CRISI – CONFLITTO

SINOSSI

La crisi è un fenomeno puramente economico e – quando il mercato è messo in condizioni di riadattare i fattori produttivi al mutamento dei consumi – assolutamente contingente. Quando invece la crisi si prolunga e si allarga, il fenomeno è sempre causato dall’immissione di denaro in eccesso rispetto ai beni prodotti, o attraverso la stampa di moneta o aumentando i debiti in modo spropositato rispetto ai risparmi. Il governo ne è sempre la causa: sia con l’intervento diretto in economia che quando indirettamente favorisce, attraverso il credito agevolato, alcuni operatori economi. Il risultato di questi interventi è una alterazione dei prezzi, che generano profitti laddove avrebbero dovuto esserci perdite e viceversa. La ricerca di equilibrio nel senso di stabilità è il fattore scatenante del comportamento dei governi che, preoccupati del consenso, cercano di evitare i cambiamenti dovuti alle crisi congiunturali imposti ai vari attori economici. In economia, attraverso il meccanismo dei prezzi, tutte le branche della produzione sono collegate, alcuni settori calano mentre altri crescono. Il comportamento corretto dei governi dovrebbe essere quello di favorire la concorrenza rendendo agevole la ri-allocazione di risorse umane e finanziari, anziché ricercare un’innaturale quanto chimerica stabilità. Il metodo migliore non è il dirigismo burocratico del governo, ma un conflitto ben regolato, in sintonia con i continui cambiamenti del mercato e delle tecniche produttive, tra quelli che oggi sono chiamati i corpi intermedi.

 

CITAZIONI

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 553 – 555 e 794)

Ma ora la caduta del saggio di interesse falsifica il calcolo degli uomini d’affari. Mentre l’ammontare di beni di capitale non cresce, i numeri impiegati nel calcolo economico degli altri fattori aumentano come se la crescita di quei beni capitale fosse avvenuta. Il risultato pertanto di questo calcolo economico è un fraintendimento. Questo rende alcuni progetti economici apparentemente redditizi e realizzabili, mentre se calcolati correttamente, ossia non alterati da un tasso di interesse manipolato, apparirebbe in tutta evidenza la loro irrealizzabilità. Ingannato da questa manipolazione l’imprenditore intraprende l’esecuzione di quei progetti. Gli affari vengono stimolati. Il boom ha inizio. La domanda addizionale degli imprenditori così stimolate produce una crescita dei tassi salariali, cresce anche la domanda dei consumatori e di conseguenza dei prezzi dei beni di consumo. Gli stessi imprenditori, illusi dagli immaginari guadagli mostrati dal loro calcolo economico, sono pronti a consumare di più, contribuendo anche loro alla crescita dei prezzi dei beni di consumo. La generale oscillazione dei prezzi spinge all’ottimismo. Se crescessero solo i prezzi dei beni di produzione mentre quello dei beni di consumo rimanessero stabili, la posizione degli imprenditori si farebbe imbarazzante. Comincerebbero ad avere dubbi sulla bontà del loro progetto, mentre la crescita dei costi di produzione inizierebbe a stravolgere i loro calcoli economici. Ma questi imprenditori sono rassicurati dal fatto che la domanda dei beni di consumo continua ad intensificarsi, è rende praticabile la possibilità di espandere le vendite a dispetto della crescita dei prezzi dei beni di consumo. Perciò sono confidente che la produzione li ripagherà nonostante gli alti costi che questa implica. Loro sono decisi ad andare avanti… Se l’espansione del credito consistesse in una singola iniezione di una quantità definita di mezzi finanziari nel mercato dei prestiti e cessasse tutta insieme, il boom cesserebbe molto presto… Il boom può alla fine continuare fino a quando l’espansione progressiva del credito continua ad un ritmo accelerato. Il boom si esaurisce non appena la quantità addizionale di mezzi fiduciari non vengono più immessi nel mercato dei prestiti. Non potrebbe difatti continuare per sempre anche se il processo di inflazione e di espansione del credito continuasse all’infinito. Questo processo andrebbe incontro a limiti che impediscono l’infinita espansione del credito, continuando si arriverebbe al collasso e alla rottura dell’intero sistema finanziario. L’essenza della teoria monetaria è la consapevolezza che i cambi prodotti dall’immissione di liquidità nelle relazioni monetarie tra prezzi, salari e tassi di interesse, non avvengono né nello stesso tempo né nella stessa misura. Se la variabilità fosse assente la moneta sarebbe neutrale; i cambi nelle relazioni monetarie non avrebbero effetti sulla struttura degli affari, la grandezza e la direzione della produzione, nelle varie branche dell’industria, dei consumi, come la ricchezza e i redditi della popolazione non subirebbero variazioni.

