BUROCRAZIA – DISPOTISMO

SINOSSI

Il supremo giudice dell’economia di mercato è il consumatore. Per valutare la bontà del contributo di imprenditori e lavoratori, per misurarne il successo presso i consumatori, non serve nessun controllo burocratico, basta applicare ad ogni ramo del lavoro produttivo la contabilità della partita doppia – una delle più belle invenzioni dello spirito umano la definì Goethe – e premiare o punire l’azione degli attori economici in termini di profitti e perdite; in un mercato ben funzionante la burocrazia non esiste. Viceversa, lo stato compie azioni arbitrarie non continuamente verificate da chi ne subisce gli effetti se non ogni cinque anni alle elezioni generali; per ridurre l’arbitrio di quel potere, per renderlo per così dire “giusto”, l’azione dello stato deve completamente attenersi a norme e regolamenti. Per lo stato la burocrazia è la regola. Per questa sua caratteristica la burocrazia spersonalizza, tende al conformismo, e non di rado nella scelta dei burocrati è soggetta a produrre criteri clientelari di selezione e ad alimentare l’invidia sociale. Se è vero che lo stato non può fare a meno della burocrazia, questa rappresenta già una ragione sufficiente per ridurre al minimo le funzioni del medesimo. Quando lo stato invade settori dell’economia la mentalità burocratica (ossia la naturale accettazione del comando arbitrario) si diffonde anche nelle imprese private. Questo rappresenta un inequivocabile segnale di una nazione nella quale diventa predominate la mentalità dispotica, vale a dire la gestione burocratica di ogni ambito del vivere civile. Non meno pericoloso è il livellamento egualitario insito nella mentalità burocratica che stimola la mancanza di intrapresa, di senso della responsabilità, di voglia di affidarsi a un pastore, magari anche a maggioranza, pur di sottrarsi al rischio del vivere. Contrariamente alla comune vulgata, la democrazia, rispetto ad altre forme di governo, non è garanzia di minori derive dispotiche, l’unico antidoto rimane l’eterna vigilanza in carico ad ogni cittadino.

CITAZIONI

Ludwig von Mises – Burocrazia – (pag. 88 – 89 e 122)

Le cose vanno diversamente nell’impresa pubblica. Qui la comparsa di una perdita non è considerata prova di insuccesso. Il direttore non è responsabile…Siccome egli non è frenato da alcuna considerazione di successo economico, i costi dei miglioramenti vengono a pesare in maniera seria sulla finanza pubblica. Egli diviene una sorta di irresponsabile dissipatore del denaro del contribuente. E, dato che ciò non è ammissibile, lo stato deve porre molta attenzione ai dettagli della gestione. Deve definire in modo preciso la qualità e la quantità dei servizi che devono essere resi dei beni da vendere, deve emanare istruzioni dettagliate concernenti i metodi da adottare nell’acquisto dei fattori materiali della produzione e nell’assunzione e nel pagamento dei lavoratori. Poiché il conto del profitto e delle perdite non è da considerare come il criterio del successo o del fallimento della gestione, l’unico modo per rendere responsabile il direttore nei confronti del suo padrone, il Tesoro, sta nel limitare la sua discrezionalità tramite norme e regolamenti. Se egli crede che sia utile di spendere di più di quanto permettano i regolamenti, deve fare una richiesta per una assegnazione speciale di risorse. In questo caso, la decisione spetta al suo padrone, lo Stato o il Comune. In ogni caso, il direttore non è un vero capo d’impresa, ma un burocrate, vale a dire un funzionario costretto a rispettare diversi regolamenti. Il criterio di una buona gestione non è il consenso dei consumatori, risultante da una eccedenza dei ricavi sui costi, quanto piuttosto l’obbedienza rigida a un insieme di regole burocratiche. La norma suprema della gestione è la sottomissione a tali regole…

