DEMOCRAZIA – OPINIONE

SINOSSI

Il grande merito della democrazia non risiede nell’infallibilità dei governanti, o nel minor grado di fallibilità rispetto ad altri sistemi, ma nella possibilità di sostituirli in modo pacifico. Contrariamente a quanto si è soliti credere, nessun potere nel lungo periodo si regge se non ha il favore della maggioranza dell’opinione pubblica. Per l’esercizio dell’opinione nella vita civile, tanto il diritto di voto dei cittadini che la libera scelta dei consumatori – entrambi resi praticabili nella nostra democrazia liberale – costituiscono le due forme di direzione e controllo per eccellenza del potere economico e del potere politico. Molto più complesse e meno riuscite sono le istituzioni elaborate per la formazione di quell’opinione pubblica. F. A. von Hayek si spinge ad immaginare una democrazia capace di distinguere e separare: il dibattito delle idee che vanno a formare l’opinione pubblica sui grandi principi generali, dove la produzione legislativa (nomos) non può essere l’espressione di atti estemporanei della maggioranza che prevale in quel momento ma il frutto di un dibattito che supera la logica di fazione; dal governo della volontà di fini particolari raggiunti attraverso atti legislativi specifici (thesis), promossi dalle varie fazioni politiche in campo volti a regolamentare la vita quotidiana. Non meno delicato è il ruolo delle élite intellettuali nella formazione dell’opinione pubblica. Se per un verso la fiducia nella loro saggezza su cui contavano i liberali dell’Ottocento, come ha dimostrato la storia successiva, era in larga parte mal riposta, tuttavia, il ruolo svolto dagli intellettuali nel processo di diffusione e semplificazione di concetti complessi, per renderli accessibili alla fruizione delle masse, rimane determinante nella formazione dell’opinione pubblica. Non è garanzia di successo, ma rimarcare e rendere consapevoli le élite intellettuali delle enormi responsabilità implicite nell’esercizio di quel ruolo cruciale per i destini della nostra civiltà, rimane l’unico mezzo efficace e compatibile con i canoni di una democrazia liberale.

 

CITAZIONI

Ludwig von Mises – Socialismo – (pag. 489)

Le istituzioni democratiche mandano ad effetto la volontà del popolo in materia politica, assicurando che i governanti e gli amministratori siano eletti tramite il voto popolare. Vengono così eliminati quei pericoli che minacciano il pacifico sviluppo della società, pericoli che potrebbero sorgere da uno scontro tra governanti e opinione pubblica. La guerra civile è evitata quando esistono istituzioni che permettono un cambiamento pacifico di chi sta al potere. Nell’ordine economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, per conseguire un analogo successo non sono necessarie istituzioni speciali, che quelle che si è creata la democrazia politica. La libera concorrenza fa tutto quello che è necessario. La produzione nella sua interezza deve piegarsi alla volontà dei consumatori. E, se non riesce a soddisfare le richieste dei consumatori, non fa più profitti. In tal modo la competizione costringe il produttore a ubbidire alla volontà del consumatore e, se sarà il caso, impone il passaggio dei mezzi di produzione dalle mani di coloro che non riescono a produrre ciò che è richiesto dai consumatori alle mani di individui più capaci di dirigere la produzione. Il signore della produzione è il consumatore. Da questo punto di vista, la società capitalistica è una democrazia in cui ogni spicciolo rappresenta una scheda per votare. E’ una democrazia in cui i rappresentanti hanno un mandato perentorio e immediatamente revocabile. E’ la democrazia dei consumatori. I produttori in quanto tali non sono da soli in grado di dare un orientamento alla produzione. Questo vale tanto per l’imprenditore come per l’operaio; entrambi devono alla fine piegarsi ai desideri dei consumatori. E non potrebbe essere altrimenti. La gente lavora non per amore della produzione, ma per i beni che possono venir consumati.

