PERCHE’ IL CAPITALISMO E’ UN IDEALE SCONOSCIUTO

Mentre ormai nessuno prova neanche più ad immaginare un modello di produzione alternativo al capitalismo, quasi tutti però vivono questa crescita di benessere materiale resa possibile da quel sistema con un sentimento di colpa. Chi gli attribuisce la responsabilità del decadimento morale dell'”uomo moderno”, chi la paternità dei “disastri ecologici” e le relative previsioni funeste, chi la povertà di una parte del pianeta, il risultato è sempre lo stesso: certo maggior benessere ma a che prezzo; da qui ha origine la gara ai “necessari” correttivo, freni, al liberismo economico. Certo, è bene non dimenticare che fino a quando la ricchezza è stata solo il bottino di prepotenze e sopraffazione, quel sentimento di colpa era e rimane sinonimo di civiltà, ma è ancora così? Davvero il nostro benessere è riconducibile alla rapina? Cosa ci ha spinto alla produzione di beni capitale allungando sempre più la catena prima di arrivare alla produzione dei beni di consumo? Non c’è dubbio che la convenienza sia stata e rimane un potente motore; questa si sviluppa seguendo le indicazioni dei prezzi che ci guidano attraverso il processo di continuo adattamento di domanda e offerta, e si affina grazie alla concorrenza che rimodella l’offerta del produttore in conformità alla domanda del consumatore. Il risultato è la cosiddetta “legge dei costi comparati” formulata per la prima volta da Ricardo, che ci induce a preferire sempre la specializzazione nella produzione di beni capitale e la collaborazione con i nostri simili non per un astratto sentimento di fratellanza, ma perché la collaborazione è più vantaggiosa per tutti in termini di beni disponibili per il consumo. Se per un verso questa rimane una spiegazione convincente del fenomeno del mercato; per l’altro questa visione utilitaristica rischia di ridurre un meccanismo tanto complesso e articolato come la produzione capitalista al più becero egoismo e materialismo, offuscandone il carattere “ideale” e “morale” che ne sono invece come vedremo la vera essenza. Guardandoli più da vicino beni capitale e di consumo ridotti ai minimi termini hanno gli stessi contenuti materiali: elementi naturali e lavoro umano, l’unica differenza sta nel fine: il bene diretto al consumo soddisfa qui e ora uno o più appetiti, mentre il bene capitale per costituirsi reprime temporaneamente quegli appetiti per proiettarli magari rielaborati e raffinati nel futuro. Questa introduzione del tempo nell’economia segna la nascita del “soggetto”, ossia di un’idea di sé e dei propri cari che da dato statico ereditato, diventa risultato di un progetto sempre oggetto di potenziamento, che assorbe per intero l’attenzione, la “cura di sé”, da parte del soggetto agente. In questa prospettiva, le nostre azioni vengono sentite come libere nella misura in cui si conformano ai nostri progetti, quando ciò non accade sperimentiamo l'”errore” verso cui ci sentiamo responsabili. Diventiamo così fine delle nostre azioni e delle nostre attenzioni e tutto ciò ci rende “individui”, la libertà del singolo però ha un confine molto preciso: in quanto soggetti agenti essa appartiene uguale ad ogni nostro simile, così come questa uguaglianza nulla toglie alla nostra individualità; se ognuna rimane nei propri limiti, non c’è nessuna contrapposizione tra libertà e uguaglianza. Risparmio, previdenza, intelligenza, queste sono il presupposto alla produzione di beni capitale, l’utilità viene dopo come conseguenza, tutte queste azioni sono in primis scelte morali, ossia guidate dal desiderio come singoli e come comunità di anteporre beni futuri maggiori a beni immediati minori. E’ l’idea di sé che si manifesta attraverso la produzione di beni capitale, la produzione capitalistica è produzione di idee tanto quando produce barre d’acciaio quanto quando crea applicazioni