MONOPOLIO – RENDITA

 

SINOSSI

Tutti i monopoli per così dire “artificiali” e le conseguenti rendite nascono da leggi dello stato in favore di gruppi di potere, o che questi fa verso sé stesso. Gli unici rimedi duraturi sono: la concorrenza, lo sviluppo tecnologico e il controllo dell’opinione pubblica. Se non ci sono leggi a protezione, le rendite sono sempre in proporzione alla domanda del bene fornito al consumatore. I cosiddetti monopoli “naturali” sono dovuti alla scarsità di certi beni naturali, in linea generale sono inevitabili e benefici, nel senso che favoriscono l’utilizzo parsimonioso del bene scarso e incentivano la ricerca e lo sviluppo di tecniche alternative verso l’impiego per lo stesso servizio di beni equivalenti ma più abbondanti. E’ delle società libere il metodo per “prova ed errore” che permette ad ognuno, a proprio rischio, di tentare nuove imprese tanto economiche che intellettuali; il cui successo o fallimento è decretato dagli stessi fruitori e non dall’autorizzazione ministeriale. Il monopolio si addice invece ai regimi totalitari, laddove: è la legge a dire ciò che si può fare e ciò che non si può fare, è il diploma riconosciuto dallo stato a stabilire ciò che si deve insegnare e ciò che non si deve insegnare, è il “gazzettino ufficiale” a stabilire ciò che è vero e ciò che è falso.

 

CITAZIONI

Carl Menger – Principi fondamentali dell’economia – (pag. 227 – 228)

Quindi, i prezzi del monopolio saliranno, entro i limiti stabiliti dal carattere economico delle operazioni di scambio, se egli si ripromette di ottenere un maggior utile economico mettendo in vendita minori quantità del bene di monopolio a prezzi elevati, e scenderanno, se gli sembrerà vantaggioso mettere in vendita maggiori quantità del bene di monopolio a prezzi inferiori. All’inizio egli fisserà i prezzi più in alto possibile vendendo così soltanto piccole quantità del bene di monopolio, e ridurrà in seguito i prezzi soltanto gradualmente col crescere delle vendite, in modo da sfruttare tutti gli strati della società l’un dopo l’altro, se in questo modo può ottenere il massimo utile economico. Al contrario, egli emetterà immediatamente in vendita grandi quantità del bene in monopolio a prezzi bassi se lo richiederà il suo interesse economico. Anzi in certi casi egli troverà persino opportuno distruggere una parte della sua quantità di bene di monopolio piuttosto che metterlo in commercio, o, ciò che ha lo stesso risultato, tenere ferma una parte dei mezzi di produzione, dei quali dispone, invece di impiegarli per produrre un bene di monopolio, se non addirittura distruggerli nel caso in cui, vendendo tutta la quantità del bene di monopolio immediatamente o mediatamente disponibile, egli dovesse scendere a strati della popolazione con così poco potere di scambio e così poco desiderosi di scambiare che egli ricaverebbe meno vendendo quantità così grandi a un prezzo tanto basso, piuttosto che distruggendo una parte del bene disponibile, e vendendo il resto a prezzi più elevati e a strati di popolazione con maggior potere di scambio. La politica di ogni monopolista, se egli è un individuo economico che comprende il proprio interesse, non mira di per sé né a fissare i prezzi più in basso possibile, né a vendere la quantità maggiore possibile del bene di monopolio. Essa tende né a rendere accessibile il bene di monopolio al maggior numero possibile di individui economici, o a gruppi di esse, né ad approvvigionare i singoli individui nella maniera più completa possibile. Per tutto ciò, il monopolista non ha alcun interesse economico. La sua politica economica è diretta a ricavare il più possibile dalle quantità disponibili del bene di monopolio. Pertanto, egli non porta sul mercato tutta la quantità disponibile del bene di monopolio, ma soltanto una quantità dalla cui vendita, al prezzo atteso, si attende anche il massimo ricavo.

