GIUSTIZIA – UGUAGLIANZA

SINOSSI

L’uguaglianza esiste solo davanti alla legge, ed è il mezzo più potente per garantire la libertà individuale, vale a dire la differenza, la singolarità. Le pari opportunità vanno favorite nella misura in cui non comprimono le eccellenze. Limitare i migliori, le irriducibili differenze che ci distinguono in quanto persone, per perseguire astratti concetti di “pari opportunità”, non solo è ingiusto ma è antieconomico. I grandi risultati ottenuti dal singolo, in termini di conoscenza o di efficienza immessi in un sistema di cooperazione sociale quale l’economia di mercato, ricadono sempre sull’intera società. Non sempre l’impegno individuale coincide con il premio, se nessuno lo valuta come un beneficio, nel senso che i consumatori non sono disposti a comprarlo, quell’impegno non viene pagato. Qui la confusione nasce dal termine “giustizia distributiva”, che fa pensare all’esistenza di una entità personificata che avrebbe il compito di distribuire. In realtà il processo sociale di produzione cresce e si ampia nella misura in cui l’assegnazione dei ruoli diventa sempre più impersonale e codificata in regole astratte, dove i segnali dei consumatori arrivano ai produttori attraverso i prezzi, l’entità del premio non nasce per soddisfare i meriti dei produttori ma i desideri dei consumatori. Intervenire sul processo vuole dire distruggerlo e riportare la cooperazione sociale a forme più elementari e meno efficienti. Inoltre non si può dimenticare che la fortuna come le doti naturali e i lasciti famigliari giocano un ruolo decisivo nei destini individuali. La cosiddetta “giustizia sociale”, che non è altro che il tentativo di arrivare al socialismo con mezzi più popolari, quando cerca di intervenire su questi dati di fatto non produce nessun beneficio a chi sta peggio, anzi alimenta l’invidia sociale e riduce il benessere collettivo.

 

CITAZIONI

Friedrich A. von Hayek – La società libera – (pag. 184)

Pertanto l’uguaglianza di fronte alla legge e l’uguaglianza materiale sono non solo diverse, ma addirittura in contrasto: e di volta in volta possiamo raggiungere l’una o l’altra separatamente, ma non mai entrambe insieme. L’uguaglianza di fronte alla legge che la libertà esige comporta disuguaglianze materiali. Il nostro avviso sarà dunque che, sebbene lo stato per altre ragioni faccia uso della forza, dovrebbe trattare tutti ugualmente, giacche il desiderio di livellare le condizioni di tutti non può essere accettato in una società libera come giustificazione di una ulteriore e discriminatoria coercizione. Non abbiamo niente contro l’uguaglianza come tale. Si dà però il caso che la richiesta di uguaglianza sia il movente confessato di quasi tutti coloro che vogliono imporre alla società un predeterminato modello di distribuzione. E noi ci opponiamo a tutti i tentativi di imporre deliberatamente alla società un dato modello distributivo, sia o non sia esso un ordine ugualitario. Vedremo che in realtà molti fra quanti vogliono estendere l’uguaglianza non vogliono poi l’uguaglianza, ma una distribuzione più strettamente conforme alle convinzioni umane del merito individuale e che i loro desideri sono tanto inconciliabili con la libertà quanto le richieste più esplicitamente ugualitarie.

Friedrich A. von Hayek – Legge, legislazione e libertà – (pag. 266)

