La Mentalità Anti-capitalista di Ludwig von Mises

 

Sommario

INTRODUZIONE

CAPITOLO 1

LE CARATTERISTICHE SOCIALI DEL CAPITALISMO E LE CAUSE PSICOLOGICHE DELLA SUA DENIGRAZIONE

1. La sovranità del consumatore

2. La brama verso il miglioramento economico

3. Ceto sociale e capitalismo

4. Il risentimento per le ambizioni frustrate

5. Il risentimento degli intellettuali

6. Il pregiudizio anti-capitalista degli intellettuali americani

7. Il risentimento dei colletti bianchi

8. Il risentimento dei parenti

9. Il comunismo di Broadway e Hollywood

CAPITOLO 2

LA FILOSOFIA SOCIALE DELL’UOMO COMUNE

1. Il capitalismo com’è e come è visto dall’uomo comune

2. Il fronte anti-capitalista

CAPITOLO 3

LA LETTERATURA SOTTO IL CAPITALISMO

1. Il mercato dei prodotti letterari

2. Il successo del mercato del libro

3. Osservazioni e note a proposito dei racconti polizieschi

4. Libertà di stampa

5. Il settarismo degli intellettuali

6. Il “Sociale” Romanzi e Teatro

CAPITOLO 4

LE OBIEZIONI NON ECONOMICHE AL CAPITALISMO

1. Il dibattito sulla felicità

2. Materialismo

3. Ingiustizia

4. Il “pregiudizio borghese” a favore della libertà

5. Libertà e civiltà occidentale

CAPITOLO 5

“ANTICOMUNISMO” CONTRO CAPITALISMO

Edizione: Liberty Fund

Traduzione: Gianni Cappi

INTRODUZIONE

La sostituzione del metodo pre-capitalista di gestione dell’economia con il capitalismo del laissez faire ha moltiplicato il numero di abitanti e fatto crescere in una misura senza precedenti gli standard medi di qualità della vita. Una nazione è oggi tanto più prospera quanto meno cerca di introdurre ostacoli nei modi di condurre la libera impresa e l’iniziativa privata. I cittadini degli Stati Uniti sono oggi molto più ricchi degli abitanti degli altri paesi perché i loro governi hanno intrapreso più tardi, rispetto agli altri governi del resto del mondo, una politica di ostruzione alla condotta degli affari commerciali. Ciononostante molte persone, specialmente gli intellettuali, detestano con ardore il capitalismo. Per come la vedono loro, questo terrificante modo di organizzazione economica della società non ha portato che danni e miseria. L’uomo una volta era felice e prospero nei bei tempi che hanno preceduto la “rivoluzione industriale”. Ora sotto il capitalismo la maggioranza delle persone sono povere ed affamate, sfruttate senza pietà da un individualismo senza freni. Per queste canaglie nulla conta se non i loro interessi economici. Loro non producono beni e cose veramente utili, ma vogliono solamente raggiungere profitti più alti. Avvelenano il corpo con bevande alcoliche e tabacco, l’anima e la mente con giornali scandalistici, libri osceni e stupidi film. La “sovrastruttura ideologica” del capitalismo è una letteratura fatta di decadenza e degradazione, spettacoli di burlesque e arte dello spogliarello, film hollywoodiani e polizieschi. I pregiudizi e l’intolleranza dell’opinione pubblica si manifesta molto chiaramente nell’uso fatto dell’epiteto “capitalista” volto a indicare cose esclusivamente abominevoli, mai verso quelle cose approvate da tutti. Come può ogni bene venire dal capitalismo! Ciò che ha valore è stato prodotto nonostante il capitalismo, mentre le cose negative sono escrescenze del capitalismo. Compito di questo saggio è analizzare questo pregiudizio anti-capitalista, svelarne le radici e le conseguenze.

Capitolo 1 

LE CARATTERISTICHE SOCIALI DEL CAPITALISMO E LE CAUSE PSICOLOGICHE DELLA SUA DENIGRAZIONE

1. La sovranità del consumatore

La qualità peculiare del moderno capitalismo è la produzione di beni destinati al consumo delle masse. Il risultato è la tendenza verso un continuo miglioramento degli standard medi di qualità della vita, un progressivo arricchimento dei più. Il capitalismo deproletarizza “l’uomo comune” e lo eleva a rango di “borghese”. Nel mercato della società capitalista l’uomo comune è il consumatore sovrano, il cui acquisto o astensione dall’acquisto determina alla fine che cosa dovrebbe essere prodotto in che quantità e qualità. Quei negozi e quelle fabbriche che servono esclusivamente o prevalentemente i cittadini più facoltosi, con la loro domanda di beni di lusso e sofisticati, giocano un ruolo meramente subordinato nell’organizzazione economica di mercato. Non hanno mai raggiunto le dimensioni dei grandi commerci. I grandi commerci servono sempre – direttamente o indirettamente – le masse. In questa ascesa della moltitudine consiste il radicale cambiamento sociale descritto con l’espressione “rivoluzione industriale”. Questi strati sociali costituivano e andavano a formare in tutte le passate realtà storiche le masse di schiavi e servi, di poveri e mendicanti, oggi sono diventati i pubblici acquirenti dal cui favore dipende la selezione degli uomini d’affari. Loro sono i clienti che hanno “sempre ragione”, gli sponsor che hanno il potere di rendere poveri i fornitori ricchi e ricchi i fornitori poveri. Nelle fabbriche di un’economia di mercato non ci sono sabotatori al soldo del governo o di un qualche politicante, né prepotenti o signorotti che tengono la popolazione sottomessa con l’imposizione di tributi e imposte, grazie a cui se la spassano mentre ai poveracci non resta che raccogliere le briciole. Il meccanismo del profitto rende prosperi quegli uomini che hanno successo nel fornire ciò che le persone vogliono nel modo più efficiente ed economico possibile. Si può acquisire la ricchezza solamente servendo i consumatori. I capitalisti perdono velocemente le loro ricchezze quando non le investono nelle linee di produzione che meglio soddisfano la domanda del pubblico. In un quotidiano e ripetuto plebiscito nel quale ogni penny da diritto di voto, il consumatore decide cosa dovrebbe essere fatto in ogni fabbrica, negozio o fattoria. Il controllo dei mezzi materiali di produzione è una funzione sociale, soggetta alla continua conferma o revoca da parte dei consumatori sovrani. Questo è quanto si intende con il moderno concetto di libertà. Ogni persona adulta è libera di costruire l’esistenza seguendo un proprio programma. Nessuno è obbligato a seguire i programmi di un pianificatore centrale che, per mezzo di un sistema poliziesco di coercizione e violenza, lo costringe ad adottare quell’unico piano. Ciò che restringe la libertà individuale non è la violenza delle persone o la minaccia della violenza, ma la struttura psicologica della propria natura individuale e l’ineludibile scarsità naturale dei fattori di produzione. Non bisogna dimenticare come il carattere individuale con cui ognuno dà forma al proprio singolo destino non può mai superare i limiti definiti da quelle che vengono chiamate le leggi di natura. Rendere noti questi limiti non significa avallare una certa quantità di libertà individuale come punto di vista volto a stabilire standard assoluti o nozioni metafisiche. Non si intende esprimere alcun giudizio sulle affascinanti dottrine perorate tanto dai totalitarismi di “destra” che di “sinistra”. Non significa condividere le loro asserzioni sulle masse, a loro dire troppo stupide e ignoranti per sapere cosa meglio soddisfa i loro “veri” bisogni e interessi; e ancor peggio bisognose di un guardiano, il governo, per scongiurare che si facciano male. Né si intende prendere partito sul principio volto ad avallare l’esistenza di superuomini disponibili per quel compito di custodi. 

2. La brama verso il miglioramento economico

Sotto il capitalismo l’uomo comune gode di confort sconosciuti nelle età precedenti inaccessibili persino alle persone più ricche. Tuttavia, ovviamente, queste motociclette, televisioni e frigoriferi, non rendono l’uomo felice. Nell’istante in cui se ne impossessa, si sente più felice di quanto lo era prima. Ciononostante non appena alcuni dei suoi desideri sono soddisfatti, nuovi desideri spuntano all’orizzonte. Così è la natura umana. Alcuni americani sono pienamente coscienti del fatto che il loro paese gode dei più alti standard di vita e il modo di vivere dell’americano medio risulta tanto favoloso quanto fuori dalla portata della stragrande maggioranza delle persone abitanti in paese non capitalistici. Molte persone denigrano quanto hanno e potrebbero facilmente acquisire, per bramare quelle cose a loro precluse. Sarebbe inutile lamentarsi per questo instabile appetito verso un sempre più alto numero di beni. Questa cupidigia è precisamente l’impulso che conduce l’uomo sulla via del miglioramento economico. Accontentare sé stessi con ciò che già si possiede o si può facilmente ottenere, e tenersi lontano in modo apatico da ogni tentativo per migliorare la propria condizione materiale, non è una virtù. Questa attitudine è più simile al comportamento di un animale che alla condotta di un essere umano ragionevole. Il preminente marchio distintivo dell’uomo è proprio il suo incessante sforzo per accrescere il proprio benessere mediante attività intenzionali. Tuttavia, questi sforzi devono essere adeguati allo scopo. Devono essere in grado di produrre gli effetti ricercati. Ciò che è sbagliato in tanti comportamenti non è la loro appassionata bramosia verso il possesso di sempre più variegati e preziosi beni di consumo, ma il fatto di aver scelto mezzi inadeguati al perseguimento di quei fini. Costoro sono mal condotti da false ideologie. Sostengono politiche che incoraggiano la mancata comprensione dei loro interessi vitali. Troppo apatici per vedere le conseguenze nel “lungo termine” dei loro comportamenti, trovano piacere in effimeri godimenti conseguibili nel “breve termine”. Sostengono provvedimenti che non possono non condurre a risultati finali di generale impoverimento, e alla disgregazione della cooperazione sociale derivate dal principio della divisione del lavoro, spinge sempre più l’umanità verso un ritorno alle barbarie. C’è un solo modo disponibile per migliorare la condizione materiale dell’umanità: aumentare maggiormente l’accumulazione di capitale rispetto alla crescita della popolazione. Maggiore è l’investimento di capitale per ogni testa impiegata, maggiori e migliori potranno essere i beni prodotti e consumati. Questo è ciò che il capitalismo, con il suo bistrattato sistema di profitto, ha prodotto e continua ad offrire giornalmente. Tuttavia, molti dei governanti e degli odierni politici sono impazienti di distruggere questo sistema. Perché tutti costoro detestano il capitalismo? Perché costoro, mentre godono del benessere donato loro dal capitalismo, lanciano bramose occhiate verso i “bei tempi andati” e quelle miserabili condizioni oggigiorno riscontrabili nei lavoratori russi?

3. Ceto sociale e capitalismo

Prima di rispondere a questa domanda è necessario porre nel giusto rilievo il differente carattere del capitalismo in relazione alle condizioni della società. Si tratta di una considerazione abbastanza diffusa equiparare gli imprenditori e i capitalisti nella società di mercato agli aristocratici in termini di ceto sociale. La base della comparazione è la relativa ricchezza di entrambi i gruppi contro le relative condizioni di miseria del resto degli uomini comuni. Tuttavia, nel ricorrere a questa metafora, si finisce per omettere la fondamentale differenza tra la ricchezza dell’aristocrazia e la ricchezza “borghese” o capitalista. L’opulenza dell’aristocratico non è un fenomeno del mercato; non ha origine dal servire il consumatore e non può essere ritirata e neppure colpita da azioni da parte del pubblico. Proviene dalla conquista o dalla donazione da parte del conquistatore. E potrebbe essere revocata solo da chi l’ha donata o attraverso lo sfratto violento da parte di un altro conquistare, oppure potrebbe essere dissipata attraverso comportamenti stravaganti. I signori feudali non servono i consumatori e sono immuni dal malcontento della popolazione. Gli imprenditori e i capitalisti devono la loro ricchezza alle persone che sono clienti dei loro affari. La perdono immediatamente non appena altri uomini servano meglio e in modo più economico i consumatori. Non è compito di questo saggio descrivere le condizioni storiche che hanno condotto all’istituzione di caste o ceti sociali, o alla suddivisione delle persone in gruppi ereditari con diversi ranghi, diritti, pretese, e privilegi legalmente riconosciuti o ostacolati. Ciò che ci preme sottolineare è il fatto che la preservazione di queste istituzioni feudali era incompatibile con il sistema capitalista. La loro abolizione e l’introduzione del principio di uguaglianza davanti alla legge, rimuove le barriere che impedivano agli uomini di godere di tutti i benefici resi possibili dal sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione e dall’intrapresa privata. Nelle società basate sul rango, sul ceto o sulla casta, ogni posizione sociale individuale della vita è fissa. Colui che è nato in una certa condizione, ha la sua posizione sociale rigidamente determinata dalla legge e dal costume che assegna ad ogni membro del suo rango certi definiti privilegi e doveri e precise privazioni. Eccezionalmente una buona o cattiva sorte può in alcuni rari casi elevare un individuo a un rango superiore o abbassarlo a un rango inferiore. Ma come regola, la condizione individuale dei membri di un determinato ordine e grado può migliorare o deteriorarsi solo attraverso un cambio nelle condizioni di tutti i membri di quel gruppo. L’individuo non è primariamente un cittadino di una data nazione; lui è il membro (quindi la parte) di uno stato (di un tutto), e solo in un modo indiretto è integrato nel corpo di una nazione. Nel venire a contatto con un compaesano appartenente ad un altro rango, non sente alcuna affinità. Lui percepisce soltanto l’abisso che lo separa dal ceto dell’altro uomo. Questa diversità si riflette tanto nel linguaggio che nel modo di vestirsi. Sotto l’antico regime gli aristocratici europei parlavano prevalentemente francese. Il terzo stato usava la lingua quotidiana mentre il rango inferiore della popolazione urbana e dei contadini si esprimeva nel dialetto locale, con espressioni gergali che spesso risultavano incomprensibili alle popolazioni educate. I vari ranghi si vestivano in modo differente. Nessuno poteva cadere in errore nel riconosce il rango di uno sconosciuto incontrato per caso. La principale critica sollevata contro il principio di uguaglianza davanti alla legge dei nostalgici del buon tempo andato è che quella ha abolito i privilegi e la dignità del rango. Essa ha, dicono, “atomizzato” la società, dissolto la sua “organica” suddivisione in una massa “amorfa”. Il “tutto a tutti” è ormai imperante, e per loro significa che il materialismo ha spodestato i nobili principi dell’età passata. Il denaro è il re. Persone senza valore godono di ricchezza e abbondanza, mentre persone meritevoli e di valore restano a mani vuote. Questa critica implica tacitamente che sotto l’antico regime (ancien régime) gli aristocratici si distinguevano per la loro virtù e possedevano quel rango e le rendite per la loro superiorità morale e culturale. Non è facile smascherare questa favola. Senza volere esprime alcun giudizio di valore, gli storici non possono essere d’aiuto enfatizzando il fatto che l’alta aristocrazia dei maggiori paesi europei non erano che i discendenti di quei soldati, cortigiani e cortigiane che – nello scontro religioso e costituzionale del sedicesimo e diciassettesimo secolo – furono astutamente dalla parte dei vincitori nei rispettivi paesi. Mentre i conservatori e i “progressisti” nemici del capitalismo sono in disaccordo sulla valutazione dei vecchi principi, sono invece pienamente in sintonia nel condannare i principi della società capitalista. Per come la vedono, non quelli che hanno ben meritato tra i membri della comunità acquisiscono ricchezza e prestigio, ma le persone superficiali e senza valore. Entrambi i gruppi pretendo di arrivare a sostituire con modalità più eque di “distribuzione” per la manifesta ingiustizia del metodo che prevale sotto il “capitalismo senza freni”. Ora, nessuno ha mai sostenuto che quanto viene prodotto al miglior prezzo dal capitalismo senza ostacoli, dal punto di vista degli eterni principi di valore, debba essere preferito. Ciò che la capitalistica democrazia del mercato determina non è una ricompensa delle persone secondo i loro “veri” meriti, in termini di valore di natura morale. Ciò che rende un uomo più o meno facoltoso non è la valutazione del suo contributo verso ogni “assoluto” principio di giustizia, ma la valutazione dei propri simili applicata esclusivamente secondo parametri riferiti ai loro stessi interessi, desideri e fini. Questo è precisamente il significato del sistema democratico di mercato. I consumatori comandano – vale a dire sono sovrani. Loro vogliono essere soddisfatti. Milioni di persone amano bere la Coca Cola, una bevanda preparata in tutto il mondo dalla Coca Cola Company. Milioni di persone amano le storie poliziesche, i film gialli i giornali scandalistici, il combattimento dei tori, il pugilato, il whiskey, le sigarette e la gomma di masticare. Milioni di persone votano per governi bramosi di armarsi e fare la guerra. Così, gli imprenditori capaci di fornire quelle cose nel modo più efficiente ed economico per la soddisfazione di quei desideri, hanno successo e diventano ricchi. Quello che conta in un contesto di mercato non è un giudizio accademico di valore, ma la valutazione concretamente espressa dalle persone attraverso l’acquisto o meno di quei beni. Ai brontoloni che si lamentano dell’ingiustizia del sistema di mercato, può essere fornito un solo piccolo consiglio: se vuoi acquisire ricchezza, allora cerca di soddisfare il pubblico offrendo loro qualcosa di più economico o migliore. Cerca di prendere il posto della Coca Cola producendo una nuova bevanda: l’uguaglianza davanti alla legge ti dà il potere di sfidare qualsiasi milionario. Si tratta – in un mercato non alterato attraverso restrizioni imposte dal governo – esclusivamente di una tua mancanza se non superi il re del cioccolato, la stella del cinema o il campione di pugilato. Ma se tu preferisci alla ricchezza che potresti guadagnare impegnandoti nel commercio di indumenti o nella professione di pugile, la soddisfazione che potrebbe derivare dallo scrivere poesie o trattati di filosofia, sei libero di farlo. Allora, ovviamente, non potrai fare tanti soldi come coloro che servono la maggioranza. Ma questa è la legge della democrazia economica di mercato. Coloro che soddisfano i desideri del minor numero di persone semplicemente raccolgono meno voti – dollari – di coloro che soddisfano i desideri del maggior numero di persone. Nel fare soldi la stella del cinema supera il filosofo, il produttore di Coca Cola supera il compositore di sinfonie. Bisogna rendersi conto che l’opportunità di competere per i prezzi a cui una società deve distribuire è una istituzione sociale. Non è possibile rimuovere o alleviare le innate deficienze con cui la natura ha discriminato tante persone. Non si può cambiare il fatto che tanti sono nati malati o diventano disabili presto durante la vita. L’equipaggiamento biologico di un uomo restringe rigidamente il campo nel quale egli è in grado di servire in società. La classe di coloro che hanno la capacità di riflettere criticamente sulle proprie idee è separata da un abisso insuperabile dalla classe di coloro che non sono in grado di farlo.

