PERCHE’ IL CAPITALISMO E’ UN IDEALE SCONOSCIUTO

Mentre ormai nessuno prova neanche più ad immaginare un modello di produzione alternativo al capitalismo, quasi tutti però vivono questa crescita di benessere materiale resa possibile da quel sistema con un sentimento di colpa. Chi gli attribuisce la responsabilità del decadimento morale dell'”uomo moderno”, chi la paternità dei “disastri ecologici” e le relative previsioni funeste, chi la povertà di una parte del pianeta, il risultato è sempre lo stesso: senz’altro maggior benessere ma a che prezzo; da qui ha origine la gara ai “necessari” correttivo, freni, al liberismo economico. Certo, è bene non dimenticare che fino a quando la ricchezza è stata solo il bottino di guerre, prepotenze e sopraffazione, quel sentimento di colpa era e rimane sinonimo di civiltà, ma è ancora così? Davvero il nostro benessere è riconducibile alla rapina? Cosa ci ha spinto a risparmiare e rischiare nella produzione di beni capitale allungando sempre più la catena del valore prima di arrivare alla produzione dei beni di consumo? Non c’è dubbio che la convenienza sia stata e rimane un potente motore; questa si sviluppa seguendo le indicazioni dei prezzi che ci guidano attraverso il processo di continuo adattamento di domanda e offerta, e si affina grazie alla concorrenza che rimodella l’offerta del produttore in conformità alla domanda del consumatore. Fin dai tempi della fabbrica di spilli descritta da A. Smith, siamo indotti a preferire sempre la specializzazione e la divisione del lavoro nella produzione di beni capitale, non per un astratto sentimento di fratellanza, bensì perché queste risultano più vantaggiose per tutti quando il processo si finalizza in termini di beni disponibili per il consumo. Se per un verso questa rimane una spiegazione convincente del fenomeno del mercato; per l’altro questa visione utilitaristica rischia di ridurre un meccanismo tanto complesso e articolato come la produzione capitalista al più becero egoismo e materialismo, offuscandone il carattere “ideale” e “morale” che ne sono invece come vedremo la vera essenza. Guardandoli più da vicino, beni capitale e di consumo ridotti ai minimi termini hanno gli stessi contenuti materiali: elementi naturali e lavoro umano, l’unica differenza sta nel fine; il bene diretto al consumo soddisfa qui ed ora uno o più appetiti, mentre il bene capitale per costituirsi reprime temporaneamente quegli appetiti per proiettarli magari rielaborati, raffinati e sempre di maggior valore per lo meno nelle intenzioni nel futuro. Per l’animale uomo costretto attraverso l’azione cosciente e razionale a procurarsi il proprio sostentamento per vivere, il passaggio ad una sempre maggiore preminenza di beni capitale sui beni di consumo non rappresenta un semplice incremento quantitativo ma un vero salto qualitativa. Nella fattispecie, l’introduzione del tempo nell’economia segna la nascita del “soggetto moderno”: ossia di una progressiva presa di coscienza di un’idea di sé e dei propri cari, i quali, da dato statico tramandato dalla tradizione diventano il risultato di un progetto sempre oggetto di potenziamento; questo che potremmo chiamare “cura del sé”, assorbe buona parte della nostra attenzione in quanto soggetto agente e diventa il luogo dove ognuno costruisce il proprio percorso esistenziale. Su questo presupposto assume tutta la sua pregnanza la distinzione di B. Constant tra la “libertà dei moderni” e quella degli antichi; mentre per quest’ultimi le nostre azioni sono perlopiù rivolte alla Polis – ogni cittadino nell’agorà è parte del processo decisionale – per i moderni questa da centro diventa cornice atta a raccogliere ogni percorso individuale, le nostre istituzioni liberaldemocratiche sono ben funzionanti nella misura in cui producono occasione di crescita individuale. Il cittadino moderno sente le proprie azioni come libere