Alexis de Tocqueville – La rivoluzione democratica in Francia – (pag. 289)

La democrazia da ad ogni uomo tutto il valore possibile, il socialismo fa di ogni uomo un agente, uno strumento, una cifra. La democrazia e il socialismo non hanno in comune che una parola, l’uguaglianza; ma state attenti alla differenza: la democrazia vuole l’uguaglianza nella libertà e il socialismo vuole l’uguaglianza nella molestia e nella servitù.

Ludwig von Mises – Lo stato onnipotente – (pag. 81)

Il principale mezzo di controllo democratico dell’amministrazione è il bilancio. Non un impiegato può essere nominato, non una matita acquistata se il parlamento non ha disposto uno stanziamento. E’ illegale superare gli stanziamenti o spenderli per scopi diversi da quelli fissati dal parlamento… Il controllo del bilancio da parte dei rappresentati del popolo, la più efficace arma del governo democratico, scompare in uno stato socialista.

Friedrich A. von Hayek – La via della schiavitù – (pag. 282 – 283)

La forma di governo internazionale nella quale certi poteri rigidamente definiti sono trasferiti a una autorità internazionale, mentre i singoli paesi rimangono responsabili dei loro affari interni sotto tutti gli altri aspetti, è – come è ovvio – la forma federale. Non dobbiamo permettere che le numerose richieste, avventate e spesso estremamente sciocche, avanzate nei confronti di una organizzazione federale del mondo intero al culmine del periodo di propaganda per “l’unione federale”, mettano in ombra il fatto che il principio del federalismo costituisce l’unica forma di associazione fra i diversi popoli, in grado di creare un ordine internazionale che non imponga ingiuste costrizioni al legittimo desiderio di indipendenza. In verità, il federalismo non è altro se non l’applicazione della democrazia agli affari internazionali, il solo metodo che l’uomo abbia finora inventato per attuare cambiamenti in via pacifica. Ma esso è una democrazia con poteri definiti e limitati

Friedrich A. von Hayek – La società libera – (pag. 215 – 216)

L’idea che il governo debba essere guidato dall’opinione della maggioranza ha senso solo se quell’opinione è indipendente dal governo stesso. L’ideale di democrazia è basato sulla credenza che un indirizzo politico di cui si farà portatore il governo emerga da un processo indipendente e spontaneo. Presuppone quindi l’esistenza di vaste sfere, indipendenti dal controllo della maggioranza, entro le quali si formano le opinioni individuali. C’è diffuso consenso sul fatto che questa sia la ragione per cui la causa della democrazia e la causa della libertà di parola e di discussione sono inseparabili. La tesi che la democrazia non fornisca un semplice metodo per superare le differenze di opinione relative al corso d’azione da adottare, ma anche un modello di quel che l’opinione dovrebbe essere, ha già avuto effetti di larga portata. In particolare, ha creato gravi equivoci riguardo al problema di cosa sia la legge realmente valida e di cosa la legge dovrebbe essere. Se si vuole che la democrazia funzioni è importante che il primo punto possa essere sempre accertato e che il secondo possa essere sempre contestato. Le decisioni maggioritarie ci dicono cosa vuole il popolo in quel momento, ma non cosa vorrebbe, nel suo stesso interesse, se fosse meglio informato; tali decisioni non avrebbero alcun valore se non potessero essere modificate attraverso la persuasione. La difesa della democrazia presuppone che un’opinione di minoranza possa diventare un’opinione di maggioranza.

David Hume – Sui principi primi del governo – (contenuto nei Principi di politica di B. Constant pag. 537)

A chi considera le cose umane con occhio filosofico, nulla appare più sorprendente della facilità con cui la maggioranza viene governata da una minoranza e dall’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai loro sentimenti e alle loro passioni a favore di quelli di chi li governa. Quando cerchiamo quali siano i mezzi che producono questo miracolo, troviamo che, mentre la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno se non l’opinione. Ogni governo, dunque, si basa soltanto sull’opinione e questa massima si applica ai governi più dispotici e bellicosi come a quelli più liberi e popolari. Il sultano d’Egitto o l’imperatore di Roma possono governare i loro innocui sudditi come dei bruti; ma devono, quanto meno aver guidato i mammalucchi o le schiere dei pretoriani come uomini, cioè facendo ricorso alla loro opinione.