Non si può inoltre negare che la richiesta di “giustizia sociale” abbia già trasformato in maniera notevole l’ordine sociale e stiamo continuando a farlo in una direzione che neppure coloro che la avanzarono avrebbero mai immaginato. Benché questa locuzione abbia indubbiamente aiutato occasionalmente a rendere la legge più equa per tutti, resta pero dubbio se la richiesta di giustizia, per quanto concerne la ripartizione dei benefici, abbia reso la società più giusta o ridotta il malcontento. L’espressione ovviamente descrisse sin dall’inizio le aspirazioni alla base del socialismo. Anche se il socialismo classico e stato generalmente definito tale per la sua richiesta di socializzazione dei mezzi di produzione, questo fu principalmente un mezzo ritenuto essenziale per poter portare avanti una “giusta” distribuzione della ricchezza; e poiché più tardi i socialisti scoprirono che questa redistribuzione poteva avvenire in gran parte, e con una minor resistenza, tramite la tassazione (e i servizi statali finanziati da essa), ed hanno in pratica spesso abbandonato le loro richieste originarie, la loro promessa principale è diventata la realizzazione di una “giustizia sociale”. Si può quindi dire a questo punto che la principale differenza che intercorre fra l’ordine della società a cui il liberalismo classico aspirava e il tipo di società in cui la prima è stata trasformata è che questa era governata da principi di giusta condotta individuale, mentre la nuova società deve soddisfare le richieste di una “giustizia sociale” – o in altre parole, che la prima richiedeva azioni giuste da parte degli individui mentre quest’ultima ha collocato sempre più il dovere di giustizia nelle mani di autorità che hanno il potere di comandare alla gente cosa fare. Tale espressione poté esercitare quest’effetto perché fu presa ai socialisti non soltanto da altri movimenti politici ma anche dalla maggior parte dei predicatori di moralità. In particolare, essa sembra essere stata adottata dalla maggior parte del clero di tutte le chiese cristiane, il quale, perdendo sempre più la propria fede nella rivelazione divina, sembra aver cercato rifugio e consolazione in una nuova religione “sociale” che sostituisce una promessa di giustizia temporale a una divina. Così, il clero spera di continuare il proprio sforzo di fare del bene. Specialmente la chiesa cattolica romana ha reso parte integrante della sua dottrina ufficiale la “giustizia sociale”.

Ludwig von Mises – In nome dello stato – (pag. 175)

La rivendicazione di uguale ripartizione del reddito è antica quanto il mondo, ed è sempre stata motivata con l’affermazione che tutti gli uomini sono uguali, e tutte le disuguaglianze sono di origine sociale, e quindi tanto innaturali quanto ingiuste. Questa motivazione del postulato della libertà è assolutamente falsa. La natura non ha creato gli uomini uguali. I singoli individui sono diversi sin dalla nascita. Le loro disposizioni innate sono diversissime, e questa loro disuguaglianza non fanno che aumentare sempre più nel corso della vita. Sia la costituzione fisica che quella mentale degli individui sono diverse; essi vedono le stesse cose in modo diverso, e reagiscono in modo diverso alle identiche impressioni ed esperienze esterne. Persino fra fratelli o fra sorelle esistono forti differenze sotto ogni aspetto. Quando la dottrina giusnaturalista ha fondato l’istanza dell’uguale trattamento di tutti gli individui sul principio della presunta uguaglianza di tutti gli uomini, ha scelto un fondamento insostenibile. Il liberalismo rivendica l’uguale trattamento degli individui da parte della legge, e per due diverse ragioni. La prima è di natura economica. Il lavoro libero è più produttivo del lavoro non libero. Soltanto il lavoratore libero, che gode dei frutti della propria attività sotto forma di salario, sprigiona al massimo le sue energie. La seconda è di natura politica. L’uguaglianza di fronte alla legge viene rivendicata per lo stesso motivo per cui viene rivendicata la democrazia. Quella democratica è la forma di costituzione che rende possibile, se la maggioranza richiede tale cambiamento, cambiare per via pacifica gli uomini di governo e il sistema di governo. La democrazia è quindi una istituzione atta a mantenere la pace all’interno della compagine statale.

Frédéric Bastiat – Armonie economiche – (pag. 405 – 406)

Io terminerò questo studio preliminare dell’uomo con una osservazione, che ho già fatto in proposito dei bisogni. Ed essa è, che gli elementi indicati in questo capitolo, che entrano nella scienza economica e la costituiscono, sono essenzialmente mobili e diversi. Bisogni, desideri, materiali e potenze somministrate dalla natura, forze muscolari, organi, facoltà intellettuali, qualità morali, tutte queste cose sono variabili secondo l’individuo, il tempo, il luogo. Non vi sono due uomini che si rassomiglino sotto ciascuno dei loro rapporti, né, a più forte ragione, su tutti. Ma c’è di più, nessun uomo rassomiglia a sé medesimo per due ore di seguito; quello che uno sa, l’altro lo ignora; ciò che questi apprezza, quegli lo disprezza; qui la natura è stata prodiga, là avara; una virtù difficile a praticarsi a un certo grado di temperatura, diventa facile sotto un altro clima. La scienza economica non ha dunque, come le altre scienze dette esatte, il vantaggio di possedere una misura, un assoluto al quale essa possa tutto riferire, una linea graduata, un metro che le serva misurare l’intensità dei desideri, degli sforzi e delle soddisfazioni. Se noi fossimo destinati al lavoro solitario, come certi animali, noi saremmo tutti collocati in circostanze per alcuni punti diverse; e tali circostanze esteriori quand’anche si somigliassero, quand’anche la sfera dentro cui agiremmo fosse identica per tutti, noi differiremmo tuttavia per i nostri desideri, i nostri bisogni, le nostre idee, la nostra sagacia, la nostra energia, il nostro modo di stimare e apprezzare le cose, la nostra previdenza, la nostra attività; di modo che una grande ed inevitabile ineguaglianza si manifesterebbe tra gli uomini. Certamente l’isolamento assoluto, l’assenza di qualunque relazione tra gli uomini non è se non una visione chimerica nata nell’immaginazione di Rousseau. Ma anche supponendo che questo stato antisociale, detto stato di natura, sia pure esistito, io mi domando per quale serie di idee Rousseau ed i suoi adepti sono arrivato a collocarvi l’uguaglianza?