Luigi Einaudi – In lode al profitto e altri scritti – (pag. 95 – 96)

La mancanza di profitto non proviene dal fatto che i prezzi siano bassi, ma dal fatto ben diverso che essi sono squilibrati tra loro. Se tutti i prezzi fossero ribassati del 50 per cento – o, per ogni bene, nelle proporzioni necessarie a tener conto delle condizioni, nel frattempo mutate, di produzione e di domanda – la crisi non esisterebbe; che si può vendere in profitto a cinquanta come a cento, se i prezzi dei fattori produttivo sono pure scemati a cinquanta. La crisi e la mancanza dei profitti nascono dallo squilibrio dei prezzi, dal fatto che taluni prezzi non ribassano o non furono lasciati ribassare; e poiché i prezzi sono reddito per gli uni e costo per gli altri, molti perdono e perdono soprattutto gli imprenditori. Un rialzo dei prezzi che fosse dovuto a lavori pubblici compiuti per mezzo di inflazione creditizia lascerebbe sussistere la sproporzione tra prezzo e prezzo, ossia fra costi e ricavi. Forse la crescerebbe.

Fritz Machlup – Zeitschrift für Nationalökonomie – (parte di “in lode al profitto” pag. 95)

La politica del saggio dello sconto degli istituti di emissione ha indubbiamente una grande importanza anche nella fase di discesa. Secondo l’opinione dei più, l’importanza sua starebbe in un alleggerimento o lenimento della crisi attraverso una riduzione rapida e decisa del saggio di sconto. Secondo la mia opinione l’importanza sta in un differimento della liquidazione della crisi, in un prolungamento della situazione depressiva precisamente dovuti alle facilitatrici riduzioni del saggio dello sconto. Se è vero che il superamento della crisi consiste in un ristabilimento dell’equilibrio fra prezzi e costi, il quale rende nuovamente possibile una produzione capace di coprire i costi e lasciare un profitto; se è vero inoltre che l’equilibrio nei prezzi si raggiunge tanto più rapidamente quanto più presto si liquidano le rimanenze di merci invendute e quanto si spingono all’ingiù i costi dei fattori produttivi e della forza lavoro; se è vero finalmente che un cresciuto saggio di sconto accelera lo svuotamento dei magazzini e il tracollo dei prezzi, la rapida riduzione del saggio di sconto è evidentemente un mezzo atto a prolungare la crisi. Misericordiose riduzioni del saggio dell’interesse recano sollievo. Esse spingono a mantenere la posizione al rialzo, le quali alla fine devono essere pure abbandonate; esse rendono possibile la temporanea prosecuzione di produzioni le quali da ultime devono pure essere sospese; esse consentono di prolungare saggi di remunerazione, che si dimostrano infine insopportabili; in breve, esse producono un differimento nella liquidazione della crisi. Lenimento della crisi vuol dire prolungamento del processo di cura della crisi… Laddove un rialzo prematuro del saggio di sconto durante la fase ascendente del ciclo economico accorcia il rialzo (e quindi attenua la crisi conseguente), un ribasso prematuro del saggio di sconto nella fase discendente può prolungare la depressione. Laddove un rialzo troppo tardivo del saggio di sconto lungo la fase ascendente prolunga il rialzo (e quindi aggrava la crisi conseguente). Il ritardo nel ribasso del saggio di sconto durante la fase discendente può abbreviare la depressione.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 565)

