LA LIBERTA’ E I SUOI NEMICI

 

CAPITOLO PRIMO – IL SENSO DELLA LIBERTA’

1.1  Prologo

I cambiamenti prodotti dagli ultimi 250 anni di rivoluzione industriale non possono essere riassunti dalla categoria del “progresso”, si tratta di una vera e propria rottura, con un prima e un dopo simile per radicalità al passaggio dal paleolitico al neolitico. Leggere questo cambio d’epoca attraverso lo sviluppo del progresso materiale è l’errore più comune di tante analisi tuttora parte preponderante del mainstream, più corretto sarebbe considerarlo invece come l’effetto del nucleo di idee che hanno fatto della libertà individuale il tratto centrale del percorso esistenziale di ognuno. Attorno al concetto di liberalismo è cresciuto il movimento culturale e filosofico che ha guidato questa rottura con il passato, attraverso la creazione in ogni ambito del nostro vivere di un diverso rapporto con il termine libertà. Mentre la maggiore libertà politica espressa seppur con tante sfumature nelle liberaldemocrazie hanno trasformato il rapporto da: suddito – sovrano a cittadino – eletto, allo stesso modo la maggiore libertà economica mediante l’avvento dell’economia di mercato hanno condotto le dinamiche nella creazione di beni e servizi dal coatto: servo – padrone al libero contratto lavoratore – imprenditore. Lo stesso è avvenuto nell’ambito della sfera spirituale: morale, religione, un tempo sinonimi di eteronomi sistemi ereditati dalla tradizione, ora sono diventati il risultato di un autonomo percorso esistenziale. Questa è la base su cui e cresciuto un ethos quotidiano fatto di “milioni di ribellioni”, per dirla con Deirdre McCloskey e la sua monumentale trilogia sull’età borghese, unica giustificazione ragionevole allo straordinario incremento di ricchezza pro-capite, per millenni ferma a 3 dollari al giorno fatto salve pochissime eccezioni, passata in duecento cinquant’anni ai 30 dollari dei paesi in via di sviluppo per arrivare ai 100 delle economie più avanzate. Attenzione ai numeri, parliamo di un incremento percentuale che va dal 2,700 al 10,000 per cento. Non meno dirompente è stato l’incremento della popolazione passata dai 700 milioni di fine Settecento ai 7 miliardi attuali, lo stesso dicasi per la speranza di vita media: dai circa 30 anni accertati in tutte le precedenti civiltà ha raggiunto in media i 70 anni attuali, per arrivare agli oltre 80 dei paesi più sviluppati. Sembrerebbe un successo senza diritto di replica e invece la storia degli ultimi cent’anni ci ha insegnato che non è così. Perché il liberalismo prima attraverso i nazionalismi poi con l’avvento dei totalitarismi e i due conflitti mondiali successivi è andato in crisi? Perché nonostante quella lezione sperimentata nella prima metà del Novecento il cosiddetto neoliberalismo, cresciuto nel secondo dopoguerra, è di nuovo duramente contestato dopo la crisi economica del 2008? Questi sono i quesiti a cui cerca di dar risposta la prima parte del presente saggio.

 

1.2  Quid est libertas

L’antico adagio tot capita tot sententiae conosce poche eccezioni, tra queste senza dubbio l’unanime assenso al quesito: ami la libertà? Tuttavia, la storia insegna che in alcuni grandi crocevia una parte, magari lastricando i propri proclami di buone intenzioni, si organizza per sopprimerla. Evidentemente, e non potrebbe essere altrimenti, dietro quell’unanimità c’è un profondo malinteso su cosa significhi essere libero. Tra chi di fronte al medesimo istinto, la fame, lo soddisfa immediatamente mangiando il cibo offerto da qualcuno o sottratto a qualcun altro, e chi se lo procura cucinandolo o risparmiando il denaro sufficiente per comprarselo, certo si arriva al medesimo risultato ma per due vie opposte: la prima apparentemente libera ci conduce alla schiavitù, la seconda piena di regole e obblighi alla libertà. Mentre la sensazione di libertà associata all’azione che soddisfa immediatamente l’istinto non ci sottrae per nulla dalla sua dipendenza anzi la rafforza, questa è l’eziologia di tante patologie moderne: dal gioco, all’obesità, alle droghe, alla pornografia e potremmo continuare. Viceversa, chi elabora mezzi sempre più sofisticati per soddisfare l’istinto senza pretendere di sopprimerlo, lo domina nella misura in cui lo trasforma in qualcosa di socialmente apprezzato, non meravigliamoci se dietro l’opera d’arte c’è la vanità dell’artista o nel genio politico la smisura ambizione dell’uomo. A costo di far storcere il naso ai benpensanti, è mia convinzione essere quei presunti “egoismi” doni di maggior valore rispetto a un seppur qualunque altro apprezzabile atto di generosità, proprio perché più sinceri e profondi conducono a fare i conti fino in fondo con ciò che veramente si vuole, compreso soprattutto i mezzi necessari per raggiungere quanto si desidera. Affinché la libertà non sia illusoria e momentanea deve sempre partire dal liberarci dalla schiavitù dei nostri istinti, non ovviamente sopprimendoli, l’ascetismo è qualità divina non umana, ma guidandoli verso un percorso di soddisfazione costruito da noi più o meno elaborato il cui primo atto è di sottrarci a questi per un certo tempo, questa sospensione non sopprime l’istinto ce lo ripresenta nella veste di problema. Ecco una prima scoperta degna di menzione: la libertà è una peculiarità della sola natura umana ed è una conquista che si acquisisce nel tempo e non senza un certo sforzo; un bambino che appaga i propri istinti attraverso l’aiuto dei genitori si “libera” da questi solo nel primo senso, mangia solo dopo che i genitori gli hanno procurato il cibo e ne rimane dipendente. La prima qualità di un’azione libera non è il fine magari rafforzato dall’idea di “diritto”, ma la predisposizione attraverso un atto “intellettuale” dei mezzi per raggiungerlo. Non lasciamoci confondere dalle parole, è intellettuale ogni atto capace di rappresentare l’istinto che lo spinge ad agire, ossia a farlo diventare desiderio cosciente, Spinoza lo ha perfettamente sintetizzato nella sua Etica nel concetto di “cupiditas” ben distinto appunto dall’istinto vero e proprio che il filosofo riassume nella parola “conatus”, il primo è un atto che presuppone la consapevolezza di ciò che si desidera mentre il secondo è l’istinto meccanico verso ciò che appaga e così “libera” dal desiderio.  A fare da ponte tra l’istinto e l’intelletto razionale, a raccogliere e dare forma ai nostri desideri, è l’immaginazione, la quale non solo costituisce il pozzo da cui scaturiscono tutte le più disparate forme intellettuali, dalla poesia alla matematica, ma è anche la custode del tratto personale e unico di ogni esperienza esistenziale. Attraverso il potente filtro dell’immaginazione la mia azione – nella misura in cui cresce l’elaborazione e il numero di mezzi messi a disposizione per raggiungere il fine – trasforma quell’istinto sino a fargli assumere la forma di desiderio cosciente, poi via via diventa sempre più razionale a tal punto da essere sentita come un prodotto del proprio libero arbitrio. Mentre l’immaginazione rappresenta potremmo dire il carattere individuale, e laddove è larga cresce in originalità, il tratto peculiare della ragione è la sua totale provenienza e dipendenza dal contesto sociale in cui si sviluppa, essa è la storia delle relazioni che costruiamo con il nostro prossimo e il mondo che ci circonda, lo scopo di tale crescita è di procurarci i mezzi sempre più sofisticati ed elaborati per appagare quegli istinti animali che ci accomunano. Ed è a questo punto che la storia si complita: quei mezzi che allontanano almeno momentaneamente il godimento sono il frutto di sacrifici e leggi ai quali, si badi bene, ci atteniamo nella misura in cui le sentiamo come giusti e uguali.

Prima però di proseguire vale la pena di sottolineare come sia proprio quell’inestricabile legame, potremmo dire quella doppia identità capace di saldare insieme in modo inseparabile la nostra doppia natura: individuale e razionale, a produrre quell’apparente contraddizione tra l’interesse individuale e quello collettivo. L’uomo non è il kantiano “legno storto” in perenne conflitto con sé stesso, a differenza degli altri animali non trova in natura quanto gli serve guidato dagli istinti; egli se li procura sviluppando contemporaneamente: la coscienza di una propria individualità nell’interpretare attraverso l’immaginazione i propri istinti, da questo primo presupposto nasce il riconoscimento per analogia della stessa condizione in capo al prossimo e per esperienza la necessità di collaborare e non di confliggere con quest’ultimo per perseguire in modo più efficace i propri fini. Colei che tiene insieme i due corni del problema costruendo link si direbbe oggi col prossimo è la ragione appunto, così passiamo tutta la vita, usando la metafora di Popper, a risolvere problemi, o più prosaicamente a costruire trade-off equi col nostro prossimo. Viceversa volerli separare è sempre stato il fine ultimo dei demagoghi di ogni tempo: l’esaltazione del cieco egoismo violento da parte di Sorel incarnato dai fascismi ha fatto gli stessi danni dell’astratto altruismo dell’uomo nuovo tutto intelletto elaborato attraverso i piani del socialismo reale. Non solo la libertà ma anche la giustizia e l’uguaglianza sono sempre rivolte ai “mezzi”, qui si annida un altro tratto che accomuna i populisti e li rende così persuasivi: quel loro solleticare il comune sentire verso il “fine” con false promessa di “felicità” produce una propaganda tanto efficacie quanto ingannevole. Difatti, proprio la nostra natura individuale non può che riempire di contenuti e dare un senso alla parola felicità strettamente personale, ciò che ci accomuna è la propensione alla felicità da non confondere con la medesima. Si deve però imparare a guardare con meno disprezzo verso quelli che abbiamo definito populisti, il loro successo ha motivazioni profonde. Quella straordinaria conquista della coscienza sopra descritta che ci caratterizza come uomini si fa pagare cara, unici tra i viventi siamo in grado di rappresentarci la nostra morte e le infinite sofferenze di cui possiamo essere vittima noi e i nostri cari durante la vita. Qui sta il nocciolo della “ragionevolezza” del populismo, esso fa leva sulla necessità di credere a un futuro migliore imposto dalla nostra condizione esistenziale; la speranza, il sentimento religioso, non sono un’invenzione dei preti né monopolio delle religioni ma un sentimento umano fondamentale. Coltivare la fede nella vita, nel futuro, non è meno essenziale per preservarla dell’elaborazione di mezzi razionali volti a sopperire i bisogni materiali. Possiamo affermare in prima istanza che: una civiltà incapace di elaborare una vita spirituale all’altezza delle condizioni materiali raggiunte semplicemente decade, è stato vero per l’Impero Romano e lo sarà anche per la nostra moderna società, se non sapremo ripensare il senso del nostro stare insieme. Questa è la vera sfida da lanciare ai populisti, non le tirate moralistiche di una certa élite intellettuale engagé, men che meno il superbo razionalismo di un certo liberalismo in voga tra fine Ottocento ed inizio Novecento.