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 841)

Nella differenza di reddito e di ricchezza è inerente un carattere preminente dell’economia di mercato. La sua eliminazione segnerebbe la distruzione della stessa economia di mercato. Quello che le persone chiedono in termini di uguaglianza è sempre un incremento del loro poter di consumo. Nell’appoggiare il principio di uguaglianza come postulato politico nessuno vuole dividere il proprio reddito con quello di coloro che hanno meno. Quando i percettori di salario americani per guadagnare di più si appellano all’equità, per costoro significa che i dividendi dei possessori di azioni dovrebbero essere dati a loro. Non intendono certamente suggerire una decurtazione del loro salario a beneficio del 95% della popolazione del pianeta che hanno un reddito decisamente inferiore al loro… I campioni liberali del principio di eguaglianza davanti alla legge erano completamente coscienti che gli uomini sono nati differenti, e sono precisamente quelle differenze che generano la cooperazione sociale e la civiltà. L’eguaglianza davanti alla legge era nella loro opinione non postulata per correggere gli inesorabili fatti dell’universo e far scomparire le differenze. Al contrario, quella era nata per assicurare all’intera umanità i massimi benefici che necessariamente derivano proprio dalla protezione delle differenze.

Friedrich A von Hayek – La società libera – (pag. 645 – 646 e 649)