Benjamin Constant – Scritti della giovinezza – (contenuto nei Principi di politica di B. Constant pag. 538)

I Re, i signori e coloro che li difendono sembrano ignorare la potenza delle idee. Abituati a vedere forze visibili che dominano opinioni invisibili, non si accorgono che la forza è dovuta proprio all’opinione. L’abitudine li rende indifferenti nei confronti del miracolo dell’autorità. Vedono il movimento, ma poiché ne ignorano la fonte, la società non gli appare che come un meccanismo bruto. Considerano il potere una causa, mentre non è che un effetto, e vogliono servirsi dell’effetto contro la causa.

Benjamin Constant – Principi di politica – (pag. 459)

Ma, si dirà, come si può conoscere lo stato dell’opinione pubblica? Se non possiamo contare i voti. E’ soltanto dopo tale conteggio che l’opinione si manifesta. Ma allora spesso è troppo tardi per tornare indietro. Di conseguenza, affermare che non bisogna anticipare l’opinione pubblica non vuol dire niente. A questa obiezione rispondo, anzitutto, che se voi lasciate all’opinione pubblica la facoltà di esprimersi, ne conoscere facilmente le intenzioni. Non provocatela e non eccitatela con speranze, indicandole il senso nel quel che voi desiderate si pronunci, poiché allora per compiacere il potere, l’adulazione prenderà la forma dell’opinione. Collocate un monarca irreligioso a capo di un popolo devoto: i più accondiscendenti tra i cortigiani saranno precisamente i più increduli. Non appena il potere sposa una determinata dottrina, attorno a lui si riunisce una falange che inclina tanto più per l’opinione preferita dal potere quanto più essa non ha seguito; e il potere scambia facilmente il consenso dei suoi docili seguaci per il sentimento universale. Ma se l’autorità resta neutrale e lascia parlare, le diverse opinioni entrano in conflitto tra loro e dal loro urto scaturiscono i lumi.

Ludwig von Mises – Individuo, mercato e stato – (pag. 105)

E’ importante comunque rendersi conto che gli argomenti spesi a favore del governo rappresentativo da un piccolo gruppo di filosofi liberali erano diversi e non implicavano nessun riferimento a una supposta infallibilità della maggioranza. Hume osserva che il governo si fonda sempre sull’opinione. E nel lungo periodo vince sempre l’opinione dei molti. Un governo non sorretto dall’opinione della maggioranza deve prima o poi abbandonare il potere; se non vi rinuncia, è violentemente estromesso dai più. I governati hanno alla fine il potere di conferire la responsabilità di governo a quegli uomini che sono capaci di governare secondo i principi ritenuti adeguati dalla maggioranza. Nel lungo periodo, non c’è la possibilità di un governo impopolare, che mantenga un sistema che la moltitudine condanna come ingiusto. La razionalità del governo rappresentativo non sta tuttavia nell’infallibilità, simile a quella di dio, della maggioranza. Sta invece nell’intento di effettuare con metodi pacifici la correzione, alla fine inevitabile, del sistema politico e la sostituzione degli uomini di governo in accordo con la volontà della maggioranza. Gli orrori della rivoluzione e della guerra civile possono cioè essere evitati se un governo privo di consenso può essere pacificamente sostituito tramite elezioni.