4. Il risentimento per le ambizioni frustrate

Ora dobbiamo cercare di capire perché le persone disprezzano il capitalismo. In una società basata sulle caste e sul ceto, l’individuo può attribuire il suo destino avverso alle condizioni al di fuori del proprio controllo. Lui è uno schiavo perché un potere superiore alle sue forze in grado di determinare ogni cosa gli ha assegnato quel rango. Non è nei suoi poteri, e non c’è ragione alcuna per lui di vergognarsi della sua debolezza. Sua moglie non potrà criticarlo per la sua condizione. Se lei gli dovesse dire: “Perché non sei un duca? Se tu fossi un duca io sarei una duchessa”, Lui potrebbe replicarle: Se fossi nato figlio di un duca non avrei sposato te, una ragazza schiava, ma la figlia di un altro duca; se non sei una duchessa è per tua esclusiva responsabilità; perché non sei stata più furba nella scelta dei tuoi genitori? Molto diversa è la situazione nella società capitalista. Qui ogni stadio della vita dipende da quanto uno si dà da fare. Chiunque non abbia visto pienamente gratificate le sue ambizioni sa molto bene di aver mancato delle opportunità che sono stata cercate, trovate, e ottenute dai suoi compagni. Se sua moglie lo rimprovera: “perché guadagni solo ottanta dollari a settimana? Se fossi stato più sveglio come il tuo vecchio amico Paolo, saresti un caposquadra e io potrei godere di una vita migliore”; così lui diventa cosciente della propria inferiorità e si sente umiliato. La maggior critica verso la rigidità del capitalismo consiste nel fatto che modella ognuno di noi in accordo con il suo contributo al benessere dei suoi concittadini. La modulazione del principio ad ognuno in accordo con i suoi risultati, non permette a nessuno scuse per le sue mancanze. Ognuno sa molto bene dell’esistenza di persone come lui che hanno avuto successo dove lui ha fallito. Come sa esserci tra i tanti invidiati persone che si sono fatte da sole iniziando dallo stesso punto da dove è partito lui. E, ancora peggio, sa che anche le altre persone lo sanno. Lui legge i rimproveri negli occhi di sua moglie e dei suoi figli: Perché non sei stato più capace?” Vede quanto le persone ammirano coloro che hanno avuto più successo di lui e guardano con disprezzo o pena il suo fallimento. A rendere infelici tanti nella società capitalista è la garanzia fornita da quest’ultima ad ognuno di giocarsi almeno la possibilità di ottenere le posizioni desiderate le quali, tuttavia, possono essere raggiunte solo da pochi. Qualsiasi cosa un uomo possa avere guadagnato per sé stesso, è perlopiù una frazione di quanto la sua ambizione lo ha incitato a raggiungere. Ci sono sempre davanti ai suoi occhi le persone che hanno avuto successo dove lui ha fallito. Ci saranno sempre compagni che lo hanno superato verso cui nutre, nel suo subconscio, un complesso di inferiorità. Questo è l’atteggiamento del barbone verso l’uomo con un lavoro regolare, dell’operaio verso il caposquadra, del manager verso il vice-presidente, e di quest’ultimo nei confronti del presidente della compagnia, di chi guadagna trecentomila dollari contro chi ne guadagna un milione e così via. L’autostima e l’equilibrio morale di ognuno è minacciato dallo spettacolo di quelli che hanno dato prova di una maggiora capacità e abilità. Ognuno è consapevole delle proprie sconfitte e mancanze. La lunga tradizione di autori tedeschi che hanno radicalmente rifiutato l’idea “occidentale” di Illuminismo e la filosofia sociale del razionalismo, dell’utilitarismo e del libero scambio, come pure le politiche avanzate da queste scuole di pensiero, fu aperta da Justus Moser. Uno dei nuovi principi che fece crescere la rabbia di Moser fu l’aver fatto dipendere la domanda per la promozione di ufficiali dell’esercito e dei funzionari statali dai meriti e dalle abilità personali e non dall’appartenenza a stirpi e a linee nobiliari, all’età e all’anzianità di servizio. La vita in una società nella quale il successo dipendeva esclusivamente da meriti personali sarebbe, dice Moser, semplicemente insopportabile. Per com’è fatta la natura umana, ognuno è incline a sopravvalutare il proprio valore e meriti. Se in un periodo della propria vita è condizionato da fattori che altri possono trovare eccellenti, coloro che sono rimasti sul fondo della scala possono accettare questo risultato e, pur riconoscendo il loro valore, continuare a preservare la propria dignità e il rispetto di sé stessi. Ma è differente se solo il merito decide. Allora l’insuccesso li fa sentire offesi e umiliati. Odio e ostilità contro tutti coloro che prendono il loro posto diventano una conseguenza. Il prezzo e il sistema di mercato del capitalismo è quel tipo di società nella quale il merito e risultati determinano il successo o il fallimento di un uomo. Qualsiasi cosa si pensi dei pregiudizi del Moser contro il principio del merito, si deve ammettere la correttezza nel descrivere una delle preminenti conseguenze psicologiche dei perdenti. Lui ha avuto l’intuizione dei sentimenti di quelli che si sono sentiti e trovati inadeguati. Al fine di consolare sé stesso e di ripristinare la propria auto-affermazione, ogni uomo è in cerca di un capro espiatorio. Lui cerca di persuadere sé stesso che ha fallito benché non avesse colpa. Si sente per lo meno tanto brillante, efficiente e operoso quanto quelli che lo hanno messo in ombra. Sfortunatamente questo nostro nefasto ordine sociale non accorda il giusto prezzo agli uomini più meritori; premia i disonesti le canaglie senza scrupoli, i truffatori, gli sfruttatori, l’”individualismo senza freni”. Ciò che lo ha fatto fallire è la sua onestà. Lui era troppo una brava persona per sopravvivere nelle condizioni ingannevoli vera causa del successo dei suoi rivali e della loro ascesa. Nelle condizioni imposte dal capitalismo un uomo è costretto a scegliere da una parte tra virtù e povertà, e dall’altra tra vizio e ricchezza. Lui per sé stesso, grazie a Dio, ha scelto la prima alternativa respingendo la seconda. Questa ricerca di capri espiatori è una predisposizione diffusa tra le persone che vivono sotto un ordine sociale predisposto a trattare ognuno in funzione del contributo apportato al benessere dei propri concittadini, e dove ognuno è il fondatore della propria fortuna. In questo genere di società ogni membro le cui ambizioni non siano completamente soddisfatte non sopporta la fortuna di coloro a cui è andata meglio. I pazzi manifestano questi stati d’animo con calunnie e diffamazione. I più sofisticati e accorti non si lasciano andare a calunnie personali. Costoro sublimano il loro odio mediante la filosofia, la filosofia dell’anti-capitalismo, in modo da soffocare la voce interiore che dice loro essere il loro fallimento interamente dovuto a proprie responsabilità. Il fanatismo con cui difendono e perseguono la loro critica al capitalismo è precisamente dovuto al fatto che stanno combattendo contro la loro consapevolezza di questa falsità. La sofferenza verso queste ambizioni frustrate è caratteristica delle persone che vivono in una società dove vige l’eguaglianza davanti alla legge. Non è causata dall’eguaglianza davanti alla legge, ma dal fatto che in una società di eguali davanti alla legge le ineguaglianze degli uomini riguardano le abilità intellettuali, il loro potere e impiego diventano visibili. Il fossato che separa ciò che un uomo è e raggiunge da quanto uno pensa di saper fare e i risultati raggiunti è crudelmente rivelato. I giorni felici di un mondo “giusto” in cui veniva trattato in conformità al suo “reale valore”, sono il rifugio di tutti coloro afflitti da una mancata conoscenza di sé. 

5. Il risentimento degli intellettuali

L’uomo comune di regola non ha l’opportunità di confrontarsi con persone che hanno avuto maggiore successo di lui. Costui si muove nei paraggi di altre persone comuni. Non incontra mai il suo capo in società. Non ha mai avuto la possibilità di imparare attraverso l’esperienza diretta quanto differenti siano le abilità e le facoltà richieste ad un imprenditore o ad un amministratore delegato per servire con successo i consumatori. La sua invidia e risentimento hanno origine non direttamente contro un determinato essere umano in carne ed ossa, ma contro un’astrazione poco definita come “i dirigenti”, “il capitale” e “Wall Street”. Non è possibile aborrire questa vaga ombra, con lo stesso sentimento di amarezza provato verso un proprio pari che incontri quotidianamente. Differente è la condizione di quelle persone che grazie alla particolare posizione dovuta alla loro occupazione o per affiliazione famigliare sono in contatto personale con i vincitori del premio che – come loro credono – per diritto dovrebbe aspettare a loro. Per costoro il sentimento di ambizione frustrata è particolarmente intenso perché ha origine nell’odio verso un concreto essere vivente. Loro detestano il capitalismo perché ha assegnato a questi altri uomini la posizione a cui loro ambivano. Questa è la posizione di quelle persone comunemente chiamate “intellettuali”. Prendiamo per esempio un dottore. La routine quotidiana e l’esperienza rende consapevole ogni dottore dell’esistenza fuori di una gerarchia nella quale tutti i medici sono misurati in accordo ai loro meriti e ai risultati raggiunti. Quelli più eminenti rispetto a lui, sono coloro i cui metodi e innovazioni ha dovuto imparare a praticare per essere aggiornato, benché fossero suoi compagni di classe alla scuola di medicina, nonostante fossero dei praticanti come lui, e partecipavano come lui agli incontri organizzati dall’associazione dei medici. Li incontra sia al fianco dei pazienti che in occasioni mondane. Alcuni di loro sono suoi amici personali o hanno relazioni con lui, e tutti si comportano nei suoi confronti con il massimo rispetto e si rivolgono come ad un caro collega. Ma loro svettano ben al di sopra di lui nell’apprezzamento del pubblico spesso anche per i loro alti guadagni. Costoro lo hanno superato e ora appartengono ad un’altra classe di uomini. Quando si presenta assieme a loro si sente umiliato. Tuttavia sta bene attento affinché nessuno noti il suo risentimento, la sua invidia. Anche la più sottile indicazione di tale sentimento potrebbe essere considerato come un segnale di cattive maniere e potrebbe screditarlo agli occhi di tutti. Deve ingoiare la sua mortificazione e digerire la sua collera verso un obiettivo indiretto. Così lui se la prende con l’organizzazione sociale, il nefasto sistema capitalista. Se non fosse per questo sistema iniquo le sue abilità, i suoi talenti, il suo zelo e suoi risultati gli verrebbero riconosciuti con la ricca ricompensa che merita. La stessa cosa provano tanti avvocati, insegnati, artisti e attori, scrittori e giornalisti, architetti e lavoratori nel campo della ricerca, ingegneri e chimici. Loro tutti, provano questo sentimento di frustrazione perché infastiditi dai colleghi di maggior successo, proprio quei vecchi sodali compagni di scuola. Il loro risentimento è coperto proprio da quel codice di condotta professionale e etico nascosto sotto un velo di cameratismo e equivalenza, in una realtà viceversa dominata dalla competizione. Per comprendere il rigetto del capitalismo da parte degli intellettuali si deve considerare quanto nella loro mente questo sistema incarni un certo numero di colleghi il cui successo, lo infastidisce e lo ritiene responsabile della propria frustrazione verso le sue più profonde ambizioni. Il suo appassionato disprezzo del capitalismo è semplicemente il suo odio cieco verso alcuni “colleghi” di successo. 

6. Il pregiudizio anti-capitalista degli intellettuali americani

Il pregiudizio anti-capitalista degli intellettuali è un fenomeno non limitato solamente a uno o alcuni paesi. Tuttavia è generalmente più rancoroso negli Stati Uniti che negli altri paesi europei. Per spiegare questo fatto alquanto sorprendente uno deve prendere coscienza di quanto viene chiamato società o, in Francia, anche le monde. In Europa “società” include tutte le persone eminenti in ogni ambito e attività. Uomini di stato e capi parlamentari, coloro che sono a capo dei vari dipartimenti dei servizi civili, pubblicisti e editori dei maggiori giornali e periodici, gli scrittori più in vista, scienziati, artisti, attori, musicisti, ingegneri, avvocati e medici, formano insieme con i più rilevanti uomini d’affari e i rampolli dell’aristocrazia e delle famiglie più facoltose ciò che viene considerata la buona società. Entrano in contatto tra loro a cena all’ora del tè, ai balli alle aste di beneficienza, alle prime e nei giorni di festa; frequentano gli stessi ristoranti, Hotel e villaggi turistici. Quando si incontrano passano il tempo in conversazioni su questioni intellettuali, si tratta di un modello di rapporti sociali sviluppatisi per la prima volta nell’Italia del Rinascimento, perfezionato poi nei salotti parigini più tardi imitati dalle “società” di tutte le più importanti città occidentali e dell’Europa centrale. Le nuove idee e ideologie trovano la loro prima legittimazione in questi circoli ristretti prima di iniziare ad influenzare l’intera società. Nessuno può affrontare la storia, la raffinata arte e letteratura del diciannovesimo secolo senza considerare il ruolo esercitato dalla “società” nell’incoraggiare o scoraggiare i loro protagonisti. L’accesso alla società europea è aperto a chiunque si sia distinto in ogni campo. Potrebbe essere più facile per le persone di nobili natali e grande ricchezza che per i cittadini comuni con entrate modeste. Ma né la ricchezza né i titoli posso dare ai membri di questa cerchia il rango e il prestigio dovuti alla ricompensa di un grande riconoscimento personale. Le stelle dei salotti parigini non sono i milionari ma i membri dell’Accademia di Francia. Gli intellettuali primeggiano e gli altri simulano quanto meno un vivido interesse in questioni intellettuali. La società in questo senso è estranea alla scena americana. Ciò che è chiamato “società” negli Stati Uniti consiste quasi esclusivamente nelle famiglie ricche. C’è un rapporto sociale molto fragile tra gli uomini d’affari di successo e i più eminenti intellettuali, artisti e scienziati della nazione. Quelli classificati nel Registro Sociale non incontrano socialmente l’opinione pubblica più profonda e le avanguardie delle idee che determinano il futuro della nazione. La maggior parte dei “partecipanti alla società” non sono interessati in libri e idee. Quando si incontrano e non giocano a carte, fanno pettegolezzi sulle persone per lo più parlano di sport, per caso si imbattono in questioni culturali. Ma persino coloro che non sono avversi al leggere considerano gli scrittori, gli scienziati e artisti come persone verso cui non sentono alcuna affinità. Un abisso pressoché insormontabile separa la “società” dagli intellettuali. Non è possibile spiegare storicamente l’emergenza di questa situazione. Ma qualunque fosse la spiegazione non cambia i fatti. Non è possibile rimuovere o alleviare il risentimento e la reazione degli intellettuali per il disprezzo espresso nei loro confronti dai membri della “società”. Gli intellettuali americani o gli scienziati sono inclini a considerare gli uomini d’affari alla stregua di barbari, come uomini esclusivamente indaffarati nel fare soldi. I professori disprezzano gli alunni più interessati alle squadre di football dell’università che ai risultati scolastici. Egli si sente umiliato se viene a sapere che l’allenatore riceve un salario più alto di un professore di filosofia. Gli uomini la cui ricerca ottiene il risultato di migliorare i metodi di produzione odiano gli uomini d’affari, interessati solamente al valore monetario del proprio lavoro. Non finisce di stupire la simpatia di una larga parte dei ricercatori nel campo della fisica per il socialismo e il comunismo. Seppure ignoranti in economia essi si rendono conto che anche i professori di economia si oppongono a quello che con disprezzo chiamano il sistema del profitto, non ci si può aspettare altro da questo genere di mentalità. Se un gruppo di persone si isola dal resto della nazione, a maggior ragione se lo fanno verso coloro che sono considerati ii riferimenti intellettuali, verso coloro che l’America considera l’”alta società”, diventano inevitabilmente l’obiettivo dell’ostile criticismo di quella parte tenuta fuori dai loro circoli. Le pratiche esclusive di cui si sono contornati i ricchi americani li hanno in certo senso emarginati. Potrebbe essere preso per uno stupido orgoglio questo loro volere distinguersi. Ciò che hanno mancato di vedere è che il loro isolamento volontario ha finito per infiammare l’ostilità degli intellettuali, rendendoli così inclini al sostegno di politiche anti-capitaliste.

7. Il risentimento dei colletti bianchi

Occupa una posizione di particolare molestia, nel sentimento di odio generale verso il capitalismo comune a molte persone, quella dei colletti bianchi grazie a due specifiche afflizioni peculiari alla loro categoria sociale. Seduto dietro una scrivania impegnato a trascrivere parole e calcoli su un pezzo di carta, lui è incline a sopravvalutare il significato del suo lavoro. Come il capo scrive e legge ciò che altre persone hanno messo su carta parla direttamente o grazie al telefono con altre persone. Completamente illuso, immagina di appartenere alla ristretta cerchia dei conduttori dell’impresa e compara i suoi compiti a quelli del suo capo. Come “lavoratore di concetto” guarda con arrogante superiorità i lavoratori manuali con le loro mani sporche e callose. Lo fa diventare furioso la notizia che molti di costoro guadagnino più di lui e siano molto più rispettati di quanto non lo sia lui stesso. Che vergogna, pensa, il capitalismo apprezza maggiormente il semplice duro lavoro di un “ignorante” e non valuta il suo lavoro di “intellettuale” in accordo con il proprio “vero” valore. Nel curare una tale atavica idea a proposito del significato del lavoro d’ufficio e del lavoro manuale, il colletto bianco chiude i suoi occhi verso una realistica valutazione della situazione. Lui non vede che il proprio lavoro impiegatizio consiste in prestazioni di compiti ripetitivi richiedenti semplici addestramenti, mentre le “mani” che invidia sono altamente specializzate in operazioni meccaniche tecniche in grado di maneggiare le complesse macchine e i dispositivi tecnologici della moderna industria. Proprio in questa costruzione completamente errata del vero stato delle cose rivela la mancanza di comprensione e la debolezza del ragionamento del personale impiegatizio. In altre parole, i lavoratori impiegati, come personale professionale, sono afflitti dal quotidiano contatto con persone che hanno avuto più successo di loro. Vedono che alcuni datori di lavoro hanno iniziato dal loro medesimo livello, facendo una carriera all’interno delle gerarchie del loro ufficio mentre loro sono rimasti al palo. Solo ieri Paolo era al suo stesso livello. Oggi Paolo ha un ruolo più importante e meglio retribuito. Per di più, pensa, Paolo è da ogni punto di vista inferiore a lui. Certamente, ne conclude, Paolo deve il suo avanzamento a un qualche artificio o mezzo truccato che può determinare la carriera di un uomo solo nell’iniquo sistema capitalistico a cui tanti libri e giornali, accademici e politici, gli attribuiscono e la denunciano come la radice di tutti i guai e di tutte le miserie. La classica espressione degli illusi impiegati è l’eccentrica credenza che il loro lavoro subordinato sia una parte essenziale dell’attività imprenditoriale su cui si fonda il lavoro del proprio capo, con queste parole viene descritta da Lenin: “controllo della produzione e della distribuzione”, come riportato in uno dei suoi saggi più popolari. Lo stesso Lenin come molti dei suoi compagni di rivolta non ha mai inteso nulla del funzionamento dell’economia di mercato e se n’è ben guardato dal farlo. Tutto ciò che sapeva del capitalismo era ciò che Marx aveva descritto come il peggiore e la causa di tutti i mali. Loro erano dei rivoluzionari di professione. La loro unica fonte di guadagno erano i fondi del partito rimpinguati dai contributi volontari e più spesso da involontarie – estorsioni – di contributi e sottoscrizioni per mezzo di “espropriazione” violenta. Ma prima del 1917, come esule nell’Europa centrale e occidentale, alcuni di questi compagni ricoprirono occasionalmente lavori subalterni di routine in aziende commerciali. Fu attraverso queste esperienze – l’esperienza di impiegati che devono riempire moduli e registri, copiare lettere, far di conto su registri contabili, archiviare pratiche – che permisero a Lenin di ottenere tutte le informazioni relative all’attività imprenditoriale. Lenin distingue correttamente il lavoro da una parte degli imprenditori da quello, dall’altra parte, del gruppo di persone “scientificamente educate quali gli ingegneri e i tecnici nelle varie discipline”. Questi tecnici sono primariamente esecutori di ordini. Loro obbediscono nel sistema capitalistico al capitalista, come obbediranno nel sistema socialista “all’esercito dei lavoratori”. Ora, la mansione di imprenditori e capitalisti sono infatti di determinare quali fattori di produzione debbano essere impiegati al fine di servire nel miglior modo possibile i desideri dei consumatori – vale a dire, di stabilire cosa debba essere prodotto, in che quantità e con che qualità. Tuttavia, questo non è il significato attribuito da Lenin al termine “controllo”. In quanto marxista lui non è consapevole dei problemi inerenti alla guida delle attività produttive, come non è in grado di affrontarlo sotto qualsiasi sistema di organizzazione sociale. L’inevitabile scarsità dei fattori di produzione, l’incertezza delle condizioni future a cui la produzione dovrà far fronte, e la necessità di aggiustare tra la sterminata moltitudine di metodologie tecnologiche disponibili per il conseguimento degli obiettivi produttivi già scelti, quelle che ostacolano il meno possibile il raggiungimento di altri fini – vale a dire – la capacità di produrre a parità di tutte le altre condizioni al minor costo possibile. Nessun riferimento su queste questioni possono essere trovate negli scritti di Marx e Engels. Quanto ha imparato Lenin sugli affari proviene dai racconti dei suoi commilitoni attraverso il loro occasionale coinvolgimento in pratiche commerciali in ruoli marginali relativi alla ricopiatura, all’archivio e alle codifiche. Perciò lui dichiara essere l’“amministrazione e il controllo” le cose più importanti relative all’organizzazione e al corretto funzionamento di un’impresa. Ma, prosegue affermando: “amministrare e controllare”, sono già state “semplificate al massimo dal capitalismo, fino ad essere diventate straordinariamente semplici operazioni di: guardare, registrare le ricevute emesse, tutte operazioni alla portata di chiunque sappia leggere e scrivere e conosca le quattro operazioni dell’aritmetica”. Qui abbiamo la filosofia dell’impiegato amministrativo innalzata alla sua massima gloria.

