LIBERTA’ INDIVIDUALE E PANDEMIA: IL DIFFICILE TRADE-OFF

Sono passati più di due anni da quando il governo con forme a dir poco inconsuete ci chiudeva letteralmente in casa, ancor oggi non riesco a trattenere l’irritazione all’idea di dovermi giustificare per uscire di casa, per non parlare del senso di “colpa” trasmesso a reti unificate fatto ricadere sul capo di ognuno quale possibile untore verso chicchessia di un virus non solo per sua natura fuori dal nostro controllo ma per la maggior parte di noi neanche percepibile sotto forma di seppur lievi sintomi. Non possiamo non parlare della pandemia sottacendo questa sua peculiare anomalia: difatti per una parte importante della popolazione il Covid è una non malattia, se non ci fossero i tamponi a rilevarlo nessuno ne avrebbe contezza dell’esistenza, per un’altra fetta consistente non è più di una banale influenza che per qualcuno si esprime con sintomi di una certa importanza, fino ad arrivare a quel 3 – 4% della popolazione per la quale il Covid rappresenta una malattia molto grave con effetti debilitanti spesso permanenti che per non pochi diventano addirittura letali. Di fronte ad uno spettro così ampio a nulla servono le accuse di “egoismo” da parte delle anime belle verso quelli che, a torto o ragione, sento il Covid come un non problema per la loro persona e che: senza negare al prossimo l’aiuto se malato – nessuno ha mai messo in discussione il sostegno economico per ricerca e cure di ogni genere – tuttavia sono titubanti a curarsi come se loro lo fossero. Difatti, questo è il vero scoglio, per chi è sano o si percepisce come tale, il vaccino è un farmaco con potenziali conseguenze negative che nel migliore dei casi non ha alcun effetto; nessuno si mette a leggere il bugiardino anche solo per alleviare un mal di denti, altresì essere costretti ad assumere anche una banale pillola senza sintomi ci mette a disagio e suscita infiniti interrogativi. Serve un cambio di prospettiva che ci induca a un vero salto di paradigma: la pandemia non è una comune malattia come il cancro o l’infarto che ci interroga come singoli, ci rimanda alla nostra esistenza, alle nostre abitudini, tutt’al più alla nostra storia famigliare; la pandemia è una malattia sociale ci coinvolge e minaccia come specie e come tale deve essere combattuta. Ed è proprio questa natura sociale della pandemia a costringerci a ricercare ob torto o collo una risposta collettiva, oserei dire Politica nel senso più alto del termine. Se le passate generazioni hanno avuto la guerra per forgiare la loro coscienza collettiva, alla nostra è toccata questa sfida, bisogna convincersi – ormai è chiaro, già più volte ci siamo illusi che ce ne saremmo liberati da un giorno all’altro così com’era venuta, non sarà così – il nemico è subdolo ancora ben lontano dall’esser debellato; non solo, il tempo che passa non fa che aggravare ogni aspetto della nostra vita sociale con conseguenze non prevedibili soprattutto sui più giovani. Dobbiamo quindi attrezzarci sapendo che non ne usciremo come siamo entrati, a cambiare sarà la qualità del nostro vivere insieme, come sempre nella vita si apre una pluralità di possibilità: potremmo rafforzare in vario modo la nostra fragile democrazia uscita dalla dittatura che ci portò alla seconda guerra mondiale, come viceversa potremmo ricadere in forme più o meno accentuate di autoritarismo come accadde all’indomani della prima guerra mondiale. Lasciamo quindi perdere la puerile gara di questi giorni che ci vedrebbe “primi della classe” in Europa nella lotta alla pandemia, certo recuperare un po’di amor patrio sarebbe cosa buona, ma se deve diventare il nazionalismo da operetta dei tempi andati dio ce ne scampi. Purtroppo la pandemia, non poteva essere altrimenti, ha esasperato le ataviche debolezze delle nostre istituzioni democratiche sempre oscillanti tra un lassismo anarchico che finisce per esaltare lo spirito di sopraffazione dei più forti, ed un dirigismo invasivo e burocratico dove lottano per il potere senza esclusione di colpi le fazioni organizzate più disparate. Dobbiamo quindi rivedere le ragioni del nostro vivere insieme cercando finalmente di approfondire la nostra idea di democrazia, superando quella visione semplicistica implicita nella riduzione a “formula” per scegliere chi governa, altresì per farla diventare “forma” per governare con giustizia ciò che ci accomuna e, non meno importante, lasciando il resto in capo ad ognuno. Perché non dimentichiamolo, la democrazia – se non vogliamo vederla degradare nel peggiore autoritarismo ben descritto da tanti filosofi fin dalla Grecia classica – è il connubio crescente di libertà è responsabilità individuale. Nella forma moderna la democrazia si esprime come governo della legge, ma noi obbediamo alle leggi, per dirla con Cicerone, per essere liberi, le leggi devono contemporaneamente gravare equamente su ognuno ma essere il più possibile limitate, perché rimangono tuttavia vincoli, e in quanto vincoli si giustificano solo per fini dentro cui ognuno deve trovare un accrescimento potenziale della propria libertà individuale. Vediamo così come: equità, limite e libertà