Molti commentatori socialisti enfatizzano che: le ricorrenti crisi economiche e le contrazioni degli affari sono un fenomeno intrinseco al sistema di produzione capitalistico. D’altro canto dicono, il sistema socialista è al sicuro da queste sciagure. Com’è già ora evidente e come lo sarà ancora di più in seguito, le cicliche fluttuazioni economiche non sono una caratteristica esclusiva del libero mercato, ma un prodotto dell’interferenza del governo nel processo del mercato, con lo scopo di abbassare il tasso di interesse al di sotto di quello che sarebbe in condizioni di libero mercato. A questo punto dobbiamo affrontare solo la presunta stabilità e sicurezza determinata dalla pianificazione socialista. E’ essenziale stabilire che la crisi economica emerge dal processo democratico del mercato. I consumatori disapprovano il modo con cui gli imprenditori hanno impiegato i fattori di produzione. La manifestazione di questa disapprovazione emerge nella loro astensione o propensione all’acquisto. Gli imprenditori ingannati dall’illusorio e artificiale abbassamento del tasso di interesse fuori dalle regole del mercato, hanno fallito nell’investire in quei beni di produzione il cui pur urgente bisogno da parte del consumatore, era già stato soddisfatto nel miglior modo possibile. Non appena l’espansione del credito volge al termine quell’errore diventa evidente. Le preferenze dei consumatori forzano gli uomini d’affari ad aggiustare nuovamente le loro attività verso i desideri più impellenti. Il processo di liquidazione degli errori commesso durante il boom, e l’aggiustamento delle attività produttive verso i desideri dei consumatori viene chiamato appunto crisi.

Luigi Einaudi – In lode del profitto e altri scritti – (pag. 50)

Oggi gli ideali burocratici sono ridivenuti di moda. Sott’altro nome, l’aspirazione dei dirigenti le corporazioni fasciste di trovare un metodo, un principio, per far marciare d’accordo imprenditori e operai, è ancora l’antico ideale collettivistico. La lotta combattuta per insegnar agli operai che l’internazionale leninista era un’idea distruttiva e che la nazione era condizione di vita civile fu una cosa santa; ma il credere che si possa instaurare in terra l’idillio perfetto tra industriali ed operai, sotto la guida di qualche interprete autorizzato dell’interesse supremo nazionale, è un’idea puramente burocratico-comunistica. Tanti sono socialisti senza saperlo; come tanti che si dissero socialisti o furono a capo di movimenti operai contro gli industriali erano invece di fatto puri liberali. Un industriale è liberale in quanto crede nel suo spirito di iniziativa e si associa con i suoi colleghi per trattare con gli operai o per comprare o vendere in comune; è puro socialista quando chiede allo stato dazi protettivi. L’operaio crede nella libertà ed è liberale quando si associa con i suoi compagni per creare uno strumento comune di cooperazione o di difesa; è socialista quando invoca dallo stato un privilegio esclusivo a favore della propria organizzazione, o vuole che una legge o la sentenza della magistratura vieti ai crumiri di lavorare. Liberale è colui che crede nel perfezionamento materiale o morale conquistato con lo sforzo volontario, col sacrificio, con l’attitudine al lavora d’accordo con gli altri; socialista è colui che vuole imporre il perfezionamento con la forza, che lo esclude se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferiti, che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate contro i reprobi. I nomi non contano; l’ideale rimane quello che esso è intrinsecamente, qualunque sia la denominazione sua esteriore.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 577)

Se i beni possono essere venduti e i lavoratori non trovano lavoro, l’unica ragione può essere il prezzo del lavoro richiesto troppo alto. Se qualcuno vuol vendere i propri servizi e la propria forza lavoro deve ridurre le proprie pretese, se vuole trovare un compratore. Questa è la legge del mercato. Questo è lo strumento per mezzo del quale il mercato dirige ogni attività industriale verso quei servizi per mezzo dei quali si può meglio contribuire alla soddisfazione dei consumatori. Gli investimenti sbagliati determinati dal boom hanno erroneamente diretto non convertibili fattori di produzione verso utilizzi, a spese di altre finalità, il cui soddisfacimento era molto più urgente. C’è una sproporzione di fattori non convertibili nell’allocazione di fattori convertibili nelle varie branche dell’industria. Questa sproporzione è colmabile solo attraverso l’accumulazione di nuovo capitale e l’impiego del medesimo verso quelle branche la cui domanda è più urgente. Questo è un processo lento. Mentre è in atto è impossibile il pieno utilizzo delle capacità produttive di alcuni settori per la mancanza di attrezzature complementari…

