COMPETIZIONE – MERITO

 

SINOSSI

Il mercato è un meccanismo meraviglioso, senza l’intervento di alcun demiurgo destina le risorse verso le domande, non i bisogni, più urgenti, e nelle quantità economicamente più efficienti. Questo sistema funziona perfettamente fino a quando il mercato cresce come ordine spontaneo, non diretto da gruppi di potere e indipendentemente da fini o intenzioni individuali o collettive particolari. Il commercio che ne scaturisce tra i popoli, è il vero antidoto alla guerra e ai reciproci pregiudizi. Il mercato è anche il luogo dove le facoltà di ognuno, servendo sé stesse, contribuiscono al benessere collettivo. Questo però si realizza solo nella misura in cui si riconosce l’intangibilità della proprietà privata; che che ne dicano i moralisti, nessuno è disponibile ad impegnare le proprie facoltà, il proprio tempo, senza la certezza di ricevere i frutti del proprio impegno. D’altronde la proprietà privata è il semplice prolungamento delle proprie facoltà ottenuta attraverso il lavoro, non c’è quindi nulla di arbitrario nella proprietà, è un diritto inalienabile della specie umana costretta com’è per sopravvivere a utilizzare i prodotti delle proprie facoltà. Anche nelle tribù primitive seppur non codificata la proprietà è riconosciuta dalla comunità, tant’è che è proprio per reprimere eventuali soprusi da parte di prepotenti verso la proprietà altrui il motivo per cui ci si associa e si legifera, non è la legge che crea la proprietà ma è vero il contrario.

 

CITAZIONI

Luigi Einaudi – In lode al profitto e altri scritti – (pag. 118)

Nonostante tutto ciò quello è un mercato dove il consumatore nei limiti del numerario posseduto, è re. Egli, e nessun altro, decide quel che vuole acquistare; e dalla sua decisione, nota o prevista, induce i produttori a produrre precisamente quei tali beni e servigi dei quali egli fa domanda. Con la sua domanda, egli, attraverso il prezzo, indirizza la produzione, rivolge il capitale, i lavoratori, gli ingegneri, gli scienziati, gli imprenditori, a produrre quelle cose che egli non solo desidera astrattamente, ma si appresta ad acquistare di fatto. Ad ogni giorno, ad ogni ora, dalle più diverse parti del mondo, automaticamente attirati dal numerario che egli offre sul mercato, con la sua domanda arrivano i beni più svariati, passati attraverso decine di commercianti, tutti proni al suo cenno, negoziati per mezzo di una trafila complicatissima di documenti doganali, di carico, scarico, di banca. A causa della sua domanda, i risparmi prodotti in Europa si trasferiscono, sotto forma di rotaie, di locomotive o di macchine in paesi lontanissimi e giovano a costruire ferrovie, porti stabilimenti industriali, a coltivare terreni vergini che produrranno poi, fra anni o fra decenni, e trasporteranno i nuovi beni e servigi di cui egli o i suoi figli faranno a suo tempo domanda. Il mercato è davvero un meccanismo meraviglioso, del quale nulla di più perfetto fu mai posto e sarà mai posto a disposizione degli uomini per soddisfare le proprie esigenze effettive di beni e servigi. Vi è taluno stordito il quale, non curando, per pigrizia mentale, di compiere le analisi più elementari, fa colpa al mercato di inconvenienti non suoi… Con che cosa poi codesti storditi vogliono sostituire al mercato? Un ordine dall’alto, un ufficio centrale il quale faccia piani e ci sappia fornire al momento opportuno le cose da noi domandate? Costoro sono gli stessi che tuttodì si lamentano della lentezza, della incongruenza dei metodi seguiti dagli uffici centrali statali esistenti nel provvedere ai servizi ad essi affidati. Sperano che quel che si fa male e a costo alto e con arroganza di superiori, se ci si accontenta di farlo per una sfera modesta della vita sociale, si debba fare meglio ed a costo basso e con umiltà di servitori, quando si debba fare per tutti i beni e servigi domandati dagli uomini. Auguriamoci che non vi sia bisogno dell’esperienza per convincerli quanto sia infantile siffatta speranza.