… La situazione è però del tutto differente nella marea montante della burocratizzazione. Gli impieghi statali non offrono alcuna opportunità per il dispiegamento dei talenti e delle doti personali. L’irreggimentazione comporta la condanna dell’iniziativa. Il giovane non si fa illusioni sul suo futuro. Egli sa quello che gli è riservato: occuperà un posto in uno degli innumerevoli settori dell’amministrazione pubblica, sarà soltanto una ruota di una gigantesca macchina il cui funzionamento è più o meno meccanico. La routine della tecnica burocratica gli paralizzerà lo spirito e gli legherà le mani. Godrà di sicurezza. Ma questa sicurezza somiglia piuttosto a quella di cui gode il condannato tra le mura di una prigione. Egli non sarà mai libero di prendere decisioni e di costruire il proprio destino. Sara sempre un uomo di cui altri si prenderanno cura. Non sarà mai un vero uomo che confidi nella propria forza. Egli guarda intimorito agli enormi edifici amministrativi all’interno dei quali seppellirà sé stesso.

Ludwig von Mises – Liberalismo – (pag. 144 – 145 e 147 – 148)

L’antitesi tra spirito imprenditoriale e mentalità burocratica non è che la versione culturale dell’antitesi tra capitalismo e socialismo, ossia tra propria privata e proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Chi dispone di mezzi di produzione di sua propria o presi in prestito a interesse da chi ne è proprietario, deve sempre fare attenzione ad impiegare tali mezzi in modo che soddisfino, entro le condizioni date, il fabbisogno sociale più urgente. Se non lo fa, egli lavorerà in perdita, vedrà in un primo momento sempre più compromessa la sua posizione di proprietario e di imprenditore, e alla fine ne verrà addirittura scalzato definitivamente. A quel punto egli cessa di essere proprietario e imprenditore, e finisce per arretrare verso la fascia di coloro che sono solo in grado di vendere la propria forza-lavoro e non hanno la funzione di indirizzare la produzione nel verso giusto – giusto nel senso del consumatore. Il calcolo di redditività del capitale, che rappresenta l’alfa omega dell’attività commerciale, offre a imprenditori e capitalisti lo strumento per controllare con la massima esattezza possibile tutti i dettagli della propria attività e, se occorre, di verificare gli effetti di ciascuna iniziativa economica sul risultato complessivo dell’impresa. La contabilità monetaria quindi è la più importante cassetta degli attrezzi spirituali dell’imprenditore capitalistico, e nessuno lo ha detto meglio di Goethe, quando ha definito la partita doppia “una delle più belle invenzioni dello spirito umano”. E Goethe poteva dirlo perché era libero da quel risentimento costante che i piccoli letterati coltivano contro l’uomo d’affari. Questa gente meschina non fa che ripetere in modo ossessivo che calcolare in moneta e comportarsi secondo una logica finanziaria sono la cosa più turpe del mondo. Calcolo monetario, contabilità e statistica aziendale, offrono anche alle aziende maggiori e più complesse la possibilità di verificare esattamente il buon andamento di ogni singolo comparto. In tal modo si ha anche la possibilità di valutare l’incidenza dell’attività dei singoli dirigenti del reparto sul successo complessivo dell’impresa, e si ottiene un parametro preciso per il loro trattamento economico, giacché si sa con esattezza quanto valgono e quanto li si deve pagare. La promozione a posti più elevati e di maggiore responsabilità passa per i risultati certi raggiunti in un ambito operativo ristretto. E come è possibile controllare l’operato di un dirigente alla luce della contabilità aziendale, così anche è possibile verificare l’operato specifico di un imprenditore in ciascun singolo settore della sua attività complessiva e l’effetto di determinate misure organizzative o di altro genere…