Ma oggi l’espansione creditizia è una pratica esclusiva dei governi. Come pure le banche private e i banchieri sono semplici strumenti diretti a favorire i mezzi fiduciari di credito, il loro ruolo è di carattere ancillare, ed è solo di natura tecnica. Solo il governo dirige il corso degli affari. Il governo ha conseguito la completa supremazia in tutte le questioni determinanti la grandezza del credito circolante. Mentre la grandezza dell’espansione creditizia che una banca o un banchiere sono in grado di rendere accessibile in un mercato libero è strettamente limitato, il governo ha enorme possibilità di espansione del credito. L’espansione del credito è il più efficace strumento a disposizione dei governi contro l’economia di mercato. Nelle sue mani ha la bacchetta magica per scongiurare la scarsità di beni capitale, per abbassare o addirittura “abolire il tasso di interesse”, per espropriare i capitalisti, per escogitare crescite economiche senza fine, e “per diventare tutti ricchi“.

Luigi Einaudi – Il mio piano non è quello di Keynes – (pag. 195 – 196)

Siamo arrivati al punto fondamentale. Gli uomini vivono dentro un sistema economico che gli economisti usano modernamente dire in equilibrio. Vogliono essi con ciò osservare che tutti i fattori, tutti i punti del sistema si trovano tra di loro in date relazioni di interdipendenza. Gli operai ricevono certi salari, perché nello stesso momento i risparmiatori ottengono un certo interesse, gli imprenditori dati profitti, lo stato date imposte perché i prezzi delle materie prime, dei prodotti intermedi, dei prodotti finiti sono tali e tali, perché terre case azioni titoli di debito pubblico macchine impianti navi e ferrovie sono negoziati a tali e tali salari capitali. Tutto si lega e tutto si muove dentro “un” sistema. Non è possibile che un punto del sistema si sposti senza che più o meno presto, attraverso ad attriti più o meno forti, tutti gli altri punti su muovano. L’equilibrio di cui si parla non equivale a immobilità; anzi il sistema è in continuo, perenne movimento. Salari interessi profitti prezzi di merci valori di capitali, ecc., ecc., non sono quantità fisiche, che si possono toccare e vedere; bensì quantità di conto risultanti dalle idee dalle sensazioni dalle volontà degli uomini; e poiché nella società moderna idee sensazioni e volontà sono in continuo fermento e mutazione, così pure le quantità economiche che ne derivano. Tuttavia gli uomini non sono o non sono ancora in grado di adattarsi ad un sistema il quale in “tutti” i suoi punti sia in perenne movimento, in perpetuo sforzo di passaggio da un precedente equilibrio che non aveva ancora cominciato ad esistere ad uno nuovo, il quale non riuscirà ad attuarsi, perché sensazioni idee e volontà costringono prima il sistema a spostarsi ancora verso un ulteriore equilibrio. L’idea del moto perenne, dell’agitazione continua, dello sforzo mai finito verso un equilibrio mai raggiunto terrorizza gli uomini d’oggi. Se davvero essi si convincessero che il moto, che lo sforzo è la condizione della loro vita e che ad essi è vietato il porto della tranquillità, i più tra gli uomini sentirebbero spezzate le molle dell’agire. Perciò, nel turbinio incessante degli atomi economici, in cerca di assestamento definitivo mai raggiunto, gli uomini hanno cercato di innalzar dighe argini difese attorno a qualche bacino tranquillo di acqua immota, di gittare un’ancora per tener ferma la nave della propria vita in mezzo all’oceano agitato dell’esteriore vita economica. Possiamo augure l’avvento del giorno in cui gli uomini si convincano dell’inutilità e del danno delle dighe e delle ancore; ma dobbiamo riconoscere che ogni diga ed ancora sono necessarie, se si vuole che gli uomini non perdano la tranquillità d’animo necessaria a lavorare.

