LAVORO – SALARIO

SINOSSI

Il lavoro, come ogni oltre fattore della produzione, vale nella misura in cui aumenta l’utilità marginale del prodotto. Ogni rigidità del salario o creazione di lavoro stampando moneta alla lunga crea disoccupazione. Il lavoro in una certa misura è sempre sacrificio (disutilità), l’ozio ne è il premio non il presupposto né un diritto. Sono solo gli investimenti in capitale tecnologico e umano che aumentano la produttività del lavoro, in termini di quantità, qualità e riduzione del costo del prodotto, a determinare il conseguente incremento salariale. Gli investimenti però devono essere fatti nella direzione desiderata dal consumatore, e presuppongono un vero risparmio fatto di rinuncia a beni di consumo a favore di investimenti in beni capitale, volti a creare lavoro sempre più produttivo e quindi sempre più remunerato. Quando invece lo stato cerca di creare lavoro attraverso il risparmio “forzoso” estorto attraverso tasse (e quindi sottratto) e debiti (stampando moneta), per ributtarlo – direttamente attraverso investimenti o indirettamente abbassando artificialmente il tasso di interesse – nel mercato; non c’è nessun incremento di investimenti, lo stato compie semplicemente un trucco. Quella creazione artificiale di lavoro-salario andrà sempre a discapito di altri; ma non solo: verrà cacciato il lavoro-salario buono, frutto delle domande più urgenti dei consumatori, per immetterne di cattivo, dovuto alla sottrazione di reddito (tasse) e potere d’acquisto (debiti) ai loro legittimi proprietari, il quale inevitabilmente sparirà assieme al trucco. Il risultato finale è la distruzione e non la creazione di lavoro-salario.

 

CITAZIONI

Carl Menger – Principi fondamentali di economia – (pag. 178 – 180)

Il fatto che anche il prezzo delle prestazioni lavorative non possa essere se non del tutto arbitrariamente ricondotto al prezzo dei loro costi di produzione, come quello dell’uso di terreno, ha condotto anche per questa categoria di fenomeni del prezzo ad elaborare particolari principi. Il lavoro più comune, si dice, dovrebbe nutrire l’operaio e la sua famiglia, perché altrimenti non potrebbe essere durevolmente prestato per la società: ma il lavoro non potrebbe offrire al lavoratore più dei mezzi di sussistenza, altrimenti si assisterebbe ad un incremento del numero dei lavoratori che farebbe di nuovo scendere il prezzo del loro lavoro al livello precedente. Il minimo di sussistenza inteso in questo senso sarebbe dunque il principio in base al quale si regola il prezzo del lavoro più comune, mentre il prezzo più elevato delle restanti prestazioni lavorative dovrebbe essere ricondotte all’impiego di capitale, alla rendita di intelligenza, e così via. Ma l’esperienza insegna che esistono concrete prestazioni lavorative completamente inutili per gli uomini economici, persino dannose, che quindi non sono beni, altre che nonostante siano beni non hanno alcun carattere economico e alcun valore, e pertanto non possono avere nessun prezzo al pari delle prime (come vedremo in seguito). (Di tale specie sono tutte le prestazioni lavorative che, qualunque ne sia il motivo, sono disponibili nella società in quantità talmente elevata da non avere carattere economico, come ad esempio i lavori connessi con certi uffici non retribuiti, ect.). Le prestazioni lavorative non sono dunque beni, o persino beni economici, di per sé in qualunque circostanza, non hanno necessariamente valore, e perciò non si può fissare per qualsiasi di esse un prezzo, e men che mai un prezzo determinato. L’esperienza insegna, inoltre, che molte prestazioni lavorative non possono essere scambiate dal lavoratore neppure contro i necessari mezzi di sussistenza, mentre per altre si può facilmente ottenere una quantità dieci volte, venti e persino cento volte superiore ai beni necessari per la sopravvivenza di un essere umano. Ma ovunque le prestazioni lavorative di un uomo vengono di fatto scambiate contro i mezzi di sussistenza, ciò è soltanto la conseguenza del causale fatto che esse, secondo i principi generali della formazione del prezzo, hanno potuto essere scambiate soltanto contro un tale prezzo e nessun altro. I mezzi di sussistenza del lavoratore, ovvero il minimo di sussistenza, non possono dunque essere né causa imminente, né il principio regolativo del prezzo delle prestazioni lavorative. In realtà anche il prezzo delle prestazioni lavorative concrete si regola, come vedremo, secondo il loro valore, come tutti gli altri beni. Quest’ultimo però si regola, come abbiamo visto, sulla base della misura dell’importanza di quelle soddisfazioni di bisogni cui dovremmo rinunciare se non potessimo disporre delle pertinenti prestazioni lavorative; il loro valore si regola innanzi tutto immediatamente secondo il principio che i beni di ordine superiore hanno per gli uomini economici un valore tanto maggiore quanto maggiore è il prevedibile valore del prodotto, a parità di valore dei beni complementari d’ordine superiore, e quanto minore è il valore di quei beni a cui abbiamo rinunciato a favore dei beni di ordine superiore.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 592 – 593)