8. Il risentimento dei parenti

Il mercato non ostacolato dall’interferenza di forze esterne, è il processo senza fine tendente a far convergere il controllo dei fattori di produzione nelle mani delle persone più efficienti. Non appena un uomo, un’azienda, inizia ad allentare lo sforzo di radunare nel miglior modo possibile il più urgente dei non interamente soddisfatti bisogni dei consumatori, parte il processo di dissipazione di quello sforzo accumulato dai precedenti successi. Spesso questa dissipazione della ricchezza accumulata inizia già durante la vita dell’imprenditore quando la sua esuberanza, la sua energia e intraprendenza diventano più deboli con l’avanzare dell’età, per la stanchezza e per la malattia, e la sua abilità di adattare la condotta dei suoi affari agli incessanti cambiamenti della struttura del mercato si affievolisce. Più frequentemente è l’indolenza dei di lui di lei parenti che getta via l’eredità. Se l’apatica e disinteressata progenie non si lascia completamente andare, a dispetto della loro incompetenza rimangono persone facoltose, diventando dipendenti per le loro proprietà proprio da quelle istituzioni, da quei politici le cui misure sono mosse da tendenze anti-capitalistiche. Loro si ritirano da quei mercati dove non v’è altro mezzo per preservare e acquisire ricchezza se non competendo ogni giorno con tutti per accumularne di nuova, sia con le aziende già esistenti che con i nuovi entrati “in grado di operare con minor spese”. Nel comprare obbligazioni del governo costoro si mettono sotto le sue ali protettrici, il quale promette loro di salvaguardarli dai pericoli del mercato dove le perdite sono la punizione per l’inefficienza. Ciononostante, ci sono famiglie nelle quali le notevoli capacità richieste per intraprendere con successo si sono tramandate per diverse generazioni. Uno o due figli o nipoti o persino pronipoti eguagliano o addirittura superano il fondatore. La fortuna degli avi così non solo non viene dissipata, ma continua a crescere sempre più. Questi casi, ovviamente, non sono frequenti. Attirano l’attenzione non solo per la loro rarità, ma anche in relazione al fatto che uomini capaci di aumentare la loro fortuna ereditata godono di un doppio prestigio, oltre alla stima per sé stessi ricevono anche la stima dei loro padri. Tali “aristocratici” come sono spesso chiamati dalle persone che ignorano la differenza tra una società basata sul censo e una società capitalista, sono in gran parte il risultato di una crescita personale che tiene insieme gusti raffinati e buone maniere, con esperienza e intraprendenza nonché grande capacità di lavoro negli affari. Così alcuni di loro diventano i più grandi imprenditori del paese o persino del mondo. Sono le condizioni di questi pochi tra i più ricchi, queste cosiddette famiglie aristocratiche, che dobbiamo analizzare al fine di spiegare un fenomeno che gioca un ruolo preminente nella moderna macchina della propaganda anti-capitalista. Persino in queste fortunate famiglie, le qualità richieste per avere successo nel condurre gli affari non sono ereditate da tutti i figli e nipoti. Di regola solo uno, o al massimo due, per generazione hanno ricevuto quel dono. Allora è essenziale, per la sopravvivenza della ricchezza famigliare, che la condotta degli affari sia affidata a uno di questi due e che gli altri membri siano relegati in posizione di semplici percettori di una quota degli utili. Il metodo scelto per questi accordi varia di paese in paese, in sintonia con le speciali disposizioni delle leggi nazionali e locali. I loro effetti sono, comunque, sempre gli stessi. Questi dividono la famiglia in due categorie – coloro che dirigono in prima persona gli affari e coloro che non lo fanno. La seconda categoria e composta da quelle persone strenuamente regolamentate nella condotta dalla prima categoria che per questo proponiamo di chiamare i capi. Loro sono fratelli, cugini, nipoti dei capi, molto spesso loro sono sorelle, cognate, vedove, cugine e nipoti femmine e così via. Noi proponiamo di chiamare i membri di questa seconda famiglia i cugini. I cugini ricevono le loro rendite dall’azienda o dalla società per azioni. Tuttavia loro sono estranei al mondo degli affari e non conoscono nulla dei problemi che gli imprenditori debbono affrontare. Costoro sono cresciuti in prestigiose scuole private e università, la cui atmosfere era piena di sprezzante disprezzo verso l’arricchimento. Molti di questi passano il loro tempo in locali notturni o in altri luoghi di piacere, scommettendo e giocando d’azzardo, a fare baldoria in festini, e nell’indugiare in costosi e dissoluti divertimenti. Oppure impegnano il loro tempo dilettandosi nella pittura o nella scrittura o in altre forme d’arte. Perciò molti di questi sono persone indolenti e perdigiorno. Senza dubbio ci sono state e ci sono delle eccezioni, e i risultati raggiunti da questo eccezionale gruppo di cugini e ben lontano da poter aver ridotto il peso degli scandali prodotti dai provocatori comportamenti dei donnaioli spendaccioni. Molti dei più eminenti autori, professori e uomini di stato, erano dei tali “gentiluomini sfaccendati”. Liberi dalla necessità di guadagnarsi da vivere impegnati in una occupazione redditizia e non dipendenti dal favore di coloro che consideravano dei bigotti, costoro diventarono i precursori di nuove idee. Altri, essendo a corto di idee proprie, diventarono dei mecenati di artisti di vario genere, i quali, senza quegli aiuti finanziari e il consenso ricevuto, non sarebbero stati in grado di assecondare e far crescere il loro lavoro creativo. Il ruolo giocato dagli uomini facoltosi nell’evoluzione politica e intellettuale della Gran Bretagna è stato oggetto di molte analisi da parte degli storici. L’ambiente nel quale gli autori e gli artisti nel diciannovesimo secolo in Francia hanno vissuto e trovato il consenso era detto le monde, la “società”. Tuttavia, non è questo il luogo per affrontare e giudicare i peccati dei playboy né le eccellenze raggiunte dagli altri gruppi di persone benestanti. Il nostro tema è il ruolo che questo gruppo speciale di “cugini” ha svolto nella diffusione di dottrine che si propongono di distruggere l’economia di mercato. Molti cugini credono di essere danneggiati dagli accordi finanziari che regolano le relazioni economiche tra i capi e l’azienda di famiglia. Se questo accordo è stato fatto dalla volontà dei loro padri o nonni, o da un accordo sottoscritto da loro stessi, pensano di avere ricevuto troppo poco e i capi invece troppo. Per la mancanza di famigliarità con la natura degli affari e del mercato, loro sono convinti, – come lo era Marx – che il capitale automaticamente “generi profitti”. Non riescono a vedere alcuna ragione del perché quei membri della famiglia, a cui è affidata la gestione degli affari, dovrebbero guadagnare più di loro. Troppo ottusi per giudicare con cognizione di causa il corretto significato dell’ammontare di perdite e profitti nei fogli del bilancio, sospettano in ogni azione dei capi sinistri tentativi di ingannarli per privarli del loro diritto di nascita. Litigano con loro continuamente. Non è sorprendente che i capi finiscano per perdere la pazienza. Costoro sono orgogliosi del loro successo nel superare gli ostacoli continuamente frapposti da governo e sindacati alla conduzione dei loro affari. Pienamente coscienti della loro efficienza e zelo nel mantenere la conduzione dell’azienda nella giusta direzione, per impedire ogni pericolo che costringa la famiglia alla vendita. Sono altresì convinti dell’ingratitudine dei cugini incapaci di rendere giustizia ai loro meriti, e trovano le loro lamentele semplicemente impudenti e oltraggiose. La faida famigliare tra capi e cugini riguarda solo i membri del clan. Ma assume un’importanza generale quando i cugini per infastidire i capi si alleano al campo anti-capitalista, procurando i soldi per ogni tipo di impresa “progressista”. I cugini supportano gli scioperi con entusiasmo, persino contro le imprese da cui provengono le loro rendite. Risaputa è la dipendenza di grande parte dei periodici e dei giornali più “progressisti” dai sussidi elargiti con prodigalità da costoro. I cugini sovvenzionano le università e i college progressisti e gli istituti che conducono la “ricerca sociale” e sponsorizzano le attività di ogni genere del partito comunista. Dai loro “salotto socialisti” e “attici bolscevichi” conducono un importante ruolo come “armi del proletariato” nella lotta contro il “tetro sistema del capitalismo”.

9. Il comunismo di Broadway e Hollywood

La maggior parte di coloro a cui il capitalismo fornisce un guadagno comodo e tempo libero sono bramosi di divertimento. Le folle si ammassano nei teatri. Ci sono soldi nell’industria del divertimento. Attori popolari e autori godono di guadagni a sei zeri. Loro vivono in case che somigliano a palazzi con maggiordomi e piscine. Non sono certo “prigionieri della fame”. Nonostante ciò Hollywood e Broadway, i più famosi centri dell’industria del divertimento mondiale, sono un ricettacolo del comunismo. Autori e attori sono riconosciuti tra i maggiori sostenitori del sovietismo più intollerante. Sono stati fatti molti tentativi per spiegare questo fenomeno. C’è in molte di queste interpretazioni un grano di verità. Tuttavia, risultano tutte fallimentari nel dar conto dei maggiori motivi che inducono i campioni del palcoscenico e dello schermo tra le file dei rivoluzionari. Sotto il capitalismo, il successo materiale dipende dall’apprezzamento dei risultati raggiunti dall’attività umana dal consumatore sovrano. A tal proposito non c’è alcuna differenza tra i servizi resi da un artigiano da quelli resi da un produttore di spettacoli, un attore o uno scrittore di commedie. Tuttavia la consapevolezza di questa dipendenza rende quelli impegnati nell’industria dello spettacolo più a disagio di coloro che forniscono ai consumatori servizi tangibili. I produttori di beni tangibili sanno che le preferenze verso i loro prodotti sono dovute a caratteristiche fisiche tangibili. Costoro possono ragionevolmente aspettarsi che i consumatori continueranno a preferire questi beni fino a quando qualcosa di più confortevole ed economico verrà offerto loro, questo rende improbabile il repentino cambiamento dei bisogni soddisfatti da quei beni in un futuro ravvicinato. La situazione di mercato di questi beni può, con ragionevole approssimazione, essere prevista da un imprenditore intelligente. Loro possono, con un certo grado di confidenza, prevedere il futuro. Tutt’altra cosa accade con il divertimento. Le persone desiderano svagarsi perché sono annoiate. E niente li fa sentire più insoddisfatti che divertirsi con ciò che gli è già famigliare. L’essenza dell’industria del divertimento è la varietà. Gli sponsor applaudono maggiormente il nuovo, l’inaspettato il sorprendente. Il pubblico è capriccioso e incontentabile. Detestano quanto adoravano ieri. Un imprenditore di teatro o di cinema deve sempre temere i capricci del pubblico. Lui si sveglia ricco e famoso una mattina e potrebbe essere dimenticato il giorno dopo. Sa perfettamente che il suo destino è interamente nelle mani dei capricci e degli umori del pubblico bramante di felicità. Per questo è sempre agitato e ansioso. Come l’impresario nel dramma di Ibsen, teme gli sconosciuti nuovi arrivati, il vigore dei giovani che catturano i favori del pubblico. Non può essere altrimenti, per questi uomini di spettacolo non c’è sollievo dall’inquietudine. Perciò loro si attaccano alla pagliuzza. Il comunismo, pensano alcuni di loro, gli verrà in soccorso. Non è un sistema capace di rendere tutte le persone felici? Non è forse vero che molti uomini illustri attribuiscono tutti i mali dell’umanità al capitalismo e saranno spazzati via dal comunismo? Non sono forse anche loro persone impegnate in un duro lavoro, uguali a tutti gli altri lavoratori? Si potrebbe correttamente supporre che nessuno dei comunisti di Broadway e Hollywood non abbia mai studiato gli scritti di un qualche autore socialista e non abbia mai compiuto alcuna analisi seria dell’economia di mercato. Tuttavia è un fatto certo, per tutte queste dame affascinanti, ballerine e cantanti, autori e produttori di commedie di film e canzoni, tutti coltivano la strana illusione di vedere sparire quello stato di disagiano appena gli “espropriatori” saranno “espropriati”. Ci sono molte persone che se la prendono con il capitalismo per la stupidità e la superficialità di molti prodotti dell’industria del divertimento. Non c’è alcun bisogno di giustificare questo argomento. Ma non è senza valore ricordare l’assoluta preminenza del contesto americano nell’adesione e nel sostegno entusiastico alla causa del comunismo, apportato da tante persone che collaborano nella produzione di questi ridicoli spettacoli e film. Quando uno storico del futuro ricercherà il significato di questi piccoli avvenimenti tanto apprezzati quali fonti e materiale per l’indagine storica dal Taine, non dovrebbe omettere di ricordare il ruolo ricoperto nel movimento radicale americano dalle più famose ballerine di striptease. 

Capitolo 2

LA FILOSOFIA SOCIALE DELL’UOMO COMUNE

1. Il capitalismo com’è e come è visto dall’uomo comune

L’emergere dell’economia come nuova branca della conoscenza è stato uno degli eventi più rilevanti della storia dell’essere umano. Con il predisporre la nuova organizzazione privata dell’impresa capitalistica sono state trasformate nel giro di alcune generazioni tutte le relazioni umane in modo ben più radicale di quanto sia avvenuto nei diecimila anni precedenti. Dal giorno della nascita al giorno della morte, gli abitanti dei paesi capitalisti hanno in ogni momento beneficiato delle formidabili conquiste dovute al nuovo modo di pensare e agire dell’organizzazione capitalistica. La cosa più sorprendente riguardante i cambiamenti senza precedenti delle condizioni materiali del capitalismo, è di essere il risultato di un piccolo numero di autori fortemente supportati da un numero non tanto superiore di uomini di stato che avevano assimilato il loro insegnamento. Non solo le masse apatiche ma anche la maggior parte degli uomini d’affari che, grazie ai loro commerci, resero effettivi i principi del laissez-faire, fallirono nel comprendere le essenziali caratteristiche del loro operare. Persino nei giorni del pieno vigore del liberalismo solo un numero ristretto di persone aveva una piena comprensione del funzionamento dell’economia di mercato. La civiltà occidentale ha adottato il capitalismo seguendo il consiglio fortemente raccomandato da una piccola élite. C’erano nella prima decade dell’Ottocento, molte persone che guardavano con sconcerto alla propria situazione di manchevolezza, ed erano ansiose di porvi rimedio. Negli anni che separano Waterloo da Sebastianopoli nessun altro genere di libri erano divorati con tanta avidità come i trattati di economia. Tuttavia la moda fu presto soppiantata. Il soggetto divenne presto molesto al lettore comune. L’economia è per un verso così differente dalla scienza e dalla tecnologia, come pure dalla storia e dal diritto, da apparire strana e ripugnante ai principianti. La singolarità del metodo della scienza economica è vista con sospetto da chi è abituato a vedere i risultati della sua ricerca dal lavoro in laboratorio o dagli archivi e librerie. La sua singolare epistemologia appare senza senso ai fanatici e ottusi positivisti. Le persone vorrebbero trovare nei libri di economia delle conoscenze che si adattino perfettamente alla loro immagine precostituita di cosa dovrebbe essere l’economia, vale a dire una disciplina in perfetta sintonia con la struttura logica di biologia e fisica. Finendo per sentirsi frastornati, desistono da una seria comprensione di problemi la cui analisi richiede un inconsueto sforzo intellettuale. Il risultato di questa ignoranza è l’attribuzione, da parte di queste persone, del merito del miglioramento e del progresso delle condizioni economiche alle scienze naturali e alla tecnologia. Dal loro punto di vista, questi avvenimento sono il risultato del prevalere nella storia umana, dell’autonoma tendenza al progressivo avanzamento della sperimentazione scientifica e della loro applicazione ai problemi tecnologici. Questa tendenza è irreversibile, ed è intrinseca al destino dell’umanità, i risultati prescindono dal tipo di organizzazione politica ed economica della società. Per come la vedono, i miglioramenti tecnologici senza precedenti degli ultimi due secoli, non sono stati causati né favoriti dalla politica economica di quell’anni. Non sono stati una conquista del liberalismo, del libero mercato, e del capitalismo. Questi risultati, a loro parere, possono svilupparsi sotto un qualsiasi altro sistema di organizzazione sociale ed economica. Le dottrine propugnate da Marx sono sostenute semplicemente perché hanno adottato questa popolare interpretazione degli eventi, avvolte in un velo pseudo-filosofico tale da renderle bene accette tanto dallo spiritualismo hegeliano che dal crudo materialismo. Nello schema di Marx “le forze materiali produttive” sono entità sovrumane indipendenti dalla volontà e dall’azione degli uomini. Queste si sviluppano in un loro modo prescritto da leggi superiori imperscrutabili ed inevitabili. Il loro sviluppo misterioso forza l’uomo ad aggiustare la sua organizzazione sociale in funzione di questi cambiamenti. Il contenuto essenziale della storia è lo scontro fra le forze materiali produttive indotte a liberarsi dai legami sociali a cui sono incatenate. Un tempo, spiega Marx, le forze produttive erano incatenate nella forma del mulino a vento, e di conseguenza erano organizzate le relazioni umane in accordo con lo schema feudale. Quando poi le imperscrutabili forze che governano l’evoluzione delle forze produttive materiali hanno sostituito il mulino a vento con il mulino a vapore, il feudalesimo viene spazzato via dal capitalismo. Da allora le forze produttive materiali si sono ulteriormente sviluppate la loro presente forma esige in modo imperativo la sostituzione del capitalismo con il socialismo. Coloro che cercano di contenere la rivoluzione socialista perseguono un compito senza speranza. Non è possibile fermare il progresso storico sociale. Le idee dei cosiddetti partiti di sinistra differiscono l’uno dall’altro in vario modo. Tuttavia, sono d’accordo su un punto. Guardano tutti al miglioramento e al progresso sociale come ad un processo autonomo e determinato. I sindacati considerano come scontati i loro standard di vita. Il destino avrebbe prescritto loro di poter godere di confort negati persino alle persone più abbienti delle generazioni precedenti, e tuttora negate ai non americani. Non gli passa neanche per la testa che il “rozzo individualismo” dei grandi uomini d’affari abbia avuto un qualche ruolo nell’affermarsi del cosiddetto “stile di vita americano”. Nei loro occhi la “classe dirigente” rappresenta l’ingiusta pretesa degli “sfruttatori” intenti a deprivarli di quanto gli spetta per diritto di nascita. C’è, pensano, nell’evoluzione storica un’irresistibile tendenza verso una continua crescita della “produttività” del lavoro. Pertanto, è ovvio che i frutti di questo costante miglioramento gli appartenga per diritto. Considerano un loro merito – nell’era del capitalismo – se la quantità di valore prodotto per effetto dei procedimenti industriali diviso per il numero di braccia impiegate tende a un continuo incremento. La verità è che la crescita di ciò che viene chiamata la produttività del lavoro è dovuta all’impiego di migliori strumenti e macchine. Cento lavoratori in una azienda moderna producono per unità di tempo un multiplo di ciò che cento lavoratori erano soliti produrre in una officina artigianale pre-capitalista. Questo incremento non è determinato da una più alta professionalità, competenza o specifici impieghi dei singoli lavoratori (è un fatto che la singola competenza richiesta all’artigiano medievale fosse ben superiore a quanto oggi richiesto a tante categorie di lavoratori manuali). Bensì, è dovuta all’impiego di strumenti e macchine più efficienti le quali, al contrario, sono le conseguenze di una maggiore accumulazione e investimento di capitale. Il termine capitalismo, capitale, e capitalista erano impiegati da Marx e sono tutt’oggi utilizzati da molte persone – anche per la propaganda delle agenzie ufficiali del governo degli Stati Uniti – con una connotazione dispregiativa. Altresì queste parole esprimono in modo pertinente il fattore di maggior rilievo dal cui impiego sono prodotti tutti formidabili risultati degli ultimi duecento anni: il miglioramento senza precedenti degli standard di vita di una popolazione continuamente in crescita. Ciò che distingue l’industria moderna dei paesi capitalisti da quella dell’età pre-capitalista, come pure nei prevalenti cosiddetti oggi “paesi sottosviluppati”, è l’ammontare dell’offerta di capitale. Nessun miglioramento tecnologico può dare i suoi frutti se il capitale richiesto non è stato accumulato e risparmiato in precedenza. Risparmio, accumulazione di capitale, sono l’agente che ha trasformato, passo dopo passo, la difficile ricerca di cibo da parte dei selvaggi abitanti delle caverne nei modi adottati dall’industria moderni. I battistrada di questa evoluzione furono le idee che crearono la cornice istituzionale entro cui l’accumulazione di capitale è stata resa sicura, grazie ai principi della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ogni passo verso un’ulteriore livello di prosperità è l’effetto del risparmio. La più ingegnosa invenzione tecnologica sarebbe pressoché inutilizzabile se il capitale necessario all’acquisto dei beni richiesti per la realizzazione e l’utilizzo non fosse stato accumulato mediante il risparmio. Gli imprenditori usano i beni capitali resi disponibili dai risparmiatori, per la più economica soddisfazione dei più urgenti tra i non soddisfatti bisogni dei consumatori. Insieme con la tecnologia, applicata al perfezionamento del processo produttivo, loro svolgono, a fianco degli stessi risparmiatori, un ruolo attivo nel corso degli eventi chiamato “progresso economico”. Il resto degli esseri umani approfittano dell’attività di queste tre classi di pionieri. Ma qualsiasi cosa facciano o possano fare, loro sono solo i beneficiari di cambiamenti al cui accadere non forniscono alcun contributo. La caratteristica principale dell’economia di mercato è di destinare la maggior parte dei miglioramenti dovuto allo sforzo delle tre classi progressiste – quelli che risparmiano, quelli che investono in beni capitale e quelli che lavorano con nuovi metodi per l’impiego dei beni capitale – a favore della maggioranza non progressista della popolazione. L’accumulazione di capitale supera la crescita della popolazione, per un verso mediante la maggior produttività del lavoro, per l’altro con la produzione di beni più economici. Il processo di mercato fornisce l’opportunità all’uomo comune di godere dei frutti conseguiti da altre persone. Costringe le tre classi progressiste a servire la maggioranza non progressista nel modo migliore possibile. Ad ognuno, nella società capitalista, è consentito di far parte delle tre classi progressiste. Queste classi non sono caste chiuse e l’appartenenza a queste classi non è un privilegio conferito da un individuo in possesso di una autorità superiore, o l’eredità ricevuta da un qualche antenato. Queste classi non sono un club esclusivo, e coloro che ne fanno parte non hanno il potere di tenere fuori ogni nuovo arrivato. Ciò che è necessario per diventare un capitalista, un imprenditore, o un ideatore di nuovi strumenti tecnologici, sono: intelligenza e volontà. Gli eredi di una fortuna godono di un certo vantaggio iniziando in condizioni più favorevoli degli altri. Ma il loro compito in un mercato altamente competitivo, qualche volta è più tedioso e meno remunerativo di quello dei nuovi entrati. Costoro devono riorganizzare la loro attività ereditata, in funzione dei cambiamenti sopraggiunti nel frattempo nelle condizioni di mercato. Perciò, per esempio, gli eredi di un “impero” nelle ferrovie, devono valutare quale fosse la loro collocazione in quel mercato per l’evoluzione succeduta nell’ultima decada, tutte attività molto più intricate di chi sin dall’inizio vi entra con il trasporto su gomma o via aerea. Le credenze popolari dell’uomo comune si ingannano su tutti questi fatti nel modo più grossolano. Per come la rappresenta John Doe tutte queste industrie da lui ricevute con tutti i confort a lui sconosciuti da suo padre, gli arrivano per mezzo di un mitico agente chiamato progresso. L’accumulazione di capitale, capacità imprenditoriali e ingegno tecnologico, a suo dire, non forniscono alcun contributo alla generazione spontanea di ricchezza. Se ogni uomo deve essere valutato secondo quanto John Doe crede essere l’origine della crescita della produttività del lavoro, allora l’uomo più produttivo è l’operaio delle linee di montaggio. Sfortunatamente, in questo mondo di peccatori, c’è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Gli uomini d’affari si prendono la crema e lasciano, come spiega Il manifesto del partito comunista, ai creatori di tutto quel ben di dio, i lavoratori manuali, non più che: “il necessario per il loro mantenimento e la riproduzione della loro razza”. Di conseguenza, “il moderno lavoratore anziché crescere assieme alla moderna industria, affonda sempre più in basso… lui diventa povero, la povertà cresce più velocemente della popolazione e del benessere.” Gli autori di questa descrizione del capitalismo industriale sono lodati nelle università come i più grandi filosofi e benefattori del genere umano, il loro insegnamento è accettato con timore reverenziale da milioni le cui case, al fianco di altri aggeggi, sono dotate di radio e televisione. Il peggior sfruttamento dicono i professori, i leader sindacali e politici, è perpetrato dai grandi uomini d’affari. Costoro non riescono a riconoscere il marchio che contraddistingue i grandi uomini d’affari, vale a dire la produzione su larga scala per la soddisfazione dei bisogni delle masse. Sotto il capitalismo gli stessi lavoratori, direttamente o indirettamente, sono i principali consumatori di tutte le cose prodotte in grandi quantità da quelle fabbriche. Agli albori del capitalismo c’era ancora un tempo d’attesa considerevole tra l’emergere di una innovazione e la disponibilità al consumo della medesima per le grandi masse. Circa sessant’anni fa Gabriel Tarde aveva visto giusto nel mostrare come l’innovazione industriale e il lusso di una minoranza, poi diventa il bisogno di tutti, ciò che in un primo momento era ritenuta una stravaganza, diventa più tardi richiesta da tutti i clienti e per giunta assortita. Questa affermazione risulta perfino corretta a proposito della diffusione dell’automobile. Da quando la produzione su larga scala grazie alle grandi imprese hanno ridotto, quasi eliminandoli, i tempi d’attesa. La moderna innovazione può diventare profittevole solo mediante il metodo della produzione di massa, di conseguenza diventando accessibile a tutti nello stesso momento della sua realizzazione. Non c’è stato, per esempio, negli Stati Uniti un rilevante periodo durante il quale il godimento di alcune innovazioni come la televisione, le calze di nylon, il cibo preconfezionato per neonati, fosse riservato per una minoranza di benestanti. La grande industria tende, infatti, verso una standardizzazione dei bisogni delle persone. Nessuno è indigente nell’economia di mercato per la ricchezza di alcune persone. La ricchezza dei ricchi non è la causa della povertà di nessuno. Il processo tendente a rendere ricche alcune persone è, al contrario, la logica conseguenza del processo di miglioramento della soddisfazione dei bisogni della maggioranza delle persone. Gli imprenditori, i capitalisti, gli innovatori tecnologici, prosperano fino a quando hanno successo nel servire al meglio il consumatore. 