nella misura in cui si conformano ai propri progetti individuali, quando ciò non accade sperimenta l'”errore” verso cui si sente responsabile, proprio questo percepirci come fine all’interno della suddetta dinamica, costituisce la peculiarità del vero protagonista della modernità: “l’individuo libero”. La libertà del singolo però ha un confine molto preciso che si riverbera tanto sul ruolo di produttori che di consumatori: in quanto soggetti agenti essa appartiene uguale ad ogni nostro simile, così ognuno è libero di predisporre i propri mezzi per raggiungere i fini che lo qualificano come individuo nella misura in cui tale diritto è ugualmente garantito al proprio prossimo. Siamo uguali proprio perché tutti diversi e simili in quanto ci sentiamo tutti individui, ognuno chiama felicità la riuscita o meno di questo incessante tensione verso la realizzazione del proprio sé, questo è il motivo per cui la felicità non può che essere individuale. Risparmio, previdenza, intelligenza, sono il presupposto alla produzione di beni capitale, l’utilità viene dopo come conseguenza, tutte queste azioni sono in primis scelte morali, ossia guidate dal desiderio come singoli e come comunità di anteporre beni futuri di maggior valore a beni immediati di minor valore. E’ l’idea di sé che si manifesta attraverso la produzione di beni capitale, la produzione capitalistica è produzione di idee tanto quando produce barre d’acciaio quanto quando crea applicazioni informatiche, in termini economici F. Von Hayek ha scandito rinominando questo passaggio dalla suddetta “divisione del lavoro” alla più pertinente “divisione della conoscenza”, descrizione decisamente più efficace del processo tecnologico contemporaneo. Tuttavia, come ai tempi di A. Smith, le differenze con il passato non sono riducibili ad una semplice questione economica. Noi diventiamo ciò che pensiamo, quando abbiamo successo non meno di quando sbagliamo; anzi è proprio grazie a questa libertà che iniziamo a pensarci in termini di bene e male. Quella che per continuare a marcare la discontinuità con il passato potremmo chiamare “morale dei moderni”, può essere intesa come l’elaborazione di comportamenti affinati attraverso l’esperienza, così la morale passa: da costruzione posticcia, decalogo buono per tutte le occasioni, il classico modello nel solco del tradizionale “tu devi”; per diventare nei moderni il risultato delle scelte di individui liberi che attraverso il proprio percorso esistenziale testimoniano la propria idea di bene e male meglio riassumibile dall’imperativo “sii”. Tanto in economia come nella vita è la concorrenza lo strumento morale per eccellenza: non solo dirige nel modo più efficiente la produzione, ma ci costringe a cambiare noi stessi in quanto lavoratori per adattarci alle richieste dei consumatori, sulla stessa falsariga, la nostra vita individuale si evolve socialmente attraverso i continui trade-off con il prossimo, certo lo facciamo per il nostro interesse ma nel farlo dobbiamo tenere conto dell’interesse altrui. Così l’altro da nemico diventa concorrente ma anche collaboratore, lo vogliamo superare ma anche imitare, in questo modo i nostri sentimenti da egoistici e tirannici si socializzano e diventiamo parte di una comunità. Questo passaggio lo possiamo osservare seguendo il costante cambiamento verso l’utilizzo dei beni di consumo, lo smodato consumismo dei primi tempi di crescita del benessere lascia sempre più spazio a beni più raffinati, veri e propri “beni capitale”: non solo la formazione, pensiamo alla cura della propria salute e del proprio corpo, ai consumi culturali, all’attenzione ai valori etici verso il prossimo e l’ambiente; tutto ciò modifica in profondità il rapporto coi medesimi beni di consumo, sempre meno utilizzati ed espulsi questi diventano parte integrante della nostra individualità. La nostra personalità diventa il “bene capitale