Ludwig von Mises – Socialismo – (pag. 433- 434)

Un monopolio mondiale dei coltivatori di patate o dei produttori di latte sarebbe inconcepibile: le patate e il latte, o almeno i loro sostituti, possono infatti essere prodotti sulla quasi totalità delle superficie terrestre. Possono invece essere creati monopoli mondiali di petrolio, zinco, mercurio, nichel e altre materie prime purché i possessori dei pochi luoghi in cui queste materie si trovano decidano di associarsi: la storia degli ultimi anni ne offre vari esempi. Qualora si costituisca un monopolio del genere, il prezzo più alto del regime di monopolio subentrerà a quello del mercato concorrenziale. Il profitto dei proprietari di giacimenti minerari si accresce mentre diminuiscono la produzione e il consumo del loro prodotto. E una parte del capitale e del lavoro altrimenti destinato a essere investita in questo settore produttivo viene pertanto stornata in altri settori. Se guardiamo agli effetti del monopolio dal punto di vista di ciascun settore produttivo dell’economia mondiale, vedremo soltanto l’incremento del reddito dei monopolisti e il corrispondente decremento di quello di tutti gli altri settori. Ma se tali effetti vengono guardati dal punto di vista dell’economia mondiale e sub specie aeternitatis, allora risulterà che i monopoli operano un risparmio nei consumi delle risorse naturali insostituibili. Allorché, infatti, il prezzo di monopolio subentra al prezzo di concorrenza, si tende ad una maggior parsimonia nello sfruttamento delle preziose risorse naturali e, come nel caso dell’industria estrattiva, a un minor lavoro di estrazione e a un maggior lavoro di trasformazione. E poiché ogni processo di estrazione comporta una progressiva diminuzione del quantitativo di questi insostituibili doni della natura, meno essi verranno consumati e meglio si riuscirà a provvedere alle necessità delle generazioni future.

Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale – (pag. 21 – 22)

Si può dire perciò che, mentre il mercato di concorrenza è benefico e rende servigio, il mercato di monopolio è dannoso e rende disservigi alla generalità degli uomini. Siccome in queste pagine si vuole soltanto descrivere il mercato e spiegarne nelle somme linee il funzionamento, non è il luogo di descrivere anche i mezzi adatti a far venir meno o a diminuire i danni dei monopoli. Basti considerare che la lotta contro i monopoli deve essere considerata come uno dei principali scopi della legislazione di uno stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno. La battaglia contro i monopoli può essere condotta lungo due direttive. Ci sono dei monopoli, la maggior parte a parere di taluni, i quali sono dovuti precisamente ad una legge dello stato. Se lo stato stabilisce dazi doganali, dei contingentamenti, delle proibizioni contro importazioni estere, dei divieti di stabilire nuove fabbriche ecc. ecc., lo stato con la sua legge medesima ha ridotto o distrutto la concorrenza che potrebbe venire dall’estero o dai nuovi fabbricanti. In questi casi è chiaro che basta abolire la legge che ha creato il monopolio, perché questo sia distrutto. In altri casi il monopolio è dovuto a cause indipendenti dalla legge, a cause quasi tecniche. Ad esempio, la concorrenza in una stessa città negli stessi rioni di molte tranvie, di molte imprese di acqua potabile o di gas o di energia elettrica, ed entro certi limiti, la concorrenza di parecchie ferrovie tra la stessa città, non è possibile, e se tentata, non dura. Siccome qui il monopolio si può dire quasi naturale, non lo si può abolire, e bisogna regolarlo. Lo stato interviene per fissare tariffe massime, il genere dei servizi, ovvero può decidersi ad esercitarsi lui stesso l’industria monopolistica, facendosi rimborsare il puro costo. Purché non ci pigli troppo gusto. Secoli fa, quando si introdusse in Europa la foglia di tabacco, alcuni stati dissero di voler esercitare essi quell’industria a tutela dei consumatori. Finì come tutti sanno, che il tabacco è venduto da certi stati a 3, 4 e in certi casi fino a 10 volte il costo della produzione di sigari e delle sigarette. Capitò per accidente che dei governi, profittando del monopolio del tabacco per farci su un guadagno enorme, fecero cose inappuntabili. L’imposta che i governi percepirono per mezzo del monopolio del tabacco è una delle migliori imposte che si possano immaginare. Dato che non possiamo fare a meno di imposte, è meglio che esse colpiscano una merce che è diventata di larghissimo consumo e per molti è necessaria quasi come il pane, la quale tuttavia può essere considerata indice di una disponibilità di reddito volontariamente destinato a soddisfare un bisogno considerato dal legislatore di intensità minore di quella attribuita ai bisogni pubblici, disponibilità che perciò lo stato può senza troppo scrupolo colpire con imposta anche forte. Ma non bisogna generalizzare l’andazzo di monopolizzare questa o quella produzione a favore dello stato. Ebbe buoni effetti anche il “chinino di stato” che del resto non è un monopolio; ma li ha dannosi il monopolio del sale che è un alimento di prima necessità. E non è accaduto forse recentemente, quando le vetture automobili e gli autocarri cominciarono a fare una viva concorrenza alle ferrovie con grande vantaggio del pubblico, che parecchi stati proprietari delle ferrovie invece di rallegrarsi del vantaggio generale, si allarmassero per il danno alle proprie finanze e mettessero ogni sorta di bastone fra le ruote alla benefica concorrenza dei nuovi sistemi automobilistici? Nessun rimedio esiste contro questi pericoli, all’infuori di una vigile illuminata opinione pubblica, capace di scoprire la verità in mezzo all’imbroglio di pretesti e di frasi fatte con cui si riesce ad ingannarla.