… Ben diversa è la situazione di chi si trova a dirigere un ufficio burocratico. Egli può certamente distribuire tra i suoi subordinati alcuni incarichi esecutivi, ma poi non è in grado di verificare se i mezzi impiegati per raggiungere lo scopo sono proporzionati ai risultati ottenuti. A meno di non essere onnipresente in tutte le sezioni in tutti gli uffici affidati alla sua direzione, egli non sarà mai in grado di valutare se per caso non sarebbe stato possibile raggiungere il medesimo scopo con un minor impiego di lavoro e di mezzi materiali. Qui prescindiamo completamente dal fatto che il risultato stesso non è valutabile in termini di cifre ma solo approssimativamente. Non stiamo infatti considerando siffatta questione dal punto di vista della tecnica amministrativa e dei suoi effetti esterni. Cerchiamo semplicemente di analizzare la ripercussione di tale tecnica sulla gestione dell’apparato burocratico, sicché il risultato ci interessa semplicemente in rapporto alle applicazioni che ne sono state fatte. Ora, poiché per stabilire questo rapporto è impensabile far ricorso all’accertamento contabile così come si fa con la contabilità commerciale, il dirigente di un apparato burocratico è costretto a fornire ai suoi subordinati una serie di direttive la cui osservanza diventa un dovere. In tali direttive si impartiscono in maniera schematica alcuni suggerimenti sul normale disbrigo delle attività correnti. Per tutti i casi straordinari invece occorre chiedere, prima di varare qualunque capitolo di spesa, l’autorizzazione della gerarchia superiore, seguendo una procedura farraginosa e poco funzionale, a difesa della quale si può addurre soltanto l’argomento che è l’unica possibile…

…. La burocratizzazione esplica i suoi effetti soprattutto su colui che ne costituisce il pilastro, e cioè il burocrate. Nell’impresa privata l’assunzione di un operaio non è un atto di favore ma una normale transazione economica nella quale entrambe le parti, il datore di lavoro e il prestatore d’opera, trovano il loro tornaconto. Il datore di lavoro deve cercare di pagare la forza-lavoro in misura corrispondente alla sua prestazione lavorativa. Se non lo facesse, rischierebbe di vedersi sottrarre l’operaio da un concorrente disposto a pagarlo di più. Il prestatore d’opera da parte sua deve cercare di occupare il suo posto in modo da meritare il salario per non rischiare di perdere il posto stesso. Poiché l’assunzione non è un favore ma una transazione economica, l’operaio assunto non deve preoccuparsi dell’eventualità di essere licenziato per avversione nei suoi confronti. L’imprenditore che licenzia per avversione un operaio che lavora bene e si guadagna il suo salario, danneggia soltanto sé stesso e non l’operaio, il quale finirà comunque per trovare un’occupazione dello stesso livello. Né esiste la minima difficoltà a lasciare al direttore di settore la facoltà di assumere o licenziare la manodopera, proprio perché egli, costretto dall’attento controllo esercitato dalla contabilità aziendale sulle proprie attività a badare alla massima redditività del suo settore, deve anche preoccuparsi nel suo stesso interesse a tenersi la manodopera. Se licenzia qualcuno perché gli è antipatico e non per necessità, se si fa trascinare da ragioni personali e non oggettive, chi ci rimette è egli stesso, perché alla fine è su di lui che si ritorce il danno del mancato successo del settore affidatogli. E’ così che si risolve senza attriti la gestione organizzativa del fattore personale della produzione, ossia del lavoro, nel processo di produzione. Completamente diversa è la situazione nell’azienda pubblica diretta dai burocrati. Poiché qui la collaborazione produttiva del singolo settore, e quindi del singolo impiegato anche quando abbia un ruolo dirigente, non può essere verificata sulla base del suo risultato, sia nei criteri di assunzione che nei parametri di retributivi si finisce per spalancare porte e finestre a ogni sorta di favoritismo da una parte e di ostruzionismo dall’altra. Il fatto che per essere assunti nei vari ruoli del servizio pubblico una raccomandazione da parte di qualche persona influente non guasta mai, non deve essere ricondotto alla particolare incapacità degli aspiranti a quei posti, ma appunto alla mancanza a priori di qualche criterio oggettivo per le assunzioni pubbliche. Certamente devono essere assunti i più meritevoli; ma il problema è appunto questo: come si fa a stabilire chi è il più meritevole? Se fosse possibile farlo con la stessa semplicità con cui si stabilisce il valore di un tornitore in una fabbrica metalmeccanica o di un tipografo, il problema sarebbe perfettamente risolto. Ma poiché non è così, i margini di discrezionalità si allargano. Per potere arginare al massimo gli arbitri si cerca di delimitarli imponendo una serie di condizioni formali per l’assunzione in servizio e per le promozioni. E allora si vincola la nomina in determinati ruoli a un determinato grado di istruzione, oppure al superamento di determinati esami o allo svolgimento continuativo di determinati anni d’attività in altri ruoli, e si fa dipendere l’anzianità di carriera dall’anzianità di servizio. Tutto questo naturalmente non può minimamente surrogare l’impossibilità generale di individuare l’uomo giusto per il posto giusto attraverso lo strumento del calcolo di redditività. E sfonderemo addirittura porte aperte se aggiungessimo in particolare che i titoli di studio, gli esami e l’anzianità non garantiscono assolutamente la bontà della selezione. Al contrario! questo sistema esclude a priori che le persone più valide e preparate giungano ad occupare i posti che meriterebbero.