Il lavoro è un fattore scarso di produzione e come tale venduto e acquistato sul mercato. Il prezzo pagato per il lavoro è incluso nel prezzo conseguito per il prodotto o il servizio, se l’esecutore del prodotto coincide con il venditore del prodotto o del servizio. Se il puro lavoro è venduto o acquistato per esempio da un imprenditore che lo impiega per la produzione, o da un consumatore desideroso di usare il servizio reso per il suo proprio consumo, il prezzo pagato si chiama salario. Per l’uomo in azione il proprio lavoro non è semplicemente un fattore della produzione ma anche una fonte di disutilità, egli lo valuta non solo per la gratificazione che ne riceve, ma anche per la misura della disutilità che gli procura. Ma per lui, come per chiunque, il lavoro delle altre persone è offerto in vendita sul mercato semplicemente come fattore della produzione. Lo valuta accordando i principi applicati alla valutazione di ogni altra merce. Il prezzo del salario è determinato sul mercato nello stesso modo delle altre merci. In questo senso il lavoro è una merce. La carica emotiva con la quale tante persone, sotto l’influenza del marxismo, attaccano questa terminologia, non ha rilevanza. E’ sufficiente osservare incidentalmente che gli imprenditori utilizzano il lavoro come ogni altra merce, perché il comportamento dei consumatori li induce a procedere in questo modo. Non si può parlare di lavoro e salario in generale senza ricorre a un certo grado di semplificazione. Un tipo uniforme di lavoro o in generale tasso di salario non esiste. Il lavoro è molto diverso per qualità; e ogni tipo di lavoro offre specifici servizi. Ognuno è valutato come fattore complementare per la produzione di un particolare bene o servizio al consumatore. Tra il giudizio nella prestazione di un chirurgo o di un portuale non c’è nessuna diretta corrispondenza. Ma indirettamente ogni settore del mercato del lavoro è collegato con gli altri. Un incremento nella domanda di prestazioni chirurgiche non induce automaticamente i portuali verso l’attività chirurgica, benché le linee tra i vari settori del mercato del lavoro non siano intimamente connesse, prevale comunque una tendenza dei lavoratori a cambiare dalla loro branca ad altre simili dove le condizioni di lavoro offrono opportunità migliori. Perciò in definitiva, cambi nella domanda e nell’offerta in un settore indirettamente influenzano anche gli altri. Tutti i gruppi indirettamente competono tra loro. Se più persone entrano nella professione medica si saranno ritirate da professioni affini, le quali saranno rimpiazzate dall’immissione di persone provenienti da altri settori e così via. In questo senso esiste un collegamento tra tutte le branche dell’occupazione, nonostante le differenze profonde dei requisiti professionali richiesti in ognuna di esse.

