PRODUZIONE – DIVISIONE DEL LAVORO

SINOSSI

La divisione del lavoro intesa come specializzazione si afferma per la sua capacità di produrre beni atti a soddisfare i bisogni umani in modo sempre più efficiente, la pace e lo scambio sono il presupposto per la sua espansione, viceversa l’autarchia e la guerra ne sono la negazione. L’uomo non aggiunge nulla alla natura né in termini di materia né di energia, il tratto caratteristico della produzione umana sono la combinazione di fattori naturali e lavoro in nuove “idee” (nuovi beni capitali che migliorano la produzione riducendone i costi o aumentando la resa, nuovi prodotti / servizi ecc.), da intendersi come conoscenza che l’uomo applica alla natura in vista dei propri fini. La divisione del lavoro nel suo sviluppo si evolve come divisione della conoscenza, vale a dire: più efficiente utilizzo delle informazioni al fine di migliorare l’organizzazione sociale delle risorse necessarie alla produrre dei beni richiesti dai consumatori. Sono le idee generate per la realizzazione di fini umani a determinare: un dato livello di popolazione, di sfruttamento delle risorse naturali, di divisione del lavoro e delle conoscenze e di progresso tecnico-scientifico – e non viceversa – come vorrebbero alcune ideologie (marxismo, scientismo, ecologismo); questi fattori non costituiscono mai un limite allo sviluppo di una data civiltà, né la spiegano, sono semplicemente i mezzi di cui quella civiltà si dota per affermarsi.

 

CITAZIONI

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 140 – 142)

L’azione, se ha successo, raggiunge il fine cercato. Essa produce un prodotto. La produzione non è un atto di creazione, non dà alla vita nulla che prima non esistesse. E’ una trasformazione di elementi dati attraverso nuove organizzazioni e combinazioni. Il produttore non è un creatore. L’uomo è creativo solo nel pensiero e nel mondo dell’immaginazione. Nel mondo dei fenomeni naturali è solo un trasformatore, tutto ciò a cui può aspirare è di combinare i mezzi disponibili in modo da accordare i risultati cercati alle leggi naturali a cui essi sono legati per emergere. Un tempo c’era l’abitudine a distinguere la produzione di beni tangibili dall’offerta di servizi personali. Il falegname che faceva sedie tavoli era chiamato produttivo, ma questa espressione era preclusa al dottore che con i suoi consigli aiutava il falegname malato a recuperare la sua capacità di fare sedie e tavoli. Veniva differenziato il nesso che esisteva tra falegname e dottore rispetto a quello ad esempio esistente tra falegname e sarto. Il dottore, si diceva, nulla produce da solo, viveva grazie alla produzione di altre persone, lui era mantenuto dai sarti e dai falegnami. Ancora recentemente i fisiocrati francesi affermavano che il lavoro era sterile senza l’estrazione di sostanze dal suolo. Solo la coltivazione, la caccia, la pesca e il lavoro in miniere e cave erano nella loro opinione produttivi. Il processo produttivo industriale dicevamo, non aggiunge alcun valore al materiale impiegato, più di quanto il lavoratore impiega per il proprio consumo. Oggi gli economisti ridono della distinzione fatta dai loro predecessori. Comunque, dovrebbero piuttosto togliere la trave dal loro occhio. Il modo con cui vari autori contemporanei affrontano vari problemi, come ad esempio la pubblicità e la commercializzazione, è una evidente riproposizione di vecchi errori che sarebbero dovuti sparire da tempo. Un’altra profonda differenza di opinione viene fatta dall’impiego di lavoro o di altri fattori di produzione. La natura, si dice, elargisce i suoi doni gratuitamente, ma il lavoro deve essere pagato per ricompensarlo per la sua disutilità. Nel faticare a vincere la disutilità il lavoro umano aggiunge qualcosa alla natura che non esisteva prima. In questo senso il lavoro viene chiamato creativo. Questo è altrettanto sbagliato. La capacità lavorativa dell’uomo è presente in natura, tanto come lo sono le capacità ricevute tanto dalla terra che dagli animali. Il fatto che una parte del lavoro umano resti inutilizzato non lo differenzia dagli altri fattori non umani di produzione. La prontezza con la quale gli individui vincono la disutilità del lavoro è il prodotto della preferenza di questi per la produzione rispetto alla soddisfazione che deriverebbe dall’ozio. Solo la mente umana che dirige le azioni e la produzione è creativa. Anche la mente appartiene alla natura e all’universo, è una parte data del mondo esistente. Chiamando la mente creativa non significa indulgere verso alcuna metafisica speculativa. La chiamiamo creativa perché abbiamo perso le tracce di come la mente causa le nostre azioni, e attraverso l’intervento della ragione affronta e dirige l’attività umana. La produzione non è qualcosa di fisico, materiale e esterno, è un fenomeno spirituale e intellettuale. I requisiti essenziali non sono il lavoro umano o le forze esterne della natura, ma la decisione della mente di usare quei fattori come mezzi per raggiungere i propri fini. Ciò che produce il bene non sono il sudore e la fatica in sé stessi, ma il fatto che la fatica è guidata dalla ragione. Solo la mente umana ha il potere di rimuovere il disagio. La metafisica materialistica e il marxismo misconoscono completamente queste cose, le “forze produttive” non sono materiali. La produzione è un fenomeno interamente intellettuale e spirituale. E’ il modo con cui l’uomo, diretto dalla ragione, impiega al meglio le risorse per togliere al massimo il disagio. Ciò che distingue la nostra condizione da quella dei nostri antenati vissuti un migliaio o ventimila anni fa non è qualcosa di materiale ma qualcosa di spirituale. Le trasformazioni materiali sono il prodotto di cambiamenti spirituali. La produzione è la modificazione di uno stato di fatto secondo il disegno della ragione. Questi “progetti, ricette, formule, ideologie”, sono la primaria cosa, trasformano i fattori originari, sia umani che non umani, in mezzi. L’uomo produce per la forza della sua ragione, lui sceglie i fini e impiega i mezzi per raggiungerli. Il detto popolare che attribuisce all’economia il compito di occuparsi delle condizioni materiali della vita umana è completamente sbagliato. L’azione umana è manifestazione della mente. In questo senso la prasseologia può essere chiamata scienza morale. Ovviamente, noi non sappiamo cosa sia la mente, allo stesso modo come non sappiamo cosa siano le emozioni, la vita, l’elettricità. La mente è semplicemente la parola che, rendendo significativi fattori sconosciuti, rende l’uomo capace di realizzare tutto quello che vuole: teorie e poemi, cattedrali e sinfonie, motociclette e aeroplani.