Luigi Einaudi – Il mio piano non è quello di Keynes – (pag. 278)

La crisi è concetto che non si riferisce solo a perdite. Vi sono i profittatori della crisi, come della inflazione. Al tempo dell’inflazione profittavano i percettori di redditi variabili: imprenditori e lavoratori, e perdevano i percettori di redditi fissi; al tempo della crisi (al che monetariamente significa deflazione) perdono imprenditori e lavoratori e profittano i percettori dei redditi fissi. In parte gli spostamenti sono inevitabili e vantaggiosi. Perciò crisi non è parola che si connetta esclusivamente allo star male. Crisi vuol dire anche movimento, passaggio da un equilibrio ad un altro. Il mondo economico è sempre stato in crisi. Cessazione della crisi significherebbe cessazione del movimento, ossia morte. Ogni tanto un pensatore ribatte sulla felicita di un ipotetico “stato stazionario”; ed è celebre nella storia della nostra scienza il capitolo “Of the stationary state” si John S. Mill (Principles, IV, vi). Ma la visione, resa magnifica dall’arte dello scrittore, non ha e non è prevedibile sia destinata ad avere possibilità di avveramento. La crisi è la legge eterna del un mondo in cui vivono gli uomini, ossia essere pronti ad inventare, ad entusiasmarsi e ad imitare. Siccome tuttavia, oltreché inventori, gli uomini, come le pecore di Panurgio, quel che l’una fa e l’altre fanno; e, se gli uni inventano e guadagnano, e gli altri imitano l’invenzione e, moltiplicandola, perdono, così la crisi, da legge eterna di un mondo vivo sano in movimento, a quando a quando diventa fatto patologico. E’ ragionevole che l’imprenditore ingrandisca l’impresa, contraendo un po’ di debiti; è irragionevole che egli oltrepassi i limiti della sicurezza, contraendo imprudentemente molti debiti. La crisi genera rovina quando molti imprenditori, quando la maggioranza degli imprenditori contrae imprudentemente molti debiti.

 Luigi Einaudi – In lode del profitto ed altri scritti – (pag. 56 – 57)

In verità poi, le organizzazioni, quando non siano rese obbligatorie dallo stato, non conservano a lungo il monopolio. La storia dei consorzi industriali e delle leghe operaie è una storia caleidoscopica di ascese, decadenze, di trasformazioni incessanti. Ad ogni momento devono dimostrare di meritare l’appoggio dei loro associati. Ed è impossibile non aiutando il braccio secolare, che questa dimostrazione sia data a lungo. Gli uomini sono troppo egoisti o cattivi o ignari perché, trovandosi a capo di una organizzazione potente, non soccombano alla tentazione di trarne profitto per sé, a danno dei propri rappresentati o non si addormentino nella conseguita vittoria o non tiranneggino i reietti dal gruppo dominante. A rendere di nuovo l’organizzazione viva, operante e vantaggiosa agli associati ed agli estranei, uopo è che essa sia di continuo assillata e premuta da rivali di fatto o dal timore del loro nascere. L’equilibrio, di cui parlano i libri di economia, la supremazia della nazione a cui si fa oggi appello non sono ideali immobili. Essi sono ideali appunto perché sono irraggiungibili; appunto perché l’uomo vive nello sforzo continuo di toccare una meta, la quale diventa, quando pare di averla raggiunta, più alta e più lontana. L’equilibrio consiste in una successione di continui e mai interrotti perfezionamenti, attraverso ad oscillazioni, le quali attribuiscono la vittoria ora a questa, ora a quella delle forze contrastanti. La gioia del lavoro per l’operaio e della vittoria per l’imprenditore, sta anche nel pericolo di perdere le posizioni conquistate e nel piacere dello sforzo che si deve compiere per difendere prima e per conquistare poi nuovo terreno. Tolgasi il pericolo, cessi il combattimento, e la gioia di vivere, del possedere, del lavorare diventa diversa da quella che è sembrata gioia vera agli uomini dalla Rivoluzione Francese in poi. Non che la “quiete” di chi non desidera nulla, fuorché godere quel che si possiede, non possa essere anche un capitolo di questo libro la vita felice del lazzarone napoletano nel meraviglioso secolo XVIII, che fu davvero l’età dell’oro della contentezza del vivere, del buongusto, della tolleranza e dell’amabilità. Purtroppo la natura umana è cosiffatta da repugnare alla lunga al vivere quieto e tranquillo. Se questo dura a lungo, è la quiete della schiavitù, è la mortificazione dello spirito. Alla quiete che è morte è preferibile il travaglio che è vita.

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