2. Il fronte anti-capitalista

Fin dal loro sorgere i movimenti socialisti e interventisti hanno cercato di far risorgere politiche dell’età pre-capitalista, entrambi socialisti e interventisti furono per questo completamente screditati agli occhi di coloro che avevano dimestichezza con la teoria economica. Ma le loro idee rivoluzionarie e riformatrici trovano il consenso dell’immensa maggioranza delle persone ignoranti guidate esclusivamente dalla più potenti passioni umane; l’invidia e l’odio. I filosofi sociali dell’Illuminismo che crearono le condizioni per un programma liberale – libertà economica, esercitata nell’economia di mercato (capitalismo), e il loro corollario costituzionale, un governo rappresentativo – non suggerirono l’annullamento delle tre vecchie classi di potere: monarchia, aristocrazie e chiesa. I liberali europei puntarono alla sostituzione dell’assolutismo regale con la monarchia costituzionale, non all’instaurazione di un governo repubblicano. Volevano abolire i privilegi dell’aristocrazia, ma non privarli dei loro titoli, dei loro scudi delle loro proprietà. Erano impazienti di garantire ad ognuno libertà di coscienza e di porre fine alla persecuzione di eretici e dissidenti, ma erano anche impazienti di dare alla chiesa completa libertà di confessione nel perseguire i suoi obiettivi spirituali. In questo modo i tre vecchi poteri dell’”antico regime” sarebbero stati preservati. Ci si sarebbe potuto aspettare da principi, aristocratici e uomini di chiesa, che senza posa professarono il loro conservatorismo, una strenua opposizione all’attacco dei socialisti contro i valori essenziali della civiltà occidentale. Dopo tutto il messaggio dei socialisti non faceva nulla per nascondere i loro intenti: sotto il socialismo totalitario non ci sarebbe stato spazio per ciò che chiamavano i resti della tirannia, del privilegio e della superstizione. Tuttavia, persino in questi gruppi di privilegiati il risentimento e l’invidia fu molto più potente della fredda ragione. Difatti, si unirono invece mani e piedi con i socialisti, trascurando i loro intenti di confisca dei loro possedimenti e la completa mancanza di libertà religiosa sotto i regimi totalitari. Gli Hoenzollern in Germania inaugurarono una politica definita da un osservatore socialismo monarchico. Mentre l’aristocrazia dei Romanov in Russia giocherello con i sindacati usati come armi per combattere il tentativo dei “borghesi” di instaurare un governo rappresentativo. In ogni paese europeo le aristocrazie si unirono virtualmente e cooperarono con i nemici del capitalismo. Tutte le più eminenti interpretazione teologiche cercarono di screditare il sistema della libera impresa e di conseguenza, finirono per supportare anche il socialismo e l’interventismo radicale. Alcuni dei leader più in vista del movimento protestante odierno Barth e Brunner in Svizzera, Niebuhr e Tillich negli stati Uniti e anche il precedente arcivescovo di Canterbury William Temple – condannarono apertamente il capitalismo e attribuirono ai fallimenti e alle responsabilità del medesimo tutti gli eccessi del Bolscevismo in Russia. Uno potrebbe chiedersi se fosse nel giusto Sir William Harcout quando, più di sessant’anni fa proclamò: adesso siamo tutti socialisti. Ma oggi governi, partiti politici, insegnati, scrittori, atei militanti, come pure teologi cristiani, sono quasi tutti uniti dall’appassionato contrasto verso l’economia di mercato esaltando i presunti benefici dello stato onnipotente. La generazione attuale è cresciuta in un ambiente imbevuto di idee socialiste. L’influenza dell’ideologia a supporto del socialismo emerge chiaramente dal modo in cui l’opinione pubblica, quasi senza eccezioni, spiega le ragioni che inducono le persone ad unirsi ai partiti Socialisti e Comunisti. Nell’affrontare la politica domestica, ognuno presuppone che “naturalmente e necessariamente” quelli che non sono ricchi debbano essere favorevoli a programmi radicali – pianificazione socialista, comunismo – mentre solo i ricchi avrebbero ragioni per votare per la preservazione dell’economia di mercato. Questo assunto prende per vera la fondamentale idea socialista che l’interesse economico delle masse è danneggiato dal funzionamento dell’economia capitalista la quale, a loro dire, andrebbe ad esclusivo beneficio degli sfruttatori, viceversa il socialismo migliorerà automaticamente gli standard di vita dell’uomo comune. Ovviamente, le persone non cercano il socialismo perché “sanno” che il socialismo migliorerà le loro condizioni di vita, e non respingono il capitalismo perché “sanno” che quel sistema pregiudicherà i loro interessi. Loro sono socialisti perché “credono” che il socialismo migliorerà le loro condizioni, e loro odiano il capitalismo perché “credono” che li danneggerà. Costoro sono socialisti perché sono accecati dall’invidia e dall’ignoranza. Si ostinano a rifiutare lo studio dell’economia e respingono la devastante eredità della pianificazione economica socialista perché, ai loro occhi, l’economia si presenta come un’astratta teoria, semplicemente senza senso. Fanno finta di fidarsi solo della loro esperienza. Ma con non meno cocciutaggine rifiutano di prendere coscienza degli innegabili fatti dell’esperienza come, ad esempio, che gli standard di vita dell’uomo comune sono incomparabilmente più alti negli Stati Uniti che nel paradiso socialista dei Soviet. Nell’occuparsi delle condizioni di vita nei paesi più economicamente arretrati, le persone fanno gli stessi ragionamenti sbagliati. Pensano che queste persone debbano “naturalmente” simpatizzare per il comunismo in quanto oppressi dalla povertà. Proprio perché è fuor di discussione la volontà delle nazioni povere di sbarazzarsi della loro indigenza, sforzandosi di migliorare le loro condizioni insoddisfacenti, devono per questo adottare l’organizzazione economica e sociale maggiormente in grado di garantirgli il raggiungimento di quello scopo; loro dovrebbero decidersi per il capitalismo. Pur tuttavia, illusi da false idee anti-capitaliste, sono altresì favorevolmente ben disposti verso il comunismo. Risulta difatti paradossale vedere i leader di questi paesi orientali, mentre lanciano languide occhiate verso la prosperità delle nazioni occidentali, essere catturati dal comunismo russo, strumento alla base del mantenimento della povertà in Russia e nei paesi satellite. Non meno paradossale è la posizione in merito degli americani, i quali, seppur godendo dei prodotti resi disponibili dalla grande industria, esaltano il sistema sovietico e considerano abbastanza “naturale” la preferenza delle nazioni povere di Asia e Africa del comunismo al capitalismo. La maggior parte delle persone magari non sarà d’accordo sulla questione se tutti debbano avere una seria educazione agli sudi economici. Ma una cosa è certa. Un uomo dedito alla pubblica discussione o al confronto scritto in merito all’opposizione tra comunismo e capitalismo, senza avere una piena famigliarità con tutte le relazioni economiche implicite nel suo dire intorno a questi temi, è un irresponsabile cialtrone.

Capitolo 3

LA LETTERATURA SOTTO IL CAPITALISMO 

1. Il mercato dei prodotti letterari

Il capitalismo fornisce a tanti l’opportunità di mostrare spirito d’iniziativa. Mentre in una rigida società basata sul censo ad ognuno è imposta una invariata prestazione ripetitiva e non sono tollerati comportamenti devianti la condotta tradizionale, il capitalismo incoraggia gli innovatori. Il profitto è il premio per le deviazioni di successo dal genere di costumi e procedure tradizionali; le perdite sono le punizioni per coloro che in modo acritico si aggrappano a metodi obsoleti. L’individuo è libero di esibire quanto è in grado di far meglio rispetto ad altre persone. Tuttavia, la libertà dell’individuo è limitata. Questa è un prodotto della democrazia del mercato, e pertanto dipende dall’apprezzamento dei risultati individuali da parte dei consumatori sovrani. Ciò che pagano non è la buona prestazione in sé, ma la prestazione apprezzata da un numero sufficiente di consumatori. Se il pubblico pagante è troppo ottuso per apprezzare il vero valore di un prodotto, seppure eccellente, tutte le difficoltà e le spese sono state sostenute invano. Il capitalismo è essenzialmente un sistema di produzione per la soddisfazione dei bisogni delle masse. Riversa un’abbondanza mai vista sull’uomo comune. Ha fatto crescere la media degli standard di vita ad un’altezza mai neppure sognata nelle età precedenti. Ha reso accessibile a milioni di persone il godimento di beni accessibili fino ad alcune generazioni fa solo ad una piccola élite. Un esempio rilevante ci viene fornito dall’evoluzione del mercato in termini di allargamento di ogni tipo di letteratura. La letteratura – nel senso più ampio del termine – è oggi un mercato richiesto da milioni di persone. Leggono giornali, periodici e libri, ascoltano radio e riempiono i teatri. Autori, produttori e attori, capaci di gratificare i desideri del pubblico guadagnano un considerevole reddito. Nella cornice della divisione sociale del lavoro si è sviluppata una nuova suddivisione, un tipo di intellettuale, vale a dire, una persona che fa lo scrittore per vivere. Questi autori vendono i loro servizi o prodotti del loro sforzo sul mercato alla stessa maniera in cui altri specialisti vendono i loro prodotti e servizi. Loro sono pienamente integrati come scrittori cooperanti all’interno del corpo della società di mercato. Nell’età pre-capitalista scrivere era un’arte non remunerativa. Fabbri e calzolai potevano guadagnarsi da vivere, ma gli scrittori no. Lo scrivere era un’arte liberale, un passatempo, ma non una professione. Era una nobile attività per persone facoltose, re, grandi uomini di stato, nobili, ed altri gentiluomini economicamente indipendenti. Veniva praticata nel tempo libero da monaci e uomini della gerarchia ecclesiastica, soldati e insegnati universitari. Il povero in canna preso da un irresistibile impulso a scrivere doveva prima assicurarsi altre entrate non dipendenti dalla sua attività di scrittore. Spinoza molava lenti, i due Mill, padre e figlio, lavoravano nell’ufficio londinese della Compagnia delle Indie. Ma la gran parte degli autori poveri viveva grazie alla generosità di persone facoltose amiche delle arti e delle scienze. Re e principi facevano a gara nello sponsorizzare scrittori e poeti. Le corti erano il rifugio della letteratura. Si tratta di un fatto storico che il mecenatismo ha garantito agli autori piena libertà d’espressione. Lo sponsor non si arrischiava ad imporre al suo protetto la propria filosofia come i propri standard in termini di gusto e di etica. Al contrario costoro hanno dovuto sforzarsi per proteggerli contro l’autorità della chiesa. Alla fine era possibile per un autore messo al bando da alcune corti trovare rifugio presso le corti rivali. Nonostante questo l’immagine di filosofi, storici e poeti, costretti a muoversi in mezzo a corti e dover dipendere dalla benevolenza del despota di turno non risultò molto edificante. La vecchia critica liberale assieme all’evoluzione del mercato dei prodotti letterari ha avuto una parte essenziale nel processo di emancipazione dell’uomo dalla tutela di re e aristocratici. D’ora in avanti, pensarono, il giudizio di una classe di uomini ben educati avrebbe preso il sopravvento. Che prospettiva fantastica! Eravamo di fronte alla luce di una nuova alba. 

2. Il successo del mercato del libro

Tuttavia, c’erano alcuni difetti nella fotografia. La letteratura non è conformismo ma dissenso. Gli autori che semplicemente ripetono quanto tutti già approvano o vogliono sentirsi dire non sono di rilevante valore. Conta solamente l’innovatore, il dissidente, il messaggero di cose mai sentite dall’uomo comune, capace di rigettare i principi tradizionali per sostituirli con nuovi valori e nuove idee. Costui è per natura contro ogni autoritarismo e contro chi detiene il potere, opposto in modo inconciliabile all’immensa maggioranza dei suoi contemporanei. Costui è precisamente l’autore di libri che mai saranno acquistati dalla maggioranza del pubblico. Cosa mai potremmo pensare di Marx e Nietzsche, nessuno può negare il formidabile successo postumo delle loro opere, tuttavia, sarebbero entrambi morti di stenti se non avessero avuto altre forme di guadagno che non i loro diritti d’autore. I dissidenti e gli innovatori hanno ben poco d’aspettarsi dalla vendita dei loro libri in un mercato ben regolato. I magnati del mercato del libro sono editori di storie per il grande pubblico. Sarebbe tuttavia sbagliato assumere a regola che chi acquista libri sempre preferisce i cattivi libri ai buoni. La loro mancanza di discriminazione li rende, pertanto, pronti persino ad assorbire buoni libri. Risulta però tuttavia innegabile essere la gran parte di storie e racconti pubblicati oggi mera spazzatura. Nient’altro del resto possiamo aspettarci quando migliaia di volumi sono pubblicati ogni anno. La nostra epoca, ciò nonostante, potrebbe essere ricordata come un’età di fioritura letteraria se solamente qualcuno delle migliaia di libri pubblicati risultasse sullo stesso livello dei grandi libri del passato. Molti critici godono nel lamentarsi del capitalismo per quella dai medesimi chiamata decadenza della letteratura. Forse dovrebbero prendersela con la loro incapacità di separare il grano dalla pula. Del resto sono forse più brillanti dei loro predecessori, per esempio di qualche secolo fa? Oggi tutti i critici sono pieni di ammirazione per Stendhal. Ma quando Stendhal morì nel 1842, venne a lungo oscurato e dimenticato. Il capitalismo può rendere le masse tanto prospere da comperarsi libri e riviste. Ma non le può dotare delle capacità di discernimento di un Mecenate o di un Can Grande della Scala. Non è colpa del capitalismo se l’uomo comune non apprezza libri fuori dal comune. 

3. Osservazioni e note a proposito dei racconti polizieschi

L’età nel quale il movimento radicale anti-capitalista sembra avere acquisito un irresistibile potere ha coinciso con la nascita di un nuovo genere di letteratura, i racconti polizieschi. La stessa generazione di uomini inglesi il cui voto condusse il partito laburista al potere venne affascinata da autori come Edgard Wallace. Uno dei più acclamati autori socialisti inglesi, G. D. H. Cole, non è meno degno di nota come autore di racconti polizieschi. Un coerente marxista avrebbe potuto chiamare i racconti polizieschi – forse assieme con i film di Hollywood, i fumetti e l’arte dello spogliarello – la super struttura artistica dell’epoca del sindacalismo e della socializzazione. Molti storici, sociologi e psicologi, hanno provato a spiegare la popolarità di questo strano genere. La più penetrante di queste ricerche e quella del professor W. O. Aydelotte, il quale asserisce con giustezza che il valore storico dei racconti polizieschi è quello di descrivere i sogni di tutti giorni, grazie a cui il riflettore viene acceso sulle persone che le leggono. Non è meno corretto aggiungere che il lettore identifica sé stesso con l’investigatore e, in termini generali, fa dell’investigatore un prolungamento del suo ego. Questo lettore è in quel momento l’uomo frustrato che non occupa la posizione sociale a cui ambisce. Come abbiamo già detto, lui è predisposto a consolarsi lamentando le ingiustizie del sistema capitalista. Ha fallito perché è onesto e rispettoso delle leggi. I suoi più fortunati concorrenti hanno avuto successo avvantaggiati della loro spregiudicatezza, hanno potuto contare su trucchetti folli che lui, coscienzioso e immacolato com’è, non ha mai voluto neanche prendere in considerazione. Se le persone sapessero quanto sono deformi questi arroganti parvenu! Sfortunatamente i loro crimini rimangono nascosti, così costoro possono godere di un’immeritata reputazione. Ma il giorno del giudizio dovrà prima o poi arrivare. Lui stesso li smaschererà e svelerà i loro misfatti. Il tipico corso degli eventi nei racconti polizieschi è il seguente: un uomo che tutti ritengono rispettabile e incapace di qualsiasi azione ignobile ha commesso un crimine abominevole. Nessuno lo sospetta. Ma nessuno può far fesso l’astuto investigatore. Lui sa ogni cosa di questi ipocriti baciapile. Lui mette insieme tutte le prove per condannare il colpevole. Grazie a lui, il bene alla fine trionfa. Lo smascheramento del furfante che si era fatto passare per una persona rispettabile, con una latente tendenza anti-borghese, è un topos spesso usato anche ad un più alto livello letterario, per esempio da Ibsen ne: “I pilastri della società”. I racconti polizieschi abbassano la trama introducendo caratteri poveri, quali investigatori tutti d’un pezzo che si divertono a umiliare persone da tutti ritenute cittadini impeccabili. Le motivazioni dell’investigatore sono un odio inconscio per i “borghesi” di successo. La sua controparte sono gli ispettori governativi delle forze di polizia. Questi sono troppo ottusi troppo condizionati per risolvere l’enigma. C’è persino una certa complicità che inconsapevolmente li spinge a comportarsi a favore del colpevole, perché influenzati dalla sua forte posizione sociale. L’ispettore supera gli ostacoli che gli si frappongono con indolenza. Il suo trionfo è la disfatta dell’autorità dello stato borghese, reo di aver nominato questi ufficiali di polizia a rappresentarlo. Questo è il motivo per cui i racconti polizieschi sono popolari tra le persone sofferenti per le ambizioni frustrate. (Ci sono, ovviamente, anche altre interpretazioni dei racconti polizieschi). Costoro sognano giorno e notte come infliggere la loro vendetta ai rivali di successo. Sognano il momento quando il loro rivale “con le manette ai polsi, è portato via dalla polizia”. Questa soddisfazione ricevuta per interposta persona è raggiunta al culmine della storia, quando lo spettatore si identifica completamente nell’ispettore e l’omicida incastrato con il rivale di successo. 