Friedrich A. von Hayek – Contro Keynes – (pag. 116)

L’ipotesi fondamentale su cu si fonda l’argomentazione originaria di Keynes e che ha determinato la politica da quel momento in poi è che è impossibile ridurre il salario nominale di un gruppo consistente di lavoratori senza provocare una significativa disoccupazione. La conclusione che ne ha tratto Keynes e che l’intero apparato teorico doveva avallare è che, siccome in pratica non è possibile ridurre i salari nominali, ogni volta che questi diventano troppo alti per permettere la “piena occupazione” l’adeguamento necessario deve essere innescato dal meccanismo indiretto della riduzione del valore del denaro. Una società che accetti questo sta marciando verso un destino di inflazione continua.

Luigi Einaudi – Lo scrittoio del presidente – (pag. 405 – 406)

Il guaio è che l’errore, ed errore imperdonabile, sta nel principio medesimo: non è vero che salari e stipendi siano commisurati alla entità, tanto poco ben definibile, detta “costo della vita”. Il costo della vita è uno solo dei tanti fattori i quali concorrono a determinare l’ammontare dei salari e stipendi. Non si sa nemmeno se esso sia un “fattore” od una “conseguenza” di quell’ammontare. E’ il solito circolo vizioso, di mettere in capo, come “causa” o “fattore” una circostanza che è nel tempo stesso determinante e determinata da quell’azione che si usa chiamare equilibrio economico. Tanti altri fattori concorrono a far sì che in ogni determinato momento i salari, gli stipendi, il saggio d’interesse, l’ammontare e la specie della produzione, risparmi, gli investimenti, i profitti, il gettito delle imposte, a parità di aliquote, ecc. ecc. siano quelli che sono: numero della popolazione produttiva e di quella passiva, ammontare e locazione dei fattori produttivi (terre incolte e malcoltivate, impianti industriali, tipo degli imprenditori e degli organizzatori operai, attitudine dei tecnici, proporzione degli operai comuni), mezzi di trasporto, possibilità di importazione e di esportazione ed infiniti altri. La pretesa di far muovere i salari e stipendi in funzione di uno solo di questi fattori e precisamente di un fattore che è esso stesso conseguenza di una data situazione economica è assurda. Essa altro non è se non la manifestazione della tendenza, che si può riconoscere umana anche se sbagliata, a rimediare ai mali sociali ad uno ad uno, ad irrigidire e a regolare uno dei fattori che paiono a prima vista troppo arbitrari, nella vana infantile speranza che tutti gli altri fattori dell’equilibrio abbiano a rimanere invariati.

Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale – (pag. 78 – 79)

Il sussidio di disoccupazione è uno dei tanti fattori di pubblico irrigidimento, i quali hanno reso difficile l’operare del sistema di libera concorrenza ed hanno fatto concludere alla fatale rovina di esso. Se si vuole abolire o ridurre la disoccupazione, fa d’uopo ridare elasticità al meccanismo dei prezzi e quindi dei salari; fa d’uopo non abolire ogni responsabilità delle leghe operaie per gli effetti del loro operare, ma crescerla. Invece di accollare allo stato l’onere dei disoccupati, che gli operai creano con la loro vittoriosa insistenza su un livello di salari superiore al livello di equilibrio fra quantità domandata e quantità offerta di mano d’opera, fa d’uopo che questa responsabilità ricada viemmeglio sulle leghe. Pare certo che l’assicurazione statale contro la disoccupazione sia uno degli elementi più pericolosi e dubbi dell’intero sistema di assicurazione di assistenza sociale. Qui il ritorno alla responsabilità diretta degli interessati sarebbe fecondo.

Friedrich A. von Hayek – La società libera – (pag. 506 – 507)