Ludwig von Mises – Human action – (pag. 310 – 311)

La condotta burocratica degli affari è strettamente legata all’osservanza dettagliata di norme e regolamenti fissati dall’autorità di ordine superiore. E’ semplicemente alternativa alla gestione guidata dal profitto. La gestione basata sul profitto non è applicabile nel perseguimento di affari che non hanno un valore monetario di mercato e nella condotta di affari no-profit che possono anche essere guidati secondo logiche di condotta speculative. I primi si adattavano alla gestione dell’apparato giudiziario e di repressione, mentre quest’ultimi sono più affini ad attività senza fini di profitto come scuole, ospedali e uffici postali. Quando le operazioni dell’organizzazione del lavoro non sono dirette da fini di profitto devono essere guidate da metodi e regole burocratiche. In sé la condotta burocratica non è un male. E’ l’unico modo appropriato di gestire gli affari del governo, ad esempio dell’apparato di repressione della violenza e di reclusione. Come è necessario un governo non è meno necessaria la burocrazia in quanto tale. Laddove il calcolo economico è irrealizzabile, il metodo burocratico è indispensabile. Il governo socialista lo applica in tutti gli ambiti della vita sociale.

Milton & Rose Friedman – Liberi di scegliere – (pag. 169 – 172)

Quando si spende, si può spendere il proprio denaro o quello altrui; e si può spendere per sé stessi o a favore di qualcun altro. Combinando queste due coppie di alternative si ottengono quattro possibilità. La Categoria I si riferisce ai casi in cui si spende il proprio denaro proprio favore, per esempio, quando si fanno acquisti al supermercato. Chiaramente si ha un forte incentivo sia a economizzare sia a ottenere tutto il valore possibile da ogni dollaro che si spende. La categoria II si riferisce ai casi in cui si spende il proprio denaro a favore di qualcun altro, per esempio quando si acquistano regali di Natale o di compleanno. Si ha lo stesso incentivo a economizzare della categoria I, ma non lo stesso incentivo a ottenere il pieno valore del proprio denaro, almeno secondo il giudizio del destinatario. Si vuole, naturalmente, ottenere qualcosa che piaccia al destinatario, purché ciò faccia l’impressione desiderata e non richieda troppo tempo o sforzo. (Se infatti l’obiettivo principale fosse quello di mettere il destinatario in grado di ottenere quanto più valore possibile da ogni dollaro, gli si donerebbe del contante, convertendo questa spesa che appartiene alla II categoria in una spesa della categoria I, cioè una spesa che egli fa per sé stesso). La categoria III si riferisce ai casi in cui si spende il denaro di qualcuno altro, come per esempio quando si va al ristorante in conto spese. Non si ha nessun forte incentivo a tener basso il costo del pasto, ma si ha un forte incentivo a ottenere il valore della moneta data. La categoria IV si riferisce ai casi in cui si spende il denaro di qualcun altro a favore di una terza persona. Per esempio, quando si paga il pasto di qualcuno, caricandolo sul conto spese. Si ha uno scarso incentivo sia ad economizzare che a cercare di dare al proprio ospite il pasto al quale egli può attribuire il massimo valore. Tuttavia, se si pranza con lui, di modo che il pranzo è una mescolanza delle categorie III e IV, si ha un forte incentivo a soddisfare i propri gusti a scapito dei suoi, se necessario. Tutti i programmi sociali cadono nella categoria III, per esempio la sicurezza sociale che comprende pagamenti in contanti che il percettore è libero di spendere; o nella categoria IV, per esempio l’edilizia abitativa pubblica. Se non che, anche i programmi della categoria IV condividono una caratteristica della categoria III, e cioè il fatto che i burocrati che amministrano i programmi prendono parte al pranzo; e tutti programmi della III categorie hanno dei burocrati tra i loro beneficiari. Secondo noi, queste caratteristiche delle spese assistenziali sono la principale fonte dei loro difetti. I legislatori votano per spendere il denaro di qualcun altro. Il corpo elettorale che elegge i legislatori vota in un certo senso per spendere il proprio denaro a proprio favore, ma non nel senso diretto della spesa della categoria I. La connessione tra le imposte che un individuo paga e la spesa per cui vota è troppo vaga. In pratica i votanti, come i legislatori, tendono a considerare come pagati