4. Libertà di stampa

La libertà di stampa è uno dei fondamentali caratteri di una nazione di liberi cittadini. Resta da sempre uno dei punti essenziali nel programma politico del vecchio liberalismo classico. Nessuno ha mai avuto successo nell’avanzare obiezioni sostenibili contro le ragioni dei due libri classici: Areopagitica di John Milton 1644, e Sulla libertà di John Stuart Mill, 1859. Stampare senza autorizzazione è il sangue vitale della letteratura. Una stampa libera può esistere solo dove c’è il controllo privato dei mezzi di produzione. In una associazione di nazioni socialiste, dove tutta la struttura della pubblicazione e della tipografia sono di proprietà e operano con il permesso del governo, non c’è nessuna questione relativa alla libertà di stampa. Il governo solamente determina chi deve avere tempo e opportunità e che cosa deve stampare e pubblicare. Comparata con le condizioni predominanti nella Russia Sovietica persino gli Zar russi, in termini retrospettivi, sembrano un paese con libertà di stampa. Quando i nazisti eseguirono il loro noto auto-da-fè dei libri, si conformarono esattamente ai disegni di uno dei più grandi autori socialisti, il Cabet. Accade a tutte le nazioni dirette verso il socialismo, di veder sparire un passo dopo l’altro la libertà di stampa degli autori. Di giorno in giorno diventa sempre più difficile per un uomo pubblicare un libro, un articolo, il cui contenuto risulti sgradito al governo o ai vari potenti organizzati in gruppi di pressione. Gli eretici non sono ancora “liquidati” com’è avvenuto in Russia né i loro libri sono bruciati per ordine dell’inquisizione. Né ci sarà un ritorno ai vecchi sistemi di censura. I sedicenti progressisti hanno armi ben più efficaci a loro disposizione. Il loro principale strumento di oppressione è il boicottaggio degli autori, editori, pubblicitari, librerie, stampatori, inserzionisti e lettori. Tutti sono liberi di astenersi dalla lettura di libri, riviste e giornali non approvati dal potere e di raccomandare l’esclusione per interposta persona di libri, riviste e giornali. Ma è certamente un’altra situazione quando alcune persone minacciano altre di rappresaglia, in caso non smettano di sostenere certe pubblicazioni e i loro editori. In molti paesi gli editori di riviste e giornali sono spaventati dalla prospettiva di boicottaggio da parte dei sindacati. Evitano discussioni aperte su questi problemi e tacitamente cercano di adattarsi alle prescrizioni dei capi sindacali. Questi rappresentati del “lavoro” sono molto più permalosi di quando c’era l’impero e le sfarzose regge dell’età passata. Non ci si può prendere gioco di loro. Per le loro insofferenze alla critica hanno umiliato la satira, le commedie e le opere musicali, delegittimando i teatri e condannando come sterile le opere cinematografiche di tal fatta. Nell’antico regime il teatro era libero di produrre la satira dell’aristocrazia di Beaumarchais e le opere immortali composte da Mozart. Sotto il secondo impero francese sono famose le parodie dell’assolutismo del militarismo e della vita di corte di Offenbach e Halevy. Lo stesso Napoleone III ed alcuni altri monarchi europei godettero delle recite che li metteva in ridicolo. Nell’età Vittoriana il censore del teatro britannico, lord Chamberlain, non ostacolò le esibizioni delle commedie musicali di Gilbert Sullivan volte a prendersi gioco di tutte le venerabili istituzioni facenti parte del sistema di governo britannico. Nobili e Lord riempivano i palchi mentre sul palcoscenico il Conte di Montarat cantava: “la camera dei lord non ha troppe pretese di capacità intellettuali”. Ai nostri giorni è fuori questione ogni parodia sul palco del potere costituito. Nessuna irrispettosa riflessione su sindacati, associazioni, sulle imprese statali operanti nel mercato, deficit di bilancio ed altri caratteri dello stato assistenziale sono tollerate. I capi sindacali e i burocrati sono ritenuti sacrosanti. Sono invece stati abbandonati dalle commedie tutti quei grandi temi che hanno degradato le operette e la produzione Hollywoodiana ad abominevoli buffonate.

5. Il settarismo degli intellettuali

Un superficiale osservatore dell’ideologia contemporanea potrebbe facilmente non essere in grado di riconoscere l’attuale settarismo e il marcio presente nell’opinione pubblica e gli intrighi capaci di rendere incomprensibili le voci del dissenso. Apparentemente sembrano essere in disaccordo in merito a questioni considerate come decisive. Comunisti, socialisti, interventisti, e le varie sette e scuole di questi partiti si combattono tra loro con un tale zelo da distogliere l’attenzione dai dogmi fondamentali a proposito dei quali viceversa prevale il totale accordo tra loro. In altre parole, i pochi indipendenti pensatori che con coraggio mettono in discussione tali dogmi sono trattati come fuorilegge, e messi al bando, affinché le loro idee non possano raggiungere la pubblica opinione. La formidabile macchina della propaganda e dell’indottrinamento “progressista” ha avuto grande successo nel fare rispettare quei tabù. L’intollerante ortodossia della sedicente scuola “non ortodossa” domina la scena. Questo dogmatismo “non ortodosso” è una mistura confusa e auto-contraddittoria formato da varie dottrine tra loro incompatibili. Questo è eclettismo della peggior specie, un’ingarbugliata collezione di errori e travisamenti presi a prestito e da lungo tempo confutati. Includono frammenti di diversi autori socialisti, sia “utopici” che “marxisti scientifici”, provenienti dalla scuola storica tedesca, dai Fabiani, l’Istituzionalizzo americano, il Sindacalismo francese, e i Tecnocrati. Tutti costoro non fanno che ripetere errori di Godwin, Carlyle, Ruskin, Bismark, Sorel, Keblen, e di una schiera di autori minori poco conosciuti. Il dogma fondamentale di questo credo sostiene che la povertà è un prodotto di inique istituzioni sociali. Il peccato originale che privò l’umanità del pieno godimento del paradiso in terra risiederebbe nell’istituzione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Il capitalismo serve solo il gretto egoismo di spietati sfruttatori. Condanna le masse e gli uomini virtuosi ad un progressivo e degradante impoverimento. Ciò che serve per far diventare tutte le persone prospere è un addomesticamento degli avidi sfruttatori per mezzo del grande dio chiamato stato. Il motivo dell’“assistenza” deve sostituire il motivo del “profitto”. Fortunatamente, dicono costoro, nessun intrigo nessuna brutalità da parte degli infernali “percettori di cedole” potrà domare il movimento riformatore. L’arrivo di un’età della pianificazione centralizzata è ineludibile. Allora ci sarà ricchezza e abbondanza per tutti. Questi sforzi per accelerare la grande trasformazione sono da loro chiamati “progressi”, proprio perché fanno finta di lavorare per il benessere desiderato da tutti e in accordo con le inesorabili leggi dell’evoluzione storica. Ne consegue che tutti coloro che si oppongono sono denigrati come “reazionari”, con in testa il vano tentativo di fermare quello che loro chiamano “progresso”. Dal punto di vista di queste convinzioni dogmatiche la spinta verso queste politiche “progressiste”, come loro le definiscono, possono alleviare subito le sofferenze di grandi masse di persone. Ad esempio, raccomandano l’espansione del credito e il conseguente ammontare della moneta in circolazione, il salario minimo, tassi di interesse decrescente anche attraverso l’intervento del governo, o per mezzo di pressione e violenza da parte dei sindacati, il controllo dei prezzi degli affitti e dei beni di prima necessità ed altre misure interventiste. Nonostante sia stato dimostrato da tutti gli economisti i fallimentari risultati di quelle panacee, proprio verso gli obiettivi perseguiti dai loro proponenti. Il risultato di quelle politiche è, dal punto di vista di coloro che le raccomandano e ne esortano l’esecuzione, persino più insoddisfacente della precedente situazione oggetto del loro progetto di alterazione. L’espansione del credito diventa un rincorrersi di crisi economiche e periodi di depressione. L’inflazione provoca nei prezzi di tutti i beni e servizi una continua crescita. Il tentativo di rendere il tasso salariale più alto di quanto sarebbe in un mercato senza vincoli determina disoccupazione di massa che si perpetra di anno in anno. Il tetto dei prezzi risulta in calo solo quando è colpita l’offerta di beni. Gli economisti hanno provato questi teoremi in modo inconfutabile. Nessuno pseudo-economista “progressista ha mai cercato di smentirli. Il lascito essenziale prodotto dalle politiche “progressiste” contro il capitalismo sono le ricorrenti crisi e depressioni, il carattere peculiare è la disoccupazione di massa. La dimostrazione che questi fenomeni sono, al contrario, il risultato dei tentavi da parte degli interventisti di regolare il capitalismo e di migliorare le condizioni dell’uomo comune, danno all’ideologia “progressista” il colpo finale. Non essendo i “progressisti” in grado di avanzare alcuna obiezione all’insegnamento degli economisti, si difendono cercando di celarlo alle persone, specialmente agli intellettuali e agli studenti universitari. Ogni riferimento a queste eresie sono strettamente e severamente proibite. I loro autori sono fortemente denigrati, e gli studenti sono dissuasi dal leggere la loro “folle robaccia”. Per come vedono le cose i dogmatici “progressisti” ci sono due gruppi di persone in lite tra loro, impegnati nel tentativo di accaparrarsi quanto più “reddito nazionale” possono per sé stessi. La classe dei proprietari, degli imprenditori e i capitalisti, a cui spesso ci si riferisce con il termine di “classe dirigente” indisposta a lasciare al “lavoro” – vale a dire agli occupati percettori di salario – appena un minimo, poco più del necessario della mera sussistenza. Il lavoro, come si può facilmente comprendere, è arrabbiato con l’avidità della classe dirigente, è incline a propendere verso i radicali, verso i comunisti, che vogliono il totale esproprio della classe dirigente. Tuttavia, la maggioranza della classe lavoratrice è abbastanza moderata e non propensa verso un eccesso di radicalismo. Loro rifiutano il comunismo e sono disposti ad accontentarsi con meno della totale confisca del reddito “non guadagnato” dalla classe dirigente. Costoro propendono per una soluzione intermedia, la pianificazione, lo stato sociale, il socialismo. In questa controversia gli intellettuali che, presumibilmente non appartengono a nessuno dei due opposti schieramenti, sono chiamati ad assumere il ruolo di arbitri. Loro – i professori, i rappresentanti delle scienze, gli scrittori, i rappresentanti delle lettere – devono evitare gli estremismi di entrambi i gruppi, provocato tanto dai sostenitori del capitalismo come pure da chi appoggia il comunismo. Devono stare dalla parte dei moderati. Devono sostenere la pianificazione, lo stato sociale, il socialismo, e devono supportare tutte le misure predisposte a frenare l’avidità della classe dirigente prevenendone l’abuso del potere economico. Non c’è alcun bisogno di entrare nuovamente nei dettagli dell’analisi di tutte le idiosincrasie e le contraddizioni implicite in questo modo di pensare. Basta identificare i tre errori fondamentali. Primo: Il grande conflitto ideologico del nostro tempo non è la lotta per la distribuzione del “reddito nazionale”. Non è una lite tra due classi ognuna delle quali desiderosa di impossessarsi per sé della fetta più grande della torta disponibile per la redistribuzione. Si tratta in verità di un dissenso concernente la scelta del più adeguato sistema sociale di organizzazione economica. Vale a dire: quale dei due sistemi, capitalismo e socialismo, garantisce una più alta produttività dello sforzo umano per migliore gli standard di vita delle persone. Inoltre, la questione è anche stabilire se il socialismo possa essere considerato un sostituto del capitalismo, ossia, se una condotta razionale delle attività produttive, vale a dire una condotta basata sul calcolo economico, possa essere raggiunto da una organizzazione socialista. Il settarismo e il dogmatismo dei socialisti si manifesta immediatamente nel loro ostinato rifiuto ad entrare nell’esame dei dettagli di questo problema. Per loro è una conclusione scontata che il capitalismo sia il peggiore di tutti i mali, mentre il socialismo è l’incarnazione di tutto quanto è bene. Ogni tentativo di analizzare i problemi economici delle nazioni socialiste è considerato un crimine di lesa maestà. Mentre le condizioni prevalenti nei paesi occidentali non permettono ancora di liquidare questo genere di crimine presente nel modello russo, chi lo pone in discussione, viene prima svilito e reso sospetto nelle motivazioni, e poi boicottato. Secondo: Non c’è alcuna differenza economica tra socialismo e comunismo. Entrambi i termini, comunismo e socialismo, denotano lo stesso sistema sociale di organizzazione economica, vale a dire, controllo pubblico di tutti i mezzi di produzione, distinto e opposto al controllo privato di tutti i mezzi di produzione, chiamato capitalismo. I due termini, comunismo e socialismo, sono sinonimi. Il documento da tutti marxisti e socialisti considerato come un inamovibile fondamento del loro credo si chiama il Manifesto Comunista. D’altro canto, il nome ufficiale dell’impero comunista russo è l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.S.S.R.). L’antagonismo dei nostri tempi tra i partiti comunisti e socialisti non riguarda gli obiettivi ultimi delle loro politiche. Si riferisce soprattutto all’attitudine dei dittatori russi a soggiogare il numero più alto possibile di paesi, primo fra tutti gli Stati Uniti. Si riferisce, inoltre, alla questione se la realizzazione del controllo pubblico dei mezzi di produzione debba essere raggiunto con metodi costituzionali o per mezzo della violenza cacciando i governi in carica. Neppure i termini “pianificazione” e “stato sociale” per come sono usati nel linguaggio abituale da economisti, uomini di stato, politici, e da tutte le altre persone, hanno un significato differente dall’obiettivo finale del socialismo e del comunismo. Pianificazione significa che i piani del governo dovrebbero sostituire i piani dei singoli cittadini. Significa che imprenditori e capitalisti dovrebbero rinunciare alla loro discrezionalità nell’impiego dei loro capitali in accordo con i loro obiettivi, e dovrebbero essere obbligati ad aderire incondizionatamente agli ordini emessi da un ufficio per la pianificazione centralizzato. Questo equivale a trasferire il controllo da imprenditori e capitalisti al governo. Pertanto, è un madornale abbaglio considerare il socialismo, la pianificazione o lo stato sociale, come soluzione al problema dell’organizzazione economica della società, capace di differire da quella comunista proprio perché stimate come “meno assolute” e “meno radicali”. Il socialismo la pianificazione non sono antidoti al comunismo come molte persone sembrano credere. Un socialista è più o meno moderato di un comunista nella misura in cui non sottrae documenti segreti dal suo paese per darli ad agenti russi non trama per assassinare borghesi e anti-comunisti. Questa è, ovviamente, una differenza importante. Ma non ha alcun riferimento con gli obiettivi ultimi dell’azione politica. Terzo: Capitalismo e comunismo sono due distinti modi di organizzazione sociale. Il controllo privato dei mezzi di produzione e il controllo pubblico sono due nozioni contraddittorie non semplicemente contrarie. Non c’è una tal genere di cosa chiamata economia mista, un sistema che dovrebbe stare a metà strada tra capitalismo e socialismo. Questi sostenitori di ciò che è erroneamente creduta una soluzione intermedia non raccomandano un compromesso tra capitalismo e socialismo, ma una terza modalità con una sua particolare organizzazione che deve essere giudicata in accordo ai propri meriti. Questo terzo sistema chiamato dagli economisti interventismo non è una combinazione, come i suoi sostenitori pretendono, di alcune peculiarità del capitalismo con alcune del socialismo. Si tratta di qualcosa di completamente differente da ciascuno dei due. Gli economisti che dichiarano essere i risultati conseguiti dall’interventismo ben peggiori rispetto a quanto promesso e fatto credere ai propri sostenitori – non dal loro punto di vista ma dal punto di vista economico dei medesimi sostenitori dell’interventismo – non sono degli intransigenti estremisti. Loro semplicemente descrivo le inevitabili conseguenze dell’interventismo. Quando Marx e Engels nel “Manifesto Comunista” sostengono misure definite di interventismo, non intendono raccomandare un compromesso tra comunismo e socialismo. Loro considerano queste misure – per inciso, sono le stesse misure che ai giorni nostri costituiscono l’essenza del New Deal e Fair Deal – un primo passo nella direzione dell’instaurazione del comunismo completo. Loro stessi descrivono queste misure come “economicamente insufficienti e insoddisfacenti” e le raccomandavano solo perché “nel corso del processo di auto-superamento, risultano necessarie per l’ulteriore progresso verso il superamento del vecchio ordinamento sociale, sono inevitabili come mezzi per raggiungere l’intera rivoluzione dei modi di produzione.” Pertanto la filosofia sociale ed economica dei “progressisti” è un argomento a difesa della causa del socialismo e del comunismo. 

6. Il “Sociale” Romanzi e Teatro

Il pubblico, devoto alle idee socialiste, cerca racconti e commedie teatrali socialiste (sociali). Gli autori, loro stessi permeati di idee socialiste sono pronti a fornire le cose richieste. Descrivono condizioni insoddisfacenti, lasciando sottintendere, essere l’inevitabile conseguenza del capitalismo. Raffigurano la povertà e l’indigenza, l’ignoranza, la sporcizia e le malattie delle classi sfruttate. Puniscono il lusso la stupidità e la corruzione morale delle classi sfruttatrice. Ai loro occhi tutto ciò che è pessimo e ridicolo è borghese, e ogni cosa buona e eccelsa è proletaria. Gli autori che descrivono la vita di chi è colpito dalla povertà possono essere distinti i due classi. La prima classe è composta da coloro che non hanno mai avuto esperienza della povertà, sono nati e cresciuti in un contesto “borghese” o in un contesto di alti guadagni oppure in un ambiente agreste dove risultava strano ritrovare i caratteri delle commedie e dei romanzi. Questi autori devono, prima di iniziare a scrivere, raccogliere informazioni sulla vita e il mondo del malaffare che intendono rappresentare. Così intraprendono un percorso di ricerca. Ma, ovviamente, non si avvicinano all’oggetto dei loro studi con una mente priva di pregiudizi. Costoro sanno già in anticipo quello che vogliono scoprire. Sono convinti essere le condizioni dei salariati orribili e desolanti al di là di ogni immaginazione. Per questo chiudono gli occhi su ogni cosa che non vogliono vedere, e trovano soltanto le conferme alle loro opinioni preconcette. A loro è stato insegnato dai socialisti che il capitalismo è un sistema fonte per le masse di terribili sofferenze, non solo, più il capitalismo progredisce verso la piena maturità più la stragrande maggioranza delle persone si impoverisce. I loro romanzi e le loro commedie sono costruite come casi di studio per la dimostrazione di questo dogma marxista. Quello che è sbagliato in questi autori non è la loro scelta di rappresentare miseria e distruzione. Ogni artista può esprimere nelle proprie opere qualunque genere di soggetto. Il loro errore consiste invece in una partigiana rappresentazione e interpretazione fasulla delle condizioni sociali. Non furono in grado di rilevare nelle sconvolgenti circostanze descritte il prodotto altresì della mancanza di capitalismo e il residuo del passato precapitalistico, nonché i risultati delle operazioni di sabotaggio volte ad impedire il funzionamento del capitalismo. Non compresero che il capitalismo, dando vita alla produzione su grande scala per il consumo di massa, è essenzialmente un sistema di eliminazione per quanto possibile della miseria. Loro descrissero i percettori di salario solo per la loro capacità di lavorare con le mani, senza mai prestare attenzione al fatto di essere loro stessi i maggiori consumatori dei beni da loro prodotti, come pure i protagonisti dello scambio tra generi di prima necessità e materie prime. La predilezione di questi autori nella rappresentazione delle desolanti sofferenze sono diventate una scandalosa distorsione della verità, soprattutto quando hanno considerato quelle condizioni sociali come la tipica rappresentazione del capitalismo. Le informazioni fornite dai dati statistici relative alla produzione e alla vendita di merci su grande scala mostrano chiaramente che i tipici percettori di salario non vivevano sprofondati nella miseria. La più eminente figura della cosiddetta scuola sociale è stato Emile Zolà. Lui mise a punto il registro poi adottato dai meno dotati imitatori. Dal suo punto di vita l’arte era strettamente legata alla scienza. L’arte doveva essere fondata sulla ricerca e illustrare le scoperte della scienza. Il maggior risultato delle scienze sociali, per come erano intese da Zolà, era esprimere il dogma del capitalismo quale peggiore di tutti i mali, mentre l’avvento del socialismo era inevitabile altamente desiderabile. I suoi racconti era “parte integrante della letteratura socialista”. Ma Zolà fu, nel suo zelante pregiudizio a favore del socialismo, ben presto superato dalla letteratura proletaria dei suoi seguaci. I critici della letteratura “proletaria” fingono di considerare quanto viene affrontato da questi autori proletari come una semplice e genuina rappresentazione del modo di vivere proletario. Nonostante ciò questi autori non si limitano a riportare semplicemente i fatti. Loro interpretano questi fatti dal punto di vista degli insegnamenti di Marx, Veblen e i coniugi Webbs. Questa interpretazione è l’essenza dei loro scritti, i cui punti salienti li qualifica semplicemente come propaganda socialista. Questi scritti hanno una comprensione dogmatica dei fatti esposti, sentiti come inoppugnabili e pienamente condivisi con i loro fiduciosi lettori. Pertanto considerano persino superfluo menzionare esplicitamente le suddette dottrine. Si riferiscono a quest’ultime solo in modo implicito. Tuttavia questo non cambia il fatto che qualunque cosa loro sostengano attraverso i libri, abbia una validità dipendente dai principi socialisti e da costruzioni pseudo-economiche. La loro narrativa sono lezioni illustrate delle dottrine anti-capitaliste e della teoria del crollo. Il secondo genere di autori della narrativa “proletaria” sono quelli nati e cresciuti nel contesto proletario descritto nei loro libri. Questi uomini si sono emancipati dall’ambiente dei lavori manuali e si sono uniti alla classe dei professionisti. Non sono come gli autori proletari provenienti da un ambiente borghese con la necessità di affrontare speciali ricerche al fine di imparare qualcosa sulla vita dei percettori di salario. Costoro posso attingere direttamente dalla loro esperienza. La personale esperienza gli insegna cose completamente contraddittorie rispetto ai dogmi del credo socialista: i figli dotati e volenterosi di genitori lavoratori seppur vivendo in condizioni modeste non sono ostacolati verso l’accesso a posizioni sociali più soddisfacenti. Gli autori dal passato “proletario” hanno loro stessi come testimoni di questo fatto. Sanno perché loro hanno avuto successo mentre molti dei loro fratelli e compagni non ce l’hanno fatta. Nel corso del percorso di avanzamento verso una migliore posizione nella vita hanno avuto diverse occasioni di incontro con altri giovani uomini i quali, come loro, erano desiderosi di imparare e crescere. Sanno perché alcuni di loro hanno trovato la strada mentre altri si sono smarriti. Ora, vivendo con i “borghesi” scoprono essere la distinzione tra chi guadagna soldi e chi ne guadagna meno non sufficienti per attribuire al primo la qualifica di canaglia. Non si sarebbero elevati al di sopra del livello da dove sono partiti se fossero stati così stupidi da non vedere quanti tra quegli uomini d’affari e professionisti sono autodidatti e, come loro, erano poveri. Non possono non vedere nelle differenze di reddito l’apporto determinante di altri fattori ben diversi da quelli suggeriti dal risentimento dei socialisti. Se questi autori insistono a scrivere sui fatti seguendo il modello della propaganda letteraria socialista, costoro non sono sinceri. I loro racconti e le loro storie sono false e pertanto nient’altro che spazzatura. Sono bene al disotto dei principi che ispirano i libri dei colleghi di origine “borghese”, almeno questi credono in quanto scrivono. Gli autori socialisti non si accontentano di raffigurare le condizioni delle vittime del capitalismo. Vogliono affrontare la vita e le attività dei beneficiari di quel sistema, gli uomini d’affari. Si impegnano a rendere manifesto ai lettori da dove nasce il profitto. Non avendo – grazie a Dio – alcuna famigliarità con questo sporco soggetto la loro prima ricerca di informazioni è pressi i libri degli storici competenti. Questo è quanto raccontano gli esperti a proposito dei “gangster finanziari” e dei “magnati banditi”, e il modo grazie a cui hanno acquisito ricchezza. Iniziano la loro carriera come allevatori di bestiame, questa significa acquistare una fattoria con del bestiame e portarlo al mercato per venderli. Il bestiame è venduto al macellaio a peso. Prima di portarli sul mercato li accudiscono a sale a grandi quantità d’acqua da bere. Un gallone d’acqua pesa circa otto once. Fai ingerire tre o quattro galloni d’acqua a una mucca e avrai un peso ben maggiore quando verrà venduta, questo è quanto racconta W.E. Woodward in Una nuova storia americana. Da questa fonte ricavarono dozzine di novelle e commedie che raccontano con quelle opere la transizione da contadini a uomini d’affari. I grandi magnati diventarono ricchi vendendo bistecche gonfiate e cibo spazzatura, scarpe con la suola di cartone e abiti di cotone per seta. Costoro truffarono Senatori e Governatori, giudici e la polizia. Imbrogliarono i loro dipendenti e loro clienti. La storia è decisamente molto semplice. Non è mai passato in testa a questi autori che la loro narrativa implica descrivere tutti gli altri americani come dei perfetti idioti facilmente ingannati da un qualsiasi briccone. Il sopra menzionato trucco di gonfiare le mucche è il più primitivo e più vecchio sistema di truffa al mondo. Difficile credere che in ogni parte del mondo ci siano tanti stupidi compratori di bestiame tali da farsi ingannare con metodi del genere. Asserire che ci fossero negli Stati Uniti tanti macellai che potessero farsi incantare in quel modo è aspettarsi un po’ troppo dal semplice lettore. E la stessa cosa con altre simili storielle. Nella sua vita privata l’uomo d’affari, per come è descritto da questi autori “progressisti”, è un barbaro, un baro e un ubriacone. Passa i giorni a scommettere alle corse dei cavalli, le sere nei locali notturni e le notti con amanti. Come hanno esposto nel “Manifesto Comunista” Marx e Engels, questi borghesi, non contenti di avere a loro disposizione mogli e figlie dei proletari, per non parlare delle prostitute, si procurano grande soddisfazione nel sedursi le mogli a vicenda. Questo è il modo con cui viene rappresentato l’uomo d’affari americano in gran parte della letteratura americana. 