Frédéric Bastiat – Armonie economiche – (pag. 370)

Qui noi vediamo difatti riprodursi il fenomeno che noi poc’anzi verifichiamo a proposito dell’acqua. Quel giorno in cui il portatore d’acqua, abbiamo detto, ha inventato la carretta e le ruote, è verissimo che il portatore d’acqua ha dovuto pagare due generi di lavori invece di uno; 1° il lavoro fatto per eseguire la ruota e la carriola, o meglio l’interesse e l’ammortizzazione di un tal capitale; 2° il lavoro diretto che rimane ancora a carico del portatore d’acqua. Ma è parimenti vero che quei due lavori riuniti non uguagliano il lavoro unico al quale l’umanità era sottoposta prima dell’invenzione. Perché? Perché essa ha gettato una parte dell’opera sulle forze gratuite della natura. Anzi non è che a motivo di tale decrescimento di lavoro umano che l’invenzione è stata provocata ed adottata.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 159 e 161)

Ricardo era perfettamente consapevole che la legge dei costi comparati, la quale viene elaborata principalmente per affrontare il particolare problema del commercio internazionale, era un’applicazione particolare di una più generale legge di associazione. Se A è più produttivo di B a tal punto che ha bisogno di 3 ore per produrre un’unità di merce P, contro le 5 ore di B e di 2 ore contro le 4 ore di B per produrre la merce Q, allora entrambi guadagnano se A si limita a produrre Q e B a produrre P. Se ad entrambi diamo 60 ore per produrre P e Q il risultato di A è di 20 P e 30 Q, quello di B è di 12 P e 15 Q, e mettendo entrambi insieme sono: 32 P e 35 Q. Se invece mettiamo A a produrre solo Q lui produce 60 Q in 120 ore, mentre B se produce solamente P, produce al contempo 24 P. Il risultato della loro attività è quindi 24 P e 60 Q, il quale come P sono per A un tasso di sostituzione di 3/2 q e per B di 5/4 Q, questo significa una produzione maggiore dei 32 P e 45 Q. Perciò è evidente che la divisione del lavoro produce vantaggi a tutti quelli che ne prendono parte. La collaborazione tra i più capaci, più volenterosi e industriosi con i meno capaci volenterosi e industriosi produce vantaggi per entrambi. Il guadagno derivante dalla divisione del lavoro è sempre reciproco. La legge dell’associazione ci fa capire la tendenza che risulta verso una progressiva cooperazione dell’attività umana. Noi comprendiamo a questo punto cosa induca le persone non a considerarsi semplicemente come rivali, nella lotta per l’appropriazione delle limitate risorse rese disponibili dalla natura come mezzi di sussistenza. Noi ci rendiamo conto cosa ci stimoli in modo permanente ad associarci con il desiderio di cooperare…