da qualcun altro i programmi che il legislatore vota direttamente e l’elettore vota indirettamente. Anche i burocrati che amministrano i programmi spendono il denaro di qualcun altro. C’è poco da stupirsi se l’ammontare della spesa cresce enormemente. I burocrati spendono il denaro di qualcun altro a favore di qualcun altro. Solo la benevolenza umana, e non lo stimolo ben più forte e sicuro dell’interesse individuale, garantisce che essi spendano il denaro nel modo più vantaggioso per i beneficiari. Di qui lo spreco e l’inefficienza della spesa. Ma non è tutto. L’allettamento ad impossessarsi del denaro altrui è forte. Molti, compresi i burocrati che amministrano i programmi pubblici, cercano di tenerselo piuttosto che lasciarlo andare nelle mani di qualcun altro. La tentazione di cedere alla corruzione e alla frode è forte, e non sempre sarà respinta. Coloro che resistono alla tentazione di frodare useranno mezzi legali per orientare il denaro verso di sé. Eserciteranno pressioni perché siano approvate leggi che li favoriscano e norme dalle quali possano ricavare qualche vantaggio. I burocrati che amministrano i programmi insisteranno per avere migliori stipendi e gratifiche: risultato che sarà facilitato da un ampliamento dei programmi… La spesa della categoria IV tende anche a guastare coloro che vi sono coinvolti. Tutti questi programmi pongono alcune persone nella condizione di decidere ciò che è bene per gli altri. L’effetto è quello di installare nel primo gruppo un senso di potere quasi divino; nell’altro, un senso di infantile dipendenza. Nei beneficiari si atrofizza la capacità di autonomia, di prendere da sé le proprie decisioni, per mancanza di esercizio. In aggiunta allo spreco di denaro, in aggiunta al mancato raggiungimento degli obiettivi prefissi, il risultato finale è l’imputridimento della struttura morale che tiene insieme una società decente.

Ludwig von Mises – In nome dello stato – (pag. 184 – 185)

Offende l’amor proprio e l’orgoglio del filisteo il fatto di dover ammettere – sia pure controvoglia – che altri sono stati più bravi a procurare tutti quei beni materiali che fanno ricca la vita esteriore. Lo umilia il fatto di essere riuscito ad occupare nella competizione del mercato solo una posizione modesta. E allora, per rimuovere questo malumore, escogita una particolare giustificazione. Egli non è più incapace dell’imprenditore di successo, che si è arricchito, è solo una persona per bene, è più onesto di quei signori di gran successo, ma privi di scrupoli che hanno usato pratiche delinquenziali che egli, per rimanere onesto, ha sempre disprezzato. Insomma – pensa il nostro fariseo – io sono bravo e capace quanto quelli che sono diventati ricchi; ma grazie a dio sono moralmente migliore di loro, che sono il peggio, e sarebbe doveroso da parte dell’autorità punirli per le loro malefatte, sequestrando la loro ricchezza, illecitamente acquistata. Se il governo procede contro i ricchi borghesi, può essere sicuro dell’applauso della massa. Questa è una cosa che tanto i demagoghi e i tiranni dell’antichità, quanto i satrapi, i califfi e i cadì d’oriente e i dittatori d’oggi hanno sempre saputo. Quando un governo non sa far diventar ricche le masse, allora è il caso di fare diventare poveri i ricchi. Tutte le volte che il filo-sovietico occidentale si è visto costretto ad ammettere che nella Russia dominata da Lenin e da Stalin le masse vivevano in miseria, ha sempre giocato la sua ultima carta: sì, è vero, questi russi moriranno anche di fame e di stenti, ma sono più felici dei lavoratori occidentali, perché si sono presi la soddisfazione di vedere che gli ex-“borghesi” russi se la passano peggio di loro. I francesi hanno preferito perdere una guerra anziché permettere agli imprenditori dell’industria bellica di fare profitti. L’essenza del risentimento sta appunto in questo: essere prigionieri dei sentimenti d’invidia, di vendetta e di gioia perversa per il male altrui, quantunque se ne riceva un danno per sé stessi. Non meno funesti degli effetti del loro risentimento sono gli effetti della presunzione, che impedisce agli individui di ammettere il diritto altrui di interloquire. Come il risentimento, anche l’intolleranza che vuole imporre solo la propria volontà, e perciò invoca il dittatore affinché realizzi ciò che la propria volontà pretende, non è un sogno di forza ma di debolezza e di impotenza.