Capitolo 4

LE OBIEZIONI NON ECONOMICHE AL CAPITALISMO

1. Il dibattito sulla felicità

I critici distinguono due livelli d’accusa al capitalismo: Primo, dicono il possesso di auto, TV, e frigorifero non rendono l’uomo felice. Secondariamente, aggiungono, ci sono ancora persone che non hanno il possesso di questi aggeggi. Entrambe le proposizioni sono corrette, ma non costituiscono una colpa contro il sistema di cooperazione capitalista. Le persone non lavorano duramente e si affannano per raggiungere la felicità, ma con l’intento di rimuovere per quanto possibile una certa sensazione di malessere e per quella via essere più felice di quanto lo fossero prima. Un uomo che acquista un impianto TV manifesta una certa aspettativa, pensa attraverso quel possesso di fare accrescere il proprio benessere e per questa via diventare più contento di quando ne era sprovvisto. Se fosse altrimenti, non l’ho avrebbe acquistato. Il compito del dottore non è quello di rendere il paziente felice, ma di rimuovere il dolore e metterlo in una condizione migliore per perseguire i più importanti interessi di ogni essere vivente, combattere contro tutti i fattori nocivi per dar sollievo alla propria vita. Non c’è ragione di dubitarne, tra i mendicanti buddisti che vivono di elemosina nello sporco e sprovvisti di tutto, alcuni si sentono perfettamente felici e non mostrano alcuna invidia verso i nababbi. Pur tuttavia è un fatto che, per la stragrande maggioranza delle persone, quel genere di vita appare insopportabile. Mentre per costoro l’impulso verso l’incessante spinta al miglioramento delle condizioni esterne di esistenza è assente. Chi vorrebbe proporre le condizioni di un mendicante asiatico come esempio di americano medio? Uno dei più eminenti obiettivi raggiunti dal capitalismo è la caduta del tasso di mortalità infantile. Chi negherebbe quanto questo fenomeno abbia ridotto al minimo una delle cause principali dell’infelicità di tante persone? Non meno assurda è la seconda rimostranza nei confronti del capitalismo – vale a dire la graduale diffusione delle innovazioni tecnologiche e terapeutiche tuttora non va a beneficio di tutti. I cambiamenti delle condizioni umane sono dovuti all’azione pionieristica degli uomini più capaci ed energici. Loro indicano la via e il resto dell’umanità li segue un po’ alla volta. Le innovazioni sono inizialmente un lusso a disposizione di poche persone, fino a quando passo dopo passo diventano alla portata dei più. Non è un’obiezione sufficiente contro l’uso di scarpe e forchette la loro lenta diffusione, e neanche che tuttora milioni di persone ne sono sprovvisti. I raffinati signori e signore nel far uso per primi di sapone furono i precursori della produzione su grande scala per l’uomo comune. Se chi oggi ha la possibilità di acquistarsi la televisione si fosse astenuto dal possederne una perché alcune persone non potevano permetterselo, non avrebbero ottenuto altro che ostacolare la diffusione di quegli apparecchi. 

2. Materialismo

Di contro ci sono i brontoloni che si lamentano del capitalismo per quel che loro chiamano: il suo tratto materialista. Costoro non possono non ammettere la tendenza del capitalismo a migliorare le condizioni materiali dell’umanità. Ma, ci dicono gli stessi, ha distolto l’uomo dal suo proposito più eminente e nobile. L’uomo si prende cura del corpo, ma trascura la mente e l’anima. Questa è la causa della decadenza delle arti. Passati sono i tempi dei grandi poeti, pittori, scultori e architetti. La nostra epoca produce solo spazzatura. La valutazione a proposito dei meriti del lavoro artistico è notoriamente soggettiva. Alcune persone apprezzano quanto altri disprezzano. Non c’è un parametro di misura del valore artistico di un poema o di un edificio. Coloro che sono estasiati davanti alla cattedrale di Chartres o dalla Meninas di Velasquez potrebbero pensare, a proposito di colore che rimangono insensibili a queste meraviglie, che sono degli zotici. Molti studenti si annoiano a morte quando a scuola li costringono a leggere l’Amleto. Solo le persone dotate di una sensibilità artistica sono adatte ad apprezzare e a godere del lavoro di un artista. Tra chi tende ad appellarsi all’educazione degli uomini c’è molta ipocrisia. Costoro assumono l’aria degli intenditori e il finto entusiasmo per l’arte del passato e per gli artisti morti da lungo tempo. Viceversa, non mostrano lo stesso entusiasmo per gli artisti contemporanei, spesso misconosciuti come tali. Dissimulare adorazione per i vecchi maestri è per questi presunti esperti un mezzo per ridicolizzare i nuovi artisti in quanto si sono discostati dalla tradizione per fondare un loro canone. John Ruskin sarà ricordato – assieme a Carlyle, i coniugi Webb, Bernard Show e alcuni altri – come uno dei becchini della libertà, della civilizzazione e della prosperità britannica. Dotato di un pessimo carattere tanto in pubblico che in privato, ha glorificato la guerra e la violenza, e la sistematica diffamazione degli insegnamenti relativi all’economia politica, non essendo in grado di comprenderla. Era un intollerante detrattore dell’economia di mercato e un romantico sostenitore delle corporazioni, Ruskin esaltò l’arte di inizio secolo. Ma quando affrontò i lavori dei grandi artisti viventi, come Wihistler, lo disprezzò e denigrò con un linguaggio tanto folle e offensivo da essere portato in tribunale per diffamazione ed essere giudicato colpevole. Furono gli scritti di Ruskin a diffondere il pregiudizio che il capitalismo, oltre a essere un pessimo sistema economico, aveva sostituito il bello con il deforme, la meschinità con la grandezza, l’arte con la spazzatura. Per le persone in profondo disaccordo verso i risultati conseguiti dagli artisti, non è possibile liberarsi della discussione sulla presunta inferiorità degli artisti nell’era del capitalismo nel modo apodittico con cui ci si può sottrarre da un errore del ragionamento logico, o attraverso le dimostrazioni di natura empirica. Nessun uomo sano di mente sarebbe abbastanza insolente da denigrare la grandezza delle imprese artistiche nell’era del capitalismo. L’arte più eminente di quest’epoca di “mero materialismo avido di denaro” fu la musica di Wagner e Verdi, Berlioz e Bizet, Brahms e Bruckner, Hugo Wolf e Mahler, Puccini e Richard Strauss, che fantastica parata! Che epoca dove maestri del calibro di Schumann e Donizzetti furono oscurati da geni addirittura superiori. Poi ci sono stati i grandi romanzi di Balzac e Flaubert, Maunpassant, Jens Jacobsen, Proust e poeti come Victor Hugo, Walt Whitman, Rilke e Yeats. Come sarebbe povera la nostra vita se avessimo disconosciuto il lavoro di questi giganti e altri autori non meno sublimi di quelli menzionati. Lasciatemi non dimenticare la grande pittura e scultura francese, capace di insegnarci un nuovo modo di guardare il mondo e di godere delle luci e dei colori. Nessuno ha mai messo in discussione quanto quest’età abbia incoraggiato lo sviluppo di tutte le branche del sapere scientifico. Ma dicono i brontoloni, questo fu principalmente il lavoro degli specialisti mentre è mancata la “sintesi”. Tuttavia, risulta difficile fraintendere e disconoscere gli insegnamenti della moderna matematica, fisica e biologia. E che dire dei libri di filosofi come Croce, Bergson, Husserl e Whithead? Ogni epoca esprime il proprio carattere attraverso il genio dei propri artisti. L’imitazione dei capolavori del passato non è arte; è routine. Quello che da valore ad ogni lavoro sono quelle peculiarità che lo differenziano da altri lavori. Questo è quanto viene chiamato lo stile di un’epoca. Si può comprendere e rispettare il carattere encomiastico in un certo senso verso il passato. L’ultima generazione non ha lasciato in eredità alla futura monumenti come le piramidi, i templi greci, le cattedrali gotiche e le chiese e i palazzi del Rinascimento e del Barocco. Negli ultimi cento anni molte chiese e cattedrali sono state costruite, e molti palazzi governativi, scuole e biblioteche. Ma queste non hanno espresso una concezione originale; hanno semplicemente riflesso il vecchio stile, o tutt’al più messo insieme diversi vecchi stili. Solo nei palazzi di appartamenti, nella costruzione di uffici e case private abbiamo visto sviluppare qualcosa che potrebbe essere qualificato come lo stile architettonico del nostro tempo. Sebbene si possa per pura pedanteria non apprezzare la peculiare magnificenza di certi spettacoli come l’orizzonte di New York, diventa però difficile non ammettere che questa moderna architettura non è stata conseguita attraverso l’esemplare onorificenza dei secoli passati. Le ragioni sono varie. Per quanto concerne le costruzioni di carattere religioso, l’accentuato conservatorismo delle chiese hanno impedito ogni innovazione. Con la scomparsa delle vecchie dinastie aristocratiche, si è estinto anche l’impulso a costruire nuovi palazzi. La ricchezza di imprenditori e capitalisti è, per quanto ne dicano le favole della demagogia anti-capitalista, di gran lunga inferire a quella di Re e di Principi, sicché questi non possono lasciarsi andare a quel genere di costruzioni. Nessuno ai nostri giorni è tanto ricchi da poter pianificare la costruzione di palazzi del livello di Versailles o l’Escorial. La commissione per la costruzione di palazzi governativi non è più da lungo tempo l’emanazione di despoti allora liberi, e in spregio all’opinione pubblica, di scegliere un maestro solo da loro stessi stimato e sponsorizzare un progetto non curante e per di più ritenuto scandaloso dalla maggioranza dei cittadini. Commissioni e comitati non sono nella condizione di adottare idee di intrepidi pionieri. Preferiscono tenere i loro comportamenti su registri più sicuri. Non è mai esistita un’epoca dove i più fossero preparati a giudicare l’arte contemporanea. La venerazione verso i grandi artisti è sempre stata limitata ai piccoli gruppi. Ciò che caratterizza il capitalismo non è il cattivo gusto delle masse, ma il fatto che queste folle, rese prospere dal capitalismo, diventano “consumatrici” di letteratura – ovviamente di letteratura spazzatura. Il mercato del libro è sommerso da una marea di racconti triviali per semianalfabeti. Ma questo non impedisce ai grandi autori di creare opere immortali. I critici versano lacrime sulla presunta decadenza del mercato dell’arte. Loro mettono a confronto, per esempio, i mobili antichi preservati nei castelli europei della vecchia aristocrazia, o conservati e collezionati nei musei, con le cose economiche prodotte su grande scala. Mancando così di vedere che questi pezzi da collezione erano esclusivamente prodotti per i benestanti. Le cassettiere o i tavoli intarsiati non possono essere trovati nelle baracche degli strati più poveri della popolazione, Questi inutili cavillatori sul modello economico dei salariati americani dovrebbero attraversare il Rio Grande e esaminare le baracche dei contadini messicani prive di alcun mobilio. Quando la moderna industria ha iniziato a procura alle masse equipaggiamenti per una vita migliore, il suo primo obiettivo era di produrlo al minor costo possibile senza alcun riguardo per il valore estetico. Dopo, quando i progressi del capitalismo hanno innalzato gli standard di vita delle masse, sono diventati passo dopo passo dei fabbricanti di oggetti non mancanti di raffinatezza e bellezza. Solo una propensione al romanticismo può indurre un osservatore a ignorare il fatto che un gran numero di cittadini dei paesi capitalisti vive in un ambiente tale da non poter essere liquidato semplicemente come brutto.