…L’obiettivo con il quale la scienza affronta la relazione dell’origine della società, può solo consistere nella dimostrazione di quei fattori con i quali risulta una progressiva intensificazione dell’associazione. La prasseologia risolve il problema. Fino a quando l’attività umana sotto l’impulso della divisione del lavoro risulta più produttiva che il lavoro isolato, e fino a quando l’uomo è capace di realizzare ciò, l’azione umana tende per sé stessa verso l’associazione; l’uomo non diventa socievole sacrificando sé stesso in vista o per amore di un Moloch, la società, ma sotto la spinta di un aumento del proprio benessere. L’esperienza insegna che questa condizione, più alta produttività per effetto della divisione del lavoro, – è presente a causa dell’innata ineguaglianza degli uomini e dell’ineguale distribuzione geografica dei fattori naturali di produzione – è reale. Perciò noi siamo nelle condizioni di comprendere il corso dell’evoluzione sociale.

Friedrich A. von Hayek – Conoscenza, mercato, pianificazione – (pag. 246 – 247)

Ci troviamo evidentemente davanti al problema della divisione della conoscenza che è totalmente analogo e di almeno pari importanza a quello della divisione del lavoro. A differenza però di quest’ultimo, che ha sempre rappresentato uno dei principali argomenti d’indagine fin dall’inizio della nostra scienza, quello della divisine della conoscenza è stato completamente trascurato; nonostante ciò mi sembra che esso costituisca il problema veramente centrale dell’economia quale scienza sociale. Il problema che ci poniamo di risolvere è in che modo la spontanea interdipendenza di un certo numero di persone, ciascuna delle quali in possesso di un certo ammontare di informazioni, sia in grado di determinare uno stato di cose in cui i prezzi corrispondano ai costi, ecc., e che potrebbe essere realizzato attraverso una coordinazione consapevole solamente da qualcuno che disponesse della conoscenza complessiva di tutti questi individui. E l’esperienza ci mostra che qualcosa del genere effettivamente avviene, dal momento che l’osservazione empirica secondo la quale i prezzi tendano a corrispondere ai costi ha costituito l’inizio della nostra scienza. Senonché, dalla nostra analisi, anziché mostrare quali pezzi di informazione debbono possedere le differenti persone al fine di determinare quel risultato, ripieghiamo in effetti sull’ipotesi che ognuno sia a conoscenza di ogni cosa, eludendo così qualsiasi soluzione reale del problema. Prima però di considerare questo problema della divisione della conoscenza fra persone differenti, è necessario specificare meglio quale tipo di conoscenza è rilevante a tale riguardo. E’ consuetudine tra gli economisti sottolineare soltanto la necessità di conoscere i prezzi, verosimilmente perché – a seguito delle confusioni esistenti fra dati oggettivi e dati soggettivi – si dava per scontato la conoscenza completa dei fatti oggettivi. In tempi recenti persino la conoscenza dei prezzi correnti è stata data a tal punto per scontata che è solo in riferimento all’anticipazione dei prezzi futuri che la questione della conoscenza è stata considerata come problematica. Ma come ho già avuto modo di indicare all’inizio, le aspettative di prezzo e persino la conoscenza dei prezzi correnti costituiscono solamente una porzione molto piccola del problema della conoscenza, così come la intendo io. L’aspetto di più ampio respiro del problema della conoscenza, che ci interessa, concerna la conoscenza del fatto basilare: il modo in cui le differenti merci possono essere ottenute ed utilizzate, non che le condizioni in base alle quali esse sono effettivamente ottenute ed utilizzate; in altri termini ciò che mi preme è il problema generale del perché i dati soggettivi a disposizione dei diversi soggetti corrispondono a fatti oggettivi.