Sembra quindi logico che a chi rivendica il diritto all’assistenza, in circostanze contro le quali avrebbe potuto premunirsi, si possa richiedere di fronteggiare da sé le intervenute necessità. Quando diventa dovere riconosciuto da tutti provvedere agli estremi bisogni della vecchiaia, della disoccupazione delle malattie, ecc., senza considerare se gli individui avrebbero o non avrebbero potuto e dovuto premunirsi da soli, in particolare quando l’assistenza è assicurata in modo tale da ridurre gli sforzi individuali, appare ovvio corollario obbligarli ad assicurarsi (o premunirsi altrimenti) contro quei comuni rischi della vita. In questo caso, la giustificazione non risiede nel costringere qualcuna a fare ciò che sarebbe nel suo personale interesse, ma nel constatare che, trascurando di premunirsi, i singoli divengano onere per la collettività. Analogamente richiediamo ai conduttori di veicoli di assicurarsi contro il rischio di danni procurati a terzi, non nel loro interesse ma nell’interesse di chi può essere danneggiato dalla loro azione. Infine, una volta che lo Stato esige che tutti si premuniscano, mentre prima lo faceva solo con i pochi, sembra abbastanza logico che anche le autorità pubbliche contribuiscano allo sviluppo delle opportune istituzioni. L’azione dello Stato è ciò che rende necessario l’accelerazione di sviluppi altrimenti destinati a progredire molto lentamente; pertanto, il costo per sperimentare e sviluppare nuovi tipi di istituzione dev’essere considerato responsabilità pubblica, non meno di quello per la ricerca o per la diffusione della conoscenza in altri campi di interesse pubblico. Il contributo fornito con il denaro pubblico dovrebbe essere di natura provvisoria, un sussidio per contribuire all’accelerazione di uno sviluppo reso necessario da una pubblica decisione e destinato ad esaurirsi quando l’istituzione si sarà sviluppata in modo da soddisfare le nuove esigenze. Fino a questo punto la giustificazione di tutto l’apparato della “sicurezza sociale” può probabilmente essere accettato anche dai più coerenti difensori della libertà. Forse molti pensano che non sia saggio spingersi fin qui, ma non si può dire che sia in contrasto con i principi da noi affermati. Così come è stato descritto, il programma indica un certo grado di coercizione, ma una coercizione finalizzata solo ad impedirne una maggiore a scapito dell’individuo e nell’interesse di altri; e l’argomento a favore si basa tanto sul desiderio degli individui di proteggersi dalle conseguenze dell’estrema miseria del loro prossimo, quanto sul desiderio di obbligarli a provvedere più efficacemente alle proprie necessità.

Ludwig von Mises – Politica economica – (pag. 78 – 80)