informatiche. Noi diventiamo ciò che pensiamo, quando abbiamo successo non meno di quando sbagliamo; anzi è proprio grazie a questa libertà che iniziamo a pensarci in termini di bene e male, la morale intesa come elaborazione di leggi che ci guidano nella scelta tra bene e male non è una costruzione posticcia applicata al soggetto agente, non è un “tu devi” ma un “tu sei”. In economia è la concorrenza lo strumento morale per eccellenza, non solo dirige nel modo più efficiente la produzione, ma ci costringe a cambiare noi stessi in quanto lavoratori per adattarci alle richieste dei consumatori, certo lo facciamo per il nostro interesse ma nel farlo dobbiamo tenere conto dell’interesse altrui. Così l’altro da nemico diventa concorrente ma anche collaboratore, lo vogliamo superare ma anche imitare, così i nostri sentimenti da egoistici e tirannici si socializzano e diventiamo parte di una comunità. La competizione però è anche sinonimo di cambiamento, e quest’ultimo produce sempre in ogni individuo una certa dose di inquietudine. Quel sentimento ha giocato un ruolo fondamentale nella storia dell’Occidente. Difatti, è stata proprio l’inquietudine generata dal cambiamento con il suo carico di errori, di paure, ad indurre pensatori del calibro di Platone, di Hegel e Marx, a elaborare raffinatissimi sistemi filosofici per fermarlo, per prevenirlo e guidarlo, sistemi tutti sfociati in ideologie totalitarie. Detto di sfuggita, qui sta l’insopprimibile carattere “tragico” dell’esistenza, noi siamo i nostri errori, certo possiamo correggerci, ma non possiamo mai affrancarci completamente dall’errore. Ed è sempre qui che sta però anche il carattere “magico” dell’esistenza, correggere le proprie idee significa individuare i propri errori attraverso il confronto con le idee altrui, impariamo l’uno dall’altro; mentre però la selezione naturale passa attraverso la soppressione del più debole, la selezione culturale sopprime solo idee, per idee meno sbagliate, qui si collabora attraverso la concorrenza, là si confligge per mezzo della lotta, qui uno più uno fa tre là fa uno. Pur tuttavia è questo essere e rimanere fallibili a renderci fragili e in perenne oscillazione tra due tentazioni, entrambe deleterie per la nostra civiltà. Chi ci vorrebbe riportare a un mitico stato di natura, spesso confuso con l’infanzia, a barattare beni di consumo; dimenticando che in natura non esiste né libertà né uguaglianza, né legge, la necessità e la prevaricazione del più forte sono la regola, non c’è nessun “male” nel pesce più grosso che mangia il più piccolo. Chi invece, in un delirio di onnipotenza, si crede in grado non solo di dirigere la propria esistenza ma anche quelle degli altri e dell’intero pianete e sogna di costruire una nuova umanità, omettendo che l’uomo è sì altro dalla natura, ma ne resta parte, e soprattutto non può ergersi a dio. Se il liberalismo – in quanto radice filosofica su cui sono cresciuti capitalismo e democrazia – non vuole rimanere vittima di queste nuove correnti totalitaria come accadde agli albori del Novecento, deve farsi carico delle paure insopprimibili che il cambiamento genera in ogni essere umano. In particolare, la discussione sul welfare state che da oltre trent’anni divide l’Occidente deve essere ripensata, non si tratta di essere a favore o contro, né di formulare astratte limitazioni quantitative di welfare e mercato. Occorre piuttosto ridisegnare un sistema di sicurezze sociali che accompagni il cambiamento, che protegga gli individui sopprimendo le rendite di posizione di gruppi organizzati, che favorisca il cambiamento inteso quale “personale ricerca della felicità”, come immaginò Thomas Jefferson, senza lasciar sole le persone quando sbagliano, o sono vittime degli inevitabili scorni che la vita di tanto in tanto ci riserva.

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