Montesquieu – Lo spirito della legge – (pag. 528)

Il commercio guarisce dai pregiudizi distruttivi, ed è quasi una massima generale che ovunque esistono miti costumi esiste il commercio, e ovunque esiste il commercio esistono miti costumi. Non ci si meravigli, dunque, se i nostri costumi sono meno feroci di quanto lo fossero un tempo. Il commercio ha fatto si che la conoscenza dei costumi di ogni nazione sia giunta ovunque: li si è paragonati tra loro, e ne sono risultati grandi benefici. Si può dire che le leggi del commercio perfezionano i costumi, per la stessa ragione che queste medesime leggi li possano rovinare. Il commercio infatti corrompe i costumi puri – era questo il motivo del biasimo di Platone – raffina e rende più miti i costumi dei barbari, come ci è dato vedere tutti i giorni.

Benjamin Constant – La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni – (pag. 8)

La guerra è anteriore al commercio, infatti la guerra e il commercio non sono che due modi diversi per raggiungere lo stesso scopo: possedere ciò che si desidera. Il commercio non è che un omaggio reso alla forza del possidente da parte dell’aspirante possessore. E’ un tentativo per ottenere gradualmente quello che non si spera più di poter conquistare con la violenza. Un uomo che fosse sempre il più forte di tutti non avrebbe mai l’idea del commercio. L’esperienza, provandogli che la guerra, ossia l’impiego della forza contro la forza altrui, lo espone a difficoltà e fallimenti, lo porta a ricorrere al commercio, cioè a un mezzo più tranquillo e sicuro d’impegnare l’interesse di un altro a consentire a ciò che conviene al proprio interesse. La guerra è l’impulso, il commercio è il calcolo. Ma da questo deriva che deve giungere un’epoca dove il commercio si sostituisce alla guerra. Noi siamo arrivati a quest’epoca. Con questo non voglio dire che non ci fossero, presso gli antichi, popoli dediti al commercio. Ma questi popoli erano l’eccezione alla regola generale.

Ludwig von Mises – L’innocenza del mercato – (pag. 69 – 70)

L’economia di mercato è il sistema sociale di divisione del lavoro e della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ognuno agisce per proprio conto; ma le azioni di ognuno tendono tanto al soddisfacimento dei bisogni degli altri che dei propri. Agendo, ognuno serve i suoi concittadini. Ognuno è in sé stesso mezzo e fine; fine ultimo per sé stesso, mezzo per gli altri nei tentativi di raggiungere i propri fini. Questo sistema è retto dal mercato. Il mercato instrada le attività degli individui nella direzione in cui servono meglio i bisogni dei propri simili. Il mercato funziona senza coercizione né costrizione. Lo stato, apparato sociale coercitivo, non interferisce col mercato e con le attività civili dirette dal mercato. Esso impiega il suo potere coercitivo solo per prevenire azioni distruttive e preservare il funzionamento regolare dell’economia di mercato. Proteggere la vita, la salute e la proprietà dell’individuo contro l’aggressione violenta o fraudolenta dei malviventi interni e dei nemici esterni. Così lo stato crea e preserva l’ambiente in cui l’economia di mercato può funzionare con sicurezza. Lo slogan marxista “produzione anarchica” caratterizza in modo pertinente questa struttura sociale come sistema economico non diretto da un dittatore, da uno zar della produzione che assegna a ognuno un compito e lo costringe a obbedire ai suoi comandi. Ogni uomo è libero; nessuno è soggetto a un despota. L’individuo si integra per conto suo nel sistema cooperativo. Il mercato lo dirige e gli rivela ciò che può meglio promuovere il suo benessere e quello degli altri. Il mercato è supremo: soltanto esso mette in ordine l’intero sistema sociale dandogli senso e significato. Il mercato non è luogo, cosa, o entità collettiva. E’ processo attuato dall’interazione degli individui cooperanti nella divisione del lavoro.

Ludwig von Mises – Lo stato onnipotente – (pag. 76)