Fritz Machlup – Saggi su Hayek – (pag. 86 – 87)

Hayek definisce gli intellettuali: “commercianti di idee di seconda mano”, gli intellettuali in questo senso non sono né pensatori originali né discepoli o esperti in particolari campi del sapere. Questa distinzione è valida ovunque solo se si è pienamente compresso che coloro che si definiscono “discepoli”, “esperti” e gran parte degli “accademici”, sono intellettuali nel senso dato da Hayek a questa espressione. Definito in questo modo il potere degli “intellettuali” consiste nella loro abilità a formare l’opinione pubblica. Non è esagerato affermare che una delle preminenti attività di questi intellettuali è quella di organizzare e convertire una serie di credenze, attraverso un processo di generalizzazione, in opinioni accettate dalla maggioranza in modo meccanico e irresistibile. Il processo di formazione dell’opinione pubblica dipende dalla libertà di pensiero e opinione. L’ideale della democrazia rimane la convinzione che il giudizio che dirigerà l’emergere di un governo, sia l’espressione di un processo spontaneo e indipendente. In questo processo il ruolo degli intellettuali è dominante; vale a dire: selezionano, rendono fruibili e trasmettono le idee alla pubblica opinione. Loro decidono ciò che è ritenuto convenzionalmente saggio e lo diffondono. L’atmosfera che accoglie le opinioni (una serie di generali preconcetti con i quali gli intellettuali giudicano la rilevanza di nuovi fatti e opinioni), e “l’opinione della maggioranza” (con il quale si esprime e determina attraverso il voto la guida del governo), sono pertanto fattori decisivi per al politica statale.

Ludwig von Mises – The ultimate foundation of Economic Science – (pag. 84)

Nel perorare la regola della decisione a maggioranza, i liberali del diciannovesimo secolo non nutrivano nessuna illusione sulla dirittura morale della stragrande maggioranza degli intellettuali. Tale era la consapevolezza che tutti gli uomini sono passibili di errore, comprese le maggioranze, sviata dalle fallaci dottrine propagate da demagoghi senza scrupoli, tali da poter dirigere la politica verso scelte disastrose, fino alla distruzione della civiltà. Ma quei liberali erano altrettanto consapevoli che nessun metodo di governo poteva prevenire tali possibili catastrofi. Se una piccola minoranza di cittadini illuminati non fosse stata in grado di elaborare principi capaci di dirigere la politica, di convincere la maggioranza a sostenne quei politici in grado di preservare la prosperità, la causa dell’umanità e della civiltà era senza speranza. Non esiste nessun altro modo di preservare gli interessi del genere umano e lo sviluppo della civiltà che l’adozione da parte della maggioranza meno dotata delle idee delle élite. Questo è ottenibile solo attraverso la persuasione della maggioranza. A nulla valgono invece i metodi di un governo dispotico, il quale invece anziché illuminare le masse le sottomette e le maltratta. Nel lungo periodo le idee della maggioranza, anche se deleterie, prendono il sopravvento. Il futuro dell’umanità dipende dall’abilità delle élite di influenzare nella giusta direzione l’opinione pubblica. Questi liberali non credevano nell’infallibilità della natura umana, né nell’infallibilità della maggioranza. Il loro ottimismo si basava sull’aspettativa che le élite intellettuali avrebbero persuaso la maggioranza ad approvare politiche benefiche per la collettività.

Friedrich A. von Hayek – Legge, legislazione e libertà – (pag. 407)