individuale, messi fortemente sotto stress dall’attività legislativa posta in essere durante la pandemia, abbiano fatto emergere tutta l’inadeguatezza del nostro vivere democratico, proviamo ad approfondire. Certo la pandemia è la nostra guerra e in guerra un certo grado di ingiustizia è inevitabile, ma c’è modo e modo, e quanto è accaduto nel primo anno di pandemia non può non essere stigmatizzato. Il lockdown – misura collettiva messa in campo per ragioni di carattere sanitario a tutela dei più deboli – seppur non riconducibile alla responsabilità di alcuna categoria sociale, si è viceversa abbattuto sulle diverse classi in modo completamente iniquo: mentre impiegati pubblici e pensionati non solo non hanno visto contratti i loro redditi, bensì “costretti” in casa hanno addirittura fortemente aumentato i loro risparmi, tutti gli altri settori del privato – che per inciso con le loro tasse finanziano le suddette categorie – hanno in diversa misura perso reddito. Così, mentre per le realtà più grandi e strutturate la perdita è stata contenuta ad un po’ di cassa integrazione, per le piccole realtà e per gli autonomi soprattutto se legati a ristorazione, mobilità e intrattenimento, l’impatto economico è stato devastante, per molti letale, e solo tardivamente e malamente compensate da ristori inadeguati. Prima lesson learning: in democrazia patriottismo e solidarietà aumentano non cantando sui balconi ma discutendo conti alla mano di come ripartire i costi che si decide di mettere in comune. Assieme all’equità, l’attività legislativa di questo periodo, non è stata meno nefasta per quanto riguarda il limite e con esso la chiarezza delle norme prodotte. Non voglio neanche prendere in considerazioni quei folli che hanno guardato con ammirazione al modello cinese, spero che alle prossime elezioni gli italiani li epurino per via naturale attraverso il voto; se c’è stata una cosa buona della pandemia è che finalmente l’Occidente sta iniziando, purtroppo tardivamente, ad aprire gli occhi su quel mondo per troppi anni considerato una nostra costola in “via di sviluppo”. Resta però marcato il vizio oserei dire atavico del nostro sistema legislativo di volere intervenire in modo decisamente invasivo nella vita delle persone: dpcm, stati di emergenza, regole nazionali, poi declinate a livello regionale finanche comunale, manca solo il vicinato che non di rado si sente in dovere di discettare sulle libertà altrui e la babele è completa. Non solo questo sproposito normativo finisce per indebolire ogni forma di autorità ma soprattutto incrina irreparabilmente l’autorevolezza delle istituzioni democratiche, ancor peggio, disincentiva comportamenti volti a rafforzare la responsabilità individuale. Purtroppo il mito dello stato padre e del politico nelle sembianze del pastore benevolo, continua ad essere fortemente radicato nel nostro immaginario collettivo. Del resto la nostra storia è per così dire una garanzia: prima il centralismo sabaudo, poi il fascismo, ora il nostro stato iper-indebitato ed extra-large, pur nella loro assoluta eterogeneità tutte queste fasi della storia patria sono accomunate da questo minimo denominatore, il mito dello stato, ahinoi rafforzato da questi due anni di pandemia. Un’uscita in avanti dalla crisi passa soprattutto da un profondo ripensamento di questo vizio italico che accomuna neanche a dirlo tutte le forze politiche; giova ricordare che non un facinoroso giacobino ma il compassato Kant, ha bollato senza appello una volta per tutte il paternalismo in tutte le sue forme quale prodromo delle altrettanto numerose varianti autoritarie. A pagare però il conto più salato di questa guerra è stata la libertà individuale e per chi come me – pur nella consapevolezza di trovarsi per fortuna in un mondo basato sulla convivenza di una pluralità di valori – a posto arbitrariamente la libertà individuale al primo posto, trova veramente difficile immaginare una situazione tanto estrema da giustificarne le fortissime limitazioni sperimentate in questi due anni. Tuttavia sarei anche disposto ad ammettere l’esistenza di tali casi, rarissimi, ed a giustificare provvedimenti simili, solo però se estremamente limitati nel tempo. Purtroppo invece occorre constatare che sono ormai due anni durante i quali le nostre libertà sono state in modo più o meno pensante limitate, quello che sembrava l’eccezione sta diventando regola; per chi scrive ripristinarle è una questione della massima importanza e deve essere coniugata, non subordinata, alla lotta al virus. La crisi ha però radici lontane, contrariamente ad una certa vulgata, la libertà individuale non è uno stato di natura, laddove invece necessità e gerarchia sono la regola, ma una dura conquista limitata mai definitiva, vera peculiarità della nostra troppo spesso bistrattata civiltà occidentale. Ed è proprio questa idea semplicistica di un mondo fatto di diritti senza doveri, di pasti gratis senza obblighi, entrata in voga a partire dagli anni Sessanta ad avere messo in crisi senza ancora alcuna soluzione all’orizzonte, chiamiamolo per semplificare, il nostro sistema liberaldemocratico. La pandemia potrebbe rappresentare