Non c’è – né in una società libera può esserci – un unico standard in base al quale possiamo decidere la relativa importanza dei diversi scopi o la relativa desiderabilità dei vari metodi. Forse in nessun altro campo è tanto importante il poter costantemente disporre di alternative quanto lo è in quello dell’istruzione, dove il compito è preparare i giovani a un mondo in continuo mutamento. Quanto alla giustizia dovremmo essere espliciti: coloro che nell’interesse generale più “meritano” un’istruzione superiore non necessariamente sono gli stessi che con sforzo e sacrificio si sono guadagnati un merito soggettivo maggiore. La capacità naturale e le doti innate sono “vantaggi ingiusti” tanto quanto è il caso a determinare l’ambiente in cui si nasce; e limitare i vantaggi di una istruzione superiore a chi possiamo con fiducia prevedere ne trarrà il maggior profitto necessariamente aumenta, piuttosto che diminuire, il divario tra lo status economico e il merito soggettivo. Il desiderio di eliminare gli effetti del caso, che è alla radice della richiesta di “giustizia sociale, può essere soddisfatto nel campo dell’istruzione, come altrove, solo eliminando tutte quelle possibilità che non sono suscettibili di deliberato controllo. Ma lo sviluppo della società poggia largamente sul fatto che gli individui sfruttino nel modo migliore qualsiasi possibilità si presenti loro; sfruttino quei vantaggi essenzialmente imprevedibili che, in nuove circostanze, un tipo di conoscenza conferisce ad un individuo e non ad altri. Per lodevoli che siano i motivi di chi con fervore desidera che, nell’interesse della giustizia, tutti possano partire con le stesse possibilità il suo è un ideale letteralmente impossibile dal realizzare. Inoltre, ogni pretesa di poterlo raggiungere, o anche di potersi a esso avvicinare, non farà che peggiorare le cose per i meno fortunati. Certo, è giusto rimuovere ogni particolare ostacolo che le esistenti istituzioni mettano sulla strada di qualcuno, ma non è possibile né desiderabile far partire tutti con le stesse opportunità poiché ciò si può realizzare solo privando alcuni di possibilità che non possono esser date a tutti. Possiamo desiderare che le occasioni di cui ciascuno possa giovarsi siano le più grandi, ma diminuirebbero quelle di molti se impedissimo che le loro opportunità siano maggiori di quelle dei meno fortunati. Affermare che chiunque viva in una certa epoca in un dato paese debba partire dallo stesso punto di tutti gli altri è tanto conciliabile con una società che progredisce quanto affermare che questo tipo di uguaglianza debba essere assicurata ai popoli che vivono in epoche e luoghi diversi. Può essere nell’interesse della comunità che alcuni che mostrano eccezionali capacità per la cultura o la scienza sia data la possibilità di farlo senza considerare i mezzi della famiglia. Ma ciò non conferisce ad alcuno il diritto di disporre di tale opportunità; e neppure significa che solo quelli di cui si possano accertare le eccezionali capacità debbano avere la possibilità o che nessuno debba averla, se essa non può essere assicurata a tutti quelli che superino la stessa prova oggettiva. Non tutte le qualità che permettono a qualcuno di dare speciali contributi sono accertabili con esami o prove; che almeno alcuni fra quanti possiedano tali qualità possano avere un’occasione è più importante di quanto sia di darla a chiunque possieda certi requisiti. Un appassionato desiderio di conoscenza o una non comune combinazione di interessi possono essere più importanti di doti più vistose o di capacità accertabili; e una base di conoscenza generale e di interessi o un’alta considerazione per la conoscenza, alimentata dall’ambiente famigliare, contribuisce spesso al successo più della capacità innata. Che ci sia chi usufruisce dei vantaggi di una favorevole atmosfera familiare è un bene per la società; un bene che le politiche ugualitarie possono distruggere e che non può essere perseguito senza produrre l’apparenza che una imperita disuguaglianza si stia affermando. E, poiché il desiderio della conoscenza è un’attitudine suscettibile di essere trasmessa attraverso la famiglia, è giusto dar modo ai genitori che hanno molto a cuore l’istruzione, di poterla assicurare ai loro figli con uni sacrificio materiale, anche se per altre ragioni questi figli possono apparire meno meritevoli di altri che non la riceveranno… Dobbiamo indubbiamente cercare di aumentare le occasioni per tutti. Ma dovremmo farlo pienamente consapevoli che aumentare per tutti può forse favorire chi meglio sa approfittarne e che al principio possono aumentare le disuguaglianze. Quando la richiesta di “uguali opportunità” porta a tentare di eliminare tali “ingiusti vantaggi”, ne possono nascere solo danni. Tutte le differenze umane, che siano differenze nelle doti naturali o nelle occasioni, creano vantaggi ingiusti. Ma, poiché il principale contributo di un individuo è quello di sfruttare al meglio le circostanze che gli si presentano, il successo è in gran parte solo una questione di fortuna.

Friedrich A. von Hayek – Legge, legislazione e libertà – (pag. 274)

In definitiva, gli uomini possono scegliere che lavoro fare soltanto se la remunerazione prevista corrisponde al valore che i loro servizi hanno per coloro che li ricevono. Tale valore per i loro simili spesso non avrà nessuna relazione con i propri meriti o bisogni individuali. Una ricompensa guadagnata per merito, e l’indicazione di ciò che una persona dovrebbe fare sia nell’interesse proprio sia di quello dei suoi simili, sono cose diverse. Ciò che assicura la migliore ricompensa non sono le buone intenzioni o la necessità, ma il fare quel che in effetti arreca maggior beneficio agli altri, indipendentemente dal motivo. Fra coloro che cerca di scalare l’Everest o di raggiungere la luna, noi non onoriamo chi ha fatto gli sforzi maggiori ma chi è arrivato primo. La generale incapacità di vedere che non si può a questo proposito parlare esplicitamente di giustizia o ingiustizia dei risultati, è in parte dovuta all’uso sbagliato del termine “distribuzione”, il quale inevitabilmente suggerisce l’idea di un agente personificato preposto alla distribuzione, la cui volontà o scelta determina la posizione relativa delle varie persone o gruppi. Ovviamente tale agente non esiste e si usa un processo impersonale per determinare la distribuzione dei benefici precisamente perché attraverso il suo funzionamento si può ottenere una struttura di prezzi e remunerazioni relativi che determinerà la misura e la composizione del rendimento globale, il quale assicurerà a sua volta che l’equivalente reale della quota assegnata dal caso e dall’abilità ad ogni individuo sia quanto più ampio possibile.

