è corpo estraneo al ragionamento proprio del Keynes. Il quale moveva dalla premessa dell’esistenza di fattori produttivi disponibili, che occorresse far muovere con un espediente, senza toccare il livello generale dei prezzi. Che altro volevano dire le parole sopra riprodotte che “se non vi fosse stato un margine di risorse disponibili, la maggiore spesa (degli enti pubblici o di privati, non monta) si sarebbe esaurita anzi sprecata (would largely waste itself) nel provocare aumenti di prezzi ed aumenti di importazioni?”. E prima aveva insistito che la nuova spesa (in lavori pubblici) doveva essere aggiuntiva e non sostitutiva della spesa che sarebbe altrimenti fatta dai privati; e che, per scemare la disoccupazione, la nuova spesa deve rivolgersi a fattori produttivi disponibili…A iniettar carta, sia pure carta internazionale in un mondo da cui gli scemi, i farabutti e i superbi non siano ancora stati cacciati via se non in parte, non si guarisce, no, la malattia; ma la si alimenta e inciprignisce. Non l’euforia della carta monete occorre; ma il pentimento, la contrizione e la punizione dei peccatori, l’applicazione inventiva dei sopravvissuti. Fuor di catechismo di santa romana chiesa non c’è salvezza; dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virtù. Giovasse, almeno, la stregoneria della carta stampata a ricrear profitti ed a ridar perciò impulso all’opera degli imprenditori privati! Ahimè! che anche qui la catena del ragionamento è spezzata! Sembra, a sentir taluno, che gli anelli siano: a) sulla base delle cresciute riserve, le banche crescono le aperture di credito a prezzi miti; b) i lavori pubblici condotti a mezzo del credito danno la prima spinta ai prezzi; c) il rialzo dei prezzi ricrea i profitti o la speranza dei profitti d) la rinnovata speranza dei profitti da impulso allo spirito di intrapresa privata. La proposizione c: il rialzo dei prezzi ricrea i profitti è vera soltanto nell’ipotesi che i lavori pubblici condotti a mezzo del credito spingano in su precisamente quei prezzi i quali devono crescere per ristabilire l’equilibrio. La mancanza di profitti non proviene dal fatto che i prezzi siano bassi, ma dal fatto ben diverso che essi sono squilibrati tra di loro. Se tutti i prezzi fossero ribassati del 50% – o, per ogni bene, nelle proporzioni necessarie a tener conto delle condizioni, nel frattempo mutate, di produzione o di domanda – la crisi non esisterebbe; ché si può vendere in profitto a cinquanta come a cento, se i prezzi dei fattori produttivi sono pure scemati a cinquanta. La crisi e la mancanza dei profitti nascono dallo squilibrio dei prezzi, dal fatto che taluni prezzi non ribassarono o non furono lasciati ribassare; e poiché i prezzi sono reddito per gli uni e costo per gli altri, molti perdono e perdono soprattutto gli imprenditori. Un rialzo dei prezzi che fosse dovuto a lavori pubblici compiuti per mezzo di inflazione creditizia lascerebbe sussistere la sproporzione tra prezzo e prezzo, ossia fra costi e ricavi. Forse la crescerebbe.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 522 – 523)

L’accumulazione di capitale può essere determinata solo dal risparmio, vale a dire una maggiore produzione rispetto al consumo. Il risparmio può consistere in restrizione di consumo. Ma può anche essere prodotto senza una restrizione del consumo e senza cambiamenti nell’apporto di beni capitale. Per mezzo di una crescita della produzione netta, questo tipo di crescita può apparire sotto diversi punti di vista: 1) Le condizioni naturali sono diventate più prospere. I raccolti sono più abbondanti. Le persone hanno accesso all’utilizzo di terreno più fertile, o hanno scoperto miniere con una resa più alta in rapporto ai capitali impiegati. Cataclismi e catastrofi che spesso vanificano il lavoro umano sono diventate meno frequenti. 2) Persone hanno avuto successo nel rendere processi produttivi più efficienti senza aumentare il capitale investito e senza allungare il tempo necessario alla produzione. 3) Le interferenze delle autorità nelle attività produttive si sono ridotte. Le perdite dovute a guerre, rivoluzioni, scioperi, sabotaggi ed altre forme di crimine sono meno rispetto al passato. Se gli incrementi derivati da questi fattori sono impiegati come capitali addizionali, questi aumentano ulteriormente i futuri rendimenti netti. Questo rende possibile l’espansione del consumo senza pregiudicare l’offerta di beni capitali disponibili e la produttività del lavoro.