Ma torniamo dopo questa lunga parentesi alla giustizia e all’uguaglianza seguendone l’eziologia. La propensione ad essere liberi ci spinge ad incrementare le relazioni col prossimo, la ragione è il medium attraverso cui entriamo in relazione l’un l’altro, affinché questa prevalga sugli istinti egoistici che non dimentichiamo rimangono l’eterno pungolo della nostra natura animale, quelle relazioni devono essere sentite come giuste e uguali. Non c’è nulla di “naturale” in questo processo e men che meno sviluppandosi per prova ed errore vi è alcunché di divino, l’intera responsabilità ricade sulle nostre spalle solo l’esercizio ci abitua alla relazione, tante di queste diventano parte di un costume e una tradizione e col tempo sentite nell’astratta forma di legge. Giuste sono quelle leggi che favoriscono al massimo l’accesso e la creazione di mezzi materiali, che allargano il più possibile lo sviluppo e l’utilizzo dei più disparati talenti. Nelle società avanzate ci sono certamente investimenti collettivi fatti attraverso la raccolta di tasse che hanno sicuramente aumentato quei mezzi, pensiamo alla sicurezza e all’istruzione, la politica serve appunto per creare e dirigere il consenso necessario per predisporre obiettivi comuni, ma poi spetta all’economia verificare l’efficienza degli strumenti scelti e la sostenibilità degli investimenti necessari. Quando invece le tasse sono raccolte in nome della famosa quanto fumosa “giustizia sociale” senza tener conto del bilancio economico il risultato sicuro, dopo qualche tempo, è l’impoverimento collettivo. Non meno pericoloso è un certo economicismo in nome di un presunto e non meno falso “homo oeconomicus”, attento solo all’interesse immediato dei più facoltosi del momento, o intento a creare privilegi mediate la complicità dello stato usato per il proprio tornaconto e quello della burocrazia dei vari gruppi organizzati, insomma quello stato perverso che il grande Bastiat definì: “la grande finzione dove tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”, anche qui agisce quella stessa vista corta e si arriva al medesimo risultato economico fallimentare. Si tratta sempre a ben vedere di tenere insieme quella doppia natura che rimane un po’ il nostro marchio di fabbrica, l’uomo persegue sempre più efficacemente i propri fini individuali nella misura in cui impara a costruire collettivamente, e quindi tenendo insieme i fini di tutti o almeno del maggior numero, i mezzi necessari per raggiungerli. Lo stesso dicasi per l’uguaglianza, in natura non esiste una sola cosa uguale all’altra, tantomeno esistono uomini uguali, se non davanti alle leggi che loro stessi si danno per raggiungere più efficacemente il loro interesse. Pensare di livellare i singoli talenti ma anche le condizioni di partenza produce solo minor ricchezza per tutti, chi risparmierebbe più per sé e per i figli se sapesse esser vana quell’azione. Non fermiamoci al conto economico, le categorie dell’economia funzionano se sono in sintonia con il sentimento morale peculiare al senso del nostro esistere, noi non perseguiamo il “bene in sé”, chiamiamo “bene” tutto ciò che potenzia quella propensione originaria alla libertà che ci accomuna ognuno nel senso suddetto, intorno a cui come vedremo si forma il liberalismo. Al risparmio e alla competizione – ma lo vedremo meglio quando analizzeremo le singole categorie dell’economia politica – sono connaturati tanto la necessità di reprimere un istinto oggi per servirlo meglio domani che la costruzione di alleanze e regole per produrre mezzi migliori atti a servire meglio i fini umani; si sceglie quindi in termini morali un male minore oggi per un bene maggiore domani, ecco perché quei mezzi diventano la via per la libertà. Così la tanto disprezzata accumulazione di capitale e la sua capacità di produrre ricchezza attraverso l’economia di mercato, devono il loro successo proprio all’essere in sintonia con le più intime esigenze della natura umana, vale a dire, costruire alleanza con il nostro prossimo e quella strana cosa che ci circonda che per comodità chiamiamo natura, per perseguire in modo sempre più compiuto il nostro carattere umano di viventi: esistere. Per gli stessi motivi non si può livellare il ruolo esercitato nella vita di ognuno da quella che alcuni chiamano fortuna, altri caso, altri ancora provvidenza; certo è bene essere il più possibile previdenti, come ci dice la comune radice praevidere ossia vedere avanti, ma questo non ci deve portare a credere che saremo mai in grado di predire per intero il nostro destino. Proprio la confusione sulla vera natura della nostra libertà ha nutrito e nutre una vera schiera di nemici della libertà che hanno minato e continuano a mettere in pericolo lo straordinario sviluppo economico e sociale raggiunto dalla nostra epoca, prenderne coscienza è il primo atto necessario per preservarla, poi però occorre elaborare un nuovo comune sentire culturale capace di essere all’altezza della sfida tanto audace quanto eccitante chiamata modernità.

 

CAPITOLO SECONDO – LA LIBERTA’ SPIRITUALE E I SUOI NEMICI –

 