Karl R. Popper – La libertà è più importante dell’uguaglianza – (pag. 121)

La libertà è più importante dell’uguaglianza… il tentativo di attuare l’uguaglianza è di pregiudizio alla libertà; e… se va perduta la libertà, tra non liberi non c’è nemmeno uguaglianza.

Milton & Rose Friedman – Liberi di scegliere (pag. 186 – 186 e 189 – 190 e 192 – 193)

Quando Thomas Jefferson, all’età di trentatré anni, scrisse che “tutti gli uomini sono creati uguali”, egli e i suoi contemporanei non presero queste parole alla lettera. Essi non consideravano gli “uomini” (men) – o, come diremmo oggi, le “persone” (person) – come uguali nelle caratteristiche fisiche, nelle reazioni emotive nelle capacità manuali e intellettuali. Thomas Jefferson stesso era una persona notevolissima. A ventisei anni progettò la sua bella casa di Monticello, ne seguì i lavori di costruzione e si dice che vi lavorasse lui stesso. Nel corso della sua vita fu inventore, studioso, scrittore, statista, governatore dello stato della Virginia, presidente degli Stati Uniti, ambasciatore in Francia e fondatore dell’università della Virginia: insomma, quello che è difficile definire un uomo medio. La chiave di ciò che Thomas Jefferson e i suoi contemporanei intendevano come “uguali” è nella seguente frase della Dichiarazione: “dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili; tra questi vi sono la Vita, la Libertà, la ricerca della Felicità“. Gli uomini erano uguali davanti a Dio. Ogni persona e preziosa in sé e per sé. Ha diritti inalienabili, diritti che nessun altro è legittimato a violare. Ha il diritto di seguire i suoi scopi e di non essere trattato come un semplice strumento per raggiungere gli scopi altrui. Il concetto di “libertà” è compreso nella definizione di uguaglianza e non in contraddizione con essa. L’uguaglianza davanti a Dio – l’uguaglianza personale – è importante proprio perché gli individui non sono identici. I loro differenti valori, gusti e capacità li spingono a desiderare di condurre vite molto diverse. L’uguaglianza personale richiede il rispetto per il loro diritto a comportarsi in tal modo e che non vengano imposti loro valori o giudizi altrui. Jefferson non dubitava che ci fossero uomini superiori ad altri, che esistesse una élite. Ma non diede ad essa il diritto di dominare. Se una élite non aveva il diritto di imporre il suo volere sugli altri, nessun altro gruppo, nemmeno una maggioranza poteva avere questo diritto. Ogni individuo doveva essere padrone di sé stesso, purché non interferisse negli analoghi diritti altrui. Lo stato era istituito per difendere questo diritto (dalle minacce esercitate dai concittadini e dall’esterno) e non per dare ad una maggioranza un diritto sfrenato…

…Alla lettera, l’uguaglianza di opportunità – nel senso di “identità” – è impossibile. Un bambino nasce cieco, un altro è dotato della vista; un bambino ha genitori profondamente interessati alla sua felicità e che gli forniscono una base di cultura e di capacità di discernimento, un altro ha genitori dissoluti, che non si preoccupano del suo futuro. Un bambino nasce negli Stati Uniti, un altri in Cina, in India o in Russia. Le possibilità aperte davanti a loro alla nascita non sono chiaramente le stesse e non vi è nessun modo di rendere identiche le loro opportunità. Come l’uguaglianza personale, l’uguaglianza di opportunità non deve essere interpretata alla lettera. Il suo reale significato è forse suggerito meglio da un’espressione francese che risale alla Rivoluzione: une carrière ouverte aux talents, una carriera aperta ai talenti. Nessuno ostacola arbitrario dovrebbe impedire agli individui di raggiungere le posizioni per le quali sono dotati e che essi sono spinti per i loro valori a ricercare. Né la nascita, il colore della pelle, la religione, il sesso, né qualsiasi altra caratteristica irrilevante dovrebbe determinare le opportunità offerte a una persona; ma solo le sue capacità. In questa accezione uguaglianza di opportunità è semplicemente una articolazione dettagliata del significato di uguaglianza personale o uguaglianza davanti alla legge. E come l’uguaglianza personale è significativa e importante proprio perché gli individui sono diversi per caratteristiche genetiche e culturali e, quindi, aspirano a percorre, e possono effettivamente percorrere carriere diverse. L’uguaglianza di opportunità come l’uguaglianza personale, non è in contraddizione con la libertà; al contrario, è una componente essenziale della libertà…