un’occasione per fare un deciso passo avanti alla nostra coscienza morale collettiva e superare le suddette idiosincrasie. Difatti, dopo due anni di dibattiti, di dubbi, paure seguite da speranze poi di nuovo deluse, possiamo finalmente dire di avere trovato la via che ci condurrà non solo a debellare la malattia attraverso i vaccini e la scienza, ma ad acquisire una consapevolezza collettiva del patrimonio di valori morali che stanno dietro a quel metodo di ricerca di soluzioni efficaci arrivate non a caso in tempi rapidissimi. La scienza non è la fideistica presunzione di conoscere la verità, al contrario è la costante ricerca della medesima attraverso nuove teorie corroborate attraverso dubbi, tentativi e correzione degli errori, così si è arrivata al vaccino, e così potrà essere costantemente migliorato. Lo scienziato moderno non è un oscuro Cagliostro che agisce nelle segrete stanze, ma il membro di un’equipe dove sono raccolti i migliori cervelli, i quali attraverso un confronto pubblico, sotto l’occhio vigile dell’intera comunità scientifica, sono chiamati a giustificare i loro risultati per mezzo di procedure e protocolli condivisi e verificati, oltre che dalle altre equipe di scienziati, da enti terzi statali e sovranazionali. Questo non ci garantisce la produzione di un vaccino efficace al primo colpo, ma un modello capace di migliorare costantemente il suo risultato, anche di fronte ad un virus in grado di mutare velocemente ed in modo estremamente insidioso. Ma non solo, contrariamente a paesi autoritari come Cina e Russia, noi non abbiamo scelto il “campione” che doveva trovare e produrre il vaccino, sarebbe istruttivo vedere i criteri di quella scelta, ossia la geminazione di inevitabili nepotismi e corruzione, ma questa è un’altra storia. Viceversa l’Occidente liberaldemocratico ha deciso di finanziare qualsiasi forma di ricerca e premiare ogni vincitore facendosi guidare da un solo criterio, il risultato; non è certo un caso se noi abbiamo sviluppato diversi vaccini mentre quei paesi autoritari solo uno, ed è attraverso questa sana concorrenza assieme a quel modello oserei dire morale di “logica della scoperta scientifica” per dirla con Popper, sopra succintamente descritto, l’arma più affidabile che abbiamo per una guerra forse ancora lunga, ma con un esito sicuro: la vittoria sul virus. Certo gli scienziati come ognuno di noi sono spinti dalla vanità e dal successo nel fare il loro lavoro, così come le case farmaceutiche, come una qualsiasi altra impresa, mirano al profitto, bando alle ipocrisie. Se però per i beni comuni bastano regole generali e il cittadino consumatore a selezionare i prodotti, per beni invece più complessi come la salute quel processo di selezione, pur mantenendo una logica affine come abbiamo visto, mette in campo un apparato di controllo decisamente più imponente a tutela dei cittadini, compreso il dibattito che precede e segue ogni decisione politica. Per questo motivo vedevo con orrore le restrizioni alla libertà individuale del primo periodo per così dire “cinese”, e continuo a vedere con altrettanto fastidio le attuali restrizioni, certo meno pesanti ma altrettanto lesive dei nostri principi liberali quali l’obbligo all’uso della mascherina. In questo modo di gestire la crisi pandemica prevale il comando arbitrario, la paura, la reciproca diffidenza, compresa l’ostentata superiorità morale e il paternalismo di questi presunti “comitati scientifici”. Viceversa sono estremamente favorevole – e non vedo alcune lesione della libertà individuale – al green pass poi diventato super, ed auspico l’obbligo vaccinale, ad una solo condizione: che con esso decada ogni forma di restrizione individuale; qui c’è lo sforzo di un’intera comunità che gradualmente cerca soluzioni condivise e ragionate. Solo così gli obblighi si coniugano all’allargamento della libertà individuale, il rispetto del più debole sarà garantito dal vaccino comune, magari costoro sceglieranno di continuare a proteggersi con la mascherina e preferiranno evitare le discoteche, senza però ledere il diritto di chi si sente in modo diverso e pretende di agire di conseguenza. Solo così fiducia e speranza prevarranno nel dibattito pubblico su paura e diffidenza e la nostra comunità ritornerà ad essere: ricca perché aperta, democratica perché coesa e innovativa perché plurale. Sfatiamo un altro mito duro a morire, la società aperta che abbiamo visto svilupparsi negli ultimi tre secoli è diventata eccezionalmente ricca nel senso più ampio del termine proprio perché fondata su quei valori morali, non perché vi abbia rinunciato in nome del “profitto” come un certo moralismo da canonica si ostina a propagare. Certo tenere insieme una pluralità di valori come: un certo grado di uguaglianza, di sicurezza, di libertà e di intraprendenza è una gran fatica, soprattutto durante le crisi la tentazione di schierarsi da una parte o dall’altra sono all’ordine del giorno, altresì riuscirci come abbiamo fatto finora è ciò che ha reso il nostro modello liberaldemocratico oggetto di imitazione da decenni in ogni parte del mondo.

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