2.1 La tradizione e lo status

Ogni cambio d’epoca ha sempre coinciso con la messa in crisi dei valori tradizionali dalla cui più o meno lunga decadenza sorgeva un nuovo paradigma capace di stabilire una gerarchia di valori in sintonia col rinnovato spirito del tempo. A rendere la modernità così dirompente rispetto ad ogni epoca precedente non sono i nuovi valori ma la diversa produzione dei medesimi attraverso una mutata concezione del rapporto tra individuo, tradizione e status. Dalla Rivoluzione Francese fino ai giorni nostri si sono succedute generazioni il cui rapporto con la tradizione è oscillato: dalla volontà di farne tabula rasa al più retrivo conformismo, atteggiamenti entrambi solo in apparenza opposti. A ben vedere l’u-topos il non luogo, dell’immaginazione al potere sessantottina o del calendario de-cristianizzato dei giacobini non sono meno astratte di presunte millenarie tradizioni inventate dal Reich tedesco e dei tanti nazionalismi sempre prolifici in tema di “radici”. Entrambe per un verso rompono con la tradizione e propongono un’ideologia totalizzante in apparente sintonia col moderno individualismo, per poi riprenderne però di quelle tradizioni l’aspetto più retrivo: l’istituzione di una gerarchia ferrea e stabile mediante la geminazione di nuove formule di subordinazione tra individuo e potere. Certo magari i primi si presentano a parole estremamente libertari finanche libertini esaltando speranze prive di fondamento, per poi finire in non meno rigide gerarchie e status sociali predefiniti, i quali al contrario sono sin da subito ostentati dai nazionalismi di vario colore attraverso lo spregiudicato utilizzo delle paure collettive. Burocrazie partitiche, familismi, assieme alla cerchia delle mosche nocchiere delle immancabili presunte élite intellettuali, sono state la regola degli svariati movimenti di liberazione quanto delle reazioni identitarie succedutesi in questi duecentocinquant’anni cosi ben riassunti dalla tagliente ironia dell’Orwell di “Animal farm” tratto, si badi, che accomuna i totalitarismi di destra e di sinistra: “All animals are equal, but some animals are more equal then others”. La modernità è un’altra cosa, ognuno di noi è chiamato a farsi interprete durante il proprio percorso esistenziale del rapporto con la tradizione in cui, questo sì casuale, è stato gettato sin dalla nascita. La ricerca del senso del proprio vivere, la propria gerarchia di valori connaturata alle scelte a cui ogni giorno siamo chiamati non può essere lasciata in capo ai politici, ai filosofi o ai sacerdoti, certo ci si può avvalere di loro ma poi ognuno è chiamato a decidere per sé, a ben vedere tanto le reazioni che le rivoluzioni a cui sopra si accennava non sono che fughe dalle responsabilità verso cui come individui presto o tardi siamo chiamati a far fronte. Occorre però essere chiari, confondere la modernità con la liberazione da fedi e tradizioni è tanto velleitario come il rifugiarsi in miti e superstizioni del passato, ogni vita è un atto unico da interpretare attraverso un proprio personale percorso di valori e credenze connaturati alla singola situazione. La modernità chiede ad ognuno di abbandonare il rapporto fideistico e subordinato con la tradizione non per liberarsi delle radici ma per attingervi e nutrire la propria esistenza conferendole una natura personale, anche qui e sarà un leit motive, la libertà coincide con una ben maggiore responsabilità sulle spalle di ognuno. Bisogna quindi distinguere chi sono i veri “nemici” della libertà: ci sono quelli che non ce la fanno, che falliscono, da qui le fughe all’indietro e in avanti nell’u-topos sopra menzionato reazioni e rivoluzioni sociali sono sempre in rapporto causale, poi ci sono quelli che proprio sfruttando quel disagio contano di instaurare un nuovo ordine, per assumere posizioni di privilegio o magari per mantenere o ripristinare quelle avute in passato; i primi vanno supportati e incoraggiati i secondi smascherati e combattuti. I primi sono la moltitudine a volte ingannata altre volte semplicemente incapace di gestire il cambiamento insito in ogni tratto del vivere sociale e personale, questa sì vera cifra come vedremo della modernità, i secondi sono coloro che a vario titolo sfruttano questa debolezza, i professionisti del potere non della politica, possono venire da ogni ambito sociale e sono tenuti insieme dal solo desiderio di conquistarlo. Essere irrispettosi e sprezzanti verso le difficolta di chi fatica a far fronte agli oneri e alle responsabilità per essere liberi non solo è ingiusto ma costituisce il suicidio della stessa libertà, finisce per incoraggiare chi vorrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio reintroducendo gerarchie al cui fondamento sta sempre la sopraffazione. Contrariamente a quanto recita un certo liberismo di maniera, la modernità non richiede di abbandonare la solidarietà ma di ripensarla: né compassionevole né classista. Aiutare le persone mediante il supporto economico creando un rapporto di dipendenza, magari ghettizzandole, non è meno deleterio che abbandonarle al loro destino. Allo stesso modo, affinché l’aiuto non diventi oggetto di divisione sociale, il supporto deve sempre essere volto a favorire l’autonomia e la responsabilità dell’individuo, i bravi genitori mentre accudiscono amorevolmente i loro figli forniscono loro anche strumenti e mezzi per renderli, in un tempo dettato dal contesto, autonomi. Non c’è una formula magica per fare i genitori come non c’è per creare una società coesa di individui liberi. Spesso nelle discussioni di economia ci si attarda su presunti assiomi ad esempio più stato o più mercato, in politica sulle diverse architetture istituzionali, sono tutte cose importanti ma vanno giudicate solo a posteriori dal grado di autonomia e libertà individuale che incoraggiano e favoriscono in quel contesto sociale. L’uomo moderno – assieme ai cambiamenti introdotti nella vita materiale dalla rivoluzione industriale – ha visto completamente stravolto anche la propria vita spirituale; i primi sono l’effetto della seconda, a cambiare è il nostro rapporto con le idee, le ambizioni che le supportano e i modi per attuarle. Se per un verso ogni dimensione trascendente appare preclusa all’immaginario dei più, al contempo l’immanente deve riempirsi di significato, di senso, il qui ed ora ci rende attivi e frenetici come non mai e non si tratta della vecchia hybris prometeica, ma di una maggior consapevolezza del carattere finito e unico del proprio esistere che ci porta, per dirla con un’espressione biblica: alla ricerca di una maggiore “pienezza dei tempi”. Due sono gli ambiti spirituali che hanno riqualificato e profondamente mutato l’uomo moderno: la sua natura di homo agens e quella di homo sapiens. L’uomo che ripensa attraverso il proprio percorso esistenziale, riflette e rivisita in modo attivo i propri costumi, le proprie tradizioni e le proprie abitudini conferendo loro un senso morale affine alla propria peculiare individualità, non è un creatore piuttosto direbbe Nietzsche vive per esperimento. Prova e sbaglia poi riflette sui propri errori e li corregge. Non possiamo su questo punto omettere il giusto omaggio a Karl R. Popper, con la sua epistemologia non solo ha rinnovato il modo di intendere le scoperte scientifiche salde nella misura in cui resistono alla confutazione, conservando la tensione verso un fine sempre più alto senza però cadere vittima dell’illusoria quanto totalizzante ideologia positivista. Questo modo di intendere il nuovo ha altresì soprattutto offerto a tutti noi il giusto modo di affrontare ognuno la vita di tutti giorni; i fallimenti, gli errori, gli scorni, che costellano la vita di ognuno in una società aperta sono altrettante occasioni di riscatto e non di vergogna, ognuno si prepara al meglio per vincere sapendo che la vittoria presuppone – assieme alla dedizione e al sacrificio volto al futuro – l’analisi e il ripensamento di quanto si è sperimentato in passato. Non si tratta più di seguire un modello idealizzato spesso irraggiungibile e pertanto oggetto di frustrazione, ma di costruire attraverso il confronto col passato e con il prossimo il proprio modo d’essere nel presente. Questo ruolo agente posto in carico ad ognuno è la causa dell’abbandono di riti e consuetudini collettive tanto laiche che religiose perché sentite come estranee e alienanti. Le chiese vuote come le sempre più deserte feste laiche sono un monito desolante in tal senso dei nostri tempi, eppure a ben vedere non fanno venir meno il sentimento religioso o il desiderio di socialità, anzi, rappresentano piuttosto il rifiuto del carattere passivo insito in quel modello tradizionale. Tant’è difatti che contemporaneamente assistiamo all’esplosione dei social, sembra un paradosso: le più grandi fortune finanziarie dei nostri giorni ruotano intorno al desiderio di socialità, alla spinta verso una sempre più integrante e intrigante connessione. Certo il fenomeno ha ancora una natura caotica e a volte assume caratteri regressivi e kitch tali da far rimpiangere quelle tradizioni, ma siamo solo all’inizio di una rivoluzione che segnerà la ricostruzione attiva della vita spirituale in termini personali. La stessa cura del proprio corpo, l’affinamento del gusto, certo a volte assume la forma parossistica di corpi completamente tatuati o di un affettato giovanilismo, non di rado però sono la cosciente rappresentazione di percorsi culturali originali capaci di conferire pienezza e significato ad ogni fase della vita, compreso ad età a lungo in passato lasciate ai margini. La natura agente sempre più preponderante fa il palio con il profondo mutamento della nostra natura pensante. Per millenni il rapporto con le nostre idee ha avuto la forma del catalogo, più o meno ricco più o meno ordinato, magari frutto di un particolare punto di vista da cui tutto il resto viene ripensato dove ovviamente primeggia lo specialista, il filosofo, ma anche il pastore di anime; non di rado questa visione ha creato una vera discrasia con l’esistenza concreta, pensiamo al continuo risorgere di ideali ascetici, ma si pensi anche alla psicanalisi e alle tante patologie nervose dell’uomo contemporaneo. Ad essere caduto in disuso non è la passione per le idee né il confronto e la competizione con quelle altrui, ma quel carattere astratto e separato del sapere dalla vita concreta, dalle passioni e i desideri che sempre stanno dietro ad ogni conoscenza, questa necessità del dato reale non si contrappone alle idee ma le nobilita, le elabora, le raffina senza negarle, in buona sostanza le rende appieno umane e non posizionate in un “iperuranio”, come voleva Platone e tutto l’idealismo che ha lui si richiama, contemplabili dal solo filosofo. Così, mentre sempre meno il dibattito filosofico si appassiona a discussioni e confronti sulle idee separate dall’esistenza e dalla vita quotidiana regno delle élite intellettuali, cresce al contempo la domanda e