Spiegherò ora come stanno realmente le cose. Lo standard di vita è più basso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo perché le retribuzioni medie corrisposte per uno stesso tipo di prestazione lavorativa nelle nazioni in questione sono inferiori a quelle percepite dai lavoratori di alcuni paesi dell’Europa occidentale, del Canada, del Giappone e soprattutto negli Stati Uniti. Se vogliamo individuare quali sono le ragioni di ciò, dobbiamo tener presente che tale differenza non è dovuta a una presunta inferiorità degli operai e dei lavoratori di quei paesi. Alcuni gruppi di lavoratori dell’America del Nord credono di essere migliori di altri – pensano di guadagnare di più rispetto ad altri grazie alla loro bravura. Un lavoratore americano dovrebbe visitare un altro paese – ad esempio l’Italia terra d’origine di tanti lavoratori statunitensi – per rendersi conto di percepire un salario più alto non grazie a proprie qualità personali, bensì grazie alle condizioni in cui si trova la nazione in cui vive. Se un siciliano emigrato negli Stati Uniti, dopo poco riuscirà a guadagnare un salario il cui importo rientra nella media nazionale. Se poi ritorna in Sicilia scoprirà che la sua permanenza negli Stati Uniti non gli ha fornito qualità tali da permettergli, ora che è tornato in patria, di guadagnare di più dei suoi connazionali. Né si può spiegare una condizione economica simile in termini di presunta inferiorità degli imprenditori stranieri. E’ un dato di fatto che ad eccezione del Canada, dell’Europa occidentale e di alcune parti dell’Asia, in molti paesi gli strumenti e i procedimenti tecnologici usati nelle industrie sono di gran lunga inferiori da quelli utilizzati negli Stati Uniti. Ma ciò non è dovuto all’ignoranze degli imprenditori di quei paesi “sottosviluppati”. Costoro sanno bene che le industrie americane e canadesi dispongono di strumenti migliori. Essi stessi sanno tutto ciò che c’è da sapere sulla tecnologia, e anche se così non fosse, potrebbero tranquillamente apprendere le nozioni necessarie dalle riviste e dai testi specializzati che divulgano questo tipo d’informazione. Ancora una volta: non sono assolutamente l’inferiorità delle persone né l’ignoranza a fare la differenza. La differenza la fanno l’offerta e la quantità di capitale disponibile. In altre parole, la quantità di capitale investito pro-capite è maggiore nei cosiddetti paesi avanzati rispetto a quelli in via di sviluppo. Un imprenditore non può corrispondere al dipendente un salario superiore al valore aggiunto dal lavoro del dipendente al valore del bene prodotto. Non può pagarlo più di quanto i clienti sono disposti a pagare per il lavoro aggiuntivo prodotto da questo singolo lavoratore. Se gli dà di più non riuscirà a recuperare dai clienti le spese sostenute. Va incontro a perdite economiche e, come ho già sottolineato più volte, e come tutti sanno, un imprenditore che subisce perdite deve cambiare la sua politica aziendale, o prepararsi alla bancarotta. Gli economisti descrivono questa situazione affermando che “i salari vengono determinati dalla produttività marginale del lavoro”. Questo è semplicemente un altro modo per dire quello che ho detto prima. E’ ormai appurato che la scala salariale viene determinata in base alla misura in cui la quantità di lavoro di un uomo incrementa il valore di un prodotto. Se un uomo lavora con attrezzature più funzionali e di qualità superiori riuscirà a fare in un’ora molto più di quanto possa fare nello stesso arco di tempo il lavoratore costretto a usare attrezzature meno efficienti. E’ ovvio che cento uomini che lavorano in un calzaturificio statunitense, dotato di macchinari e di strumenti moderni, producono nello stesso arco di tempo molto di più di cento operai occupati in un calzaturificio in India, i quali debbo utilizzare attrezzature antiquate con tecniche molto meno sofisticate. Gli imprenditori di queste nazioni in via di sviluppo sanno che l’utilizzo di strumenti migliori renderebbe le loro imprese più produttive. Vorrebbero aumentare il numero di fabbriche migliorarle. L’unico loro ostacolo è la mancanza di capitali.

Luigi Einaudi – In lode del profitto e altri scritti – (pag. 79 – 81)