Frédéric Bastiat – Armonie economiche – (pag. 359)

Tutti comprendono che, se un manifattore volesse vendere dopo dieci o quindici anni il suo materiale, e fosse pure nuovo, la probabilità è ch’egli sarebbe costretto a subirvi una perdita. La ragione n’è semplice: dieci o quindici anni non passano senza portare un qualche progresso in meccanica. Perciò colui che espone al mercato un apparecchio, che ha quindici anni di data, non può sperare che gli si restituisca tutto il lavoro che tale apparecchio a richiesto, perché con un lavoro uguale il compratore può procurarsi, mercé i progressi compiutisi, macchine meno imperfette, la qual cosa per dirla di volo, prova sempre più che il valore non è proporzionale al lavoro ma ai servizi. Da ciò possiamo concludere che è nella natura degli strumenti di lavoro di perdere del loro valore per la sola azione del tempo, indipendente dal deterioramento che implica l’uso del medesimo, e stabilire questa formula: uno degli effetti del progresso è di diminuire il valore di tutti gli strumenti esistenti.

Friedrich A. von Hayek – Legge, legislazione e libertà –

Si deve infine menzionare un altro caso in cui è innegabile che la sola grandezza crei una posizione altamente vantaggiosa e cioè quando il governo, date le conseguenze che ne verrebbero, non può permettersi di far fallire una grande impresa. L’aspettativa che esse saranno protette, fa apparire meno rischiosi gli investimenti in società molto grandi rispetto a quelli in società più piccole, è questo uno dei vantaggi “artificiali” della grandezza non basato sulla produzione di risultati più efficienti e, come tale, da eliminarsi. E’ chiaro che ciò può essere fatto soltanto privando il governo del potere di fornire protezione, perché finché detiene questo potere esso è vulnerabile alle pressioni. Il punto principale da tenere presente, spesso oscurato dall’attuale dibattito sul monopolio, è che ciò che è dannoso non è il monopolio di per sé stesso, ma soltanto gli ostacoli alla concorrenza che esso può creare. Queste sono due cose totalmente diverse da rendere forse necessario ripetere ancora una volta che il monopolio interamente su una produzione migliore è totalmente lodevole – anche se il monopolista tieni i prezzi ad un livello tale da avere forti utili, ma sufficientemente bassi da rendere impossibile agli altri competere con possibilità di successo – in quanto egli usa una quantità inferiore di risorse rispetto a quello che userebbero gli altri per produrre la stessa quantità di prodotto. Ne si può pretendere che tale monopolista abbia l’obbligo morale di vendere il suo prodotto al prezzo più basso, avendo un utile “normale” – non più di quanto vi sia un obbligo a lavorare il più possibile, o a vendere un oggetto raro con un profitto moderato. Come nessuno pensa di contestare il prezzo di “monopolio” delle capacità uniche di un artista o di un chirurgo, non vi è nulla di male nell’utile “monopolistico” di un’impresa capace di produrre più economicamente di chiunque altro. Ciò che è moralmente sbagliato non è il monopolio ma soltanto l’ostacolo alla concorrenza (di qualunque tipo che porti o meno monopolio) e questo dovrebbe essere ricordato in particolare da quei “neo-liberali” che credono di dimostrare la loro imparzialità scagliandosi contro tutti i monopoli d’impresa come contro quelli di manodopera, dimenticando che la maggior parte dei primi sono dovuti alla produzione di risultati migliori, mentre i secondi sono quasi sempre dovuti alla soppressione coatta della concorrenza.