3. Ingiustizia

I più appassionati detrattori del capitalismo sono quanti lo rigettano per la sua presunta, a loro dire, ingiustizia. Si tratta del solito passatempo gratuito rappresentare ciò che deve essere e non è, perché è semplicemente opposto alle vere leggi dell’universo. Questo genere di fantasticherie potrà essere considerato innocente fino a quando restano sogni ad occhi aperti. Ma da quando i loro autori hanno iniziato ad ignorare la differenza tra realtà e fantasia, sono diventati il più serio ostacolo agli sforzi dell’umanità di migliorare le condizioni esterne di vita e il proprio benessere. La peggiore di queste delusioni è l’idea che la “natura” avrebbe donato ad ogni essere umano una certa quantità di diritti. In accordo con questa dottrina si suppone essere la natura di manica larga verso ogni bimbo nato. C’è abbastanza di ogni cosa per tutti. Conseguentemente, ognuno ha una sua inalienabile pretesa verso tutti i suoi simili e verso la società e pertanto ognuno dovrebbe avere l’intera porzione assegnatagli dalla natura. Le eterne leggi della natura e della divina giustizia stabiliscono che nessuno dovrebbe accaparrare per sé stesso più di quanto per dritto appartiene ad altre persone. I poveri sono indigenti solo perché persone ingiuste li hanno deprivati di quanto spettava loro per diritto di nascita. Compito della chiesa e delle autorità secolari sarebbe prevenire questo genere di spoliazione per rendere tutte le persone benestanti. Ogni parola di questa dottrina è falsa. La natura non è generosa ma avara. Essa ha limitato l’offerta di tutte le cose indispensabili a preservare la vita umana. Essa ha popolato il mondo di piante e animali il cui impulso a distruggere la vita umana e il suo benessere sono innati. Essa fa sfoggio di poteri e elementi la cui attività è di danneggiare la vita umana e gli sforzi dell’uomo volto a preservarla. La sopravvivenza dell’uomo e il suo benessere sono il risultato del talento con cui ha utilizzato lo strumento più importante di cui l’ha dotato la natura – la ragione. L’uomo, cooperando attraverso il sistema di divisione del lavoro, ha creato tutte le ricchezze che i sognatori ad occhi aperti considerano come un regalo gratuito della natura. Per quanto concerne l’ipotetica distribuzione della ricchezza, e senza senso far riferimento a presunti principi naturali o divini di giustizia. Quello che succede non è una allocazione di una parte di fondi donati all’uomo da parte della natura. Il problema è piuttosto di incoraggiare a tutte quelle istituzioni sociali che hanno permesso alle persone di continuare ad accrescere la produzione di tutte quelle cose di cui hanno bisogno. Il consiglio mondiale delle chiese, una organizzazione ecumenica delle chiese Protestanti, ha dichiarato nel 1948: “la pretesa di giustizia che viene dagli abitanti di Asia e Africa è, per esempio, di poter beneficiare di un numero maggiore di macchinari per la produzione” Questo avrebbe senso se presupponessimo che il Signore ha donato all’umanità una certa quantità definita di macchine sicché ci si aspetterebbe che questi strumenti venissero distribuiti equamente tra le diverse nazioni. Allora i paesi capitalistici sarebbero messi male in termini di “giustizia” possedendo gran parte di quello stock inizialmente assegnato a quei paesi, e avendo così deprivato gli abitanti di Asia e Africa della loro giusta parte. Che vergogna! In verità è l’accumulazione di capitale e il suo investimento in macchinari, l’unica sorgente della maggior ricchezza in termini comparativi dei paesi occidentali, è dovuto esclusivamente a quel capitalismo senza vincoli (laissez faire) disconoscendo appassionatamente quello stesso documento della chiesa, attraverso una rappresentazione ingannevole e con conseguente condanna sul terreno della morale. Non è colpa dei capitalisti se le popolazioni asiatiche e africane non hanno adottato quelle ideologie e politiche propedeutiche a rendere possibile l’evoluzione autoctona del capitalismo. Non è neppure colpa dei paesi capitalisti se le politiche di questi paesi son improntate a bloccare l’afflusso di investimenti stranieri, gli unici in grado di dare loro i benefeci di un maggiore numero di macchine per la produzione. Nessuno potrebbe negare che a rendere centinaia di milioni di abitanti dell’Asia e dell’Africa indigenti sia il loro aggrapparsi a metodi di produzione primitivi, deprivandoli così dei benefici derivati dall’impiego di migliori attrezzature tecnologiche aggiornate. Ma c’è un solo modo per alleviare questo disagio – vale a dire, la piena adozione del capitalismo senza vincoli. A loro servono imprese private e accumulazione di nuovo capitale, capitalisti e imprenditori. Non a senso lamentarsi dei capitalisti e del capitalismo delle nazioni occidentali per le difficoltà e l’arretratezza prevalente nella popolazione autoctona. il rimedio suggerito non è la “giustizia” ma la sostituzione con una politica sana, ossia il laissez faire, di una politica malsana. Non saranno generiche disquisizioni su vaghi concetti di giustizia che faranno accrescere gli standard di vita dell’uomo comune di quei paesi verso gli attuali livelli dei paesi capitalistici, ma l’azione frenetica di uomini soprannominati “spietati individualisti” e “sfruttatori”. La povertà delle nazioni arretrate è causata dalle loro politiche di esproprio, tassazione discriminatoria e controllo delle politiche di scambio con l’estero tendenti a scoraggiare l’investimento di capitali stranieri, e l’adozione di politiche domestiche scoraggianti l’accumulazione di capital locale. Tutti questi pregiudizi sul capitalismo sul terreno della morale, dipinto come un sistema ingiusto, sono illusori e dovuti all’incapacità di comprendere cosa sia il capitalismo, come si sia costituito come si sia mantenuto e sviluppato, e quali sono i benefici derivati dal suo impiego nei processi produttivi. L’unica sorgente per la generazione di beni capitali aggiuntivi è il risparmio. Se tutti i beni produttivi vengono consumati, nessun nuovo capitale viene costituito. Ma se il consumo rallenta rispetto alla produzione, e la differenza dei beni prodotti nuovi in più sui beni consumati vengono impiegati per allungare il processo produttivo, questi processi sono per il futuro portati a termine con l’apporto di un numero maggiore di beni capitale. Tutti i beni capitale sono beni intermedi, fasi del percorso che conduce dal primo impiego dei fattori originari di produzione, ossia, risorse naturali e lavoro umano, al prodotto finale dei beni pronti per essere consumati. Questi sono tutti deperibili. Questi sono tutti presto o tardi consumati dal processo produttivo. Quando tutto il prodotto è consumato senza il rimpiazzo dei beni capitale che sono stati usati per la sua produzione, il capitale è consumato. Se questo accade, l’ulteriore produzione sarà ottenuta con una più piccola quantità di beni capitale impiegato e per tanto renderà una minor quantità di beni di consumo a parità di unità di risorse naturali e lavoro impiegati. Per prevenire questo genere di consumo del risparmio e degli investimenti, si deve dedicare una parte degli sforzi produttivi al mantenimento del capitale, per il ricambio dei beni capitale assorbiti nella produzione dei beni di consumo. Il capitale non è un dono gratuito di Dio o della natura. Questo è il risultato della previdente restrizione del consumo da parte dell’uomo. Ed è creato e incrementato per mezzo del risparmio e mantenuto attraverso l’astensione dal consumo del risparmio. Non è intrinseco al capitale o a beni capitale il potere di far crescere la produzione delle risorse naturali e del lavoro umano. Solo se il frutto del risparmio è saggiamente impiegato o investito, questo permette la crescita della produttività per unità di risorse naturali e lavoro immessi nel processo produttivo. Se non si verificano queste circostanze il capitale è dissipato o sprecato. L’accumulazione di nuovo capitale, il mantenimento del capitale precedentemente accumulato, l’utilizzo del capitale per la crescita della produttività degli sforzi umani, sono il frutto dell’azione umana intenzionale. Sono il risultato della condotta di persone frugali che risparmiano e si astengono dal dissipare i loro risparmi, vale a dire, i capitalisti che ricavano il loro interesse; e le persone che hanno successo nell’utilizzare il capitale disponibile per la migliore soddisfazione possibile dei bisogni dei consumatori, vale a dire gli imprenditori compensati dal profitto per la suddetta attività. Né il capitale (o i beni capitale) né la condotta dei capitalisti o degli imprenditori impegnati nella gestione del capitale, potrebbero migliorare gli standard di vita del resto delle persone, se questi non capitalisti e non imprenditori non assumono un certo tipo di comportamento. Se i percettori di salario si fossero comportati nel modo descritto dalla falsa “legge bronzea dei salari” ed avessero percepito un guadagno sufficiente al solo loro mantenimento e alla procreazione della prole, la crescita del capitale accumulato non avrebbe tenuto il passo con l’incremento del numero delle persone da mantenere. Tutti i benefici derivati dall’accumulazione di capitale addizionale sarebbero stati assorbiti al moltiplicarsi del numero delle persone. Tuttavia, gli uomini non reagiscono al miglioramento delle condizioni esterne della loro vita allo stesso modo di un roditore o di un germe. Loro conoscono anche altri generi di soddisfazione oltre alla sussistenza e alla prolificazione. Di conseguenza, nei paesi a civiltà capitalista, la crescita del capitale accumulato supera la crescita del numero di persone. Quando questo accade, la produttività marginale del lavoro si è accresciuta ben oltre la produttività marginale dei fattori materiali di produzione. Emergere in questa circostanza una tendenza verso un sempre più alto tasso di salario. La proporzione dell’incremento totale di produttività che va ai salari guadagnati è ben superiore a quella destinata all’interesse dei capitalisti e alla rendita dei proprietari terrieri. Parlare di produttività del lavoro è significativo solo se ci si riferisce alla produttività marginale del lavoro, vale a dire, sottraendo dal risultato netto quanto è determinato dall’eliminazione di un lavoratore. In questo modo si può definire una quantità economica, per determinare un certo ammontare di beni o il suo equivalente in denaro. Il concetto di produttività generale del lavoro per come è riportato nei discorsi popolari come un presumibile diritto dei lavorati di rivendicare il totale incremento della produttività è un concetto vuoto e non definibile. Si basa sull’illusione che sia possibile determinare la parte spettante ai diversi fattori complementari della produzione che hanno contribuito fisicamente al risultato finale del prodotto. Se si taglia un foglio di carta con delle forbici è impossibile accertare la parte del risultato dovuta alle forbici (o ad ognuna delle due lame) da quella dovuta all’uomo che le ha usate. Per fabbricare un’auto servono diverse macchine utensili, un certo numero di materiali grezzi, il lavoro di diversi lavoratori manuali e, prima di tutto, il progetto di un disegnatore. Ma nessuno è in grado di decidere quante quote dell’auto finita sono ascrivibili fisicamente a ognuno dei diversi fattori che hanno cooperato a quanto era richiesto per la produzione dell’auto. Per amore della discussione, possiamo per un momento lasciare da parte tutte le considerazioni che mostrano l’inconsistenza delle argomentazioni popolari di questi problemi e chiediamo: quale dei due fattori, lavoro e capitale, causa la crescita della produttività. E proprio se poniamo la questione in questi termini, la risposta deve essere: il capitale! Che cosa rende il risultato totale della produzione odierna degli Stati Uniti più alta (per ogni unità di manodopera impiegata) rispetto alla produzione di qualche tempo fa o se confrontata con quella delle nazioni più economicamente arretrate – per esempio, la Cina – è il fatto che il lavoratore americano è dotato di maggiori e migliori strumenti. Se il capitale in attrezzi (per unità di lavoro impiegata) non fosse più abbondante di quanto impiegato trecento anni fa, o fosse quello usato oggi in Cina, il risultato (per unità di lavoro impiegata) non sarebbe più alto di allora. Ciò che è richiesto per far crescere, in assenza di incremento del numero dei lavoratori impiegati, la quantità totale di produzione dell’industria americana è l’investimento di capitale addizionale accumulabile solo attraverso il risparmio. Sono quei risparmi e investimenti il cui credito è stato dato per la moltiplicazione della produttività dell’intera forza lavoro. Ciò che fa crescere il tasso salariale, allocando un’ulteriore porzione di produttività a favore dei percettori di salario accresciuta grazie al capitale addizionale, è il tasso di accumulazione di capitale superiore al tasso di crescita della popolazione. La dottrina ufficiale sorvola in silenzio questo fatto o persino tende a negarlo enfaticamente. Ma la politica dei sindacati mostra chiaramente la piena consapevolezza dei loro dirigenti sulla teoria, denigrata pubblicamente, come una sciocca apologia della borghesia. Loro sono ansiosi di restringere il numero dei cercatori di lavoro nell’intero paese attraverso leggi anti-immigrazione in ogni segmento del mercato del lavoro prevenendo l’afflusso di nuovi arrivati. Che la crescita del tasso salari non dipenda dall’individuale “produttività” dei lavoratori, ma dalla produttività marginale del lavoro, è chiaramente dimostrato dal fatto che il tasso salariale si è spostato verso l’alto in prestazioni nelle quali la “produttività” degli individui non è per nulla cambiata. Ci sono diversi tipi di questi lavori. Un barbiere rade un cliente oggi precisamente nello stesso modo era solito radere le persone il suo predecessore duecento anni prima. Il macellaio serve la tavola del primo ministro inglese attuale nello stesso modo in cui erano soliti farlo un tempo i macellai al servizio di Pitt e Palmerston. In agricoltura alcuni generi di lavori sono ancora eseguiti con gli stessi strumenti e nella stessa maniera in cui erano eseguiti un secolo fa. Tuttavia, il tasso salariale guadagnato da questi lavoratori, è oggi molto più alto che in passato. Questi salari sono più alti perché sono determinati dalla produttività marginale del lavoro. Il datore di lavoro del macellaio volendo trattenere quest’uomo da un impiego in fabbrica, deve pagare l’equivalente dell’incremento della produttività aggiuntiva per ogni impiego addizionale di forza lavoro in fabbrica. Non c’è alcun merito da parte del macellaio che giustifichi la crescita del salario, se non il superamento da parte del capitale investito della manodopera disponibile. Tutte le pseudo dottrine economiche volte a sminuire il ruolo del risparmio e dell’accumulazione di capitale sono assurde. A costituire la grande ricchezza della società capitalista contro la minor ricchezza delle società non capitaliste è proprio quell’offerta in grandi quantità di beni capitali disponibili della prima rispetto alla seconda. Ad incrementare gli standard di vita dei salariati è proprio la crescita di capitale disponibile per ogni uomo bisognoso di guadagnarsi uno stipendio. Consegue da questi fatti che ogni porzione di beni aggiuntivi sul totale dei beni utili prodotti va ai percettori di salario. Nessuna delle appassionate invettive di Marx e Keynes e dei meno conosciuti autori tra i loro adepti può mostrare punti di debolezza in questo principio, vale a dire, c’è un solo modo per far accrescere i salari in modo permanente e a beneficio di tutti i bramosi percettori di salario, accelerare maggiormente la crescita di capitale disponibili rispetto alla popolazione. Se questo sia da ritenersi “ingiusto” allora non resta che prendersela con la natura non con l’uomo.

4. Il “pregiudizio borghese” a favore della libertà

La storia della civiltà occidentale è la testimonianza di uno sforzo senza fine per la libertà. La cooperazione sociale mediante la divisione del lavoro è la massima e sola risorsa per il successo dell’uomo nella sua lotta per la sopravvivenza e il suo sforzo per migliorare quanto possibile le condizioni materiali per il suo benessere. Ma per come è fatta la natura umana, la società non può esistere se non sono previsti dispositivi per prevenire persone ribelli da azioni incompatibili con la vita in comune. Al fine di preservare la cooperazione pacifica si deve essere pronti a fare ricorso alla soppressione violenta di quanti disturbano la pace. La società non può sopravvivere senza un apparato sociale di coercizione e costrizione, ossia, senza uno Stato o Governo. Allora emerge un nuovo problema: il controllo delle persone impegnate nella funzione di governo al fine di evitare abusi di potere e la trasformazione di tutte le altre persone in schiavi virtuali. L’obiettivo di tutti gli sforzi per la libertà è di mantenere sotto controllo i difensori armati della pace, i governanti e i loro poliziotti. Il concetto politico di libertà individuale significa libertà da ogni azione arbitraria da parte del potere di polizia. L’idea della libertà è, ed è stata, da sempre una peculiarità dell’Occidente. Ciò che separa l’ovest dall’est è innanzitutto il fatto che i popoli dell’est non hanno mai concepito l’idea di libertà. La gloria imperitura dell’antica civiltà Grecia è stata il suo aver per prima compreso la necessità e il significato di istituzioni garanti della libertà. Recenti ricerche storiche hanno percorso a ritroso l’origine di alcuni dei risultati scientifici in passato accreditati ai greci da fonti orientali. Ma nessuno ha mai contestato l’origine nelle città dell’antica Grecia dell’idea di libertà. Gli scritti dei filosofi greci sono stati trasmessi dagli storici ai romani e più tardi all’Europa moderna e all’America. Sono diventati la base essenziale di tutti i progetti sviluppati dall’Occidente per l’instaurazione della buona società. Hanno generato la filosofia del Laissez faire a cui l’umanità deve tutte le senza precedenti conquiste dell’età del capitalismo. Il proposito di tutte le moderne istituzioni politiche e giuridiche è di salvaguardare la libertà individuale contro lo sconfinamento di apparati dello stato. Il governo rappresentativo e lo stato di diritto, l’indipendenza di corti e tribunali dall’interferenza da parte delle agenzie amministrative, l’habeas corpus, il possibile riesame giudiziario per la correzione di atti amministrativi, la libertà di parola e di stampa, la separazione tra stato e chiesa, e altri diversi istituti, perseguono un solo fine: ridurre la discrezione dei pubblici uffici e rendere liberi gli individui dal loro arbitrio. L’età del capitalismo ha abolito ogni residuo di schiavitù e servitù. A messo fine a punizioni crudeli, riducendo le pene al minimo indispensabile per scoraggiare i criminali. Si è sbarazzata della tortura e di altri detestabili metodi per perseguire i sospettati e chi infrange le leggi. Ha revocato tutti i privilegi e promulgato l’eguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge. Ha trasformato chi era soggetto ai tiranni in un libero cittadino. Il miglioramento delle condizioni materiali sono state il frutto di queste riforme e innovazioni nella condotta degli affari governativi. Mentre tutti i privilegi sparivano ed ognuno si sentiva garantito nel diritto di competere e sfidare gli interessi di altre persone, venne dato il via libera a coloro che attraverso il loro ingegno avevano sviluppato quelle nuove industrie oggi in grado di rendere le condizioni materiali delle persone più soddisfacenti. Il numero di persone si è moltiplicato e con esse è cresciuto il numero di coloro che possono godere di migliori condizioni di vita rispetto ai loro antenati. Tuttavia, nei paesi della civiltà occidentale vi sono sempre stati dei sostenitori della tirannia – regole assolute e arbitrarie di un autocrate o di un aristocratico capace di soggiogare il resto delle persone. Ma con l’avvento dell’età dell’illuminismo queste voci sono diventate sempre più flebili. I sostenitori della libertà hanno prevalso. Nella prima parte del diciannovesimo secolo la gloriosa avanzata dei principi della libertà sembrava essere inarrestabile. I più eminenti filosofi e storici avevano la convinzione dell’irresistibilmente avanzamento verso l’instaurazione di istituzioni garanti della libertà, nessun intrigo o complotto dei campioni del servilismo avrebbe potuto fermare la tendenza verso l’affermazione del liberalismo. Nell’affrontare la filosofia sociale liberale c’è una disposizione a sopravvalutare l’influenza esercitata da importati fattori a favore dell’idea di libertà, vale a dire il ruolo eminente assegnato alla letteratura nell’Antica Grecia per l’educazione delle élite. C’erano tra gli autori greci anche sostenitori del governo onnipotente, come ad esempio Platone. Ma il tono predominante dell’ideologi greca era la ricerca della libertà. Giudicate secondo gli standard delle moderne istituzioni, le Città Stato Greche devono essere considerate delle oligarchie. La libertà, da cui gli uomini di stato greci, i filosofi, gli storici, si glorificavano come il bene più prezioso dell’uomo, era un privilegio riservato a una minoranza. Nel negarla agli schiavi e ai residenti senza cittadinanza, in pratica sostenevano il dispotismo e il dominio delle caste oligarchiche ereditarie. E tuttavia sarebbe un grave errore liquidare il loro inno alla libertà come menzognero. Non c’era meno sincerità nel loro elogio per la ricerca della libertà di quanta non ce ne fosse duemila anni più tardi, tra gli schiavisti firmatari della dichiarazione di indipendenza americana. E’ stata la letteratura politica dell’antica Grecia a generare l’idea dei Monarcomachi. La filosofia dei Whigs, la dottrina di Althusius, Grozio e John Locke, e l’ideologia dei padri moderni della costituzione e della carta dei diritti. Furono gli studi classici – la qualità essenziale dell’educazione liberale – a mantenere vivo lo spirito della libertà nell’Inghilterra degli Stuarts, nei Borboni di Francia, e nell’Italia soggetta al dispotismo di un agglomerato di principi. Niente meno che un uomo come Bismarck, tra gli uomini di stato del diciannovesimo secolo succeduto a Metternich, e primo nemico della libertà, ad essere testimone del fatto che, persino nella Prussia di Federico II, il ginnasio basando l’educazione sulla letteratura Greca e Romana, divenne la roccaforte del repubblicanesimo. L’appassionato sforzo per eliminare gli studi classici dal curriculum dell’educazione liberale e in quel modo distruggerne virtualmente quel carattere peculiare, è stata una delle maggiori manifestazioni del ritorno all’ideologia servile. Si tratta ormai di una constatazione, un centinaio di anni fa solo alcune persone anticiparono lo slancio assunto dalle idee anti-liberali, tale e tanto efficace da portarle al dominio in un tempo molto breve. Gli ideali di libertà sembravano così ben radicati nel modo di pensare di tutti, nessun movimento reazionario avrebbe mai potuto avere successo nel tentativo di sbarazzarsene. Tant’è, sembrava essere stato un azzardo senza speranza attaccare apertamente la libertà e spingere per uno schietto ritorno alla soggezione e alla schiavitù. Ma l’anti-liberalismo penetrò nelle menti delle persone travestito da super-liberalismo, come la realizzazione e il compimento delle vere idee di libertà e autonomia. Arrivò camuffato da socialismo, comunismo e pianificazione. Nessuna persone intelligente non può non vedere nel socialismo, nel comunismo e nella pianificazione, la mira alla più radicale abolizione della libertà individuale sostituita con l’instaurazione di un governo onnipotente. Tuttavia, la stragrande maggioranza degli intellettuali socialisti era convinta combattendo per il socialismo di combattere per la libertà. Loro si consideravano progressisti di sinistra e democratici; e ai nostri giorni hanno persino la pretesa di attribuirsi l’epiteto di “liberal”. Noi abbiamo già affrontato i fattori psicologici causa dell’offuscamento del giudizio di quegli intellettuali e delle masse che ne seguono l’insegnamento. Nel loro subconscio erano completamente consapevoli che il fallimento nel raggiungere i vasti obiettivi perseguiti, stimolati dalla loro ambizione senza fine, era innanzitutto dovuta ad una loro mancanza. Sapevano perfettamente di non essere né abbastanza brillanti né volenterosi a sufficienza. Ma erano altrettanto ansiosi e determinati nel non far sapere la loro inferiorità tanto a sé stessi che ai loro compagni d’avventura, pertanto si misero in cerca di un capro espiatorio. Così si consolarono convincendo le altre persone, ad imputare la causa dei loro fallimenti non alla loro inadeguatezza, ma all’ingiustizia insita nel modello sociale di organizzazione economica. Sotto il capitalismo, dichiararono, la realizzazione personale è possibile solo per un numero limitato di persone. La libertà in una società dove vige il laissaz faire è raggiungibile solamente dalle persone benestanti o con la possibilità di acquistarla. Pertanto, concludevano, lo stato deve intervenire al fine di realizzare la “giustizia sociale” – questo semplicemente stava a significare, fornire ai mediocri frustrati, “in accordo con i loro bisogno”. Fino a quando il socialismo e i suoi problemi rimase a livello di pubblico dibattito, le persone incapaci di un chiaro giudizio e comprensione del fenomeno, potevano nascondersi dietro la falsa illusione che avrebbero preservato la libertà anche sotto un regime socialista. Ma un tal genere di illusione non poté alla lunga essere conservata dopo l’esperienza dei Soviet, e dopo aver visto le condizioni di vita di una comunità socialista. Oggi gli apologeti del socialismo sono costretti a distorcere i fatti e a dare una rappresentazione ingannevole del significato evidente delle parole, quando vogliono far credere alle persone la compatibilità tra socialismo e libertà. Ancora ultimamente il professor Laski – che nella sua vita è stato un eminente membro e capo del partito laburista britannico, un sedicente non comunista, e persino un anti-comunista – ci ha detto di: “non nutrire dubbi che un comunista nella Russia Sovietica gode un pieno senso di libertà; al contempo non aveva nessun dubbio invece che quello stesso appassionato desiderio di liberà gli sarebbe stato negato nell’Italia Fascista”. La verità è invece che a un russo è consentito soltanto di obbedire a tutti gli ordini e ai doveri impartiti dai superiori. Ma non appena si sposta anche di un solo millimetro dal corretto modo di pensare stabilito dalla legge e dalle autorità, costui viene liquidato senza pietà. Tutti quei politici, soldati, intellettuali, musicisti, scienziati che furono “purgati” non erano – per certo – anti-comunisti. Loro erano, al contrario, fanatici comunisti, membri del partito e parte delle alte sfere, riconosciuti come tali dalla suprema autorità, attraverso la promozione a quelle alte posizioni, per la loro lealtà al credo Sovietico. L’unica offesa commessa era di non avere adattato abbastanza in fretta le loro idee, la loro politica, i loro libri o composizioni, agli ultimi cambiamenti di gusto e di idee di Stalin. Risulta difficile credere che queste persone avessero “un pieno sentimento di libertà”, se uno non cambia il senso della parola libertà precisamente nel suo contrario a quanto comunemente viene attribuito a quella parola da tutte le persone che ne fanno uso. L’Italia fascista era certamente un paese nel quale non c’era alcuna libertà. Essa aveva adottato la nota formula Sovietica del “partito unico”, di conseguenza era stato soppresso ogni punto di vista dissidente. C’era però tuttavia una notevole differenza nell’applicazione concreta di questo principio da parte dei Bolscevichi e dei Fascisti. Per esempio, continuarono a vivere nell’Italia fascista i vecchi capi del gruppo parlamentare dei deputati comunisti, rimanendo fedeli fino alla morte ai loro ideali comunisti, come il professor Antonio Graziadei. Il professore ricevette anche la pensione dal governo fascista, avendogli il regime insignito il titolo di professore emerito; e fu libero di pubblicare e scrive con le più eminenti aziende italiane dell’editoria, libri nel solco della ortodossia marxista. La sua mancanza di libertà fu certamente meno rigida di quella concessa ai comunisti russi che, per dirla con il professor Laski, “senza dubbio avevano un pieno senso della libertà”. Il professor Laski si compiaceva nel ripetere l’ovvietà che la libertà in pratica significa sempre la libertà entro la legge. Lui continuava dicendo che la legge sempre mirava a “conferire la sicurezza allo stile di vita considerato soddisfacente da coloro che dominano la macchina statale” Questa è la corretta descrizione della legge di un paese libero se questo significa che la legge mira a proteggere la società contro i tentativi di cospirazione volti ad appiccare il fuoco della guerra civile e intenti a rovesciare il governo con la violenza. Ma è un completo sovvertimento dei principi quando il professor Laski considera parte di una società capitalista “lo sforzo di una parte dei poveri per alterare in modo radicale il diritto di proprietà dei ricchi per rovesciare e mettere a rischio l’intera architettura delle libertà”. Si prenda il caso del grande idolo del professor Laski e dei suoi amici, Karl Marx. Quando nel 1848-49 egli prese parte attivamente all’organizzazione e alla guida della rivoluzione, prima in Prussia e poi in tanti altri stati della Germania, venne – essendo in termini legali uno straniero – espulso e trasferito con sua moglie, i suoi figli e la servitù, prima a Parigi poi a Londra. Più tardi, quando tornò la pace e i sostenitori della follia rivoluzionaria vennero amnistiati, fu di nuovo libero di tornare in tutte le parti della Germania e spesso fece uso di questa opportunità. Non fu però per troppo tempo esule, scelse per proprio tornaconto di stabilire la sua residenza a Londra. Nessuno lo molestò quando fondò nel 1864, l’associazione internazionale dei lavoratori, una struttura il cui unico obiettivo dichiarato era di preparare la grande rivoluzione mondiale. Non gli venne impedito quando, per conto di questa associazione, di visitare vari paesi nel continente. Marx fu libero di pubblicare e scrivere libri e articoli con i quali, per usare le parole del Professor Laski, “furono certamente uno sforzo per alterare in modo radicale il diritto di proprietà dei ricchi”. E lui morì tranquillamente nella sua casa di Londra al Nr. 41 Maitland Park Road, il 14 marzo del 1883. Oppure si prenda il caso del partito Laburista inglese. Il suo sforzo “di alterare in mondo radicale il diritto di proprietà dei ricchi” era, come il Professor Laski sapeva molto bene, non ostacolato da nessuna azione incompatibile con i principi della libertà. Marx, il dissidente, poté vivere, scrivere e perorare la rivoluzione, con facilità, nell’Inghilterra Vittoriana, così come il partito Laburista poté impegnarsi nella conduzione di tutte le sue attività politiche, con facilità, nell’Inghilterra Post-Vittoriana. Nella Russia Sovietica nemmeno la più leggera opposizione è tollerata. Questa è la differenza tra la libertà e la schiavitù.