Friedrich A. von Hayek – Contro Keynes – (pag. 82 – 83)

Concludendo la presente trattazione sottolineando ancora una volta il fatto che, per quanto nel breve periodo le influenze monetari possano ritardare la tendenza intrinseca dei fattori reali a risolversi da soli, e possono temporaneamente perfino invertire tale tendenza, alla fine sarà il rapporto tra scarsità di risorse reali e la domanda a decidere quale tipo di investimento sia redditizio e in quale misura. L’elemento fondamentale che guida la produzione e in cui si esprime la scarsità di capitale, è il prezzo delle risorse investiti in termini di produzione, che a sua volta dipende dal rapporto tra la percentuale di reddito spesa in beni di consumo e la percentuale di reddito ricavata dall’attuale produzione di beni di consumo. Queste proporzioni non possono essere modificate a piacere adeguando il flusso monetario, poiché dipendono sia dalla quantità reale dei vari tipi di beni esistenti, sia dal modo in cui gli individui suddividono il proprio reddito tra acquisto di beni di consumo e risparmio. Nessuno di questi fattori può essere deliberatamente influenzato dalla politica monetaria. Come abbiamo visto, qualunque ritardo negli adeguamenti monetari resi necessari dai cambiamenti reali potrà solo avere l’effetto di accentuare ulteriormente i cambiamenti reali; inoltre qualunque cambiamento puramente monetario teso in primis a spostare i tassi di interesse in una direzione scatenerà necessariamente forze che alla fine li spingerà nella direzione opposta. In definitiva, dunque, è il tasso di risparmio a limitare la quantità totale degli investimenti che può essere condotta con successo. Tuttavia, gli effetti del tasso di risparmio non agiscono direttamente sul tasso di interesse o sull’offerta di fondi investibili, che saranno sempre in gran parte influenzati dai fattori monetari. Il tasso di risparmio influenza principalmente la domanda di fondi investibili, e in questo caso agiscono in direzione opposta a quella ipotizzata da tutte le teorie del sottoconsumo. Il cambiamento del tasso di risparmio influenzerà il volume degli investimenti attraverso la domanda di investimenti. Allo stesso modo, sarà attraverso la domanda di investimenti che, qualora le influenze monetarie dovessero aver generato un disallineamento tra gli investimenti e il risparmio, si ripristinerà l’equilibrio.

Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale – (pag. 198)

E’ dimostrato cosi che, ove non si voglia affidare allo stato il compito di costringere coattivamente gli uomini a conservare e ad incrementare il capitale esistente; ove non si voglia che lo stato coattivamente ripartisca gli uomini in 30 destinati a conservare il capitale esistente, 210 a produrre beni di servizio e consumo diretto e 60 a produrre nuovi beni strumentali ossia a crescere il capitale esistente, deve esistere un meccanismo che induca volontariamente gli uomini ad assolvere volontariamente il compito necessario. Il meccanismo è l’attribuzione agli uomini risparmiatori della proprietà dei beni strumentali i quali sono stati creati dal risparmio. Per qual motivo l’uomo rinvierebbe il godimento di parte del proprio reddito a un momento futuro, quando sapesse a priori che delle 100 parti del reddito solo le 70 consumate rimangono di spettanza del risparmiatore e le 20 risparmiate, insieme con le 10 destinate alla manutenzione, passano in proprietà di qualcun altro, di un ente pubblico, il quale ne avrebbe la compiuta disponibilità? Il risparmio volontario è assurdo se la proprietà della cosa risparmiata non spetta al risparmiatore. L’alternativa è il risparmio obbligatorio, ossia in primo luogo il prelievo forzoso, con l’imposta sul reddito del cittadino, non solo delle 10 parti destinate alla conservazione ma anche delle 20 consacrate all’incremento del capitale esistente ed in secondo luogo l’impiego pubblico delle somme così accantonate. La sostituzione del risparmio obbligatorio a quello volontario significa la sostituzione di un tipo collettivisti di organizzazione della società economica a quella di mercato.