l’interesse da parte di tanti neofiti verso la filosofia e la religione come strumenti per la ricerca di chiavi capaci di conferire un senso più profondo alla propria esistenza, con buona pace delle élite custodi “del sapere” che, come vedremo, proprio per questa loro messa ai margini sono sempre più tentate di associarsi a supporto delle varie forme di regresso dalla modernità. Rifiutare l’idea di un modello precostituito ereditato dal passato certo complica la vita, ma la libera anche da astratti concetti sulla verità, sul bene, sulla giustizia, i quali invece sono in bocca ai veri nemici della libertà e sempre causa di ipocrisie e false coscienze. Non si intende concedere nulla ad alcun relativismo amorale come una certa critica retriva a voluto far credere, l’atteggiamento altresì è il seguente: sono così convinto della giustezza o della verità dei miei comportamenti tanto da rivendicarli ed espormi alla critica dell’altro, finanche a rivedere le mie posizioni se trovo quelle altrui più convincenti. Non nego la verità anzi la sua ricerca diventa parte della mia vita, né il desiderio personale di essere proprio io ad essermi avvicinato di più ad essa, rifiuto invece l’idea che qualcuno l’abbia stabilita una volta per tutte, magari ammantandola di un presunto quanto ipocrita “disinteresse” o di fondamenti “oggettivi”, non meno falsi delle auctoritates che in passato hanno spesso portato più a sedare dubbi che a trovare risposte. In tal senso l’etimo del termine greco verità: a-letheia – dis-velamento – cruccio di tante riflessioni filosofiche, era sin da allora perfettamente significante; il fatto è che questa, un po’ come il principio di non contraddizione, sfugge maggiormente a chi la osserva da vicino e la vuole possedere per diventarne l’unico custode e magari incassarne le royalties. Si tratta di cambiare la prospettiva, potremmo riassumere nei termini seguenti il cambio di paradigma filosofico: mentre la tradizione da Parmenide in poi, partendo proprio dall’”essere che è e non può non essere” coniugato dall’eleate, ha ricercato lungo la straordinaria tradizione filosofica occidentale – dal mondo dietro al mondo rappresentato dalle idee platoniche fino alla filosofia della storia hegeliana – un modo per fissare il carattere eterno e immutabile dell’essere; la modernità ha posto a proprio fondamento il mutamento quale paradigma dell’essere, affinché l’esistenza non in generale ma ogni singola esistenza, venga eletta a testimonianza degli infiniti modi di attuazione dell’essere. Così potremmo ridefinire la spiritualità moderna: sperimentare, contaminarsi, interrogare il passato senza porlo su un piedistallo, essere indulgenti verso gli errori nella misura in cui si è disposto a cambiare e a correggersi, sono tutti sinonimo di modernità. E’ una via dura, tortuosa e irta di ostacoli, proprio per questo occuparsi dei tanti che possono avere difficoltà nel loro percorso esistenziale è eminentemente moderno nella misura in cui i modi di costruzione della solidarietà non mettano in pericolo il paradigma su cui si regge la medesima modernità, riassumibile nei termini di: mobilità, mutamento. Lo stato sociale è una costruzione esclusivamente moderna, in altre epoche della storia non è mai stato neanche abbozzato perché mancava l’orizzonte intellettuale anche solo per pensarlo. I legami di un tempo che in prima istanza sembrerebbero il modello su cui costruire lo stato sociale, come: la famiglia, il vicinato, i legami di sangue, hanno a ben vedere una funzione opposta. Mentre il primo nasce per favorire il cambiamento, i secondi dirigevano l’aiuto solo esclusivamente verso coloro i quali attraverso il loro comportamento di più contribuivano a mantenere lo status quo, erano in buona sostanza una forma di controllo e limitazione del potere in capo all’individuo. La crisi dello stato sociale – ma ne parleremo più diffusamente quando ci occuperemo dei nemici della libertà politica ed economica – è diventato un impedimento alla modernità solo quando e nella misura in cui ha voluto riprodurre al suo interno le vecchie gerarchie e i vecchi privilegi insiti nel concetto di status. Come vedremo, lo stato sociale nato per navigare nel mare tempestoso della modernità, in una sorta di eterogenesi dei fini, è diventato il cavallo di Troia di chi approfitta delle debolezze altrui per cercare di ripristinare vecchi privilegi. Le vecchie élite, pensiamo a Bismarck, hanno fuso la superiorità dei valori “aristocratici” con uno stato sociale compassionevole, così l’“u-topos” reazionario ha riconquistato il potere. Mentre le nuove élite hanno cavalcato l’”u-topos” rivoluzionario mediante la “giustizia sociale” socialista producendo nuove forme di status, nuove gerarchie, impegnate nella conquistare del potere senza esclusione di mezzi. Entrambe si sono avvalse per quel fine sempre di un gruppo di “scribacchini professionisti” mascherati da intellettuali esperti nel produrre ideologie per le masse. Il canovaccio è ogni volta il medesimo: sempre pronti a rispolverare il mito di un’età dell’oro, della “natura” incontaminata a cui ritornare, o la fissità di valori e di idee ma solo, si badi bene, se lasciate alla cura dei vari sacerdoti tanto laici quanto religiosi. Non meno fumosa e pertanto accattivante verso l’occhio dei più è la ricerca di punti fermi assoluti o di interpretazioni storiciste che confermino i medesimi; in buona sostanza: un mondo fatto di essenze, “puro per i puri”, sempre “altro” da quella cosa contraddittoria che ci costringe a sporcarci le mani chiamata vita. Lo schema ha pressappoco il seguente andamento: dove c’è un gregge serve un pastore come pure i cani da guardia, ma perché il potere duri e si consolidi ancor più essenziale è il consenso da raccogliere intorno a una ideologia totalizzante. Così la costruzione di ideologie accattivanti da parte dei numerosi “venditori di pensiero di seconda mano” come li chiamava F. von Hayek, non sono solo la ciliegina sulla torta o il fiocco che abbellisce il pacco, magari appaiono per ultime nella confezione del “sistema”, tuttavia queste ideologie costituiscono sin da subito la parte più importate di chi si organizza per conquistare il potere. L’uomo agisce e pensa all’unisono non si tratta di censurare idee o ideologie né di instaurare un tribunale che separi le giuste da quelle sbagliate, l’errore come abbiamo visto è un’opportunità, il punto cruciale sta nel bandire l’intolleranza insita nel legame che inevitabilmente quelle idee instaurano col potere. Non possiamo neppure chiedere all’intellettuale di non essere portatore di una propria visione o di parteggiare per ciò in cui crede, a rendere l’intellettuale un cattivo maestro è la convinzione di essere portatore di verità assolute, quando l’ideologia assume questa forma le idee altrui diventano nemici da combattere senza esclusione di colpi. E’ difficile sottrarsi al fascino di Platone, di Hegel o di Marx rileva Popper ne: “La società aperta e i suoi nemici”, che potenza di pensiero che larghezza, tutte accomunate però da quell’unico vizio. Ben più pericolosi però dei “cattivi maestri” sono gli epigoni che a loro si rifanno, non solo per la mancanza di quelle virtù intellettuali che hanno fatto grandi i primi, ma perché ogni epigono sistematicamente sopperisce alla propria pochezza legandosi mani e piedi al potere politico di turno, così acquisisce il suo status di portatori del verbo. Possiamo così stabilire un paradigma per smascherare i nemici della moderna libertà spirituale: i cattivi maestri nascondono dietro la forza e la vastità del loro pensiero l’incapacità di tollerare il pensiero dell’altro tant’è che ognuno di questi sempre nei modi più fantasiosi costruisce il suo sistema inglobando e reinterpretando chi lo ha preceduto e lo chiama “vero”. Viceversa gli epigoni celano nel disinteresse e nella bonomia dei loro scritti la lotta per il potere e per il privilegio personale, i primi si vincono col pensiero costringendoli al confronto, dei secondi invece vanno smascherate le vere intenzioni mediante la politica e riportati a misura della piccineria che li anima.

 

2.2 Contratto e soggettività del valore

Se la tradizione e lo status costituivano l’alfa omega che regolavano le relazioni e definivano i valori tra individui nel passato in un mondo per così dire “dato una volta per tutte”, la modernità lo ripetiamo ha nel mutamento la sua quintessenza, ognuno in un mondo che cambia è chiamato a costruire il proprio tratto individuale. Il contratto nel senso più largo del termine è il mezzo attraverso cui ognuno cerca di dar forma alla propria individualità. La differenziazione è insita nello strumento stesso, ogni singolo contraente valuta seguendo il proprio peculiare punto di vista e le fluttuazioni che questo assume durante la propria vita. C’è sempre una sola convinzione dietro ogni libero contratto: ogni parte è convinta di ricevere più di quel che dà attraverso la relazione con l’altro, vale a dire concentra nel contratto i bisogni le attitudini della propria condizione individuale valutati di maggior valore in cambio di quelli sentiti in quel momento come meno importanti. Parlare di contratto e di valore potrebbe indurre a ridurre il problema a tecnicismi giuridici o politico economici o al non meno fuorviante “contratto sociale” di Rousseau, in realtà la questione è eminentemente spirituale. F. Nietzsche in un passo del “Così parlò Zarathustra” ne coglie appieno l’essenziale:

“Per conservarsi, l’uomo fu il primo a porre valori nelle cose, – per primo egli creò un senso alle cose, un senso umano! Perciò si chiama ‘uomo’, cioè colui che valuta. Valutare è creare: udite creatori! Valutare è di per sé il tesoro e il gioiello di tutte le cose valutate. Solo valutando egli conferisce valore: e senza di ciò la noce dell’esistenza sarebbe vuota. Udite, creatori! Mutamento dei valori – è mutamento dei creatori. Sempre distrugge chi è costretto a creare. Dapprima furono creatori i popoli, e solo in seguito gli individui; in verità l’individuo stesso è la creazione più recente. I popoli affissero un tempo su di sé una tavola del bene. L’amore che vuole dominare e l’amore che vuole obbedire crearono insieme, per sé, questa tavola. Il piacere di essere gregge è più antico del piacere di essere io: e finché la buona coscienza si chiama gregge, solo la cattiva coscienza dice: io. In verità, l’io astuto, senza amore, l’io che vuole il suo utile nell’utile di molti: questa non è l’origine del gregge, bensì la sua fine.”… e prosegue “Voi vi affollate ancora intorno al prossimo e avete belle parole per questo vostro affollarvi. Ma io vi dico: il vostro amore per il prossimo è il vostro cattivo amore per voi stessi. Voi fuggite verso il prossimo fuggendo voi stessi, e di ciò vorreste fare una virtù: mai io leggo dentro il vostro ‘disinteresse’. Il tu è più antico dell’io; il tu è stato santificato, ma non ancora l’io: così l’uomo accorre ad affollarsi attorno al prossimo.”