5. Libertà e civiltà occidentale

I critici del concetto di libertà legale e costituzionale ideate per la sua realizzazione concreta, asseriscono correttamente che la libertà dall’azione arbitraria di un pubblico ufficiale non sono una condizione sufficiente per rendere libero un individuo. Poi per enfatizzare questa indiscutibile verità si scagliano contro ogni genere di apertura. Tutto quello che deve fare per rendere i cittadini liberi un difensore mai soddisfatto della libertà è di restringere, per quanto può, l’arbitrarietà della burocrazia. Ciò che dà agli individui il massimo grado di libertà, compatibilmente con la vita in società, è la possibilità di operare in una economia di mercato. La costituzione e la carta dei diritti non creano la libertà. Questi semplicemente proteggono la libertà garantita agli individui da un sistema competitivo contro l’invadenza da parte del potere di polizia. In una economia di mercato le persone hanno l’opportunità di combattere per raggiungere la posizione sociale desiderata all’interno della struttura di divisione sociale del lavoro. Loro sono liberi di scegliere la professione con la quelle essere di servizio ai propri concittadini. In una economia pianificata questo diritto manca completamente a chiunque. Qui l’autorità determina l’occupazione di ognuno. La discrezione dei superiori promuove un uomo ad una migliore posizione, o gli può negare quella promozione. L’individuo dipende interamente dalla benevolenza di quel potere. Viceversa sotto il capitalismo chiunque è libero di sfidare i legittimi interessi di tutti gli altri. Se qualcuno pensa di possedere la capacità di offrire un servizio al pubblico più efficiente o più economico di quanto finora fatto da altri, può provare a dimostrare le sue capacità. La mancanza di mezzi economici non è un motivo sufficiente per inibire il suo progetto. I titolari di capitali sono sempre in cerca di persone in grado di impiegare i loro averi in modo più profittevole. I risultati delle attività degli uomini d’affari dipendono solamente dalla condotta dei consumatori, i quali hanno completa facoltà di acquistare quanto preferiscono. Neppure il reddito dei percettori di salario dipende dall’arbitrarietà dei datori di lavoro. Un imprenditore che sbaglia nell’assunzione dei lavoratori più adatti al genere di lavoro richiesto e nel pagarli abbastanza da prevenire un volontario passaggio ad altri lavori, è penalizzato da una riduzione dei profitti. Un datore di lavoro non assume i propri collaboratori per fargli un favore. Li assume in quanto indispensabili alla riuscita dei suoi affari per lo stesso motivo per cui acquista materie prime e attrezzature per la produzione. Il lavoratore è libero di trovarsi l’impiego reputato migliore. Il processo di selezione sociale che determina la posizione e il reddito di ogni individuo è in continuo mutamento nell’economia di mercato. Le grandi fortune si restringono e poi si sciolgono completamente mentre altre persone, nate in povertà, salgono verso posizioni eminenti e di considerevoli guadagni. Dove non ci sono privilegi e dove il governo non garantisce protezioni per mezzo di leggi verso interessi minacciati dalla superiore efficienza dei nuovi arrivati, coloro che hanno acquisito ricchezza nel passato per mantenerla sono obbligati a riacquistarla ogni giorno di nuovo in competizione con tutti gli altri. All’interno della cornice della cooperazione sociale nell’ambito della divisione del lavoro, ognuno dipende per il riconoscimento dei propri servizi dalla quantità generale d’acquisto di cui anch’egli è parte. Ognuno quando acquista o si astiene dal farlo è parte della suprema corte affidata ad ogni persona – e quindi anche a sé stesso – che definisce il posto di ognuno nella società. Ognuno è strumento nel processo di assegnazione, ad alcuni più alto ad altri più basso, del reddito. La libertà nel sistema capitalistico significa non dipendere più dalla discrezione di altri, come questi non dipendono che da loro stessi. Non è concepibile altro genere di libertà dove la produzione è realizzata attraverso la divisione del lavoro, non esiste alcun genere di perfetta economia autarchica. Non c’è alcun bisogno di enfatizzare il punto – quale argomento essenziale a favore del capitalismo e contro il socialismo – è mettere in evidenza la necessità da parte del socialismo di abolire ogni parvenza di liberà per costringere ogni persona ad essere schiava di chi detiene il potere. Il socialismo è irrealizzabile come sistema economico perché una società socialista non ha alcuna possibilità di far ricorso al calcolo economico. Si tratta di un sistema volto alla disgregazione sociale e causa di povertà e caos. Nell’affrontare la questione della libertà economica uno non deve fare riferimento essenzialmente al problema economico in termini di antagonismo tra capitalismo e socialismo. Oppure rifarsi a presunte differenze tra l’uomo occidentale e gli asiatici per il loro avere adeguato e formato la vita in un ambiente libero. Le civiltà di Cina, India e Giappone e i paesi Mussulmani del vicino Medio Oriente esistiti prima che quest’ultime adottassero stili di vita simili alle nazioni occidentali, non possono certamente essere liquidate come barbare. Questi popoli, già molti secoli, perfino migliaia di anni prima, produssero meravigliosi risultati nell’industria delle arti, nell’architettura, nella letteratura e nella filosofia e nello sviluppo di sistemi educativi. Loro fondarono e organizzarono potenti imperi. Tuttavia, da allora i loro sforzi si arrestarono, le loro culture diventarono insensibili e si intorpidirono, persero la capacità di affrontare con successo i problemi economici. Il loro genio intellettuale e artistico si affievolì. I loro artisti e autori copiarono ottusamente i modelli tradizionali. I loro teologi, filosofi e legislatori, si accontentarono di monotone esegesi di vecchi lavori. I monumenti costruite dai loro antenati andarono in frantumi. I loro imperi si disintegrarono. I cittadini persero vigore ed energia e diventarono apatici nell’affrontare il progressivo decadimento e impoverimento. Le opere antiche di filosofi e poeti orientali possono essere comparate ai più imponenti capolavori dell’Occidente. Ma da diversi secoli l’Oriente non ha più prodotto lavori eminenti. Gli intellettuali e gli storici della civiltà dell’età moderna con difficoltà sono in grado di riconoscere il nome di un qualche autore orientale. L’Oriente da lungo tempo non contribuisce più agli sforzi intellettuali del genere umano. I problemi e le controversie che agitano l’Occidente rimangono sconosciute all’Oriente. In Europa c’è stato subbuglio, mentre in Oriente c’è stata stagnazione, indolenza e indifferenza. La ragione è ovvia. All’Oriente è mancata la cosa basilare, l’idea di libertà dallo stato. In Oriente non è mai cresciuta la bandiera della libertà, e non si è mai cercato di mettere in primo piano i diritti degli individui, contro il potere del legislatore. Non è mai stato messo in discussione il potere dei despoti. E, di conseguenza, non si è mai stabilito l’ordinamento legale che dovrebbe proteggere la ricchezza dei propri cittadini contro la confisca da parte dei tiranni. Al contrario, si illusero intorno all’idea che il benessere dei ricchi fosse la causa dell’indigenza dei poveri, tutte le persone videro con favore la pratica dei governi di espropriare gli uomini d’affari di successo. Venne impedita l’accumulazione di capitale su grande scala, e così le nazioni hanno dovuto rinunciare a tutti quei miglioramenti richiedenti notevoli investimenti di capitale. Non è emersa alcuna “borghesia” e di conseguenza non c’è stato un pubblico che abbia potuto finanziare, autori, artisti, inventori. Per i figli del popolo tutte le strade che portavano alla personale distinzione furono chiuse eccetto una. Costoro potevano fare del loro meglio per servire i principi. La società occidentale era una comunità di individui dove ognuno poteva competere per i premi più prestigiosi. La società orientale era un agglomerato di soggetti interamente dipendenti dalla benevolenza dei sovrani. L’attenta gioventù occidentale guardava al mondo come ad un campo d’azione, dove ognuno poteva vincere fama, eminenza, onori e ricchezza, nulla appariva troppo difficile per le loro ambizioni. Mentre le miti progenie dei genitori orientali non conosceva altro che la pedissequa prosecuzione delle abitudini radicate nel loro ambiente. La nobile stima di sé dell’uomo occidentale ha fondato la sua espressione trionfale degli sforzi perseguiti per la sua impresa, in alcuni ditirambi di Sofocle nel coro dell’inno ad Antigone e nella nona sinfonia di Beethoven. Niente del genere è mai stato sentito in Oriente. E’ possibile che i rampolli dei costruttori della civilizzazione dell’uomo bianco possano rinunciare alla loro libertà, e volontariamente circondarsi della sovranità di uno stato onnipotente? Che possano cercare appagamento in un sistema nel quale il loro unico obiettivo sarà di servire come un ingranaggio una grande macchina disegnata e condotta da un onnipotente pianificatore? Riuscirà ad imporsi la mentalità di coloro che vogliono fermare la civiltà e spazzare via gli ideali ascendenti per i quali migliaia e migliaia di persone hanno sacrificato la loro esistenza? Ruere in servitium, si precipitavano a servire, osservava amaramente Tacito parlando dei romani nell’età di Tiberio.

Capitolo 5

“ANTICOMUNISMO” CONTRO CAPITALISMO 

In nessun posto dell’universo c’è mai stata stabilità e immobilità. Cambiamento e trasformazione sono componenti essenziali della vita. Ogni stato di fatto è transeunte; ogni età è età di trasformazione. Nella vita umana non esiste mai un solo momento di calma e riposo. La vita è un processo non è una perseveranza nel medesimo status quo. Tuttavia la mente umana è sempre stata illusa dall’immagine di una esistenza immutabile. Il ben noto obiettivo di tutti i movimenti utopici è di dare un fine alla storia e di stabilire uno stato finale di calma permanente. Le ragioni psicologiche di queste tendenze sono ovvie. Ogni cambiamento altera le condizioni esterne di vita è benessere e forza le persone ad adattarsi alle nuove modifiche dal loro ambiente esterno. Questi feriscono larghi interessi e minacciano i tradizionali modi di produzione e consumo. Infastidiscono tutti coloro che sono intellettualmente passivi e refrattari a rivedere il loro modo di pensare. Il conservatorismo è contrario alla vera natura dell’azione umana (homo agens). Ma è sempre stato il programma maggiormente apprezzato dai più passivi e ottusi, impegnati a resistere verso ogni tentativo di miglioramento della loro condizione apportato da una minoranza di iniziati. Nell’impiego del termine reazionario i più si riferiscono a aristocratici e preti che chiamano i loro partiti conservatori. Tuttavia i più eminenti esempi di comportamento reazionario furono tenuti da altri gruppi: dalle corporazioni degli artigiani che fermarono l’ingresso nei loro settori della concorrenza dei nuovi venuti; dai contadini per mezzo di richieste di tariffe protezionistiche, sussidi e “prezzi equi”; dall’ostilità dei salariati verso il miglioramento tecnologico, dalla promozione di politiche di contenimento all’ingresso di manodopera eccedente e altre pratiche simili. La vana arroganza di letterati e artisti Bohémien riduce l’attività dell’uomo d’affari a fare soldi senza alcuna competenza. La verità è che gli imprenditori promotori di nuovi prodotti mostrano più capacita cognitive e intelligenza di tanti mediocri scrittori e pittori. L’inferiorità di tanti sedicenti intellettuali si manifesta precisamente nell’incapacità a riconoscere quanta competenza e potenza di ragionamento serva per operare con successo in attività commerciali. L’emergere di una classe numerosa di questo genere di frivoli intellettuali è uno dei peggiori fenomeni nell’età del moderno capitalismo. Il loro chiassoso trambusto allontana le persone perspicaci. Loro sono un fastidio. Non ne conseguirebbe alcun danno se si mettesse in atto qualcosa per fermare il loro baccano, ancor meglio, per spazzar via l’intera cricca di perdigiorno. Tuttavia, la libertà è indivisibile. Ogni tentativo di restringere la libertà di letterati decadenti, seccatori e pseudo artisti, significherebbe investire un’autorità con il potere di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. Significherebbe socializzare gli sforzi intellettuali e artistici. Mentre sarebbe comunque discutibile la riuscita o meno di tale pulizia verso le persone sgradite; invece non ci sarebbero dubbi sulla produzione di insormontabili ostacoli all’espressione del genio creativo. Significherebbe l’insediamento di un tal genere di potenti non amanti delle nuove idee, dei nuovi modi di pensare e dei nuovi stili artistici. Si opporrebbero ad ogni genere di innovazione. La loro egemonia si esprimerebbe in una stretta irreggimentazione, causa di stagnazione e decadenza. La corruzione morale, la licenziosità e la sterilità intellettuale di una classe di volgari per così dire autori e artisti è il prezzo che l’umanità deve pagare affinché alla creatività dei pionieri non sia impedito di esprimersi nel suo lavoro. La libertà deve essere garantita a tutti, uguale fondamento delle persone, perché non ne sia impedito l’utilizzo a quei pochi capaci di usarla a beneficio di tutti. Il permissivismo di cui godono i trasandati personaggi del quartiere Latino è una delle condizioni che ha reso possibile l’ascesa di alcuni grani scrittori, scultori e pittori. La prima cosa di cui ha bisogno il genio è respirare aria libera. Dopo tutto, non sono state le frivole dottrine dei Bohémiens a provocare il disastro, ma la propensione del pubblico ad accettarle favorevolmente. L’accoglienza favorevole verso questi pseudo filosofi di una parte marcia dell’opinione pubblica e più tardi di una parte della massa malaccorta è il male. Le persone non vedono l’ora di avallare quei principi considerati tanto affascinanti proprio perché esaltano e riabilitano il loro carattere zotico. La più perniciosa ideologia degli ultimi sessant’anni è stato il Sindacalismo di George Sorel e il suo entusiasmo per l’action directe.  Generata da un intellettuale francese frustato, ha presto catturato l’intellighenzia di tutti i paesi d’Europa. E’ stata il maggior fattore di radicalizzazione di tutti i movimenti sovversivi. Ha influenzato la monarchia francese, il militarismo e l’antisemitismo. Ha giocato un ruolo di primo piano nell’evoluzione del Bolscevismo Russo, del Fascismo in Italia, nei movimenti giovanili tedeschi il cui risultato finale è stato l’avvento del Nazismo. Ha trasformato i partiti politici impegnati ad affermarsi attraverso le campagne elettorali in fazioni aggressive poi organizzate in bande armate. Hanno portato al discredito il governo rappresentativo e la “sicurezza borghese” e predicato il vangelo della guerra civile e allo straniero. Il loro slogan più ricorrente era: “la violenza per la violenza”. Lo stato attuale delle relazioni europee sono in gran parte un prodotto della preminenza dell’insegnamento di Sorel. Gli intellettuali furono i primi ad accogliere con favore le idee di Sorel, le resero popolari. Ma il tenore del Sorelismo era ovviamente anti-intellettuale. Lui era l’opposto della fredda ragione e di sobrie e ponderate decisioni. Ciò che conta per Sorel è solamente l’azione, vale a dire, gli atti violenti per amore della violenza. Combattere per un mito, qualsiasi cosa volesse dire quel mito, era il suo consiglio. “Se tu poggi te stesso sul terreno del mito, tu sei al riparo da ogni genere di critica e confutazione”. Che fantastica filosofia distrugge per amore della distruzione! Non parlare, non ragionare, uccidi! Sorel respinge ogni tipo di “sforzo intellettuale”, persino quello degli intellettuali professionisti della rivoluzione. Lo scopo essenziale del mito è: “di preparare le persone a combattere per la distruzione di tutto ciò che esiste”. A poco vale prendersela per la diffusione di questa pseudo-filosofia né con Sorel né con i suoi discepoli Lenin, Mussolini e Rosemberg, né con l’accoglienza che gli hanno riservato irresponsabili intellettuali o artisti. La catastrofe arrivò perché, per diverse decadi, nessuno si è avventurato con forza ad un esame critico volto a fare emergere in modo consapevole le cause scatenanti di questi fanatici banditi. Persino quegli autori che si astennero dal dare alcun appoggio senza tentennamenti alle idee sconsiderate sulla violenza, furono poi impazienti di trovare una qualche accettabile interpretazione dei peggiori eccessi dei tiranni. La prima timida obiezione crebbe solo quando – molti tardi, a dire il vero – gli intellettuali correi di queste politiche iniziarono a rendersi conto che persino i più entusiastici appoggi all’ideologia totalitaria non garantivano loro l’immunità da torture ed esecuzioni. Esiste oggi in quei posti un timido fronte anticomunista. Costituito da coloro che si definiscono “anticomunisti liberali”, che in modo più sobrio e più corretto si fanno chiamare anti-anticomunisti, arrivati al comunismo senza quelle eredità, quel carattere del comunismo tuttora sgradito agli americani. Costoro fanno una illusoria distinzione tra comunismo e socialismo e – in modo abbastanza paradossale – cercano un supporto per consigliare il loro socialismo non comunista al documento chiamato dai suoi autori “Manifesto per il Comunismo”. Loro pensano di avere provato la loro teoria grazie all’impiego di pseudonimi del termine socialismo quali: pianificazione e stato sociale. Loro fanno finta di rigettare le aspirazioni dittatoriali e rivoluzionare dei “rossi”, e allo stesso tempo elogiano nei loro libri e nelle loro riviste, nelle scuole e nelle università, Karl Marx, il campione del comunismo rivoluzionario e della dittatura del proletariato, come uno dei più grandi economisti, filosofi e sociologi, e come uno dei più eminenti benefattori e liberatori del genere umano. Loro vogliono farci credere che un non totalitario totalitarismo, una sorta di triangolo quadrato, sia la medicina brevettata per ogni genere di malattia. Ogni qualvolta emerge una tenue obiezione verso il comunismo, sono subito pronti a maltrattare il capitalismo con termini propri del più aspro vocabolario di Marx e Lenin. Enfatizzano la loro avversione al capitalismo in modo ben più appassionato di quanto facciano verso il comunismo, e giustificano tutti gli atti più sgradevoli del comunismo parlando dei primi come di un “inspiegabile orrore” del capitalismo. In breve: fanno finta di combattere il comunismo cercando di convertire le persone alle idee del “Manifesto per il Comunismo”. Ciò che questi sedicenti “anticomunisti liberali” stanno combattendo non è contro il comunismo in quanto tale, ma contro un sistema comunista nel quale loro stessi non ne sono al timone. Quello che loro vogliono intendere con il termine socialista, vale a dire, comunista, è un sistema nel quale loro stessi o i loro più intimi amici detengano le redini del governo. Sembrerebbe forse voler dire troppo sostenere che bruciano dal desiderio di liquidare le altre persone. Loro semplicemente non vogliono essere liquidate. In una confederazione socialista solo l’autorità suprema e i loro corifei avranno questa assicurazione. Un movimento anti-qualcosa esprime una pura attitudine negativa. Non ha alcuna possibilità di successo. Le loro appassionate diatribe virtuali finiscono per pubblicizzare i programmi che attaccano. Le persone devono combattere per qualcosa che vogliono ottenere, non semplicemente rigettare il male, di qualunque male si tratti. Loro devono, senza alcuna riserva, abbracciare il programma dell’economia di mercato. Il comunismo non avrebbe oggi, dopo la disillusione seguita all’azione dei Soviet e i fallimenti deplorevoli di ogni genere di esperimento socialista, alcuna possibilità di successo in Occidente se non fosse per questo falso anticomunismo. Ciò che può solamente preservare le nazioni civilizzate dell’Europa occidentale dell’America e dell’Australia dal non diventare schiave delle barbarie di Mosca, è un aperto e senza restrizione supporto al capitalismo del Laissez-faire.