Friedrich A. von Hayek – business cycles part I – (pag. 206 – 207)

Mentre una linea di pensiero presta attenzione solo alla relazione tra il tasso d’interesse, l’ammontare di capitale circolante e come necessaria conseguenza di quest’ultimo, il livello generale dei prezzi; la seconda si occupa principalmente dell’influenza che una crescita nell’ammontare di denaro esercita sulla produzione di capitale, sia direttamente che attraverso il tasso di interesse. La teoria che collega la crescita di denaro in circolazione alla crescita di capitali, diventata di recente molto popolare sotto il nome di “risparmio forzoso”, è in realtà decisamente datata. Il primo autore ad elaborarla nel dettaglio prima di tanti recenti estimatori è stato J. Bentham. In un passaggio del suo “Manuale di politica economica” scritto nel 1804 e pubblicato nel 1843 esplicita nel dettaglio quella che chiama: “frugalità forzosa” significando un incremento “addizionale della futura ricchezza”, con il quale il governo ottiene fondi mediante tassazione o stampando moneta da utilizzare per la produzione di beni capitale.

Luigi Einaudi – Saggi sul risparmio e l’imposta – (pag. XXIV – XXV)

Spinte le aliquote ad altezze vertiginose, affiancata l’imposta personale progressiva da un’imposta sulle corporazioni, che da noi si direbbe sulle società anonime ed a responsabilità limitata, essa ha assunto caratteristiche di rigidità, che le tolgono il pregio antico di adattabilità alle mutevoli esigenze della spesa pubblica. Si muove ad essa giusto rimprovero di scoraggiare il risparmio e quindi gli investimenti; di costringere le imprese, poste nell’impossibilità di provvedere con i loro mezzi a sufficienza ai nuovi investimenti, a ricorrere al mercato per aumenti di capitale, ossia a caricarsi di oneri di pesanti interessi su ogni specie di obbligazione, oneri che diventano pesantissimi durante la fase discendente dei cicli economici. La si accusa di legittimare con l’altezza stravagante delle aliquote le evasioni “legali” di cui il consenso generale favorisce il costume; ad esempio gli inviti a colazioni, a cene, a trattenimenti in ristoranti ed alberghi, il moltiplicarsi dei regali, talvolta di gran pregio, ai clienti e ai commensali; inviti e regali i quali danno ai contribuenti modo di far collezione di ricevute da allegare alla dichiarazione annua dei redditi per richiedere deduzioni per spese di conferenze e viaggi di ufficio e di affari. Forse, il rumore dell’evasione legale è ingrossato, come sempre accade dalla voce pubblica; e, pur essendo più consistente che in Italia, dove la tolleranza degli uffici è in proposito minore, non ha forse tutto il peso ad essi attribuito dall’opinione pubblica britannica. L’altezza grossolana delle aliquote combinata dalla imposta sul reddito (income tax) e di quella complementare progressiva sulle eccedenze di reddito oltre le 2500 sterline all’anno (supertax) è cagione dei risultati che facilmente erano stati preveduti dal tempo dei primi fautori della progressione nelle imposte: ad un certo punto l’interesse al lavoro e al risparmio viene meno.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 517 – 518)

I limiti di conversione dei beni capitali non li rende ai proprietari completamente inamovibili. L’investitore è libero di cambiare i suoi fondi d’investimento. Se è capace di anticipare i futuri movimenti del mercato meglio di altre persone sceglie solo investimenti dove il prezzo cresce ed evita quelli dove cala. Profitti e perdite degli imprenditori provengono da investimenti in beni capitale per progetti specifici. Speculazione borsistiche e analoghe transazioni finanziarie in capitale di rischio fuori dai mercati tradizionali posso andare incontro a guadagni o a perdite molto alte. Pur prevedendo una tendenza a distinguere fortemente investimenti speculativi e rischiosi rispetta a mercati più tradizionali e stabili, si tratta comunque di una distinzione di grado. Non esistono situazioni quali investimenti non speculativi. In una economia dinamica ogni azione assume sempre i tratti della speculazione. Gli investimenti possono essere azzeccati o fallimentari ma sono sempre speculativi. Cambiamenti radicali delle condizioni possono far diventare pessimi investimenti comunemente considerati sicuri. La speculazione azionaria non può convertire beni capitali già esistenti che si sono dimostrati pessimi investimenti. Quello che può fare è prevenire l’aggiunta di altri capitali in branche di investimento o in imprese che, in accordo con gli altri speculatori, sono ritenuti mal riposti. Seguendo specifiche tendenze dirige i capitali verso gli investimenti più remunerativi e evita quelli che non danno profitto. In questo senso il mercato azionario diventa il mercato tradizionale e punto dirimente dell’economia di mercato, vale a dire lo strumento per anticipare la domanda sovrana dei consumatori nel dirigere gli affari.

 

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