La verità è che da qualche secolo soltanto, all’incirca dal secolo XVI, gli uomini, anzi gli europei, hanno cessato di considerare l’ozio, il riposo come il supremo bene ed hanno cercato l’ozio attraverso il lavoro; hanno trasformato la realtà in una chimera. Gli uomini, anziché considerare l’ozio come un ideale per sé stesso e la fatica come cosa vile, ed invece di morire perciò di fame, di malattia e di carestie ricorrenti e di uccidersi in guerra per rubarsi a vicenda senza fatica il frutto della fatica, cominciarono a persuadersi che l’ozio più facilmente e più pianamente poteva raggiungersi faticando. L’ozio invece di essere il sostituto e l’alternativa alla fatica, divenni lo scopo che si volle conseguire mercé la fatica. Come la rivoluzione nel modo di concepire il rapporto fra ozio e fatica sia accaduto è problema storico tra i più difficili; e, nonostante le indagini recenti sulle origini del capitalismo moderno, non del tutto risolto. Certo è che nessun problema fu tra la fine del XVI e la metà del XVIII secolo tanto discusso dagli economisti e dai moralisti quanto quello di persuadere gli uomini a lavorare. Dopo nel secolo XIX, si pose il problema di come salvarli dall’eccesso di lavoro. Oggi si discute della salvazione dall’abbondanza di ozio. Ricordiamoci che l’ozio non è una premessa; ma una conseguenza. Se fosse una premessa se cioè gli uomini immaginassero di poter godere dell’ozio senza lavorare, ritorneremmo presto alla miseria. Le macchine non si inventano e non si fabbricano da sé, i capitali non si accumulano e soprattutto non durano da sé automaticamente. Tutto è precario sulla terra senza il lavoro senza il risparmio. Ogni tanto un pirata, come Drake, può portar via il frutto del lavoro altrui. Ma una società fondata sul ladrocinio non dura. L’ozio è il premio del lavoro. Ciò che contraddistingue le società progressive, quelle che la fatica del lavoro diminuisce e cresce il premio del lavoro è la decrescente importanza relativa all’ozio reso possibile dal lavoro altrui. Se nei quattromila anni trascorsi prima del 1700 il tenore di vita dell’uomo medio migliorò poco, la causa non è tanto di invenzioni tecniche e di accumulazione di capitale ad interesse composto quanto nella mancanza dello stimolo ad inventare ed accumulare. Era radicata negli uomini l’idea che si potesse acquistare ricchezza solo ai danni altrui. L’ozio era concepito come il frutto della preda. Che esso sia frutto del lavoro proprio ed al più dei propri genitori ed avi, che si possa acquistare ricchezza accrescendo la ricchezza altrui, è idea moderna la quale ha prodotto risultati mirabili. Venga meno lo stimolo al lavoro; e in poche generazioni il livello medio della vita dell’uomo discenderà rapidamente, ben più rapidamente di come si è innalzato. Perciò reputo abbia ragione l’inglese medio se leggendo qualche pagina brillante di Keynes sente disgusto ed ira. Il disprezzo che da quelle pagine sprizza fuori verso coloro i quali lavorano ed accumulano è ingiusto moralmente e storicamente sbagliato. Il contrasto che egli pone fra “i pugnaci volontari fabbricanti di denaro i quali recano l’abbondanza al resto del mondo” e coloro i quali “sono capaci di tenere viva e condurre a perfezione piena l’arte della vita” è sbagliato. Non è vita degna di essere vissuta quella di chi in una qualunque guisa non ha faticato e non fatica. L’ozio è lo scopo della vita se voluto e meritato. Solo chi sa può godere sui suoi ozi. Chi sa condurre a perfezione l’arte della vita sa anche lavorare.

Luigi Einaudi – Il buongoverno – (pag. 474 – 475)

La abolizione della schiavitù od il suo sinonimo detto “diritto di sciopero” suppone tuttavia un dato clima economico. E’ un istituto che vive quando nella società agiscono determinate condizioni, tra le quali principalissima è quella ricordata sopra della libertà degli uomini ad acquistare, a propria scelta, i beni ed i servizi da essi desiderati. Il lavoratore ha il sacrosanto diritto di abbandonare la fabbrica che non è in grado di pagargli il salario da lui giudicato bastevole a compensare le proprie fatiche ed a consentirgli quel tenore di vita al qual egli giudica di avere diritto. Ma il consumatore ha uguale ragione di non essere costretto da nessuno ad acquistare al prezzo di 20 mila lire un abito, solo perché i lavoratori chiedono – e scioperano per ottenerlo – un salario siffatto che il produttore non può mettere sul mercato l’abito ad un prezzo inferiore a 20 mila lire. Al diritto di sciopero dei lavoratori, alla loro esigenza di non essere sottoposti a schiavitù, corrisponde l’egual diritto dei consumatori di non acquistare la merce prodotta dai lavoratori. Non sono due diritti diversi: bensì due facce del medesimo diritto. Tra i due, lavoratori ed i consumatori, vi è l’intermediario detto comunemente industriale, che gli economisti usano, dal 1738 in poi, chiamare “imprenditore”: colui il quale, a suo rischio e vantaggio, mette insieme i fattori produttivi – area, stabilimenti, macchine, scorte di materie prime e semilavorati, dirigenti, impiegati, lavoratori -; ne paga il prezzo di mercato ed offre il prodotto finito al consumatore. Se i due estremi, lavoratori e consumatori, fanno sciopero, i primi perché non ritengono di essere pagati abbastanza, gli altri perché ritengono il prezzo del prodotto superiore al vantaggio che si ripromettono dal loro acquisto, l’imprenditore il quale sta in mezzo ai due, non può rimaner fermo. Anch’egli, se non vuole perdere i suoi capitali – e la perdita dei capitali non giova a nessuno – deve potersi muovere. Il suo diritto a muoversi ha un nome abbreviato ed il diritto alla “serrata”. In sostanza il diritto alla serrata degli imprenditori ha un contenuto semplice e necessario. Non si può immaginare che là dove i lavoratori hanno il diritto – sacrosanto diritto, innato nell’uomo libero – di incrociare le braccia e di rifiutarsi a lavorare a condizioni da essi non accettate volontariamente, vi sia talun altro il quale sia costretto a tenere il proprio stabilimento aperto ed a pagare salari che egli giudica superiori al ricavo, dedotte le altre spese del prodotto da lui posto sul mercato.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 773 – 774)