…Questo concetto diverso – l’uguaglianza di risultato – ha guadagna terreno in questo secolo. Dapprima influì sulla politica pubblica in Gran Bretagna e nel continente europeo. Ma nell’ultimo mezzo secolo ha influenzato in misura crescente anche la politica pubblica degli Stati Uniti. In qualche circolo intellettuale, la desiderabilità dell’uguaglianza di risultato è diventato un articolo di fede: tutti debbono arrivare al traguardo nello stesso tempo. Come disse il Dronte in Alice nel paese delle meraviglie, “Ognuno ha vinto, e tutti devono avere un premio”. Per questo concetto, come per gli altri due, “uguale” non deve essere inteso alla lettera come “identico”. Nessuno pensa realmente che ognuno, indipendentemente dall’età, dal sesso e da altre caratteristiche fisiche, debba avere porzioni identiche di ogni cosa (cibi, indumenti, ecc.) L’obbiettivo è piuttosto l'”equità”, una nozione molto vaga, che addirittura è difficile, se non impossibile, definire con precisione. “Parti eque per tutti” è il moderno slogan che ha sostituito il principio di Karl Marx “a ognuno secondo i suoi bisogni, da ognuno secondo le sue capacità”. Questo concetto di uguaglianza è radicalmente diverso dagli altri due. Gli interventi pubblici che promuovono l’uguaglianza personale o l’uguaglianza di opportunità esaltano la libertà; gli interventi pubblici per realizzare “parti eque per tutti” riducono la libertà. Se ciò che le persone ottengono è determinato dall’equità, chi decide che cosa è equo? “Chi è che dà i premi?”, Come chiese al Dronte un coro di voci. Appena si allontana dall’identità, il concetto di equità non è obiettivamente determinato. L’equità cosi come il bisogno, è nell’occhio di chi guarda. Se tutti devono avere “parti eque”, qualcuno o qualche gruppo di persone deve decidere quali parti sono eque; e deve essere in grado di imporre agli altri le sue decisioni, togliendo a coloro che hanno di più rispetto a quelle quote eque e dando a coloro che hanno meno. Questi individui che prendono e impongono tali decisioni sono uguali a coloro per i quali decidono? Non siamo per caso, nella Fattoria degli animali di George Orwell, dove “tutti gli animali sono uguali, ma qualche animale è più ugual degli altri?” Inoltre, se ciò che la gente ottiene è determinato dall’equità e non da ciò che essa produce, da dove dovrebbero venire i premi? Che incentivo vi è a lavorare e produrre? Come si decide chi deve fare il medico e chi l’avvocato; chi deve raccogliere i rifiuti e chi spazzare le strade?… Chiaramente, solo la forza o la minaccia della forza… Il punto chiave sta piuttosto nel fatto che vi è una contraddizione fondamentale tra l’ideale delle “parti eque”, o del precedente ” a ognuno secondo i suoi bisogni”, e l’ideale della libertà personale.

Milton Friedman – Capitalismo e libertà – (pag, 289 – 290)

Al cuore della filosofia liberale sta la fede nella dignità dell’individuo, la fede nella libertà di sfruttare come meglio crede le proprie capacità e le opportunità che gli si presentano, con la sola riserva di non poter violare la libertà altrui di comportarsi in maniera analoga. Tutto ciò equivale ad avere fede, in un senso, nell’uguaglianza di tutti gli uomini e, in altro, nella loro ineguaglianza. Ciascun individuo a pari diritto alla propria libertà. Si tratta di un diritto importante e fondamentale proprio perché gli uomini sono diversi, e ciascuno di essi potrebbe desiderare di utilizzare la propria libertà in modo diverso da come farebbero gli altri con il risultato che, così facendo, potrebbe contribuire più di altri alla cultura generale della società in cui egli vive. Un liberale, quindi, deve saper distinguere chiaramente l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità da una parte, e l’uguaglianza materiale o l’uguaglianza dei risultati dall’altra. Egli può accogliere con favore il fatto che una società libera tende a produrre una maggiore uguaglianza materiale più di ogni altro tipo di società mai sperimentata, ma riterrà questo fenomeno alla stregua di un felice sottoprodotto di una società libera e non la sua giustificazione più importante.

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