In un ordine economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, il mercato costituisce il punto focale del sistema. Il funzionamento del meccanismo di mercato obbliga i capitalisti e gli imprenditori a produrre in modo tale da soddisfare i bisogni dei consumatori tanto bene e a buon mercato quanto lo permettono le quantità e le qualità delle risorse materiali e dalla manodopera disponibili e lo stato della conoscenza tecnologica. Se essi non sono all’altezza di questo compito, se producono beni di cattiva qualità o troppo costosi o non producono i beni che i consumatori richiedono con maggior urgenza, essi subiscono delle perdite. A meno che essi non cambino i loro metodi per soddisfare i bisogni dei consumatori, verranno alla fine estromessi dalle loro posizioni di capitalisti e imprenditori. Altre persone che sanno meglio come servire il consumatore prenderanno il loro posto. Nella società di mercato il funzionamento del meccanismo dei prezzi rende i consumatori sovrani. Essi determinano, attraverso i prezzi che pagano e attraverso le quantità dei loro acquisti, sia la quantità che la qualità della produzione. Essi determinano direttamente i prezzi dei beni di consumo e perciò indirettamente i prezzi di tutti i fattori materiali di produzione e dei salari di tutta la manodopera impiegata. In una società di mercato ciascuno serve tutti i propri cittadini ed è servito da essi. E’ un sistema di mutuo scambio di servizi e beni, un reciproco dare e ricevere. In quel meccanismo che gira senza fine gli imprenditori e i capitalisti sono al servizio dei consumatori. I consumatori sono i capi, ai cui capricci gli imprenditori e i capitalisti devono adattare i loro investimenti e i loro metodi di produzione. Il mercato sceglie gli imprenditori ed i capitalisti e li rimuove non appena essi falliscono. Il mercato è una democrazia in cui ogni penny dà un diritto al voto e dove la votazione viene ripetuta ogni giorno. Al di fuori del mercato sta l’apparato sociale di costrizione e coercizione e il suo timoniere, il governo. Stato e governo hanno il dovere di mantenere la pace all’interno e all’esterno. Perché solo se c’è la pace il sistema economico può conseguire i suoi fini, la soddisfazione più piena dei desideri dell’uomo. Ma chi deve comandare l’apparato di costrizione e coercizione? In altre parole, chi deve governare? E’ una delle intuizioni fondamentali del pensiero liberale che il governo sia basato sull’opinione pubblica e che perciò, alla lunga, esso non può continuare ad esistere se gli uomini che lo formano e i metodi che essi applicano non sono accettati dalla maggioranza dei governati.

Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale – (pag. 25 e 12)

Nulla sinora è stato inventato a sostituire il meccanismo del mercato, fuori della sua abolizione della sua sostituzione con un ordinamento regolato dall’alto, in virtù di comandi e decisioni abbassate dalle autorità supreme a quelle intermedie e da queste a quelli inferiori e finalmente ai cittadini; come è sempre accaduto nelle caserme e nei reclusori. Chi non voglia trasformare la società intera in una caserma o in un reclusorio, deve riconoscere che il mercato, il quel raggiunge automaticamente il risultato di indirizzare la produzione e di soddisfare la domanda effettiva dei consumatori, è un meccanismo che non può essere fracassato alla leggera per vedere, come fanno i bambini per i giocattoli, come è fatto dentro. Esso merita invece di essere studiato attentamente per essere a poco a poco perfezionato. Innanzi all’altra grande guerra esso aveva raggiunto un alto grado di perfezione; e sarebbe un gran bel fatto se in qualche anno potessimo riguadagnare il gran terreno che negli ultimi trent’anni abbiamo perduto!…

…Qui siamo arrivati al punto centrale del discorso. Il mercato non è solo mezzo per stabilire dei prezzi che soddisfino contemporaneamente produttori e consumatori e diano a ciascuno di coloro che hanno contribuito alla produzione un compenso proporzionale ai loro costi e alla loro fatica, né più né meno del sufficiente a tal scopo, ma è sovvratutto uno strumento, un meccanismo per mezzo del quale gli uomini indirizzano, guidano la produzione in guisa che si producano precisamente quelle cose, quei beni e precisamente di quella qualità e in quella quantità che corrisponde alla domanda che essi effettivamente fanno. Badasi bene che, affermando essere il mercato lo strumento adatto per indirizzare la produzione nel senso di produrre beni e servigi, precisamente nella quantità e della qualità corrispondente alla domanda degli uomini, non si afferma che il mercato indirizzi altresì la produzione a produrre beni e servigi nella quantità e nella qualità desiderata dagli uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni. Una donna che passa davanti una vetrina sente un bisogno intenso del paio elegante di calze che vi è esposto; ma non avendo quattrini in tasca, o non avendone abbastanza, non fa alcuna domanda. Il mercato e costruito per fare domande non per soddisfare desideri. 

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 705 e 805)

Il mercato giornalmente spinge i nuovi imprenditori a eliminare quelli che non hanno superato la prova. Questo tende a rafforzare la condotta degli affari di coloro che hanno successo nel soddisfare i più urgenti desideri dei consumatori. E’ da questo punto di vista che possiamo chiamare l’economia di mercato un sistema di prova ed errore…

…L’accumulazione di capitali e gli investimenti sono fondati sull’aspettativa che non si verificherà nessuna espropriazione. Se questa aspettativa fosse assenta la gente preferirebbe consumare il loro capitale piuttosto che doverlo proteggere dai predatori. Questo è l’intrinseco errore insito in tutti i piani volti a mutare la proprietà privata a favore dell’esproprio.