Ludwig von Mises – Teoria e storia – (pag. 270)

La storia dell’umanità è il resoconto progressivo di una progressiva divisione del lavoro. Gli animali vivono in una perfetta autarchia di ogni individuo o di quasi ogni famiglia. Ciò che ha reso possibile la cooperazione fra gli uomini è il fatto che il lavoro compiuto nel quadro della divisione del lavoro è più produttivo degli sforzi isolati di individui autarchici e che la ragione umana è in grado di comprendere questa verità.

Frédéric Bastiat – Sofismi economici – (pag. 17)

Ecco per esempio degli uomini che hanno bisogno di conservare il loro vino. E’ un ostacolo; ed ecco altri uomini che si impegnano a rimuoverlo fabbricando botti. E’ dunque un bene che esista l’ostacolo, perché alimenta una parte del lavoro nazionale, e arricchisce un certo numero di concittadini. Ma ecco giungere una macchina ingegnosa che abbatte la quercia, la squadra, la divide in doghe, le riunisce e le trasforma in una botte. L’ostacolo è diminuito e con essa la fortuna dei bottai. “Manteniamo l’uno e l’altro con una legge: vietiamo la macchina”. Per giungere al fondo di questo sofisma, è sufficiente ricordarsi che il lavoro umano non è un fine, ma un mezzo. Questo non resta mai senza impiego. Se gli manca un ostacolo, si rivolgerà ad un altro, e l’umanità sarà liberata da due ostacoli con la stessa quantità di lavoro che ne vinceva uno solo. Se il lavoro dei bottai diventasse inutile, prenderebbe un’altra direzione. Ma con cosa, si chiede, sarà remunerato? Precisamente con ciò che lo remunera oggi; poiché quando una quantità di lavoro diventa disponibile per la soppressione di un ostacolo, una corrispondente quantità di remunerazione diventa allo stesso tempo disponibile. Per arrivare a dire che del lavoro umano si finirà per non avere impiego, bisogna provare che l’umanità smetterà di incontrare ostacoli. Ma in quel caso, il lavoro non sarebbe soltanto impossibile, sarebbe inutile. Non avremmo più nulla da fare, perché saremmo onnipotenti, e ci basterebbe pronunciare un fiat per soddisfare tutti i nostri bisogni e tutti i nostri desideri.

Ludwig von Mises – Socialismo – (pag. 339)

Lo sviluppo della divisione del lavoro dipende interamente dalla compunzione dei suoi vantaggi, cioè dalla più alta produttività che essa permette di ottenere. Questa verità fu resa per la prima volta in tutta la sua evidenza dalle dottrine libero-scambiste dei fisiocrati e dell’economia politica classica del secolo diciottesimo. Ma era già contenuta in germe in tutti gli argomenti a favore della pace, dovunque la pace è stata sostenuta o la guerra condannata. La storia è una lotta tra due principi, il principio della pace favorevole allo sviluppo del commercio, e il principio militar-imperialista che non fa dipendere la vita sociale da una pacifica collaborazione fondata sulla divisione del lavoro, ma da un dominio dei più forti sui più deboli. Il principio imperialista riprende continuamente vigore. Il principio liberale non può affermarsi su di esso finché nelle masse l’inclinazione al lavoro pacifico, a cui sono profondamente ancorate, non sarà adeguatamente penetrato attraverso la piena conoscenza del suo rilievo come principio di evoluzione sociale. Dovunque il principio imperialistico è in auge la pace non può essere che locale e temporanea: essa non dura mai più a lungo delle condizioni che l’hanno creata. L’atmosfera mentale di cui si circonda l’imperialismo e poco propensa allo sviluppo della divisione del lavoro all’interno delle frontiere di stato; proibisce poi in pratica l’estensione della divisione del lavoro oltre le barriere politico-militari che separano gli stati. La divisione del lavoro ha bisogno di libertà e di pace. Solo quando il pensiero liberale moderno nel secolo diciottesimo ha fornito una filosofia della pace e della collaborazione sociale sono state gettate le basi per il sorprendente sviluppo della civiltà economica del nostro tempo, che le più recenti dottrine imperialistiche e socialiste qualificano con disprezzo come età del crasso materialismo, egotismo e capitalismo. Nulla è più falso delle conclusioni tratte dalla concezione materialistica della storia, quando presenta lo sviluppo dell’ideologia sociale come strettamente dipendente dallo stadio raggiunto dal progresso tecnico. Nulla è più errato del celebre aforisma di Marx: “Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale e il mulino a vapore la società con il capitalista industriale”. Questo è scorretto anche dal punto di vista formale. Tentando di spiegare l’evoluzione sociale attraverso l’evoluzione della tecnica si sposta semplicemente il problema senza risolverlo in alcun modo, perché dovremmo, in tale concezione, spiegare ancore le forze che determinano la stessa evoluzione tecnica. Ferguson ha mostrato che l’evoluzione della tecnica dipendono dalle condizioni sociali, e che ciascuna epoca progredisce nella tecnica tanto quanto consentito dallo stadio raggiunto della divisione sociale del lavoro. I progressi tecnici sono possibili solo quando la divisione del lavoro a preparato la strada per la loro applicazione. La produzione su larga scala della calzatura presuppone una società in cui la fabbricazione di scarpe per centinaia di migliaia o milioni di esseri umani possa essere concentrata in poche imprese. In una società di contadini autarchici non è possibile l’impiego del mulino a vapore. Solo la divisione del lavoro può ispirare l’idea di impiegare le forze meccaniche al servizio dell’industria.