La coscienza è il luogo intorno a cui si forma la nostra personalità, l’altro è la pietra di paragone tanto per identificazione che per distinzione, anche l’azione più altruistica è finalizzata a rafforzare il proprio sentimento di sé, a volte quel sentimento sbaglia e fa il proprio male, quel tratto finalistico dell’agire non il risultato rende sempre l’azione razionale, anche i pazzi e i delinquenti lo sono la nostra azione è razionale dirà Mises perché persegue sempre un fine individuale di miglioramento e rafforzamento della propria condizione. Non solo i cultori del “prossimo” del “disinteresse” tacciando l’io di egoismo inquinano la coscienza la fanno diventare “cattiva”, ma così facendo non si rendono conto che ne offuscano il carattere più eminente. La coscienza abbiamo visto possiede il suo tratto preminente nella relazione, gli infiniti ponti costruiti da questa danno al valore un tratto soggettivo, così quell’aver rotto ogni limite alla creazione del valore rende il percorso esistenziale di ogni coscienza “singolare”. In luogo dei tanti “tu devi”, che affollano la nostra vita: abitudini, tradizione, morale ect. questi fanno i conti con l’io di ogni singola esistenza; così prende piede la consapevolezza di essere l’artefice delle proprie relazioni da cui scaturisce un: “io sono”, certo espressione di una comunità, di un tempo, ma anche insopprimibile risultato della propria personale circostanza dirà Ortega y Gasset. Questo essere un doppio, un specchio deformato dalla propria soggettività, che muta ad ogni momento e ci rende apprensivi trova la sua stabilità attraverso l’utilizzo di concetti generali che vorremmo oggettivi e misurabili quali: “mondo”, “natura” o qualificati con altri mille nomi, tutti accomunati dallo stare fuori dall’io e per questo essere “altro” determinarlo, è l’essenza della coscienza ed è anche ciò che ci definisce e differenzia come specie. Il “Mensch” dirà Nietzsche si è chiamato col carattere che meglio lo qualifica, colui che misura, ogni atto, se non è semplice istinto animali, assume la peculiarità di azione umana quando diventa cosciente, ossia risultato di una valutazione singolare. Occorre però prestare attenzione al processo di formazione della coscienza, in particolare all’osservazione di Nietzsche “l’io è più antico del tu”: il tu è il gregge e il pastore, il tu è dio e la sua tavola dei valori, il tu è la natura e le sue leggi, il tu in ultima analisi fino a quando è posto fuori dalla coscienza è il limite, nel momento in cui vi entra diventa relazione illimitata. La modernità sta proprio nell’aver accolto appieno questo infinito movimento di allargamento di ogni singola coscienza, certo per un verso limitata dalla durata in cui è inesorabilmente racchiusa ogni vita, purtuttavia impegnata fino all’ultimo respiro a costruire intorno a sé un mondo di relazioni di senso che alla fine del percorso esistenziale coinciderà con la piena espressione di ogni singola personalità. Il liberalismo ha proprio nel passaggio da una morale eteronoma e definita dalla tradizione ad una morale autonoma quale risultato di ogni singolo percorso esistenziale, uno dei sui tratti qualificanti. A questo punto è chiaro anche cos’è antico: ogni tentativo di ricostruire un rapporto volto a definire i limiti dell’io, dove la coscienza ritorni ad essere subordinata ad un “tu”, che ne circoscriva e diriga il campo di relazioni possibili, in quanto “altro” verso cui ogni rapporto non può che essere di sudditanza. Poco importa che questo “tu” si chiami dio, stato, morale, natura, la dinamica si fa per dire è sempre la stessa: dal movimento che anima incessantemente la coscienza moderna si passa ad una nostalgia per un “altrove” che invece tende alla stabilità, alla quiete, agognata proprio perché estranea alla vita e al suo intimo affanno. Onde evitare facili fraintendimenti vale la pena di approfondire il senso dell’espressione nietzscheana “valutare è creare”; l’io non è dio non crea dal nulla come vorrebbe chi ci crede, l’io misura: ossia quantifica vale a dire valuta ciò che è “altro” in relazione a sé stesso. Facciamo attenzione a questo passaggio, chiedendo aiuto alla rivoluzione marginalista che in economia meglio che in tutte le altre scienze sociali ha colto questo intreccio. Quando io dico che nella mia scala di valori il pane vale ad esempio 13 e le sigarette 10 creo una relazione che per un verso oggettiva il mio giudizio, nel senso che quantificandolo lo rendo paragonabile a quello del prossimo e mettendolo in una scala ordinale posso arrivare a definire attraverso una media un prezzo. Tuttavia, quel giudizio non perde nulla della propria soggettività e arbitrarietà, oggi ho posto al pane il valore di 13, domani, magari perché sazio, il cardine che definisce il rapporto tra me e il pane diventa 9 mentre le sigarette rimangono a 10, come la mia valutazione allo stesso modo muta quella di altri individui e così di seguito il numero ordinale che raccoglie e compare le diverse singole valutazioni si oggettiva in un prezzo diverso dal precedente espressione di quel singolo momento in quel particolare luogo. La rivoluzione marginalista non è che l’espressione economica del primordiale processo di formazione della coscienza, esprime quella stessa duplicità: essa è contemporaneamente cardine perché rappresenta un punto di vista soggettivo, ma al contempo è ordine perché sottoposta ai limiti e alla comparazione con l’altro da sé, ed in questo senso la relazione non può che concretizzarsi latu sensu nella forma del contratto più sopra descritto, capace di fotografare per un momento una situazione perennemente fluida e dinamica. La coscienza abbiamo visto prende forma nella misura in cui si differenzia dall’altro, l’individualità ne è il risultato, qual è il limite? Il riconoscimento della stessa qualità in capo all’altro, qui sta la fonte di ogni uguaglianza e anche di ogni perversione egualitaria. Questa è anche l’unica vera fonte del diritto moderno, nessun giusnaturalismo di presunti quanto vaghi diritti naturali né diritto positivo creato ex nihilo, solo le leggi che affermano e rafforzano il nostro essere tutti individui singoli impegnati ad affermare la singolarità della propria esistenza ci rende uguali davanti alla legge. Certo, pochi di noi sono destinati a diventare grandi individualità, queste non sono un’invenzione della modernità, sempre sono esistite le grandi personalità, le eccezioni capaci di uscire dal coro e di modificare con la loro opera il paradigma di un’epoca nell’ambito in cui operano. La vera differenza col passato: è che questo sentimento di dover essere prima individuo impegnato nella costruzione di una propria coscienza individuale e poi parte di una tradizione, di un’epoca e di un luogo, ci accomuna tutti. Solo pochi si eleveranno a paradigma ma tutti ci sentiamo impegnati a diventare individui; la specie, per rimanere a Nietzsche, il filosofo che più a fondo ha indagato queste dinamiche, è semplicemente un mezzo il fine è sempre il singolo. Passare dalla società dello status dove ognuno appartiene a un “tu devi” definito e con cura delimitato a cui ci si può adeguare in modo più o meno efficiente, alla società del contratto dove ogni io continuamente e contemporaneamente si distingue e si intreccia con l’altro in un equilibrio perennemente precario, significa ridefinire le istituzioni collettive, le quali, non solo non devono contrapporsi al carattere preminentemente individuale dell’esistenza bensì devono incoraggiarlo, affinché il cambiamento, la contendibilità del valore e delle gerarchie sociali, diventino la regola non l’eccezione. Con essa crescono anche i sentimenti di paura, vergogna e invidia per il timore di fallire o perché non ci si sente adeguati a gestire il cambiamento; questi sono il vero carburante di tante reazioni in nome degli “antichi valori” o delle rivoluzioni all’insegna della “giustizia sociale” tutte apparentemente ammantate di belle promesse all’insegna dell’altruismo. Così i nemici della libertà portano la battaglia sul terreno della politica e dell’economia, anche lì occorrerà con pazienza separare il grano dal loglio.

CAPITOLO TERZO – LA LIBERTA’ POLITICA E I SUOI NEMICI –

 

3.1 Le funzioni della politica nella società liberaldemocratica

L’uomo diventa zoon politikon non per scelta ma per necessità. L’inadeguatezza a sopravvivere affidandosi solo agli istinti come fanno il resto dei viventi viene compensata dalla capacità di ritirarsi nel pensiero in quello che abbiamo visto essere uno specchio seppur personalissimo del “mondo”, la coscienza, per costruire un proprio habitat retto su una sempre più complessa e articolata rete di relazioni con il prossimo. C’è però modo e modo per farlo. Fino all’avvento del liberalismo il fine di ogni politica era la costruzione da parte di una minoranza più o meno ampia di una qualche forma di istituzione centralizzata – definita nei secoli in vario modo – tutte però accomunate dalla capacità di assolvere ai compiti ritenuti da quella minoranza meritevoli di una concentrazione collettiva del potere nei modi e nelle forme consoni agli interessi rappresentati. La stessa costruzione del consenso, giustamente da Hume ritenuta condizione necessaria al permanere nel tempo di qualsiasi istituzione collettiva, era tutta rivolta al rafforzamento di quel potere centralizzato. Il liberalismo ribalta i termini del problema, prima una lunga maturazione spirituale che ha reso sempre più autonomo e responsabile l’individuo verso i vincoli collettivi, poi la “scoperta” certificata dall’esperienza dell’incomparabile superiorità ed efficienza politica e come vedremo anche economica di istituzioni capaci di raccogliere e rappresentare seppur in modo mediato potenzialmente le istanze di ogni individuo, hanno posto le basi per un cambiamento radicale del fine dell’azione politica. Così la politica – da collettore e gestore di un potere fornito da una minoranza magari determinatissima, ma separata però dal resto se non per quel tanto che basta a non permettere la formazione di un potere in grado di surclassarla – diventa azione volta a rendere possibile la formazione e l’espressione della libertà individuale, nel senso sopra definito in termini di limiti e responsabilità, estremamente capace di mobilitare intorno a questo comune sentire forze politiche ed economiche magari meno coese ma incomparabilmente più grandi e potenti rispetto al passato. E’ bene prendere coscienza del cambio radicale di prospettiva, ogni forma di precedente elaborazione politica – dalla democrazia atenese all’assolutismo del Re Sole – definiva a priori ed in modo assoluto chi poteva accedere alla formazione e alla gestione del potere e chi ne era per sempre escluso. La razza, il censo, il sangue, le caste, sono costruzioni concettuali volte a separare e limitare al minimo la contaminazione tra i diversi ceppi di una comunità, la selezione avviene in modo pressoché totale sin dalla nascita, questo faceva sì che le classi sociali lasciate ai margini dal potere non sentissero verso questa esclusione alcuna forma di ingiustizia, le loro erano per così dire vite parallele condotte in mondi privi di un reale contatto. Un autocrate salito al potere per successione capace di assolvere ai bisogni economici della sua corte e alla difesa dei confini per mezzo di una limitata tassazione, era percepito dal suo popolo come una guida liberale e benevola non certo come un tiranno. In una liberal-democrazia sono gli individui tutti, senza alcuna possibilità di limitazione, non i governanti di turno o l’entità collettiva prescelta all’esercizio del potere, che godono incondizionatamente di alcuni diritti inalienabili capaci di garantire ad ognuno la libera partecipazione alla vita democratica nei diversi gradi di rappresentanza secondo la propria sensibilità e propensione. La costruzione del consenso intorno alle istituzioni democratiche – quando non è pervertita da fini che come vedremo tendono a snaturarne la funzione – è volta a rafforzare e proteggere il ruolo politico dei cittadini nonché a limitare la possibile invadenza delle medesime istituzioni nella vita di ognuno. Ovviamente le condizioni di realizzo di questa partecipazione varia enormemente in funzione dell’estensione di quei diritti e dall’efficienza delle istituzioni preposte al funzionamento della macchina democratica, quello che in questa sede preme mettere a fuoco non sono le proposte di miglioramento ed estensione del modello liberaldemocratico, ma i pericoli di regresso di quel modello a forme di organizzazione politica del passato. Peggio ancora, come abbiamo imparato a conoscere dalla storia recente, il pericolo maggiore viene dalla formazione di sistemi capaci di unire: l’efficienza delle democrazie moderne nel produrre alta concentrazione di potere politico ed economico e le più bieche e spietate forme di autoritarismo ereditate dal passato, modello conosciuto e descritto il secolo scorso attraverso la categoria del totalitarismo.