Frédéric Bastiat – Contro lo statalismo – (pag. 21)

La proprietà è una conseguenza necessaria della costituzione dell’uomo. Nella piena forza di tutta questa espressione, l’uomo nasce proprietario, perché egli nasce con bisogni la cui soddisfazione è indispensabile alla vita, e con organi e facoltà il cui esercizio è indispensabile alla soddisfazione di questi bisogni. Le facoltà non sono che il prolungamento della persona; la proprietà non è che il prolungamento della facoltà. Separare l’uomo dalle sue facoltà significa farlo morire; separare l’uomo dal prodotto delle sue facoltà, anche questo è farlo morire. Vi sono pubblicisti che si preoccupano molto di sapere come dio avrebbe dovuto fare l’uomo: da parte nostra, noi studiamo l’uomo quale dio l’ha fatto, e constatiamo che egli non può vivere senza provvedere ai suoi bisogni, che non può provvedere ai propri bisogni senza lavoro, e che non può lavorare se non è sicuro di destinare alle proprie necessità il frutto del proprio lavoro. Ecco perché pensiamo che la proprietà sia di istituzione divina, e che la sua certezza e la sua sicurezza siano l’oggetto della legge umana. E’ talmente vero che la proprietà è anteriore alla legislazione, che essa è riconosciuta anche tra i selvaggi privi di legge, o almeno di leggi scritte. Quando un selvaggio ha consacrato il proprio lavoro a costruire una capanna, nessuno gliene contesta il possesso o la proprietà. Senza dubbio un altro selvaggio più vigoroso può cacciarlo, ma non senza indignare e allarmare l’intera tribù. E’ proprio da questo abuso della forza che nascono l’associazione, la convenzione, la legge, la quale mette la forza pubblica al servizio della proprietà. Dunque la legge nasce dalla proprietà, e non la proprietà dalla legge.

Carl Menger – Principi fondamentali di economia – (pag. 101)

Di conseguenza, l’economia umana e la proprietà hanno una comune origine economica, perché entrambe trovano la loro ragione ultima nel fatto che si danno beni la cui quantità disponibile è inferiore al fabbisogno, e pertanto la proprietà, al pari dell’economia, non è un’invenzione arbitraria ma piuttosto l’unica possibile soluzione pratica di quel problema che si presenta per tutti i beni economici la natura delle cose, ossia la sproporzione tra fabbisogno e quantità di beni disponibili.

Friedrich A. von Hayek – Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee – (pag. 100 – 101)

Il caso in cui l’uso dello stesso termine per due diversi tipi di ordine ha provocato la massima confusione, e continua a fuorviare anche i pensatori seri, è probabilmente quello del termine “economia” sociale, o nazionale o mondiale, e spesso anche semplicemente “economia”. La struttura ordinata prodotta dal mercato è, tuttavia non una organizzazione, ma un ordine spontaneo o cosmos, e proprio per questo motivo è, sotto molti aspetti, fondamentalmente diversa da quell’ordinamento, o organizzazione, che in modo originale ed appropriato si chiamò economia. La convinzione, largamente diffusa a questo uso del medesimo termine per entrambi i significati, che l’ordinamento di mercato debba essere organizzato in modo che si comporti come se fosse un’economia propriamente detta, e che la sua efficacia può e deve essere giudicata con gli stessi criteri, è divenuta la fonte di così tanti errori e falsi ragionamenti da far ritenere necessario adottare un nuovo termine tecnico per definire l’ordinamento di mercato che si forma spontaneamente. Per analogia con il termine catalattica che è stato spesso proposto a sostituzione del termine “economia” come nome per la teoria dell’ordinamento di mercato, potremmo definire quell’ordinamento come una catalassi. Entrambe le espressioni derivano dal termine greco katallattein (o katallassein) che significa, appunto, non solo “cambiare” ma anche “accogliere nella continuità” e “cambiare l’inimicizia in amicizia” Scopo preciso di questo neologismo è quello di mettere in rilievo che una catalassi non deve ne può essere messa al servizio di una gerarchia particolare di fini reali, e che quindi la sua efficacia non può essere giudicata come una somma di risultati particolari.

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