per eccellenza” capace di catturare il nostro attivismo e ampliarlo costantemente nei modi più singolari, l’omologazione che sempre segue la prima fase degli impetuosi sviluppi economici capitalistici ben presto viene archiviata a favore di un diffuso pluralismo attivo e creativo che si sviluppa attraverso il costante confronto col prossimo, vera cifra della modernità, pietra di paragone indispensabile del crescente tratto individuale. Questo mette in soffitta definitivamente il vecchio sentimento un po’ snob e aristocratico verso la ricchezza sentita a lungo come “sterco del diavolo”, il formidabile sviluppo degli ultimi trecento anni ha migliorato, allungato e ampliato il numero di vite in maniera incomparabile con il passato, ed è il risultato di quel pluralismo creativo che muove ogni singola esistenza nel vivere contemporaneo. Deirdre McCloskey ci informa sui numeri di questa rivoluzione: passare da 3 a 100 dollari al giorno, da 500 milioni a 8 miliardi con un allungamento della vita media nei paesi sviluppati oltre gli ottant’anni rispetto ai circa 30 delle epoche passate va ben oltre ogni idea di miglioramento, è il frutto per dirla con le sue parole di quelle “milioni di ribellioni” riassunte in queste righe dall’aggettivo “moderno”. Tuttavia, non possiamo non rilevare che la competizione, il perpetuo attivismo verso la costruzione del proprio sé, è senza dubbio sinonimo di cambiamento costante, e quest’ultimo produce sempre in ogni individuo una certa dose di inquietudine. Quel sentimento ha giocato un ruolo fondamentale nella storia dell’Occidente. Difatti, è stata proprio l’inquietudine generata dal cambiamento con il suo carico di errori, di paure, ad indurre pensatori del calibro di Platone, di Hegel e Marx, a elaborare raffinatissimi sistemi filosofici per fermarlo, per prevenirlo e guidarlo, sistemi tutti sfociati in ideologie totalitarie, descritte nella monumentale “La società aperta e i suoi nemici” da K. R. Popper. Ed a conseguenze simili arriva I. Berlin nell’analisi del razionalismo cartesiano espresso dall’illuminismo francese come anche dalla successiva reazione romantica. Proprio da queste critiche nasce la “filosofia dei moderni” incarnata dal movimento liberale in tutte le sue sfaccettature che ha alimentato il dibattito culturale degli ultimi trecento anni. Il liberalismo non ha inteso con facili scorciatoie consolatorie sottrarsi all’insopprimibile carattere “tragico” dell’esistenza insito nel costante mutamento, noi siamo i nostri errori, certo possiamo correggerci, ma non possiamo mai affrancarci completamente dai medesimi. Tuttavia il Liberalismo, attraverso il pluralismo espresso da ogni singola individualità impegnata nella creazione dei propri valori tanto nel processo economico che nelle scelte morali sopra descritto, ha però ridonato un carattere “magico” all’esistenza: correggere le proprie idee significa individuare i propri errori attraverso il confronto con le idee altrui, impariamo l’uno dall’altro, mentre però la selezione naturale passa attraverso la soppressione del più debole o del meno adatto, la selezione culturale sopprime solo idee per idee meno sbagliate, qui si collabora attraverso la concorrenza, là si confligge per mezzo della lotta, qui uno più uno fa tre là fa uno. Nonostante questi indubbi progressi continuiamo ad essere e rimanere fallibili e i numerosi nemici della libertà sono sempre pronti a sfruttare la nostra fragilità alimentando la perenne oscillazione tra due tentazioni, entrambe deleterie per la nostra civiltà. Chi ci vorrebbe riportare a un mitico stato di natura – Rousseau ma anche tanti movimenti religiosi contemporanei – spesso confuso con l’infanzia, a barattare beni di consumo; senza rendersi conto che in natura non esiste né libertà né uguaglianza, né legge, la necessità e la prevaricazione del più forte sono la regola, non c’è nessun “male” nel