Perché uno stato liberaldemocratico permanga e si rafforzi vi sono alcuni punti non negoziabili da mantenere: a) la separazione dei poteri dello stato attraverso la divisione dei primi e la limitazione di ogni iniziativa di quest’ultimo volta a mettere in discussione i diritti individuali; la Costituzione e il governo della legge sono i consueti mezzi volti a tal fine. Lo scatto in avanti dell’Occidente degli ultimi trecento anni non è certo dovuto alla superiorità di mezzi o tradizioni culturali men che meno razziali, ma dall’aver spostato il potere che determina l’azione collettiva dallo stato alla singola persona, le lotte contro la pervasività della religione e dello stato assoluto nella vita degli individui ne sono state il prodomo. b) L’espressione dei poteri dello stato attraverso forme di rappresentanza che permettano ad ogni singola individualità di pesare allo stesso modo nel gioco democratico, dove il grado di partecipazione varia in funzione della distanza tra rappresentati e rappresentanti, più diretta se è locale più indiretta se generale. Certo la gestione del potere con forme più o meno estese di partecipazione democratica non è né il modo più veloce né il meno dispendioso per la formazione della decisione, rimane però l’unico in grado di garantire pari dignità ad ognuno. c) Il passaggio dei poteri dello stato deve avvenire prevedendo forme pacifiche e ben definite. Sembra banale ma la tentazione di alterare le regole del gioco – si badi bene sempre supportato a parole da nobili fini – per consentire al potente di turno di conservare o tramandare quel potere che i cittadini gli hanno affidato in via temporanea, rimane lo sport preferito di gran parte del ceto politico senza distinzione di colore. Affidarsi alla sola buona volontà dei singoli è mera illusione. Popper sintetizza perfettamente la questione nella seguente formula: “il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”.

3.2 I nemici della Liberaldemocrazia

I nemici della liberaldemocrazia sono sempre gli amici del grande stato. Con questo non si intende porgere il fianco ad alcuna delle astratte teorie anarcoidi o fobie verso ogni forma di stato che vada oltre la funzione di guardiano notturno, il punto è il tentativo e la tentazione perenne di gruppi organizzati, più o meno grandi più o meno potenti, di riportare lo stato alla sua vecchia funzione originaria di instrumentum regni al servizio di alcuni per esercitare il dominio sul resto. Come abbiamo già visto parlando dei “nemici della libertà spirituale”, lo stesso risultato lo si può ottenere per due vie apparentemente opposte, una definita dall’analisi politica di “destra” e l’altra di “sinistra”, tuttavia, come vedremo, la prima diventa l’anticamera della seconda. La via della “destra” è il classico: “ci penso io”, del resto chi non vorrebbe di fronte a problemi tanto complessi come la sostenibilità ambientale dello sviluppo o i mutamenti del mercato del lavoro prodotto dai cambiamenti tecnologici starsene comodamente sul divano e schiacciando un pulsante dire: “sì specialista fai tu”. Intendiamoci, le competenze e la preparazione sono essenziali per risolvere problemi complessi, ciò non toglie però che l’indirizzo politico non debba essere per intero in capo ad ogni cittadino, anzi, come abbiamo visto la superiorità della liberaldemocrazia sta proprio nella capacità di mobilitare enormi masse su comuni interessi e produrre così una forza politica sconosciuta capace di porsi obiettivi comuni ben più importanti e ambiziosi rispetto alle precedenti forme di gestione della res publica. La seconda invece quella che abbiamo definito, e sottolineo di nuovo il carattere apparente di tale epiteto, di “sinistra”, è per alcuni tratti più insidiosa e subdola. Nel capitolo precedente abbiamo analizzato come fu il passaggio: da una società incentrata sullo status e la tradizione ad una società basata sul contratto e l’individuo valutante a scatenare quella mobilità sociale, vera novità e precondizione per il grande arricchimento degli ultimi tre secoli, ma anche fonte di insicurezze e paure tanto economiche che spirituali. Da lì nacque l’idea di istituzioni capaci di aiutare e supportare i cambiamenti sempre più frequenti richiesti dalla modernità quando si è più deboli perché malati, anziani, disoccupati o troppo giovani per provvedere a sé stessi, in cambio di un progresso senza precedenti nella vita di ognuno. L’utilizzo perverso del nascente stato sociale fu come sopra menzionato iniziato da Bismark ma poi gli allievi: Mussolini, Hitler e Stalin, hanno di gran lunga superato il maestro. Tutti costoro sono accomunati dalla capacità di manipolare paure, e bisogno di sicurezza, per costruire attraverso l’utilizzo distorto dello stato sociale uno stato enorme, “totalitario” appunto. Prendendo a pretesto quelle giuste esigenze, hanno prima occupato lo stato con tutti i mezzi, poi trasformato le istituzioni preposte a lenire le difficoltà in una macchina del consenso e catalizzatrice di potere; quando quelle risposte diverranno inevitabilmente meno efficienti – e vedremo quando parleremo di economia perché questa è una costante non eludibile – quello stato ora totalitario compenserà l’inefficienza con una politica autoritaria e aggressiva. Partendo da istanze ideologiche formalmente opposte tutti questi nemici della libertà politica arrivano agli stessi risultati: la società da più mobile ed equa diventa immobile e clientelare, grandi proclami sulla “vera” libertà rispetto alle “formali libertà borghesi” finiscono per trasformare i cittadini in sudditi aizzati l’un contro l’altro per accaparrassi prebende distribuite dalla politica. Certo i totalitarismi del ventesimo secolo appaiono ora come un bersaglio fin troppo facile, ma se analizziamo i modi, per restare all’esempio italiano, con cui abbiamo costruito quel gigantesco debito pubblico che ci ha reso tutti cittadini meno liberi, se consideriamo l’inefficienza di uno stato enorme che oltre a non funzionare si mangia ogni anno più di metà della ricchezza prodotta, troviamo – ovviamente in forme rinnovate e nei modi consoni al nostro tempo – i vecchi difetti che il Ventennio Fascista aveva esacerbato fino a portare il paese alla rovina, difetti purtroppo a ben vedere già presenti nelle vene del nostro paese all’indomani dell’Unità d’Italia. Segno inequivocabile di una liberaldemocrazia in ritirata è la preminenza del potere esecutivo sulle restanti istituzioni. Quando lo stato diventa troppo grande l’esecutivo, ossia chi governa, finisce per mangiarsi subordinandoli a sé gli altri poteri: legislativo e giudiziario come anche i cosiddetti corpi intermedi: sindacati, associazioni di categoria e partiti. Anche qui si noti il filo rosso che unisce, mutatis mutandis, lo stato totalitario che li incorpora in sé, con lo stato diciamo così troppo grande come nel suddetto esempio italiano. La separazione dei tre poteri, i corpi intermedi, vedono progressivamente indebolita e snaturata la propria funzione, a tal punto che una parte dell’opinione pubblica inizia a sentirli più come un fastidio, un impedimento alla propria libertà, che una garanzia alla medesima. E’ in queste situazione che nasce in una parte dei cittadini la tentazione solo apparentemente paradossale che: per mantenere la libertà sia necessario ridurla. Così mentre l’esecutivo sempre più si incarna nell’uomo forte con sempre meno limiti al suo potere, per converso il legislativo per decidere deve sempre meno discutere, finendo per diventare – attraverso lo snaturamento della funzione partitica ma anche di sindacati e associazioni di categoria – una dependance dell’esecutivo; impegnati più a rappresentare interessi particolari in cerca della benevolenza dell’esecutivo che l’interesse generale secondo i diversi punti di vista propri di una società complessa. A completare il caos, ma non poteva essere altrimenti, la giustizia da indipendente e custode della legge, la cui autonomia dovrebbe essere nell’interesse di tutti, cade inevitabilmente nell’agone politico. In questi casi, spesso accompagnati da acute quanto ulteriormente divisive crisi economiche, le tentazioni di alterare il gioco democratico in modo più o meno permanente, proprio prendendo a pretesto il caos e lo scoramento generale, non rimangono invenzioni raccontate da tanta letteratura moderna ma iniziano ad infettare alcune parti del paese. In particolare, la crisi economica torna per finire a ridividere: per un verso, in modo marcato parte consistente dei cittadini in classi opposte negli interessi, le élite e un sottoproletariato anonimo, per l’altro, quelle stesse classi essendo un prodotto della crisi, sono unite dallo stesso sentimento di paura e spietatezza verso i tanti presunti “nemici” del loro disagio. Così i modi spicci ritornano di moda. Qui sta il vizio d’origine di tante liberaldemocrazie, e l’esempio italiano è stato ed è un caso da manuale – come ci ricorda il grande storico Gaetano Salvemini nelle sue lezioni di Harvard sulle origini del Fascismo – ma anche un monito sull’effettiva possibilità di regresso della democrazia a forme del passato. Affinché le istituzioni democratiche non si dissolvano devono prevedere una corretta partecipazione di chi rappresentano tanto nell’indirizzo che nella gestione del consenso. Sognare di lasciare come nell’antico regime le scelte fondamentali e la guida ad una élite intellettuale rappresentante degli interessi costituiti lasciando invece alle masse il ruolo da tifosi da stadio, è tanto perverso per il modello liberaldemocratico, come l’opposta tendenza di collegare direttamente il tifo da stadio all’esecutivo nell’illusoria idea di una “democrazia diretta”, con i capi popolo impegnati in una gara al ribasso nel fornire risposte semplicistiche quanto irrealistiche per la soluzione di problemi complessi. Entrambe le opzioni non funzionano non tanto per le persone che le incarnano, certo élite illuminate o capi popolo responsabili avrebbero ed hanno avuto in passato ben altro effetto sulle istituzioni, ma non durano, a un certo punto sono destinate a decadere. Per rimanere alla storia patria l’antico regime liberale post-unificazione e il fascismo successivo danno la misura di quella differenza, lo stesso vale per i capi popolo del dopoguerra se messi a confronto con quelli prodotti negli ultimi vent’anni di cosiddetta seconda repubblica. Purtuttavia la nostra è la storia di una democrazia incompiuta, proprio perché i meccanismi istituzionali preposti al suo funzionamento non sono andati oltre alla vecchia logica che regolava i regimi del passato. Le istituzioni liberal-democratica sono sì espressione di una democrazia rappresentativa ma quella rappresentanza deve essere effettivamente popolare, così come la formazione delle opinioni intorno alle idee, perché possano essere effettivamente rappresentate, hanno bisogno di essere il frutto di una concreta elaborazione collettiva. Non solo quindi l’accesso alla rappresentanza deve essere vasto e aperto, ma anche la formazione dell’opinione deve sottostare alle cure che ne prevengano la manipolazione. Le istituzioni democratiche per sopravvivere non possono semplicemente conservarsi come accadeva per i vecchi regimi, hanno la necessità di essere parte di un corpo mobile e in costante trasformazione, come la vita di coloro che intendono rappresentare. Come per la libertà individuale, anche la libertà politica cresce attraverso la maggiore responsabilità di ognuno. Libertà e responsabilità perché non rimangano flatus vocis hanno bisogno di esercizio, di misurarsi con la pratica quotidiana, in questo senso gli Stati Uniti proprio perché nati e pensati per essere democratici sin da subito costituiscono tuttora un modello insuperato. Sono passati poco meno di duecento anni, tuttavia, non hanno perso nulla dell’antico fascino le ispirate parole dell’aristocratico francese Alexis De Tocqueville nel suo viaggio americano nel descrivere lo stupefacente attivismo del popolo americano nel gestire direttamente a livello locale le tante cose che abbisognano di una gestione collettiva. Dalla giustizia all’ordine, alle piccole opere pubbliche, passando per la scuola e l’assistenza caritatevole, fino alla vita spirituale e ricreativa; questo dinamismo sociale non sono un semplice seppur meritevole modello di decentramento dello stato centrale, ma la descrizione di un microcosmo che in tutto e per tutto riproduce le funzioni che poi regoleranno il rapporto tra stato centrale e la federazione. Solo così la separazione dei poteri, il ruolo dei corpi intermedi, le garanzie individuali di un giusto processo, non rimangono astratti principi per alcuni letti sui libri di scuola e per tanti altri addirittura destinati a restare ignoti. Solo così la retorica intorno alla costituzione e sui principi che l’hanno ispirata perdono quel carattere di artificio elaborato da una casta per proteggere il suo status e si incarnano nel dibattito quotidiana; dove la realtà che inevitabilmente cambia deve trovare in quei principi fonte di ispirazione per interpretare e costruire il futuro, e non come troppo spesso accade sempre nuovi impedimenti volti allo sterile quanto vano tentativo degli interessi costituiti di tenerci ancorati a un passato che non torna. Solo attraverso l’esperienza la formazione dell’opinione si misura con le difficoltà e i limiti di ogni teoria quando deve diventare pratica, ed è quello stesso limite che addestra, prepara e seleziona le forze migliori, attingendo da tutti i settori della società civile per essere superato. Questo è il naturale percorso per la formazione del personale politico prima locale per poi, se capace e competente, poter aspirare al livello nazionale. Ma questo è anche la necessaria palestra per chi, pur non diventando un politico deve, in quanto cittadino, essere in grado di giudicare la politica, ossia di formarsi un’opinione certo personale ma ispirata al bene comune senza cadere in balia della demagogia. Senza questi anticorpi sanare le fratture, le tensioni, che inevitabilmente si ripropongono nei momenti di crisi e difficoltà tra élite e popolo, tra tecnici e società civile, diventa pura illusione; come è u-topos dicevamo pensare di costruire una società senza problemi, per una società che ha abbracciato il cambiamento come suo modo d’essere questi sono la norma non l’eccezione. La pratica concreta della democrazia, l’abitudine alla complessità insita in qualunque decisione collettiva anche se di natura locale, rimane anche l’unico antidoto verso l’informazione distorta e la manipolazione del consenso. Per questa via rimane possibile prevenire e smascherare le infinite teorie del complotto da sempre fonte senza fine di consenso per il demagogo di turno, di chi escluso dalla cosa pubblica e frustrato dall’insicurezza viene facilmente indotto a credere in spiegazioni semplicistiche, soprattutto se supportate dagli immancabili capri espiatori capaci di catalizzare in un’unica causa problemi complessi. Quando poi la causa diventa una persona, una razza, una religione o qualsiasi cosa diversa dalla tradizione consolidata, non sono inconsuete forme di vero e proprio odio e intolleranza tali da mettere a dura prova la tenuta di un paese. La deriva può essere fermata solo dalla rigida applicazione del principio per eccellenza di ogni politica democratica: tollerante verso ogni forma di differenza, intollerante verso ogni manifestazione di intolleranza. Non meno importate: la democrazia praticata rafforza la componente fideistica della nostra complessa natura umana e per quella via diventa vera e unica cura allo scetticismo, al cinismo diffuso, alla mancanza di speranze e fiducia, per dirla filosoficamente al tratto nichilista proprio della modernità. La liberaldemocrazia – se non vuole cadere vittima del relativismo culturale insito nella sua natura immanente e diventare mezzo fra mezzi – deve assurgere ad una dimensione trascendentale ed elevare gli strumenti che abbiamo visto essere fondanti ed essenziali per la sua stessa sopravvivenza a livello di vero e proprio rito codificato. Questo il senso più profondo della cura per la “forma” peculiare di ogni società democratica, tale da potere fare di questa una vera e propria religione laica. La società democratica deve raccogliere e alimentare la fede di tanti cittadini che un tempo era riposta soprattutto verso realtà trascendenti; questa fede laica, senza alcuna contrapposizione alla dimensione religiosa della vita che ognuno privatamente può esercitare nelle forme più consoni alla propria individualità, si nutre di tutti sogni e le speranze che ci spingono a metterci insieme per costruire modi e mezzi capaci di fornirci maggiori occasioni nel futuro, per esprimere, nei limiti insiti in ogni esistenza, la propria singola individualità. Proprio questa comune tensione a diventare individui attraverso mezzi che ci stimolano a collaborare ed essere solidali con il prossimo è l’atto di fede della società democratica, e il paradosso che si invera nella medesima spinta a diventare “singoli”, ossia tutti diversi e per questo uguali, rappresenta il minimo comune denominatore che tiene insieme la società democratica. Essere accomunati nella fede di far parte di una comunità dove ogni singola differenza è fonte di valore rende la forza e la speranza nella società democratica ben più preponderante delle delusioni e dei compromessi a cui è inevitabilmente esposta ogni singola realizzazione; in questo senso la lezione americana rimane tuttora ben lungi dall’essere compresa dal vecchio continente. La forza del mito di Horatio Alger che, pur non essendo riuscito a realizzare gran parte dei propri sogni, può con fiducia passare il testimone ai figli e credere ottimisticamente che avranno le loro occasioni per farlo, o del self made man che trasforma in occasioni i propri fallimenti, non sta nel successo o nella garanzia del risultato, bensì nell’essere un “mito” alla portata di tutti.

