LA FABBRICA DEL DISSENSO

Magari può non risultare simpatico a tutti, magari quella spregiudicatezza troppo esibita finisce per trasformarsi in irritante spocchia, però non possiamo non constatare che, quanto promesso all’atto dell’insediamento come presidente del consiglio, Matteo Renzi non solo prima lo ha detto ma poi lo ha davvero fatto. Dalle riforme costituzionali alla legge elettorale, alla riforma del lavoro e della pubblica amministrazione, l’intervento sulla scuola con annesso assunzioni e concorsi, fino agli interventi sul fisco per imprese e lavoratori e proprietari di case e terreni; certo ognuno avrà da obiettare su questo o quello, ad esempio io avrei preferito la proposta del Senatore Ichino al Job Act e sulla scuola mi sarei aspettato un intervento ben più liberale. Eppure resta il fatto – per chi è nato e cresciuto in un paese dove si sono visti succedere in settant’anni di storia repubblicana quasi altrettanti governi, pronti a smentire il giorno dopo le elezioni quanto promesso il giorno prima – dicevo resta il fatto che si tratti di una novità di non poco conto e oserei dire gradita a prescindere dagli ideali di riferimento. Allora perché Renzi perde visibilmente consenso? Perché: “i franchi, i travagli i mauri” con le loro filippiche, il loro “benaltrismo”, gran lisciatori di pelo del “comune sentire” hanno tanto successo? Certo puntare il dito, dividere, è più facile che costruire e indicare una meta, ma questo non è sufficiente a spiegare il successo della “fabbrica del dissenso”. Innanzitutto c’è un problema di metodo, come si costruisce il consenso? Mentre il Presidente del Consiglia si ostina a perdere tempo in inutili discussioni nelle famose direzioni del PD sperando poi sia sufficiente che le sue élite trasmettano il messaggio alla base per formare il consenso, cosa che tra l’altro non avviene per la riottosità di quest’ultime; i nostri dissenzienti hanno un loro brand, una strategia che muove diversi interessi spesso in competizione tra loro, tutti però perfettamente a loro agio nel vasto mercato che fornisce il “bene” opinione pubblica. Insomma, immaginare oggi di costruire il consenso attraverso le vecchie categorie di élite, di classe politica, care a Mosca e Pareto è un errore madornale. Lasci ai Cuperlo e Speranza la direzione del partito, si riprenda Renzi la sua Leopolda e costruisca intorno a lei quella “fabbrica del consenso” capace di sfidare sul mercato dell’opinione pubblica i vari Berlusconi, Grillo, Salvini. Fino a quando l’opinione pubblica sarà nutrita da quell’unica moneta disfattista, allora “la moneta cattiva scaccerà quella buona”, tant’è che oggi Berlusconi ci sembra uno statista rispetto ai suoi epigoni; quando invece sullo stesso mercato compariranno altre monete allora si può star certi che quelle sane prevarranno e i nostri demagoghi si scioglieranno come neve al sole. E’ vero e vale non solo per l’Italia, nella società globale l’invidia sociale è il collante di tutti i populismi ed è un sentimento tanto comune a tutti quanto facile da propagare, ciò non toglie che quel sentimento da negativo, se ben indirizzato, può trasformarsi in una sana competizione dove i migliori sono oggetto di imitazione, diventando così un formidabile serbatoio di esperimenti e di crescita individuale e collettiva; a questo serve la politica quando non si riduce ad amministrazione dell’esistente. Il buon politico come il buon imprenditore fiuta i desideri e le speranze delle persone e là dirige l’opinione pubblica, la gente ama vivere, il risentimento è stato il frutto avvelenato di vent’anni di politica scadente. Riprenda Renzi quel radicale rinnovamento della politica che tante speranze aveva suscitato attorno alla sua candidatura, questa deve creare modelli, occasioni, riforgiare valori in sintonia con la modernità e con la naturale propensione individuale a migliorarsi, da contrapporre a chi crede che l’unico modo per crescere sia abbassare il prossimo. Ma assieme al metodo è necessario anche rafforzare i contenuti. Non c’è dubbio che la nuova costituzione renda il governo meno costoso e più efficiente e quindi più soggetto al controllo e al giudizio dei cittadini, ed è bene che ciò emerga nel dibattito pubblico, ma tutto ciò non scalda i cuori quanto la prospettiva della cacciata del “tiranno” vagheggiata dai nostri disfattisti. Bisogna andare oltre, a cosa serve un governo più forte? E’ necessario avere un’idea altrettanto dirompente, e non può certo nascere da un patto con Bersani e Bindi. Bisogna avere il coraggio di dire che la storia degli ultimi cinquant’anni – che per tante ragioni non è riassumibile in una distinzione tra buoni e cattivi, come a lungo si è cercato inutilmente di fare nella seconda repubblica – ci ha consegnato uno stato, per dirla con Frédéric Bastiat, “che è una grande finzione dove tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”. Con il nuovo governo non solo quello stato verrà ridotto e riportato nei suoi confini naturali, ma ciò che rimarrà avrà un solo compito: favorire iniziative e investimenti volti a creare nuovi posti di lavoro, questo era lo spirito della costituzione del “48” e questo rimarrà lo spirito della nuova costituzione. Non meno importante, infine, tutto ciò permetterà al Presidente del Consiglio di uscire dalla maldestra impasse in cui si è cacciato creando quel clima, dove si è infilato anche il “cane morto” D’Alema, ben riassunto dal celebre motto attribuito a Madame de Pompadour: aprés moi le déluge. Certo le sue dimissioni non sono in discussione in caso di sconfitta, ma da questo a dire che con esse tramonta la sua carriera politica e addirittura il progetto di rinnovamento che con lui ha preso piede finalmente nel nostro paese, mi sembra francamente un non sequitur perdonabile solo per la giovane età del nostro premier. Senza dubbio le idee camminano sulle gambe delle persone, ma non sono riducibili per fortuna ai destini dei medesimi individui; e ad ogni persona, se farà i conti con i propri errori, le proprie debolezze, le altrettante sconfitte, la vita saprà offrire ben più di un’occasione.

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