La concezione che la maggioranza del popolo (o i suoi rappresentati eletti) dovrebbe essere libera di decretare ogni cosa su cui si giunge ad un accordo, e che in questo senso si debba considerare onnipotente, è strettamente legata alla concezione della sovranità popolare. Il suo errore non si trova tanto nel credere che il potere debba essere nelle mani del popolo, e che i suoi desideri debbano essere espressi a maggioranza, ma nel credere che tale fonte ultima del potere debba essere illimitata: cioè nell’idea della sovranità. La pretesa necessità logica di una fonte di potere illimitato non esiste. Come abbiamo già visto, credere in tale necessità è il frutto della falsa interpretazione costruttivista della formazione delle istituzioni umane, che tenta di ricondurle ad un ideatore originario o a qualche atto di volontà. Tuttavia, la base dell’ordine sociale non risiede nella decisione volontaria di adottare certe regole comuni, ma nell’esistenza tra la gente di certe idee su quanto è giusto e sbagliato. Quel che rese possibile la Grande società non fu la deliberata imposizione di norme di comportamento, ma lo sviluppo di tali norme tra uomini che avevano solo vagamente idea di quali sarebbero state le conseguenze della loro osservanza generale. Poiché ogni potere poggia su opinioni ad esso preesistente, e dura soltanto finché tali opinioni prevalgono, non vi è alcuna fonte personale di questo potere e nessuna volontà che lo abbia deliberatamente creato. Il concetto di sovranità poggia su una costruzione logica sviante, che comincia con l’assumere che le norme e le istituzioni esistenti derivino da un volere uniforme mirante alla loro creazione. Invece, lungi dal sorgere da una volontà preesistente capace di imporre al popolo qualsiasi norma le piaccia, una società di uomini liberi presuppone che il poter sia limitato dagli ideali comuni che li fecero unire, e che laddove non vi è accordo non vi è alcun potere.

Friedrich A. von Hayek -Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee – (pag. 105 e 107)

Quest’organo rappresentativo governativo o direttivo (ma nel senso stretto non legislativo) si occuperebbe allora effettivamente di questioni relative alla volontà della maggioranza (cioè del conseguimento di obiettivi reali particolari) per la cui realizzazione userebbe i poteri del governo. Non si occuperebbe di questioni di opinioni circa ciò che sarebbe giusto o ingiusto. Si dedicherebbe alla soddisfazione di esigenze reali prevedibili impiegando risorse separate messe da parte per questo scopo. I padri del costituzionalismo liberale erano sicuramente nel giusto quando pensavano che nelle assemblee supreme che si occupavano di ciò che consideravano legislazione propriamente detta, cioè di definire il nomos, non dovessero trovare posto quelle coalizioni di interessi organizzati che si chiamavano fazioni e che noi chiamiamo partiti. I partiti infatti si occupano di questioni legate alla volontà reale, al soddisfacimento di interessi particolari di chi contribuisce a formarli, mentre la legislazione propriamente detta dovrebbe esprimere un’opinione e non dovrebbe quindi essere messa nelle mani di interessi particolari, ma in quello di rappresentanti che esprimano l’opinione dominate, di persone che dovrebbero essere garantite contro ogni pressione di interesse particolari…

…Dobbiamo davvero rammaricarci che la parola democrazia si addivenuta indissolubilmente legata al concetto di potere illimitato della maggioranza su questioni particolari. Ma se è così, abbiamo bisogno di una nuova parola per indicare l’ideale originariamente espresso dal termine “democrazia”, l’ideale della regolamentazione dell’opinione popolare su ciò che è giusto, ma non di una volontà popolare riguardante qualsiasi misura concreta sembri desiderabile dalla coalizione d’interessi organizzati che governano in quel momento. Se democrazia e governo limitato sono diventati concetti inconciliabili, dobbiamo trovare una nuova parola per indicare ciò che una volta poteva essere chiamato democrazia limitata. Noi vogliamo che l’opinione del demos sia l’autorità suprema, ma non permettiamo che il potere puro e semplice della maggioranza, il suo kratos, compia atti di forza senza alcun freno di legge nei confronti degli individui. La maggioranza dovrebbe quindi governare (archein) attraverso “leggi permanenti, promulgate e note al popolo e non attraverso decreti estemporanei”. Potremmo forse definire un tale ordinamento politico collegando demos e archein e chiamare demarchia questo governo limitato in cui l’autorità più alta è costituita dall’opinione, ma non dalla volontà particolare del popolo.  

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