 

CAPITOLO QUARTO – LA LIBERTA’ ECONOMICA E I SUOI NEMICI –

 

4.1 Tanti interpreti un solo soggetto: la fine della libera economia

 

Separare l’azione economica dal contesto politico e spirituale in cui avviene è l’arma da sempre usata da tutti detrattori della libertà economica, l’azione umana esprime sempre per intero la complessità della sua naturale aspirazione alla libertà. Ad avvelenare il clima verso l’economia ha contribuito non poco tanta letteratura della classe intellettuale contro la scienza economica, l’ignoranza intorno ai meccanismi dell’economica è il minimo comune denominatore, ma ci sono due filoni distinti di motivazioni a fungere da catalizzatore di tanto astio. Il primo è l’interesse di casta della politica professionale e della classe intellettuale latu sensu, entrambi nei rispettivi ruoli impegnati a piegare l’economia al proprio tornaconto senza però con questo perseguire l’obiettivo di mettere in discussione l’economia di mercato. Per il secondo filone viceversa, ossia, gran parte del movimento socialista, cristiano e cattolico in particolare, la ribellione all’economia di mercato è stato l’obiettivo comune, tanto da costituire una vera e propria ideologia alternativa al sistema capitalistico. Partiamo da quest’ultima posizione, celebri sono diventate le invettive di Marx – anche per l’effetto che ebbero sull’intero movimento socialista vista l’indubbia preponderanza della sua personalità – verso ogni economista non disponibile a piegare la propria scienza all’ideologia materialista, ridotti tutti per questa “colpa” alla categoria di “sicofanti”, ossia “delatori prezzolati”. L’esecrabile disprezzo che lo stesso Marx riservò ad uno spirito veramente nobile ed integerrimo nonché attento alle implicazioni morali e spirituali dell’economia quale fu il Bastiat, mostra il carattere strumentale di tale atteggiamento francamente non degno di uno studioso del suo calibro. Danni non meno importanti propulsori di enorme diffidenza e pregiudizio verso l’economia li ha fatti gran parte della cultura cristiana con in testa il cattolicesimo romano. Con l’eccezione della sparuta minoranza liberale, quella cultura si è distinta per l’intransigenza assoluta verso il movimento liberale nella cosiddetta battaglia contro il “modernismo” a tutela di una tradizione da secoli abituata a vedere la chiese al centro di ogni comunità mondana. A ben vedere, proprio la comune avversione al liberalismo è stato il trait d’union tra due movimenti in apparenza distanti, diverso però è stato l’approccio alla critica dell’economia. Il marxismo seppur incapace di comprendere il calcolo economico lì concentra la sua critica. In particolare, travisa completamente il carattere soggettivo del valore e il conseguente ruolo del consumatore quale guida della catena del valore nell’economia di mercato, quindi per quella via non sarà in grado di soppesare la continua fluttuazione di tutti i fattori in campo che compongono il valore al variare della domanda. Difatti, solo tenendo insieme: certamente il lavoro ma anche l’impresa, il risparmio con la rendita, la divisione del lavoro e della conoscenza e l’intimo legame di queste con lo sviluppo tecnologico e le risorse naturali, si riesce a cogliere per intero la complessità del calcolo economico senza ridurlo, come vorrebbe Marx, a risultato arbitrario frutto della prepotenza di uno dei fattori, il capitalista. Così la complessità del reale rilevata dal calcolo economico diventa l’insostituibile bussola preposta a misurare l’incremento del valore, soppesando in modo puntuale scarsità o abbondanza e per quella via dirigere nel modo più efficacie tutti i fattori in campo. E sarà proprio per l’impossibilità del calcolo economico – come rileverà L. von Mises nella sua poderosa analisi del socialismo, ben prima che l’esperimento si diffondesse nell’Europa orientale – a rendere quell’analisi tanto verace da resistere ad ogni possibilità di confutazione e a prevedere il tracollo di quei regimi settant’anni prima. Il marxismo invece, ha per un verso semplificato enormemente il quadro: valore = lavoro, così tutto il valore economico prodotto che non viene pagato al lavoratore entra in una apposita categoria formulata da Marx, il plus-valore, impropriamente a suo dire trattenuto dal capitalista ai danni del lavoratore. Ecco così servito il piatto forte che contrappone senza possibilità di contatto il capitale al lavoro, lo sfruttamento, propulsore che trasforma l’analisi delle categorie economiche in un formidabile carburante per la diffusione della lotta di classe. A dare però all’economia marxista quel carattere esoterico che ha affascinato un paio di generazione di studiosi di varia provenienza non è stata certamente la suddetta modesta analisi economica, ma l’aver inserito il capitalismo, “civettando” con la dialettica hegeliana per usare le parole di Marx, nel più generale processo storico di sviluppo materiale della società, il cui compimento per lo storicismo marxista non può che concludersi con l’inevitabile avvento del socialismo. La natura messianica dell’ideologia marxista assume per quella via un vero e proprio carattere religioso, non è quindi da considerare un incidente della storia la frequente comunanza fra movimento socialista e una parte del cristianesimo; tutt’al più i due – quando non si mettono d’accordo, come sempre accade in chi ha una visione totalitaria della società – litigano su chi deve comandare. Non bisogna però sminuire le profonde differenze esistenti tra le due ideologie, in particolare l’approccio del cristianesimo all’analisi economia. Anche il cristianesimo ha completamente travisato le categorie dell’economia politica ma lo ha fatto senza alcun intento “scientifico”, non ha coltivato alcuna ambizione di emendare o confutare le categorie della scienza economica, la critica cristiana ha perseguito un taglio prettamente morale. Sarà proprio questo rivolgersi alle ragioni del cuore, ha rendere quella critica ancor più efficace e pervasiva sulla mentalità delle masse, gareggiando e in non pochi casi surclassando lo stesso socialismo. Così il profitto, anziché essere sentito come il giusto compenso per avere fornito un bene conforme ai desideri dei consumatori e la perdita l’unico segnale in grado di indurre l’imprenditore a cambiare linea d’investimento, viene associato a sentimenti di egoismo o di ingiusta punizione. Sulla stessa falsariga la meritoria funzione di chi risparmia, unico modo per incrementare investimenti e di conseguenza produttività, è stata da sempre associata all’avarizia, pertanto un peccato e per questa ragione nascosto, oppure espiato attraverso “opere di bene” a volte meritorie, più spesso però, proprio per quell’origine mendace e di facciata, alla base di diffusa corruzione e doppiezza morale. La stessa ricerca di alti interessi da parte di chi investe, non è sentita come sinonimo di giusta ricompensa per chi dirigere quei soldi nei rami produttivi più richiesti nonché premio per i maggiori rischi, bensì oggetto di pubblico ludibrio, di invidie; tutti sentimenti volti ad avvallare l’idea che dietro al profitto soprattutto se alto ci sia sempre alla meglio il furbo che se ne approfitta, o peggio veri e propri reati coperti da leggi inique a favore di questo o quel potente. Quando questo moralismo incapace di cogliere le virtù del mercato viene costretto dalla realtà a fare i conti con il fallimento economico, cala ogni maschera bonaria per assumere ben più truci sembianze. Sul fallimento economico di tanti esperimenti socialisti o peronisti come anche sul coinvolgimento di tanta gerarchia cattolica nell’avvento e nel sostegno al Fascismo e al Nazismo c’è poco da dire, la storia ha dato sentenze senza appello. Purtuttavia, fatica a morire di quelle esperienze una certa retorica costantemente al lavoro per riabilitarne una parte di quei regimi, pensiamo all’idea del “fascismo buono fino ad una certa data” ancora parte di un largo senso comune, o al tentativo di “giustizia sociale” implicito nell’esperimento socialista, da tanti tuttora ritenuto sbagliato nei mezzi ma giusto nel fine. Occorre con forza dire di no a queste vere e proprie “leggende metropolitane”, non solo perché un’analisi un po’ meno superficiale di qualsiasi regime totalitario mostra come dietro ogni presunta posizione “sociale” c’è sempre la pelosa benevolenza di un qualche ramo della burocrazia al potere ovviamente in cambio del supporto incondizionato allo status quo, che nei regimi totalitari si traduce in un perentorio: “chi non obbedisce non mangia”, altro che giustizia. Questi piuttosto inverano a pennello la definizione del Feudalesimo ideata dal grande storico francese Marc Bloch, e vista la sua vicenda personale – fucilato dopo tre mesi di tortura dalla Gestapo – definizione che bene spiega il forte supporto e l’innegabile successo popolare di cui a lungo hanno goduto i regimi totalitari: “essere l’uomo di un altro uomo”. Questo collante a reso quei regimi così pervasivi nella vita culturale e morale dei paesi che ne sono stati vittima, così il fascismo, ma anche nazismo e comunismo sono diventati vere e proprie “autobiografie di una nazione”, per citare la celebre definizione che diede del primo Carlo Rosselli. Fare fino in fondo i conti con il proprio passato non può restare un vezzo dello storico ma unico presupposto per un futuro migliore, lo abbiamo visto con fascismo e nazismo nel secondo dopoguerra e lo riviviamo oggi nelle difficoltà ad uscire dalla mentalità totalitaria incontrate da parte dei paesi dell’est Europa dopo la caduta del comunismo. C’è però un secondo ordine di idee che rende la condanna priva di alcuna attenuante, il liberalismo mostra senza possibilità di confutazione che dietro all’imprenditore e all’investitore dei propri risparmi in un’impresa economica certo non può non esserci anche il loro interessa, ma la loro azione economica per avere successo deve avere l’avvallo del più alto numero di consumatori possibile, inoltre più l’impresa è complessa più necessità dei migliori collaboratori. La diffusione dell’istruzione, e con essa tutto quello che comporta per il benessere individuale, a partire da una necessaria e generale sempre maggiore cura della salute psico-fisica di ogni cittadino, non è una benevola concessione dell’economia di mercato ma connaturata ad essa e precondizione al suo successo. Queste sono veri e propri presupposti per avere personale specializzato e motivato al successo dell’impresa, inoltre implicano istruzione e cura di sé un certo livello di benessere che può essere garantita solo da crescenti retribuzioni, stimolate anche dalla competizione tra chi intraprende per avere al proprio servizio il personale migliore, unico vincolo possibile in un’economia libera. Proprio questa necessità di dovere ricercare la collaborazione del prossimo per sottostare al volere di tutti i consumatori, non può che avvenire in un quadro di rispetto del comune sentimento di giustizia e di considerazione delle molteplici sensibilità; per questo l’economia di mercato cresce solo mediante un allargamento del sentimento di ciò che è sentito come moralmente giusto e di ciò che è giuridicamente lecito, obiettivi perseguibili solo in un quadro politico ed economico democratico. Se poi un qualche gruppo sociale, accomunati dal proprio specifico interesse, cerca di imporlo al resto – caso non infrequente anche nelle liberaldemocrazie ben funzionanti – ci sarà la concorrenza a spuntar loro le unghie. Gli imprenditori come i lavoratori che voglio imporre un loro prodotto o un loro prezzo al consumatore finale, subiscono i primi il fallimento economico e i secondi la perdita del lavoro. Certo come più volte sottolineato in queste pagine a volte la ricetta è troppo dura, bisogno perciò guidare e supportare il cambiamento di chi ha la peggio nello sviluppo economico con la giusta solidarietà, la quale però non deve diventare un pretesto per fermarlo. Proprio la complessità che deve necessariamente supportare quell’imparare a fidarsi l’uno l’altro per produrre più mezzi possibili al benessere collettivo, è il risultato di un lungo e articolato processo storico di diversi fattori morali e giuridici ma anche politici e economici accomunati dalla tensione verso un concreto sviluppo della libertà individuale. Da questo punto di vista risulta totalmente velleitaria ogni idea di “esportazione della democrazia”. Le liberaldemocrazie non sono però minacciate solo da chi le vuole sopprimere, non meno pericolosi per la loro sopravvivenza risultano nel lungo periodo i parassiti allevati dalle tante distorsioni insite nel medesimo sistema sociale. Di questa pasta è l’avversione al liberalismo di tanta parte della classe politica e della burocrazia statale di professione per semplici ragioni di casta: si vuole sì subordinare il mercato alla politica ma costoro se ne guardano bene dal volere strozzare la gallina dalle uova d’ora. Certo l’utilizzo dello stato e della spesa pubblica per garantirsi il consenso inevitabilmente riduce l’efficacia del libero mercato e contribuisce a screditarlo agli occhi dei comuni cittadini, di norma però si fermano prima di crisi irreversibili. Il risultato di questi tentativi del potere politico di piegare l’economia di mercato ai propri bisogni produce quello che la letteratura economica ha chiamato Crony Capitalism, non è in sé letale ma è stato spesso prodomo agli esperimenti totalitari.  Diverso è il discredito provato da gran parte di coloro che svolgono un lavoro intellettuale nell’abito dell’economia capitalista, qui il sentimento che la fa da padrone è l’invidia sociale nonché la sopravvalutazione dei propri mezzi. Entrambi sono un chiaro prodotto del vivere democratico, i vecchi regimi autocratici del passato separavano a tal punto le classi da renderle tra loro non confrontabili e quindi non oggetto di invidie, perdere il controllo di questi istinti antisociali li trasforma in potenti morbi tali da mettere in pericolo la sopravvivenza dei medesimi regimi democratici. Proprio la natura interclassista della politica democratica rende il paragone col prossimo in termini di successo economico assai comune, in particolare si tende ad associare il merito – o meglio quello che ognuno di noi secondo una propria scala di valori considera meritevole – con il successo o l’insuccesso economico ottenuto attraverso la propria professione. Ci sono due grossi fraintendimenti riguardo al ruolo dell’economia di mercato in quest’idea: non bisogna mai dimenticare che, seppur attenta alle conseguenze morali delle sue azioni, l’economia di mercato rimane un processo sociale finalizzato alla produzione di beni. Pertanto a qualunque attore che partecipa alla produzione, a prescindere dal ruolo che ricopre, non è dato il potere di disobbedire ai bisogni del consumatore, pena l’esclusione dal processo. Attenzione però bisogni non desideri, i primi si creano quando qualcuno è disponibile a pagare i soldi richiesti per soddisfarli, e quindi a fare i sacrifici necessari per guadagnarli; mentre per i desideri basta l’appetito. Purtroppo però, per dirla con Milton Friedman: “non esiste alcuna cosa di nome pasto gratis”, così spesso vorremmo che a pagare i nostri desideri fosse il prossimo. Questo significa – quando non troviamo nessuno disponibile a farlo – che fino a quando il bisogno di hamburger è più alto di quello di bistecche fiorentine, produrne più bistecche della domanda in termini economici significa mortificare una parte del più qualificato e lodevole impegno dei produttori di bistecche fiorentine, costretti a fallire, a favore del meno pregiato lavoro dei produttori di hamburger. Così come se la preferenza dei consumatori, per prodotti ad esempio di letteratura o musica volgare in confronto alla corrispettiva colta, è maggiore rispetto a quest’ultima, non può ricadere in capo al produttore il ruolo di “educare” il consumatore, questo deve limitarsi a servire al meglio quanto richiesto nel rispetto delle leggi generali. Chi ambisce a diventare un grande filosofi o un grande poeta non può lamentarsi se la sua fama, se ci sarà, sarà postuma. Costoro assurgono all’aggettivo “grande” solo se nei rispettivi campi innovano il canone tradizionale, e quanto più lo fanno tanto più quell’aggettivo si assolutizza, così facendo è evidente che solo pochissimi avranno il gusto e la preparazione per riconoscerli e conferire loro il giusto valore, mentre servirà tantissimo tempo perché quelle innovazioni diventino patrimonio comune. Anzi quasi sempre sarà proprio l’intellighenzia ufficiale, nata per preservare e valorizzare la tradizione, a costituire un formidabile ostacolo al rinnovamento. Quindi il successo postumo per il genio è il prezzo da pagare alla fama imperitura, chi vuole godere legittimamente del successo in vita deve servire i consumatori, per quello che sono non per come li vorrebbe. Questo però non deve farci pensare che la produzione di massa sia dedita a propinarci solo prodotti scadenti, tutt’altro. Proprio in questi anni abbiamo visto crescere assieme alla “famigerata globalizzazione” un certo raffinamento dei gusti nel consumo di massa, pensiamo all’abbigliamento o ai mobili, grandi catene di produzione hanno permesso attraverso una crescente economia di scala e a una formidabile innovazione tecnologica, sempre maggiore attenzione alla qualità senza tuttavia penalizzare il design, coniugati a uno stupefacente abbassamento dei prezzi; sempre più il capo firmato anticipa solo la moda comune, e i tempi tra il primo e il secondo si accorciano costantemente. Tutto questo, occorre ricordare, si tiene solo se abbiamo ben presente la suddetta differenza tra bisogni e desideri e le responsabilità che ne conseguono verso i primi, al contrario che per i secondi per i quali basterebbe chiudere gli occhi. Ma torniamo alla questione del merito, un’altra fonte di errore è la sopravvalutazione dei propri e la conseguente propagazione dell’invidia sociale vera malattia connaturata ai regimi democratici. Pensiamo alla presunta superiorità vantata dal lavoro impiegatizio rispetto a chi compie lavori manuali, i primi solo perché frequentano il ceto imprenditoriale, i dirigenti, tendono a confondere il loro lavoro di supporto con quello di quest’ultimi e per quella via sono propensi a denigrare e a sottovalutare i lavori manuali, senza accorgersi che le loro funzioni “intellettuali” sono spesso mansioni ripetitive e prive di effettivo valore aggiunto se paragonate al lavoro manuale. Cosa che invece non sfugge all’imprenditore, ben consapevole di quali siano le cose che inducono il suo cliente a preferire il suo prodotto o addirittura a pagarlo anche un po’ di più per averlo rispetto all’analogo prodotto del concorrente. Così a nulla valgono i lamenti di tanto ceto impiegatizio se l’”irriconoscente” imprenditore preferisce correre appresso con più alti salari a più ruvidi operari che alle loro buone maniere nello svolgere il fedele servizio. Bisogna infine ben inquadrare il ruolo dell’imprenditore, anch’gli preso spesso di mira da larga parte dell’élite intellettuale per la sua presunta rozzezza. Vediamo quali sono i compiti dell’imprenditore troppo spesso associato alla sola funzione di colui che ci mette i soldi: cogliere quali sono tra gli infiniti desideri che nutrono ognuno di noi quelli che si trasformeranno in bisogni, quali tra questi vengono sentiti come i più urgenti e quindi identificare quelli disposti a pagare il prezzo più alto, inoltre mettere insieme i mezzi materiali e intellettuali per soddisfarli al meglio centrando ovviamente il calcolo economico. Solo chi riesce a tenere insieme tutto questo con successo, beninteso decretato ma anche tolto dai soli consumatori, può fregiarsi del titolo di imprenditore. Ebbene, che che ne dicano gli intellettuali, per fare tutto ciò occorre un cervello e un intuito tutt’altro che comune. Magari l’imprenditore sarà privo degli studi classici di un membro dell’accademia dei Lincei, tuttavia tra i due passa la stessa differenza tutta a favore del primo: tra chi innova e migliore quello che c’era prima e chi tutt’al più lo conserva al meglio. Tant’è che l’imprenditore non è un titolo che si trasmette di generazione in generazione com’era per la vecchia aristocrazia, e come vorrebbe far credere la stessa mentalità anticapitalista di tanta parte del ceto intellettuale, quando associa con fare spregiativo i titoli della vecchia aristocrazia agli imprenditori di maggior successo. Il “re del cioccolato” rimarrà tale fino a quando i consumatori, unici sovrani col loro acquisto, gli confermeranno il loro “voto”, non appena l’imprenditore viene meno alle suddette funzioni sociali decade di nuovo al rango di lavoratore o, se sarà bravo a investire il patrimonio accumulato, a gestore di una rendita. In questa disamina abbiamo visto quattro diverse forme e anche quattro diversi gradi di nemici dell’economia libera, tutte però accomunate dalla medesima forma mentis. F. A. von Hayek l’ha riassunta nella formula “Fatal Conceit”, “Presunzione Fatale”. Ossia l’idea che una società così complessa e articolata come quella moderna, nata per “produrre” individui e per questo concepita sul fondamentale apporto di ognuno, possa essere pensata, programmata e diretta nel suo sviluppo dalla mente magari superiore ed eccezionale di uno o di un gruppo ristretto di persone o sostenuta dalla grazia divina. Non è quindi da considerarsi un incidente di percorso l’enorme contributo dato da gran parte del ceto intellettuale alla denigrazione e ai tentativi di sovvertimento dell’economia libera. Proprio quella consapevolezza, magari fondata, di superiorità intellettuale, proprio quell’idea di dare valore solo a ciò che è intellettualmente riducibile alle categorie della ragione, hanno spinto e spingono le migliori menti verso quella “presunzione”; impedire che diventi “fatale” rimane uno dei compiti più complessi e ben lungi dell’essere risolto tuttora dinnanzi alla modernità.