Luigi Einaudi – Prediche inutili – (pag. 59 – 61)

Se i concorrenti agli uffici pubblici e privati avessero la facoltà e non l’obbligo, oggi imposto in tutti i bandi per i pubblici impieghi, di dichiarare i diplomi da essi posseduti, ciò significherebbe che i datori di lavoro avrebbero vista la verità essenziale qui affermata, non avere il diploma per se medesimo alcun valore legale, non essere il suo possesso condizione necessaria per conseguire pubblici e privati uffici, essere la classificazione dei candidati in laureati, diplomati medi superiori, diplomati medi inferiori, diplomati elementari e simiglianti distintivi di casta, propria di società decadente ed estranea alla verità e alla realtà; ed essere perciò libero il datore di lavoro pubblico e privato, di preferire l’uomo vergine di bolli. Poiché in regime di libertà, sarebbe preferito, di fatto, i diplomati capaci, si darebbe cominciamento all’opera intesa a dare nuovo pregio a quelli che oggi sono meri pezzi di carta intesi a creare aspettative di ansie e ad esaltare il compito degli stabilimenti volti ad attribuire diplomi seri di studi severi. Solo per ragioni di esempio geografico, dissi anglosassone il metodo opposto a quello monopolistico; che esso meglio si dice di “libertà”. Ad esso dobbiamo, con sforzo continuo, ritornare; ritornare, dico, perché esso è il metodo eterno di tutti i tempi e di tutti i paesi nei quali più feconda è stata la scuola; quando Bologna, Padova, Pavia e Parigi vedevano consacrata da diplomi imperiali o da bolle pontificie una università, già nota e viva ed operosa perché lettori famosi avevano eletto stanza in quella città ed avevano, con lo splendore della loro dottrina, attirano a se gli scolari vaganti d’Europa ed avevano ivi fatto rifiorire gli studi umanistici e fisici. Il metodo “di libertà” si fonda sul principio del tentativo e dell’errore. Trial and error è il motto appropriato alle scuole in cui domina la libertà. Nulla è certo in materia d’insegnamento; non sono certi i programmi, non gli ordini degli studi, non è certa neppure l’esigenza di alcuna scienza. Non è certo siano buoni i metodi accolti negli stabilimenti a tipi di libertà; e non è affatto certo che essi conducano sempre al bene. Ma vi è una differenza fondamentale fra l’uno e l’altro tipo; che quello monopolistico consente i mutamenti solo quando essi sono consacrati da una autorità pubblica; laddove il metodo di libertà riconosce sin dal principio di potere versare nell’errore ed auspica che altri tentino di dimostrare l’errore e di scoprire la via buona alla verità. Questa è tutta la differenza tra il totalitarismo e la libertà. Il totalitarismo vive col monopolio; la libertà vive perché vuole la discussione fra la libertà e l’errore; sa che, solo attraverso l’errore si giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conchiusi, alla verità. Nella vita politica la libertà non è garantita dal voto universale o ristretto, dalla proporzionale o dal prevalere della maggioranza nel collegio uninominale. Essa esiste sicché esige la possibilità della discussione, della critica. Trial and error; possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di opposizione; ecco le caratteristiche dei regimi liberi. Così è della scuola. Essa è viva e feconda, sinché chiunque abbia diritto di dire: gli altri sono in errore e io conosco la via della verità; e apro una scuola mia nella quale insegno che cosa sia la verità e proclamo dottori in quella verità gli scolari che, a mio giudizio, l’abbiano appresa. Ma chiunque altro ha ragione di insegnare una verità diversa, con metodo diverso. In ogni tempo, attraverso tentativi ed errori ognora rinnovati abbandonati e ripresi, le nuove generazioni accorreranno di volta in volta alle scuole le quali avranno saputo conquistarsi reputazione più alta di studi severi e di dottrina sicura.

Luigi Einaudi – In lode al profitto – (pag. 107 – 108)

Intendo per conformismo economico il vigoreggiare – in parte e forse in notevole parte, ed anche questa sarebbe indagine storicamente assai suggestiva, vigoreggiare artificioso dovuto a privilegi legali negatori della libertà altrui – del tipo monopolistico di intrapresa per consorzi cosiddetti facoltativi o francamente obbligatori, per divieti legali di concorrenza, per affermate ragioni di pubblico interesse. Cotale tipo è conformistico perché non mette a capo delle grandi imprese economiche gli uomini, di fatto rarissimi, i quali posseggono davvero le qualità necessarie a comandare ed organizzare in aperta competizione con ogni altro capo, eserciti di operai di impiegati di tecnici e di funzionari. L’impresa puramente economica non è conformistica, perché è sempre minacciata dai ribelli, da antichi operai o tecnici od impiegati, i quali attendo il capo al varco dell’errore, dell’eccesso, dell’affievolimento volitivo o della decadenza fisica. Conformistica è l’impresa la quale è cresciuta grazie a qualità che non sono quelle del mero condottiero economico. Conseguire privilegi legali di dogane, di moneta, di contingenza, di provvista di lavoro, di licenza di esportazione e di importazione, di ampliamento di forniture è proprio non del capo economico.

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