Ludwig von Mises – Socialismo – (pag. 425)

Pauperizzazione sociale progressiva non vuol dire altro che accrescimento dell’invidia. Mandeville e Hume, due fra i più grandi conoscitori della natura umana, hanno osservato che l’intensità dell’invidia dipende dalla distanza che separa l’invidioso dall’invidiato. Se la distanza è grande, allora non ci si confronta con chi potrebbe essere oggetto di invidia, e di fatto non viene avvertita l’invidia. Ma quanto più diminuisce la distanza tanto più aumenta l’invidia. E così, dall’accrescersi del risentimento delle masse si può dedurre che le disparità di reddito vanno diminuendo. L’accrescente “cupidigia” non rappresenta, come pensava Kautsky, una prova della pauperizzazione relativa; essa mostra al contrario che la distanza economica tra le classi sociali va sempre più diminuendo.

 Luigi Einaudi – Il buongoverno – (pag. 78 – 79)

Nel 1943, quando il nemico sbarcò in Italia, lo stato italiano era ridotto anch’esso a una cornice vuota, ad un corpo senza anima. Quando la vita politica, economica e spirituale di una nazione di 45 milioni dipende da un unico centro; quando a poco a poco tutte le forze indipendenti dello stato sono venute meno; quando non esistono più comuni, provincie, corpi universitari e di magistratura, perché tutti guardano a Roma per essere nominati e promossi ed insigniti di onori; quando i quadri dell’esercito sono composti di uomini i quali attendono da un uomo o da un partito, qualunque esso sia, la promozione e la carriera; quando non esistono più né industriali, né agricoltori, né proprietari, né artigiani, né operai, né contadini i quali siano tali di fatto invece che soltanto di nome; quando industriali ed operai, proprietari e contadini, artigiani, commercianti e professionisti sono divenuti tutti dipendenti dal governo, da cui attendono permessi, licenze, forniture e che vieta ad essi di agire liberamente e di associarsi e discutere; quando persino la chiesa, pur rimanendo ultima forza autonoma a confortare i disperati nell’ombra dei templi, non può uscire all’aperto se non per atto di cerimonie esteriori, che cosa è rimasto dello stato? Lo stato non è una organizzazione meramente giuridica sovrapposta dall’alto sui cittadini. Lo stato vive nei cittadini medesimi, nei loro eletti al governo politico; ma anche soprattutto nei comuni, negli enti pubblici, nelle chiese, nelle scuole, nel foro, nelle fabbriche, nei campi dove gli uomini operano, vengono a contatto, si associano e si dissociano, pensano, pregano e si divertono. Quando perfino il gioco dei fanciulli ed i divertimenti degli adulti, quando persino la ricerca della salute nei mari e sui monti sono disciplinati dall’alto e i giovani debbono trovare la gioia del divertirsi in un dopolavoro ufficiale, che cosa è lo stato, se non una struttura estranea all’uomo, una cornice vuota? Nell’estate del 1943 gli italiani erano giunti infondo alla via che essi avevano scelto ventun anni prima. Su quella via, breve e diritta, erano balenati dinnanzi ai loro occhi imperi, fortune e grandigie; ma, poiché quella via significava la rinuncia degli italiani alla dura lotta, al diuturno sforzo, al rischio continuo in favore della chimera della sicurezza, della pace, della tranquillità, della prosperità assicurata e promessa da altri, quella via doveva fatalmente condurre sull’orlo dell’abisso. Chiunque fosse stato il salvatore, il messia, qualunque fosse stato il verbo, il vangelo, quella era la meta la quale si doveva arrivare. A quella stessa meta si giungerebbe di nuovo, fra dieci, fra vent’anni se nuovamente gli italiani, ansiosi di trarsi indietro dall’abisso al quale oggi sono affacciati, si affidassero ad un uomo, ad un partito, ad un mito, ad una forza venuta dal di fuori: russi, inglesi o americani. Dobbiamo, sì, recitare il mea culpa; ma dobbiamo anche orgogliosamente affermare: la salvezza è in noi e soltanto in noi!