4.2 Perché non c’è alcun motivo per non avere fiducia: apologia della ricchezza

 

L’economia libera invece, ha proprio nella sua capacità di avvalersi per funzionare dell’insostituibile conoscenza dispersa di cui è portatore ognuno dei suoi membri, la sua maggior forza rispetto alle diverse forme economiche succedutesi nel passato. Quella forza si esprime: nella capacità di intraprendere, di migliorare le soluzioni esistenti, di inventarne delle nuove, il tutto sollecitato dal crescente premio in denaro, il quale – proprio per la sua semplice funzione di segnale quando non è manipolato – ha l’enorme pregio di arrivare ed indicare a tutti la via da seguire. Ed è in quella sua stessa capacità di mobilitare ogni energia che risiede la sua vera natura democratica, non occorre mai dimenticare, contrariamente alle precedenti forme economiche, che il capitalismo è tale nella misura in cui diviene produzione di massa, il cercare di arrivare a tutti è parte della sua essenza. Non solo, il denaro attraverso il meccanismo dei prezzi è il formidabile diffusore di informazioni di ogni gusto e preferenza dei consumatori; i quali, senza alcun bisogno di coordinazione, indirizzano l’azione dei produttori verso quei rami della produzione dove c’è più necessita, sottraendo viceversa risorse dove non servono. Questo meccanismo è tale da non temere la possibile concorrenza di alcun cervello centrale che, per quanto grande, non potrà mai neanche riuscire a simularne l’estensione e la precisione nel raccogliere e indirizzare i comportamenti di ognuno. Facciamo attenzione a questo passaggio, luogo di numerosi fraintendimenti sia per tanti economisti di professione che per i cittadini comuni. L’economia non è un fatto tecnico o matematico, come hanno pensato i tanti teorici neoclassici con i loro tentativi di risolvere il rebus economico mediante le equazioni differenziali in cerca di un punto di equilibrio tra domanda, offerta e prezzo, o come fa oggi tanta sociologia popolare: quando cerca di attribuire analoghi poteri agli algoritmi di Google nel predire e guidare i gusti dei consumatori. Viceversa, l’economia è espressione di una tensione ideale. Il vero propulsore del movimento economico è la risultante delle propensioni spirituali di ognuno verso i propri progetti esistenziali che si sviluppano nel tempo: partono nel passato si realizzano nell’ora ma tendono al futuro. Il “dato” economico non è un participio passato ma un risultato sempre in fieri oggetto di costanti aggiornamenti, per questo non riducibile ad una formula anche se pensata da un genio o elaborata da un cervello elettronico potentissimo. Quella tensione spirituale che avvolge il dato economico si compone dei nostri sogni, dell’idea che ci siamo fatti di noi stessi, del mondo che ci circonda e di come lo vorremmo trasformare conformemente alle nostre idee; certo nel dato economico permane ovviamente una certa utilità materiale ma ridurlo a quella è una semplificazione fuorviante. Ed è proprio questo essere in buona sostanza un formidabile strumento capace di coinvolgere tutte le forza materiali e spirituali in capo ad ognuno, a rendere la potenza prodotta dall’economia moderna incomparabilmente maggiore ad ogni economia del passato, differenza tale da far risultare prive di senso alcun paragone tra le medesime. Solo in questi termini i numeri percentuali di incremento della ricchezza riportati nel prologo, dal 2700 al 10000 per cento rispetto a solo 300 anni fa, acquisiscono appieno la portata della rivoluzione in atto, qui non c’è alcuna progressione come tanta economia storicista vorrebbe far crede, ma un cambio di paradigma che abbisogna di essere percepito come tale per essere compreso. Siamo così abituati a contrapporre la ricchezza spirituali a quella materiale, a vedere in questa il risultato di un compromesso morale al ribasso o addirittura a identificarla nella veste di premio proprio per la mancanza di ogni forma diritto in nome della prevaricazione del più forte, che suonerà strano porla a corollario della diffusione della libertà e per quella via: dovere ripensare il nostro rapporto con la ricchezza, qui sta la chiave della modernità. Per millenni difatti la ricchezza è stata correttamente associata: alla rapita, alla prevaricazione del più forte sul più debole, o al prodotto lì sì dello sfruttamento sottratto agli schiavi o alle tante classi di subumani a cui libri di storia non hanno dedicano che poche righe. Come vedremo nella seconda parte il liberalismo rappresenta da questo punto di vista lo sforzo di ripensare o meglio sovvertire nei diversi ambiti il rapporto con la ricchezza. In termini morali assisteremo al superamento di un’astratta ed eteronoma quanto spesso di facciata morale altruistica a favore di un’autonoma morale individuale in perenne ricerca della miglior coniugazione tra l’interesse individuale, nel rispetto delle medesime esigenze riconosciute al prossimo, semplificabile nella formula: win-win. Lo stesso diritto a messo al centro della sua azione normativa il diritto di proprietà favorendone la diffusione e l’incremento, regolando, per usare la formula di Bruno Leoni, le “pretese” di ciascuno introducendo nel diritto meccanismi propri del mercato per misurare e per quella via normare incorporandolo: il massimo valore soggettivo di ogni pretesa. Sulla stessa falsariga si muove il rapporto di equilibrio tra economia e politica: la scienza politica subisce il veto della scienza economica quando la sua azione riduce la ricchezza prodotta, così come l’azione economica diventa succube dell’azione politica quando grazie a questa aumenta la ricchezza prodotta. Affronteremo dicevo nella seconda parte il nesso individuato dal liberalismo tra lo sviluppo della libertà individuale e la crescita della ricchezza in tutte le sue sfaccettature, in questo capitolo però ci siamo dati l’obiettivo di evidenziare le condizioni che favoriscono la libertà e ciò che la ostacola, pertanto l’analisi della ricchezza si concentrerà sul rapporto di questa con la libertà. Per millenni hanno prevalso nei confronti della ricchezza due pregiudizi entrambi riassumibili nel concetto di dono. Fino quando è stata identificata come dono di un “Dio” o della “natura” lo sfruttamento per così dire della ricchezza era codificato e ritualizzato in procedure tramandate e limitate da una rigida tradizione che lasciava ben poco spazio all’iniziativa individuale, il risultato di questa visione è una società fortemente gerarchica e castale retrograda e sottosviluppata. Di questa eredità del passato rimangono tutti i pregiudizi morali nei confronti della ricchezza: in particolare la necessità di giustificarla o associarla verso qualche fine superiore che non fosse il mero arricchimento in senso lato, per quelle via si può ricostruire la nietzscheana genealogia dell’uomo: ”un animale che fa promesse” e così trovare la colpa, il peccato e la cattiva coscienza, e tutto l’armamentario di cui si è nutrito nei secoli tanta ideologia religiosa e non solo. Da tutto questo nasce l’enorme diffidenza a lungo anche ostentata, oggi un po’ meno, verso la libertà individuale e la necessaria autonomia morale in capo al singolo. Quando invece la ricchezza, complice la necessità di accrescerla, è diventata oggetto di commercio ed è stata identificata prima come un dono intrinseco alla natura rappresentata dai metalli preziosi poi al denaro, è iniziato un processo di identificazione di questa con ciò che la simboleggiava che ne permetteva lo scambio, tale da illudere che bastasse aumentare quei simboli per moltiplicare i “pani i pesci” reali. Si pensi alla scoperta dell’America e all’importazione in Europa di enormi quantità di oro nell’illusione che questo ci avrebbe fatto tutti più ricchi, quando invece a cambiare sono stati “solo” si fa per dire il valore nominale del prezzo delle cose, così: chi prima che aumentassero i prezzi in proporzione con l’incremento dell’oro si è sbarazzato dell’oro per beni concreti si è arricchito di più di chi invece li ha concretamente ideati e prodotti. Certo stimolati dall’oro tanti si sono dati da fare per produrre in numero maggiore i beni più richiesti, peccato che ad arricchirsi non sia stato chi più ha contribuito a creare la ricchezza reale ma chi ha aumentato la quantità di ciò che la simboleggiava scambiando il simbolo prima che il prezzo recepisse la variazione. Lo stesso è avvenuto quando, finita la febbre dell’oro, i sovrani hanno pensato che per avere più monete da spendere per le loro conquiste e per lo sfarzo delle loro corti fosse sufficiente alleggerire quelle in circolazione senza ovviamente cambiarne il valore nominale, per farne delle nuove con la quantità sottratta. Memorabili in tal senso rimangono le pagine del “Della Moneta” scritte dall’abate Galiani sul fenomeno da lui denominato dell’”alzamento” che con il moltiplicarsi degli strumenti finanziari atti a perpetrare l’inganno acquisirà nell’economia moderna un ruolo destabilizzante. Difatti, mentre ai tempi di Galiani questi si riducevano al Re che diminuendo il peso del metallo prezioso della moneta senza alterarne in prima istanza il potere d’acquisto creava quello che l’economia ha poi chiamato inflazione. Così quando quella moneta alleggerita finiva nelle mani del cittadino comune, costui era costretto a riceverla di minor peso pur fornendo lo stesso servizio del passato, per poi dovere cambiare la medesima moneta con meno merci nel frattempo rincarate in proporzione al minor peso. Oggi lo stesso effetto è producibile: dallo stato, dalle banche e da altre infinite diavolerie finanziarie, tutti potenziali come le si chiama oggi, produttori di bolle; di uguale è rimasto il medesimo inganno ai danni dell’ultimo ma anche il più numeroso della catena economica, il cittadino comune. Su questa mistificazione della ricchezza sono cresciuti tutti movimenti di “liberazione” che hanno dissociato e traviato il legame invece indissolubile e necessario tra il naturale desiderio di maggiore libertà in capo ad ognuno e la conseguente crescente responsabilità che essa comporta, solo sulla saldezza di questo legame può crescere una produzione sociale di ricchezza in tutte le sue accezioni senza limiti. Le società moderna non rischia di impoverirsi perché si esauriscono le “risorse naturali”, come un certo ambientalismo ideologico vorrebbe far credere, né per l’incremento “naturale” delle diseguaglianze sociali eterna malattia del capitalismo senza freni, come vorrebbe una vecchia sinistra incapace di rassegnarsi e rivedere la sua filosofia fallimentare. Quei pericoli sono reali proprio perché sono l’effetto di un liberalismo, anch’esso vecchio e inadeguato, incapace di ripensare le responsabilità culturali e morali insite in una società in grado di creare un incremento di ricchezza e libertà individuale davvero senza precedenti.