Ricardo è l’autore della proposizione che il crescere dei salari spinge il capitalista a sostituire il lavoro con le macchine e viceversa. Pertanto, concludono gli apologeti del sindacato, una politica di crescita del tasso salariale, non rispettosa di quanto accadrebbe in un mercato senza vincoli, è sempre benefica. Questo genera miglioramento tecnologico e crescita della produttività del lavoro. Salari più alti sempre pagano sé stessi. Forzando imprenditori recalcitranti ad aumentare i salari, i sindacati diventano i paladini del progresso e della prosperità. Molti economisti concordano con la proposizione ricardiana, benché alcuni di loro siano meno entusiasti nell’appoggiare le implicazioni che ne traggono i sindacati. L’effetto Ricardo è in linea di massima un luogo comune dell’economia popolare, tuttavia il teorema implicito è uno dei più falsi. La confusione inizia dal fraintendimento del principio che le macchine sostituiscono il lavoro. Quello che succede è che il lavoro per mezzo delle macchine diventa più efficiente. La stessa quantità di lavoro produce una maggior quantità o una miglior qualità del prodotto. L’impiego di macchine non determina direttamente un minor impiego di lavoro nella produzione dell’articolo A. Quello che accade è l’effetto derivato, a parità di condizioni, da un incremento dell’offerta di A, ne deriva una riduzione dell’utilità marginale di A rispetto ad altri articoli, con il conseguente ritiro di lavoro dalla produzione di A per impiegarlo su altri articoli. Il miglioramento tecnologico nella produzione di A rende possibile la realizzazione di progetti che non potevano essere eseguiti prima, perché i lavoratori necessari erano impegnati nella produzione di A perché la domanda dei consumatori per A era più urgente. La riduzione dei lavoratori nella produzione di A è causata dalla domanda dei medesimi ma in altre branche dove ci sono maggiori opportunità di espansione. Quando incidentalmente questa condizione sale, tutti parlano di disoccupazione tecnologica. Strumenti e macchinari non sono principalmente mezzi per risparmiare lavoro, ma investimenti per incrementare la produttività per unità di prodotto impiegato. Sembrano strumenti per risparmiare lavoro solo se considerati dal punto di vista dalle singole branche di produzione coinvolte. Osservate dal punto di vista del consumatore, ossia dell’intera società, appaiono come mezzi per un incremento della produttività umana. Aumentando l’offerta è possibile l’incremento del consumo di maggiori beni materiali, che rendono più piacevole il tempo libero. Quali beni saranno consumati in maggior quantità e cosa le persone preferiscano per divertirsi nel temo libero dipende dal loro giudizio di valore. L’impiego di maggiori e migliori strumenti si estenderà in misura del capitale disponibile. Il risparmio – che è la maggiore produzione rispetto al consumo – è la condizione necessaria ad ogni miglioramento tecnologico. La sola conoscenza tecnologica non è utilizzabile se manca il capitale. In altre parole, il risparmio di capitale determina necessariamente l’impiego di ulteriori strumenti e macchine… Il principio di Ricardo e le dottrine sindacali derivate da quello, pone le cose sottosopra. La tendenza verso salari più alti non è la causa ma l’effetto del miglioramento tecnologico.

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