Alexis de Tocqueville – La democrazia in America – (pag. 776 – 777)

Voglio immaginare sotto quali nuovi tratti il dispotismo potrebbe mostrarsi nel mondo: vedo una folla innumerevole di uomini simili e eguali, che girano senza posa su sé stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri, con cui soddisfare il loro animo. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è come estraneo al destino degli altri: i suoi figli e i suoi amici più stretti formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, è vicino a loro, ma non li vede; li tocca, ma non li sente; vive solo in sé stesso e per sé stesso, e se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia più patria. Al di sopra di costoro si innalza un potere immenso e tutelare, che s’incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni, e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Assomiglierebbe al potere paterno se, come questo, avesse per fine di preparare gli uomini all’età virile; ma, al contrario, cerca soltanto di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia; ama che i cittadini siano contenti, purché non pensino che a stare contenti. Volentieri si dà da fare per la loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente e il loro arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro principali affari, dirige la loro industria, regola le loro successioni, divide le loro eredità: perché non può togliere del tutto anche il fastidio di pensare e la fatica di vivere? In tal modo rende ogni giorno più inutile e più raro l’uso del libero arbitrio; racchiude l’azione della volontà in uno spazio più angusto, e sottrae a poco a poco ad ogni cittadino perfino l’uso di sé stesso. L’eguaglianza a preparato gli uomini a tutto ciò; li ha disposti a sopportarlo e spesso a considerarlo addirittura un beneficio. Dopo avere preso così, di volta in volta, nelle sue mani potenti ogni individuo, e averlo plasmato a sua guisa, il sovrano stende le sue braccia sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali gli intelletti più originali e gli animi più vigorosi non sanno come farsi strada per superare la folla; non spezza la volontà, ma le ammorbidisce, la piega e le dirige; raramente forza ad agire, ma si oppone continuamente a che si agisca; non distrugge, ma impedisce di nascere; non tiranneggia, ma ostacola, comprime, snerva, spegne, inebetisce, e finalmente riduce ogni nazione ad essere soltanto un gregge di animali timidi e industriosi, dei quali il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù, regolata, mite e pacifica, di cui ho tracciato il quadro, potesse combinarsi, meglio di quanto s’immagini, con alcune delle forme esteriori della libertà, e che non le sarebbe impossibile stabilirsi anche all’ombra della sovranità popolare. I nostri contemporanei sono incessantemente tormentati da due passioni contrastanti: sentono il bisogno di essere guidati e la voglia di rimanere liberi. Non potendo distruggere né l’uno né l’altro di questi istinti opposti, si sforzano di soddisfarli entrambi a un tempo. Immaginano un potere unico, tutelare, onnipotente, ma eletto dai cittadini. Uniscono l’accentramento e la sovranità popolare. Ciò dà loro qualche respiro. Si consolano di essere sotto tutela, pensando di avere scelti essi stessi i propri tutori. Ogni individuo sopporta di essere legato, perché vede che non un uomo o una classe, ma il popolo stesso ha in mano il capo della catena. In questo sistema i cittadini escono per un momento dalle dipendenze per indicare i loro padroni, e vi rientrano. Nei nostri giorni c’è molta gente che si adatta facilmente a questa specie di compromesso fra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, e pensano di avere sufficientemente garantita la libertà degli individui, quando l’affidano al potere nazionale. A me ciò non basta. La natura del padrone mi importa assai meno dell’obbedienza.

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