pesce più grosso che mangia il più piccolo. Chi invece, in un delirio di onnipotenza, si crede in grado non solo di dirigere la propria esistenza ma anche quelle degli altri e dell’intero pianeta e sogna di costruire una nuova umanità – quel “Fatal conceit” a lungo descritto da F. von Hayek – omettendo che l’uomo è sì altro dalla natura, ma ne resta parte, e soprattutto non può ergersi a dio. Se il liberalismo – in quanto radice filosofica su cui sono cresciuti capitalismo e liberaldemocrazia – non vuole rimanere vittima di queste nuove ideologie totalitaria, magari rivestite da astratti e accattivanti abiti ecologisti e pacifisti, come accadde agli albori del Novecento, deve farsi carico delle paure insopprimibili che il cambiamento genera in ogni essere umano. Soprattutto dobbiamo impedire che queste correnti totalitarie si impossessino della formidabile ricchezza generata dal capitalismo attraverso fallaci modelli di welfare, ed alimentino per mezzo di quella ricchezza apparati burocratici predisposti all’acquisto del consenso e al controllo sociale: Bismark, Mussolini, Hitler, Stalin e seppur con risvolti meno drammatici la degenerazione keynesiana del dopo guerra, costituiscono un catalogo più che sufficiente da non reiterare. Solo se il liberalismo saprà prendere contezza del proprio carattere morale e filosofico, del suo essere per parafrasare Ayn Rand un “unknown ideal” potrà evitare di ricadere in quel tragico passato. Deve in sintesi prendere coscienza che una società capace di produrre un benessere diffuso alla portata di tutti è una sua idea originale, semplicemente impensabile nell’orizzonte culturale di qualsiasi modello politico ed economico sperimentato nel passato. Tutte le vecchie ideologie che a quel passato si rifanno, hanno cercato e cercano di appropriarsi di quel formidabile produttore di “benessere” cercando di accaparrarselo attraverso il loro marchio di fabbrica: l’accentramento del potere intorno al concetto di stato sovrano. Capitalismo e liberaldemocrazia crescono nella misura in cui ogni singola individualità si rafforza, pertanto: il “welfare” di ognuno è quindi connaturato a quel sistema, mentre trasformarlo nel “Big State” ne è stata e rimane la degenerazione. Per questo continuare a voler difendere il liberalismo limitandosi ad invocare il “lassez faire” delle origini non fa che alimentare e rendere “ragionevoli” le pulsioni di chi vorrebbe statalizzare e socializzare ogni servizio. Così come continuare a preferire il carattere “pubblico” nel significato inglese del termine, di servizi come: sanità, scuola e previdenza, non intende per nulla ridurre quell’aggettivo a sinonimo di “statale” – come vorrebbero i tanti nemici della libertà – anzi; sempre più l’esperienza insegna che solo un mercato ben funzionante, ossia con al centro il consumatore, e istituzioni volte a garantire libertà individuali sempre più ampie, sono l’unica garanzia alla buona ed abbondante produzione di quei beni così raffinati e personali. Occorre pertanto ridisegnare un sistema di sicurezze sociali che accompagni e favorisca il cambiamento, rispettando tanto le regole economiche del mercato che i check and balance” di una matura liberaldemocrazia, ossia curando tanto la produzione di ricchezza quanto gli individui liberi che la creano; questi sì veri marchi di fabbrica del moderno modello occidentale che tutti ci invidiano. Pertanto: proteggere gli individui sopprimendo le rendite di posizione di gruppi organizzati, favorire il cambiamento inteso quale “personale ricerca della felicità” come la immaginò Thomas Jefferson, senza lasciar sole le persone quando sbagliano, o sono vittime degli inevitabili scorni che la vita di tanto in tanto ci riserva, è l’ideale sconosciuta a cui un capitalismo cosciente di sé e della sua missione storica non può rinunciare. 

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