Friedrich A. von Hayek – La presunzione fatale – (pag. 198 e 199)

L’odierna idea che la crescita della popolazione minaccia di produrre un impoverimento a livello mondiale è semplicemente un errore. Essa è in larga misura la conseguenza della semplificazione eccessiva della teoria malthusiana della popolazione. La teoria di Thomas Malthus costituì, ai suoi tempi, un approccio ragionevole al problema, ma le condizioni attuali la rendono irrilevante. L’assunzione di Malthus che il lavoro umano possa essere considerato come un fattore più o meno omogeneo di produzione (e cioè che il lavoro salariato fosse tutto dello stesso tipo, impiegato in agricoltura, con gli stessi strumenti e le stesse opportunità) non era lontano dalla verità nell’ordine economico allora esistente (un’economia teorica a due fattori). Per Malthus, il quale fu anche uno dei primi scopritori della legge dei rendimenti decrescenti, ciò deve avere indicato che ogni aumento nel numero di lavoratori avrebbe portato ad una diminuzione di quella che viene chiamata adesso produttività marginale, e dunque del reddito del lavoratore, in particolare se la terra migliore fosse stata divisa in appezzamenti di natura ottimale. Questo cessa di essere vero, tuttavia, nelle condizioni mutate che abbiamo discusso, in cui il lavoro non è omogeneo ma diversificato e specializzato. Con l’intensificazione dello scambio e il miglioramento delle tecniche di comunicazione di trasporto, un aumento del numero e della densità dell’occupazione rende la divisione del lavoro vantaggiosa, porta a radicale diversificazione, differenziazione e specializzazione, rende possibile lo sviluppo di nuovi fattori di produzione e aumenta la produttività. Abilità diverse, naturali o acquisite, diventano fattori scarsi diversificati, spesso complementari in molti modi; questo rende conveniente per i lavoratori acquisire nuove capacità che li porteranno ad ottenere prezzi di mercato diversi. La specializzazione volontaria è giudicata dalle differenze nei compensi attesi. Così il lavoro può produrre rendimenti crescenti invece che decrescenti. Una popolazione più densa può anche adottare tecniche e tecnologie che sarebbero state inutili in regioni più scarsamente occupate; e se queste tecnologie sono già state sviluppata altrove, esse possono essere importate e adottate rapidamente…

… La vita esiste soltanto nella misura in cui provvede alla sua propria continuazione. Qualsiasi sia lo scopo per cui gli uomini vivono, oggi la maggior parte degli uomini vive grazie all’ordine di mercato. Noi siamo diventati civili attraverso l’aumento del nostro numero proprio nel momento in cui la civiltà ha reso questo aumento possibile: noi possiamo essere pochi e selvaggi, o molti e civilizzati. Se fosse ridotto alla sua popolazione di diecimila anni fa, il genere umano non potrebbe preservare la civiltà. Difatti, anche se la conoscenza già ottenuta fosse custodita nelle biblioteche, l’uomo non potrebbe utilizzarla senza i numeri necessari per occupare i lavori da una estesa specializzazione e divisione del lavoro. Tutta la conoscenza disponibile nei libri non impedirebbe alle diecimila persone che si fossero salvate da qualche parte, dopo un olocausto atomico, di dover ritornare a una vita di cacciatori e raccoglitori, sebbene siffatta conoscenza ridurrebbe l’ammontare totale del tempo in cui gli uomini dovrebbero rimanere in una condizione del genere.

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